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Archivi: giugno 2015

Religione e libertà: il convegno

Autore: liberospirito 27 Giu 2015, Comments (0)

Rimandiamo ancora l’informazione – già postata il mese scorso – riguardante il convegno organizzato proprio da noi, il gruppo di uomini e donne che cura questo blog e il sito annesso.

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Ecco, per esteso, il programma:

RELIGIONE E LIBERTA’ – Ricerca, sconfinamenti, trasgressioni per una spiritualità contemporanea

Il bisogno interiore di una spiritualità rinnovata, aperta all’attualità (dalla politica, all’ecologia, fino alle questioni di genere e di specie ecc.) e, contemporaneamente, la crisi di fiducia rispetto alle istituzioni religiose, spingono sempre più uomini e donne verso pratiche che vedono la religione come ricerca di libertà e la  libertà come  ricerca di religione.

Interventi:

Federico Battistutta: La religione dopo le religioni

Elizabeth Green: Il riciclo cristiano: dalla teologia femminista al pensiero queer

Mauro Chiappini: Inattualità di David Lazzaretti nella modernità

Monica Giorgi: La clown di dio: a tu per tu con Simone Weil

Introduce e modera il dibattito (fra i relatori e con il pubblico): Valerio Pignatta

Dove: presso la Sala Consiliare, Palazzo Comunale, piazza Indipendenza, 30 – Arcidosso (GR), con il seguente orario: h 10:00/12:30 – 14:30/18:00.

Per ogni informazione:  [email protected]  oppure tel. 0564.984107

I migranti e la profezia di Pasolini

Autore: liberospirito 20 Giu 2015, Comments (0)

E’ risaputo che la Repubblica di Platone prevedeva l’espulsione dei poeti. Questo motivo lo si ritrova spesso nella storia, anche se non in forma esplicita. I poeti dicono a volte cose che i politici non vogliono sentire. Come in questi versi di Pasolini, non a caso un poeta espulso e messo a morte dal consorzio civile. E a leggerla oggi – scorrendo le notizie dei giornali sull’esodo delle genti d’Africa verso l’Europa – sconcerta: la parola “profezia” è quella che la descrive meglio e, infatti, proprio questo è il suo titolo esatto. Moravia nella sua orazione funebre, mentre passava la bara di Pasolini, così gridava: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tantissimi nel mondo… ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo; quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno, come poeta. Il poeta dovrebbe essere sacro!” Un’ultima osservazione: se si presta attenzione anche alla dimensione grafica della poesia  (scritta probabilmente nel 1962 e pubblicata nel volume Poesia in forma di rosa nel 1964) si noterà che prende la forma di una croce ripetuta per tre volte.

Pasolini in borgata

Profezia
Pier Paolo Pasolini

 

A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri.

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci,
asiatici, e di camice americane.
Subito i Calabresi diranno,
come malandrini a malandrini:
“Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica,
voleranno davanti alle willaye.

 Essi sempre umili
Essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie…

… deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì
dagli occhi azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere —
usciranno dal fondo del mare per aggredire — scenderanno
dall’alto del cielo per derubare — e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare ad essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
— distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento…

Le vedute senza fine di Hokusai

Autore: liberospirito 16 Giu 2015, Comments (0)

Presi dall’offrire spazio adeguato alle numerose emergenze del nostro tempo, ci siamo accorti che su questo blog – un po’ in contrasto con l’intenzione di partenza – scarseggiano materiali dedicati al dialogo Oriente /Occidente, solcando quell’asse che crea ponti fra esperienze culturali e religiose differenti. Di tanto in tanto proviamo a colmare tale mancanza. Lo facciamo, in questo caso, segnalando una mostra molto interessante presente a Lodi. Il contributo che proponiamo proviene da un altro blog di cui abbiamo già parlato – artenatura.altervista.org – che esplora, con senso critico e adeguata passione, le esperienze artistiche del presente come del passato.

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«Anche se fantasma me ne andrò per diletto sui prati d’estate»

L’arte occidentale, perlomeno da quando è in uso questo termine, ha posto al centro della sua attenzione l’essere umano. La visione antropocentrica è stato il perno intorno al quale ha ruotato – quando più, quando meno, tutta la cultura occidentale, portando questa visione fino alle sue estreme conseguenze, positive e negative. Anche se non siamo grandi conoscitori d’arte orientale crediamo di poterci permettere di dire che questo stesso atteggiamento non ha caratterizzato l’espressione artistica del mondo  orientale dove uomini e donne sono parte delle tante creature che compongono la grande natura.

Introduciamo così una bella mostra del grande pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai (Edo, 1760 – 1849) le cui opere furono fonte d’ispirazione per molti  artisti europei – Claude Monet, Vincent Van Gogh, Paul Gauguin … – che certamente cercavano nella leggerezza dell’arte giapponese un giusto contrappeso.

