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Archivi: agosto 2015

L’arida bianca stagione dell’Europa

Autore: liberospirito 26 Ago 2015, Comments (0)

Agosto sta volgendo al termine e con lui questa estate. Come è andata dal punto di vista dell’attenzione al sociale? E’ stata “un’arida bianca stagione”, commenta lapidario Alex Zanotelli  in quest’articolo (che riprendiamo dal sito www.ildialogo.org). Un altro contributo per riflettere su profughi, migranti, richiedenti asilo e l’inarrestabile decadenza  (quest’ultima sarà anche una parola desueta ma fatichiamo a trovarne una più adatta) europea.

profughi

E’ con queste parole che il noto poeta sudafricano, B. Breytenbach,dipingeva il regime dell’apartheid.

In questa torrida estate non ho altre parole migliori per descrivere quest’Europa, sotto l’impietosa dittatura delle banche,incapace di perdonare il debito greco e di accogliere i ‘naufraghi’ dello sviluppo!

L’opulenta Europa è decisa a difendere il proprio benessere contro l’invasione dei ‘barbari’. E’ mai possibile che 28 nazioni non riescono ad accogliere neanche 40.000 profughi? Dopo lunghe discussioni , la UE ha deciso di accoglierne 35.000! Un paese povero coem il Kenya accoglie un milione di profughi somali. E il povero e piccolo Libano ne accoglie ancora di più. E’ mai possibile che la ricca Europa non possa aprire ‘corridoi umanitari’ per persone che fuggono da teatri di guerra e da dittature? Non solo non li accoglie, ma li respinge! In fatti i ministri degli esteri della UE hanno dato il via libero alla prima fase della missione navale EuNav For Med con cinque navi militari, due sottomarini, tre aerei ricognizione, due droni, tre elicotteri e un ‘migliaio’ di soldati per bloccare le partenze dei profughi dalla Libia. Eppure l’Europa sa molto bene che questi profughi sono la conseguenza delle politiche coloniali, imperiali,neocoloniali e neoliberiste dell’Occidente! Ma è altrettanto assurdo come noi europei trattiamo coloro che sono riusciti (con migliaia di morti alle spalle attraversando deserti e mari!) ad arrivare fino a noi! L’Ungheria ha iniziato a costruire un Muro lungo il confine con la Serbia per bloccare gli immigrati; la Francia sta tentando di bloccare trecento di loro accampati sugli scogli di Ventimiglia; l’Austria fa lo stesso al Brennero;l’Inghilterra cerca di impedire che i 5.000 profughi accampati a Calais (Francia) entrino sul suolo britannico; e la Spagna li respinge con il reticolato di Ceuta e Melilla. “E’ un’arida bianca stagione !“
Purtroppo non altrettanto accoglienti si stanno dimostrando tanti italiani! I recenti gravi episodi di rifiuto degli immigrati sono lì a dimostrarlo. Come quello di Quinto (Treviso), con il rogo delle suppellettili, tra la folla plaudente, di uno degli alloggi destinati ai profughi e quello di Casale S.Nicola di Roma (quartiere tutte villette e piscine), dove il furgone che trasportava 19 giovani richiedenti asilo è stato attaccato con bastoni. E dietro a questi episodi c’è il blocco politico fascioleghista. La Lega e l’ultra Destra cavalcano questo crescente razzismo della società italiana:un razzismo che mi fa paura. E ancora più spaventoso per me è che in questo paese l’accoglienza dei migranti sia diventata un altro business. La Magistratura ha rivelato recentemente questo business milionario che va dalla “Cascina” delle tangenti di Roma al Cara di Mineo (Catania), in perfetta continuazione con Mafia Capitale. “Guadagno di più con immigrati e Rom – aveva detto il capobanda di Mafia Capitale, Buzzi – che non con la droga!” Una Cupola ha controllato e in buona parte ancora controlla, attraverso la leva delle convenzioni, il fiume di denaro che ogni anno assicura l’accoglienza dei migranti nel nostro paese. Si tratta di oltre un miliardo di euro nel 2015. E’ gravissimo che in questo business ci siano cadute anche associazioni legate alla Chiesa! “E’ un’arida bianca stagione!”
La cosa più incredibile è che l’Italia ha bisogno di questi migranti .Ormai buona parte del lavoro agricolo, per esempio, è portato avanti dagli immigrati. Un lavoro pesante, pagato pochissimo….Qui al Sud, gli immigrati , che lavorano nei campi, spesso faticano dodici ore al giorno, con una paga di 20-25 euro al giorno di cui cinque vanno al caporale . In questi giorni è morto Mohammed, un sudanese di 47 anni che lavorava nei campi di Nardò (Lecce) a raccogiere pomodori sotto un sole che spaccava le pietre. “Mohammed lavorava per 3,50 euro a cassone-spiega il coraggioso sindacalista della FLAI, Yvan Sagnet . Ciascun cassone pesa tre quintali e più ne riempi ,più vieni pagato. La giornata di lavoro inizia alle 5 e finisce alle 17; si passono dodici ore sotto il sole.” I bei pomodori che arrivano sulle nostre tavole grondano sudore e sangue di immigrati-schiavi!“E’ un’arida bianca stagione!”
Come missionario mi sento profondamente ferito da questa infinita tragedia degli immigrati che rivela come questa Europa abbia ben poco di cristiano. Avevano profondamente ragione i miei fratelli e sorelle della baraccopoli di Korogocho (Nairobi), quando l’ultimo giorno passato con loro, mi hanno imposto le mani e pregando su di me hanno detto:”Papà, dona a p. Alex il tuo Spirito Santo perché possa tornare dalla sua tribù bianca e convertirla.”
Napoli, 3 agosto 2015
Alex Zanotelli