La raccolta Cento vedute del Monte Fuji fu il suo ultimo incompiuto lavoro, quasi un testamento spirituale, a proposito del quale scrisse: « Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e sono cinquant’anni che pubblico disegni; tra quel che ho raffigurato non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré anni ho a malapena intuito l’essenza della struttura di animali ed uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Dichiarato da Manji il vecchio pazzo per la pittura».

100 vedute del Fuji – 100 modi di parlare di Dio senza mai nominarlo è la mostra- curata con estrema competenza da Bruno Gallotta – visitabile fino al 24 giugno presso la ex “chiesa dell’Angelo” in via Fanfulla a Lodi.

All’esposizione delle cento vedute riprodotte sono affiancati gli interessanti scritti di Bruno Gallotta che accompagnano il visitatore, immagine dopo immagine, in un affascinante viaggio interpretativo dell’opera di Hokusai. Questa sorta di “voce fuori campo” guida il nostro sguardo a osservare con attenzione, a non tralasciare nessun particolare, perché nulla era casuale nell’opera del grande maestro, e ci propone una interessante esegesi del testamento spirituale per immagini composto dall’artista giapponese.

L’opera originale si presenta sotto forma di tre volumetti xilografici di cm. 23 X16, rilegati alla maniera dei libri popolari giapponesi di quel periodo e la si può vedere in mostra in una bacheca al centro dello spazio espositivo.

Grande pregio di questa operazione culturale, assolutamente degna di nota, è quello di accompagnare per mano il visitatore lungo un percorso  che, passo dopo passo, apre alla visione di un mondo che ci si mostra nella sua grande poesia.

“La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. Questo motto – proveniente, a quanto pare, dagli ambienti anarchici francesi dell’Ottocento – ben sottolinea come l’ironia da sempre sia un’arma affilata contro il potere. Contro tutti i poteri, anche quelli più sanguinari. A seguire un articolo (l’originale è in tedesco) apparso da poco sul sito di “Micromega” che mostra come il clichè, molto diffuso, secondo cui i musulmani non avrebbero senso dell’umorismo (e di conseguenza la satira sarebbe loro estranea) sia un luogo comune da smontare. Dedichiamo questo testo a Wolinski e agli altri disegnatori di “Charlie Hebdo” , morti sotto la furia omicida dell’intolleranza religiosa.

satira musulmana

Terroristi, combattenti, jihadisti: per Osama Hajjaj i sostenitori del cosiddetto Stato islamico (Is) non sono niente di tutto ciò. Per il vignettista giordano gli appartenenti al gruppo terroristico che hanno ingaggiato una battaglia sia reale sia virtuale per l’autoproclamato califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, sono semplicemente dei “vigliacchi”. Una parola che esprime tutto il suo disprezzo. Per la furia distruttrice dell’Is, per la sua appropriazione dei simboli islamici e per la sua brutalità.

Ma Hajjaj, 41 anni, non sarebbe quello che è se si occupasse dell’Is solo a parole: l’Is è un oggetto costante delle sue vignette. “Voglio smascherare questa gente e chiarire che l’Is non rappresenta l’islam”, spiega.

Per farlo egli ricorre a immagini semplici ma allo stesso tempo molto efficaci: in una cinque ostaggi sono in ginocchio con il capo chino davanti a militanti dell’Is intabarrati nei loro vestiti neri. Quattro di loro tengono un coltello in mano, uno legge un testo. È lo scenario ormai in qualche modo cinicamente “classico” dei video delle esecuzioni, che l’Is pubblica instancabilmente. Nella vignetta però i corpi degli ostaggi compongono la parola “islam” in arabo. Quel che in questa vignetta Hajjaj mette in evidenza non è solo l’appropriazione della religione, ma anche le vittime musulmane dell’Is, che molto spesso i mass media non prendono in considerazione. Islam non significa terrore

Con immagini come questa Hajjaj intende mostrare ai musulmani e ai potenziali simpatizzanti dell’Is, ma anche all’opinione pubblica non musulmana, che l’organizzazione terroristica non è sinonimo di religione islamica. E tuttavia nella sua patria, la Giordania, Hajjaj con queste vignette non si fa solo degli amici, anche se, come racconta lui stesso, dopo il brutale assassinio del pilota giordano Mouath al-Kasasbeh dal popolo si è levato pubblicamente un urlo improvviso. “Ma purtroppo”, continua, “ci sono anche qui persone che, direttamente o indirettamente, sostengono l’Is perché sono convinti che la loro ideologia rappresenti il vero islam”.

Hajjaj continua a ricevere minacce di morte, ma non si fa intimidire: “La libertà di espressione è un diritto umano. Impedire che le persone utilizzino questo diritto è l’apice della barbarie”. Testardamente Hajjaj pubblica vignette su Facebook quasi ogni giorno: “Uso i social network per raggiungere quante più persone possibile e indurle, in modo divertente e sarcastico, a occuparsi di questioni politiche e sociali”.