Shaolin scandal

Autore: liberospirito 21 Ago 2015, Comments (0)

“Predicare bene, razzolare male”: secondo il vocabolario Treccani sta a significare colui che nel parlare sembra persona giusta e onesta, mentre nelle azioni si comporta in modo ingiusto e disonesto. Aggiungiamo noi che tale motto proverbiale spesso è riferito a gente di chiesa, come viene indicato esplicitamente da quest’altro: “Da che pulpito viene la predica”. Ma, a onor del vero, non si pensi che tali comportamenti deplorevoli siano esclusiva del mondo cattolico o più in generale cristiano (simonia, nepotismo, nicolaismo, ecc.). Questo discorso tocca trasversalmente i membri di tutte le confessioni religiose. A tale proposito si può leggere l’articolo (apparso su “Il manifesto” di mercoledì 19 agosto) sulle disavventure in cui di recente è incappato l’abate del tempio buddhista più famoso della Cina.

shaolin temple

Il Tem­pio Shao­lin, ovvero 1.500 anni di mito, fascino, grande noto­rietà, spi­ri­tua­lità, un sogno per molti visi­ta­tori, luogo di culto per i bud­di­sti. Cen­tro nevral­gico di «wuxia», mitici eroi mar­ziali, del kung fu e del bud­di­smo. E tutto rischia di vani­fi­care sotto i colpi dell’ennesimo scandalo.

L’abate e busi­ness­man, Shi Yon­g­xin, che nel 1999 ha preso la guida del Tem­pio Shao­lin, è nuo­va­mente nell’occhio del ciclone. Negli anni scorsi era stato accu­sato di varie empietà per un reli­gioso: sarebbe stato piz­zi­cato con pro­sti­tute durante un raid della poli­zia, si sarebbe sco­perta la pre­senza di tele­ca­mere nasco­ste, avrebbe stretto accordi miliar­dari con Hol­ly­wood (ridi­co­liz­zando gli eroi del kung fu) e avrebbe accet­tato ogni tipo di tan­genti, com­prese mac­chine di lusso, su cui si è fatto foto­gra­fare tutto contento.

E ora è accu­sato di avere figli sparsi in giro per il mondo e per alcuni giorni è sva­nito nel nulla (e non per capa­cità sovra­na­tu­rali). Pechino avrebbe aperto un’inchiesta su di lui, non solo per que­stioni ses­suali, ma anche per maz­zette e appro­pria­zione inde­bita. Uno scan­dalo che il Par­tito comu­ni­sta ha colto al balzo, per scre­di­tare il bud­di­smo e in gene­rale le reli­gioni e sigil­lare la sua cen­tra­lità in quanto organo ateo e in grado di miglio­rare la vita delle per­sone attra­verso il benessere.

Lo scorso mag­gio il pre­si­dente Xi Jin­ping era stato suf­fi­cien­te­mente chiaro: «Le reli­gioni devono essere indi­pen­denti da influenze esterne, dato che il governo chiede ai gruppi reli­giosi nazio­nali di giu­rare fedeltà allo Stato. La Cina è gover­nata dal Par­tito Comu­ni­sta uffi­cial­mente ateo».

Non sor­prende, quindi, che negli ultimi tempi le reli­gioni abbiano avuto vita piut­to­sto dura in Cina. In un paese in cui la lea­der­ship tenta di dare un’identità che sap­pia unire, o meglio riu­nire, con­fu­cia­ne­simo e maoi­smo, a con­fer­mare una sorta di crisi etica del paese, non pochi si sono rifu­giati nei credi reli­giosi. Si sono mol­ti­pli­cate le pic­cole sette, cre­denze fai da te (nelle grandi città spo­po­lano e in alcuni casi, ma sono chiac­chiere da web, avreb­bero dato vita anche a epi­sodi di sui­cidi di massa) e natu­ral­mente le con­ver­sioni a grandi reli­gioni come il cri­stia­ne­simo e il buddismo.

E pro­prio il bud­di­smo ha di fronte a sé una sfida piut­to­sto dura, per­ché vive un momento di grande noto­rietà non pro­prio per fatti illu­mi­nati o tesi a sot­to­li­neare la bontà di certi comportamenti.

L’abate del Tem­pio Shao­lin è nuo­va­mente nel bel mezzo di uno scan­dalo, per­ché secondo un ex monaco del Tem­pio non solo se la sarebbe spas­sata con molte donne, alcune suore bud­di­ste, ma avrebbe anche alcuni figli sparsi per il mondo. Si tratta delle enne­sime peri­pe­zie di Shi Yon­g­xin, 50 anni, volto ormai noto del tem­pio Shao­lin, sopran­no­mi­nato «l’abate Ceo» per la svolta «busi­ness» che ha impresso ad un luogo famoso in Cina (e nel mondo).

Tra le sue tro­vate, oltre a con­ce­dere la loca­tion a film e pub­bli­cità, anche quella di pre­sen­tare il Tem­pio addi­rit­tura nel listino della borsa nazio­nale. Per­so­nag­gio discusso e discu­ti­bile è ancora una volta al cen­tro di quello che ormai si può defi­nire un caso nazio­nale, dato che per alcuni giorni è spa­rito dalla circolazione.

Secondo alcuni sarebbe stato arre­stato, secondo altri sarebbe invece, meno eroi­ca­mente, scap­pato. Alla fine il mistero è rima­sto, ma quanto meno l’abate è ricom­parso, facen­dosi foto­gra­fare un po’ da chiun­que men­tre com­me­mo­rava i morti nella tra­ge­dia di Tia­n­jin (forse ha saputo del mes­sag­gio «cinese» di papa Fran­ce­sco e non ha voluto essere da meno).

All’abate non manca il ritmo: sa bene quando è il momento di uscire allo sco­perto, per cavarsi d’impiccio e magari uscire indenne dall’ennesimo fuoco. Di sicuro il suo riap­pa­rire con il volto teso e rac­colto nella con­cen­tra­zione del lutto, potrebbe gio­care a suo favore dal punto di vista dell’immagini. È pro­ba­bile –però — che i solerti fun­zio­nari del Par­tito che l’hanno messo sotto inchie­sta si fac­ciano com­muo­vere molto meno.