L’ironia come ultima arma contro il terrore dell’Is? Il vignettista egiziano Hicham Rahma la usa in maniera del tutto intenzionale: una delle sue vignette mostra due militanti dell’Is che mangiano un’anguria. Arriva un terzo e scambia i due pezzi di anguria in bocca ai suoi compagni per dei sorrisi, e pensa che si siano convertiti alla miscredenza. Per cui non indugia oltre, e spara.

“Questi fondamentalisti”, spiega Rahma, “hanno bisogno di regole e divieti per qualunque cosa. Con la risata e l’umorismo non ci sanno proprio fare. Come il suo collega giordano Hajjaj, anche Rahma, 32 anni, considera la libertà di espressione un diritto umano fondamentale, e anche lui usa la Rete come piattaforma.

Se in Rete così come anche sui media arabi si guarda al di là delle notizie dell’orrore proclamate dai titoli, si trovano non solo vignette sull’Is: canali televisivi iracheni, libanesi e palestinesi trasmettono dei video satirici sul gruppo terroristico, su Twitter vengono diffusi perfidi collage su Abu Bakr al-Baghdadi. L’autoproclamato califfo la scorsa estate ha attirato su di sé lo scherno di molti musulmani nel mondo arabo, quando durante il suo “discorso di insediamento” dalla manica della sua modesta veste sbucava un orologio luccicante. La risposta si chiama satira

All’offensiva mediatica dell’Is, che si concretizza soprattutto con film e video prodotti in maniera professionale, giovani arabi e arabe rispondono con una satira incisiva, anch’essa in in forma di video. Tra gli esempi migliori spicca “The Prince”, realizzato a Gaziantep, città turca al confine con la Siria. Si vede Abu Bakr al-Baghdadi seduto in macchina sul ciglio di una strada mentre smanetta con lo smartphone. Flirta su Whatsapp con una miscredente, mentre sorseggia un bicchiere di vino e ascolta musica pop araba alla radio.

All’improvviso salta fuori un combattente marocchino e al-Baghdadi gira subito la radio su una frequenza che trasmette canzoni religiose sui martiri, mette via il bicchiere di vino e ne prende uno di latte e nasconde lo smartphone. Il marocchino dice euforico di voler andare a Gerusalemme e in paradiso. “Lì troverai ragazze bianche, bionde, verdi e nere”, gli dice il califfo mentre gli stringe una cintura-bomba. Non appena l’attentatore si allontana e si sente la bomba esplodere, le canzoni religiose e il latte vengono di nuovo sostituiti da musica pop e vino.

Quattro giovani rifugiati siriani si celano dietro questo video, che ha portato loro non solo minacce, costringendoli a cambiare domicilio, ma anche molta visibilità tanto che hanno aperto un proprio sito web e un canale YouTube pieno di parodie.

Anche Anas Marwah, siriano che studia in Canada a Ottawa, e i suoi colleghi palestinesi Maher Barghouthi e Nader Kawash sono attivi su Youtube. Nel video “Weekly show” mettono in scena uno spot del nuovo “iPhone ISIS 9 Air”, il cui diario facilita l’annotazione delle vittime, su cui è preinstallato il manuale dell’Is con consigli sulle armi e che rende la localizzazione dei miscredenti più facile che mai. Tutto in stile Apple. I video di Marwah e dei suoi colleghi, pubblicati in inglese e arabo, hanno ottenuto più di 20mila visualizzazioni.

Un pubblico simile ha anche il Panarabian Enquirer, il corrispondente mediorientale della rivista satirica Der Postillion. Gli autori non si fermano di fronte a nessun tabù pur di ridicolizzare gli attivisti dell’Is: un capo dell’Is di nome Al Kufari (“il miscredente”) riferisce in una finta conferenza stampa che l’uccisione degli omosessuali è dovuta al fatto che la bellezza dei loro corpi stimola in lui pensieri peccaminosi. Per riprendersi dalla guerra contro l’immoralità che ha condotto in vari paesi empi adesso deve frequentare ogni giorno una sala massaggi per soli uomini.

L’Is come caricatura di se stessa: un fenomeno casuale, dovuto solo alle possibilità tecnologiche e alle dinamiche innescate dai social network? Non solo. L’incessante flusso di vignette, video e satira mostra anche che per molti musulmani la misura è colma e si difendono così contro la hybris dell’Is e la sua appropriazione dei loro valori e simboli. “La satira è l’ironia che ha perso la pazienza”, diceva già Kurt Tucholsky. E anche Osama Hajjaj non vede nessuna ragione per avere pazienza. Continuerà a fare satira sul gruppo terroristico. Per lui è chiaro: “L’Is non ha nessuna dignità”.

Katharina Pfannkuch