Andiamo con ordine: il “Glo­bal Times”, quo­ti­diano uffi­ciale in lin­gua inglese del Par­tito comu­ni­sta, voce non certo indi­pen­dente, riporta così i fatti: «Lo scan­dalo ses­suale riguar­dante l’abate del Tem­pio di Shao­lin, Shi Yon­g­xin, si è inten­si­fi­cato dopo che un seguace ha divul­gato ulte­riori ele­menti di prova a soste­gno della sua affermazione».

Shi Zhen­gyi, il dela­tore che afferma di essere un ex seguace del Tem­pio di Shao­lin nella pro­vin­cia cen­trale cinese dello Henan, «ha pub­bli­cato un arti­colo su vari forum online dicendo che l’abate intrat­ter­rebbe rap­porti ses­suali con molte donne e avrebbe dei figli illegittimi».

Shi Zhen­gyi — l’accusatore — non si sarebbe fer­mato ad un post on line, ma avrebbe anche divul­gato altre prove per dimo­strare «che l’abate fu espulso dal Tem­pio Shao­lin nel 1988, e ha for­nito infor­ma­zioni circa l’identità di una donna che è pre­su­mi­bil­mente la madre del figlio ille­git­timo di Shi Yon­g­xin». «Con tutte que­ste prove, per­ché Shi Yon­g­xin non si pre­senta per fare un test di pater­nità?» ha detto Shi Zhen­gyi ai media.

Shi Yon­g­xin non è nuovo a que­ste accuse: nel 2013 il quo­ti­diano spa­gnolo El Perio­dico ha rife­rito di un’amante dell’abate, una stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria di Pechino, e di un figlio che vive in Ger­ma­nia. Il Tem­pio allora respinse in modo fermo le accuse. Shi Zhen­gyi nel suo arti­colo defi­ni­sce l’abate una «tigre», appel­la­tivo spesso uti­liz­zato in rife­ri­mento agli alti fun­zio­nari cor­rotti.
«Secondo quanto ripor­tato, le figlie e i nipoti dell’abate vivreb­bero con la madre di Shi Yon­g­xin nella pro­vin­cia dell’Anhui». Nei giorni scorsi le voci sono diven­tate una valanga di veleno, finendo per occu­pare anche i palin­se­sti della Cctv, la tv nazio­nale. Del resto il Tem­pio di Shao­lin ha una sto­ria con­torta alle spalle, per­ché più volte non ha avuto vita facile in Cina.

L’ultimo attacco avvenne durante la Rivo­lu­zione cul­tu­rale, quando la pra­tica del kung venne con­dan­nata «come deca­denza reli­giosa» e il Tem­pio fu quasi lasciato morire da Pechino. Ma come ha scritto il Tele­graph, «nell’abbraccio entu­sia­sta dello spi­rito com­mer­ciale cinese del 21° secolo, l’abate Shi ha gui­dato il Tem­pio verso nuovi per­corsi lucra­tivi, isti­tuendo il «mar­chio» Shao­lin, la crea­zione di avam­po­sti stra­nieri e alle­stendo tour con squa­dre di monaci guer­rieri alta­mente coreografici».

Tor­nando all’attualità, nelle set­ti­mane scorse si diceva che Shi avrebbe usato un viag­gio orga­niz­zato all’estero «per scap­pare dalla Cina e sfug­gire così alle accuse esplo­sive di appro­pria­zione inde­bita di denaro». Ma la noti­zia più rile­vante arriva dalla Cina, per­ché nono­stante il sospetto che molte voci sulle peri­pe­zie ses­suali dell’abate non siano veri­fi­cate, è stato comun­que aperta un’inchiesta uffi­ciale: «Il nostro uffi­cio prende que­sta sto­ria con asso­luta serietà e chia­rirà rapi­da­mente la situazione…per garan­tire una cor­retta com­pren­sione della que­stione», ha dichia­rato il Dipar­ti­mento degli Affari Reli­giosi in un avviso pub­bli­cato sul sito gover­na­tivo della città.

Nono­stante le pole­mi­che che ha dovuto affron­tare da quando è diven­tato abate nel 1999, «Shi ha già ope­rato con la bene­di­zione delle auto­rità, è stato mem­bro del Con­gresso Nazio­nale del Popolo e vice­pre­si­dente dell’Associazione Sta­tale Bud­d­hist Asso­cia­tion of China».

Forse — come ha scritto il “Glo­bal Times — «l’abate gode di grande pre­sti­gio e di un forte soste­gno pub­blico nella sfera d’influenza del Tem­pio Shao­lin, il che ha spinto i suoi seguaci a pre­oc­cu­parsi del suo pre­sunto trat­ta­mento ingiu­sto. Ma le loro parole indi­cano una certa aggres­si­vità verso il pub­blico. Molte per­sone ora sup­pon­gono che que­sto atteg­gia­mento possa ben riflet­tere lo stile di vita e di lavoro del Tempio».

La rispo­sta alla domanda se Shi sia effet­ti­va­mente col­pe­vole, scrive il “Glo­bal Times, arri­verà con l’inchiesta e a quel punto biso­gnerà vedere «l’opinione che la gente avrà del bud­di­smo per molto tempo a venire».

Simone Pieranni

Accogliere i profughi, salvare l’Europa

Autore: liberospirito 19 Ago 2015, Comments (0)

Sempre sul tema riguardante profughi e migranti proponiamo l’intervento di Guido Viale apparso su “Il manifesto” di ieri. Parole che condividiamo e che esprimono la dose minima di buon senso richiesta di fronte a simili circostanze. Ma purtroppo di questi tempi il buon senso sembra divenuto un bene raro.

immigrati

Profughi e migranti sono due categorie di persone che oggi distingue solo chi vorrebbe ributtarne in mare almeno la metà: fanno la stessa strada, salgono sulle stesse imbarcazioni che sanno già destinate ad affondare, hanno attraversato gli stessi deserti, si sono sottratte alle stesse minacce: morte, miseria, fame, schiavitù sapendo bene che con quel viaggio, che spesso dura anche diversi anni, avrebbero continuato a rischiare la vita e la loro integrità. I profughi e i migranti che partono dalla Libia per raggiungere Lampedusa o le coste della Sicilia non sono libici: vengono dalla Siria, o dall’Eritrea, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Niger o da altri paesi subsahariani sconvolti da guerre, dittature o da entrambe le cose. I profughi e i migranti che partono dalla Turchia per raggiungere un’isola greca o il resto dell’Europa attraversando Bulgaria, Macedonia e Serbia non sono turchi (solo qualche curdo lo è per caso): sono siriani, afgani, iraniani, iracheni, palestinesi e fuggono tutti per gli stessi motivi. Sono anche di più di quelli che si imbarcano in Libia; ma nessuno ha ancora proposto di invadere la Turchia, o di bombardarne i  porti, per bloccare quell’esodo prima che si imbarchino, come si sta invece proponendo di fare in Libia, fingendo che questa sia la strada per risolvere il “problema profughi”. Perché non si concepisce niente altro che la guerra per affrontare un problema creato dalle guerre: guerre che l’Europa, o qualcuno dei sui Stati membri, ha contribuito a scatenare; o a cui ha assistito compiacente; o a cui ha partecipato con propri contingenti. Meno che mai ci si propone di andare a “risolvere” le situazioni siriana, o irachena, o afghana, già compromesse dalle “nostre” guerre, come si pensa invece di “sbloccare” quella libica. Bombardare i porti della Libia, o occuparne la costa per bloccare quell’esodo, non è, nella mente di chi ne propone o ne invoca la realizzazione, o ne attende con impazienza l’autorizzazione, niente altro che il rimpianto di Gheddafi: degli affari che si facevano con lui e con il suo petrolio e del compito di aguzzino di profughi e migranti che gli era stato affidato con tanto di trattati, di finanziamenti e di “assistenza tecnica”. Dopo aver però contribuito a disarcionarlo e ad ammazzarlo contando – e sbagliando – sul fatto che tutto sarebbe filato liscio come e meglio di prima.

Già solo questo abbaglio, insieme agli altri che lo hanno preceduto, seguito o accompagnato – in Siria, in Afghanistan, in Iraq, in Mali o nella Repubblica centroafricana – dovrebbe indurci non a diffidare soltanto, ma a opporci con tutte le nostre forze, delle proposte e ai programmi di guerra di chi se ne è reso responsabile.

Ma coloro che propongono un intervento militare in Libia, o mettono al centro del “problema profughi” la lotta agli scafisti,non sanno bene che cosa fare. Tra l’altro, bloccare le partenze dalla Libia non farebbe che riversarne quel flusso sugli altri paesi della costa sud del Mediterraneo, tra cui la Tunisia, rendendo anche lì ancora più instabile la situazione. Ma soprattutto non dicono – e forse non pensano: il pensiero non è il loro forte – che cosa ci si propone con interventi del genere. Ma capirlo non è difficile: si tratta di respingere o trattenere quel popolo dolente, composto ormai da milioni di persone, in quei deserti che sono una via obbligata delle loro fughe, e che  hanno già inghiottito molte più vittime di più di quante non ne abbia annegato il Mediterraneo; magari appoggiandosi, come si è cominciato a fare con il cosiddetto processo di Khartum, a qualche feroce dittatura subsahariana perché si incarichi lei di farle scomparire. E’ il risvolto micidiale, ma già in atto, dell’ipocrisia che corre da tempo in bocca ai nemici giurati dei profughi: “aiutiamoli a casa loro”.

Invece bisogna aiutarli a casa nostra, in una casa comune che dobbiamo costruire insieme a loro. Non c’è alternativa al loro sterminio, diretto o per interposta dittatura, o per entrambe le cose. Il primo passo da compiere è prenderne atto. Smettere di sottovalutare il problema, come fanno quasi tutte le forze di sinistra, e in parte anche la chiesa, pensando così di combattere o neutralizzare l’allarmismo di cui si alimentano le destre. Certo, 50.000 profughi (quanti ne sono rimasti di tutti quelli che sono sbarcati l’anno scorso in Italia) su 60 milioni di abitanti, o 500mila (quanti ne ha ricevuti l’anno scorso l’Unione Europea) su 500 milioni di abitanti non sono molti. Ma come si vede, soprattutto per il modo in cui vengono “gestiti”, cioè maltrattati, sono già sufficienti a creare allarmi e insofferenze insostenibili. Ma non bisogna dimenticare che quelli di quest’anno e degli ultimi anni non sono che l’avanguardia di altri milioni di profughi stipati nei campi del Medioriente e del Maghreb, o in arrivo lungo le rotte desertiche dai paesi subsahariani, che non possono – e non vogliono – restare dove sono. Vogliono raggiungere l’Europa e in qualche modo si sentono già cittadini europei, anche se non per questo dimenticano il loro paese di origine e il desiderio di farvi ritorno quando se ne presenteranno di nuovo le condizioni.

L’Unione europea, in mano all’alta finanza e agli interessi commerciali del grande capitale tedesco ha concentrato le sue politiche e i suoi impegni nel far quadrare i bilanci degli Stati membri a spese della popolazione e nel garantire che le sue grandi banche uscissero comunque indenni dalla crisi. Così, anno dopo anno, ha permesso o concorso a far sì che ai suoi confini si creassero situazioni di guerra, di caos permanente, di dissoluzione dei poteri statali, di conflitti per bande di cui l’ondata di profughi e di migranti, senza più futuro nei loro paesi,è la prima e più diretta conseguenza. Non saranno altre guerre, e meno che mai una politica feroce quanto vana di respingimenti, a mettere fine a questo stato di cose che le istituzioni dell’Unione non riescono più a governare né all’esterno né all’interno dei suoi confini. A riprendere le fila di quei conflitti, e di quello che si sta producendo a causa degli sbarchi e degli arrivi, non può che essere un nuovo protagonismo di quelle persone in fuga nella definizione di una prospettiva di pace nei paesi da cui sono fuggiti. Ma questo, solo se saranno messe in condizione di organizzarsi e di contare come interlocutori principali, insieme ai loro connazionali già insediati da tempo sul suolo europeo e a tutti i nativi europei che sono disposti ad accoglierli e a impegnarsi direttamente per alleviare le loro sofferenze; e che sono ancora tanti anche se i media non vi dedicano alcuna attenzione.

Bisogna “accoglierli tutti”, come ha raccomandato più di un anno fa Luigi Manconi in un libretto che ne condensa l’esperienza di combattente per i diritti umani; dare a tutti di che vivere: cibo, un tetto decente, la possibilità di autogestire la propria vita, di andare a scuola, di curarsi, di lavorare e di guadagnare. Ma non sono troppi, in un paese e in un continente che non riesce a garantire queste cose, e soprattutto lavoro e reddito, ai suoi cittadini? Sono troppi per le politiche di austerity in vigore nell’Unione e imposte a tutti i paesi membri; quelle politiche che non riescono e non vogliono più a garantire queste cose a una quota crescente dei suoi cittadini e per questo scatenano la cosiddetta “guerra tra i poveri”. Ma non sono troppi rispetto a quella che potrebbe ancora essere la più forte economia del mondo, se solo investisse, non per salvare le banche e alimentare le loro speculazioni, ma per dare lavoro a tutti e riconvertire, nei temi necessari per evitare un disastro irreversibile e di dimensioni planetarie, tutto il suo apparato economico e produttivo, e le sue politiche, in direzione della sostenibilità ambientale. Il lavoro, se ben orientato, è ricchezza. D’altronde l’alternativa a una svolta del genere non è la perpetuazione di un già ora insopportabile status quo, ma uno sterminio ai confini dell’Unione e la vittoria, al suo interno, delle forze autoritarie e scopertamente razziste che crescono indicando nei profughi, ma anche in tutti gli immigrati, nei loro figli e nei loro nipoti, il nemico da combattere. E se non direttamente di quelle forze, certamente delle loro politiche fatte proprie da tutte le altre.

Così il problema creato dai profughi, non previsto e non affrontato dalla governance dell’Unione, perché o non ha né posto né soluzione nel quadro delle sue politiche attuali, può diventare una potente leva per scardinarle a favore del progetto di un grande piano per creare lavoro per tutti e per realizzare la conversione ecologica dell’economia: due obiettivi che in una prospettiva di invarianza del quadro attuale non hanno alcuna possibilità di essere realizzati. E’ a noi italiani, e ai greci, che tocca dare inizio a questo movimento. Perché siamo i più esposti: le vittime designate del disinteresse europeo.

Guido Viale

Terra promessa e moltitudini migranti

Autore: liberospirito 11 Ago 2015, Comments (0)

migranti

E’ notizia dell’altro giorno che l’esercito egiziano ha consentito a una pattuglia israeliana di entrare nel Sinai (quindi in territorio a sovranità egiziana) per arrestare migranti eritrei e sudanesi che tentavano di entrare in Israele. Secondo informazioni provenienti dall’Human Rights Watch negli ultimi anni sono migliaia i migranti africani arrestati, torturati, deportati, vittime di traffici o uccisi in quella terra che una volta qualcuno chiamava promessa. Colpisce anche la piena sinergia di intenti da parte degli eserciti egiziani e israeliani, nemici o avversari su tante cose, ma affratellati nell’infierire contro le moltitudini migranti.

Tale affratellamento persecutorio fra opposti del resto lo riscontriamo anche in Italia. E’ sempre dell’altro giorno la notizia della piena sintonia sulle politiche anti-migranti che accomuna il fascioleghismo di Salvini e i cosiddetti cittadini del Movimento 5 stelle. Proprio quando i dati dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) attestano – dati alla mano – che in Italia vi è una media di 1 rifugiato ogni mille abitanti, mentre in Francia ce ne sono 4 e in Svezia oltre 14 (sempre ogni mille abitanti). E’ possibile che mille persone non possano creare uno spazio per accoglierne una sola?

Sarebbe bene che qualcuno cominciasse a dire a voce alta che ci troviamo dinanzi a processi storici che vanno di gran lunga oltre l’ordinario, fenomeni di portata epocale, biblica appunto, verso cui necessitano risposte anch’esse fuori dall’ordinario e di portata epocale, per una terra promessa a tutti i senzaterra e senzapatria. Che lo si voglia o no siamo dinanzi alla caduta di un altro impero d’Occidente e, come ebbe a dire un po’ di anni fa Serge Latouche, “abbiamo l’incredibile privilegio di assistere in diretta al crollo della nostra civiltà”.  Provare a ragionare al di fuori di questa prospettiva è un esercizio di miopia, forse consolatorio, ma che alla fine si pagherà caro.

Indigeni

Autore: liberospirito 9 Ago 2015, Comments (0)

indigenous-peoples

E’ vero, le giornate dedicate a un qualche anniversario, istituite da questa o quella organizzazione internazionale, possono lasciare perplessi: c’è il pericolo di cadere nell’ufficialità calata dall’alto, nella retorica che non smuove un filo d’erba, se non peggio. Ciononostante ci sembra giusto a volte ricordare qualche ricorrenza, se non altro perchè può essere un’occasione per invitare a una pausa di riflessione. Oggi 9 agosto è la Giornata Internazionale dei Popoli indigeni indetta dall’ONU.

Per tale occasione l’Associazione per i Popoli Minacciati (http://www.gfbv.it/) ha pubblicato un nuovo rapporto sulla situazione degli attivisti indigeni. In esso si dice che per gli attivisti indigeni di tutto il mondo chiedere il rispetto dei propri diritti o protestare per la salvaguardia delle proprie terre significa letteralmente rischiare la vita. In molte parti del mondo, alzare la voce a favore delle popolazioni indigene comporta la concreta probabilità di diventare vittima di assassinii di stato, di arresti arbitrari, di essere condannati a lunghe pene detentive ingiustificate, di subire torture o gravi limitazioni della libertà di movimento e di parola.

Il nuovo rapporto dell’APM mette in evidenza le pratiche adottate da governi e multinazionali per assicurarsi profitti economici senza riguardo delle comunità indigene e delle loro terre. Il rapporto analizza la situazione di dieci paesi in Asia, Centroamerica, Sudamerica e nella federazione Russa, mostrando le metodologie violente, prive di scrupoli messe in campo da latifondisti, governi e multinazionali per realizzare megaprogetti per lo sfruttamento di risorse naturali quali petrolio, gas, minerali, legname, ma anche di costruzione di dighe o per favorire il traffico di droga.

E’ importante sottolineare che i membri delle comunità indigene sono al contempo attivisti per l’ambiente particolarmente motivati, proprio perché la loro sopravvivenza come comunità dipende in gran parte dall’ambiente: la loro agricoltura sostenibile e i fortissimi legami con la propria terra, da cui traggono il senso di appartenenza comunitaria, dipendono dal rispetto per la natura e l’ambiente. Viceversa la realizzazione di megaprogetti sulla loro terra implica la distruzione dell’ambiente, l’avvelenamento dei terreni e spesso la messa in fuga o la deportazione delle comunità indigene che ci vivono. Per questi uomini e queste donne ciò significa cadere nel baratro della povertà estrema, delle malattie, della perdita dei legami comunitari e delle proprie radici culturali e spirituali. Va pure ricordato che storicamente i popoli indigeni si sono sempre opposti a qualsiasi tentativo da parte degli estranei di definire la loro identità o influenzare le loro strutture tradizionali di governance.

Per tutto questo ricordiamoci dei popoli indigeni e dei loro diritti calpestati: oggi 9 agosto, giornata a loro dedicata, ma, ovviamente, non solo oggi…