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Archivi: maggio 2015

Ne parleremo anche in seguito, sicuramente. Comunque cominciamo col darne la notizia, come si suol dire, in anteprima. Ci riferiamo a un convegno che si svolgerà il 4 luglio (tra poco più di un mese, quindi) ad Arcidosso (provincia di Grosseto), nel cuore dell’Amiata, organizzato proprio da noi: Comunità di ricerca LIBEROSPIRITO. Qualcuno potrebbe aggiungere: “intervenite numerosi!”; più sommessamente ci limitiamo a dire che potrebbe essere una buona occasione, per chi segue questo blog (e sito connesso), per conoscersi, incontrarsi di persona, scambiare idee, impressioni, ecc.

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Ecco, in breve, il programma:

RELIGIONE E LIBERTA’ – Ricerca, sconfinamenti, trasgressioni per una spiritualità contemporanea

Il bisogno interiore di una spiritualità rinnovata, aperta all’attualità (dalla politica, all’ecologia, fino alle questioni di genere e di specie ecc.) e, contemporaneamente, la crisi di fiducia rispetto alle istituzioni religiose, spingono sempre più uomini e donne verso pratiche che vedono la religione come ricerca di libertà e la  libertà come  ricerca di religione.

Interventi:

Federico Battistutta: La religione dopo le religioni

Elizabeth Green: Il riciclo cristiano: dalla teologia femminista al pensiero queer

Mauro Chiappini: Inattualità di David Lazzaretti nella modernità

Monica Giorgi: La clown di dio: a tu per tu con Simone Weil

Introduce e modera il dibattito (fra i relatori e con il pubblico): Valerio Pignatta

Dove: presso la Sala Consiliare, Palazzo Comunale, piazza Indipendenza, 30 – Arcidosso (GR), con il seguente orario: h 10:00/12:30 – 14:30/18:00.

Per ricevere il programma e ogni altra informazione:  [email protected]  – tel. 0564.984107

Il 9 di maggio ha preso avvio la Biennale Arte di Venezia. Per l’occasione un artista di nazionalità svizzera (Cristoph Büchel) ha preparato un’installazione che ha subito suscitato una serie di polemiche. Büchel non è nuovo a operazioni del genere: il suo obiettivo, infatti, è quello di denunciare – attraverso un lavoro di satira e di demistificazione – le contraddizioni presenti nelle forze ideologiche dominanti. Ma che cosa c’entra tutto ciò con la religione e la libertà? Per capirlo ecco un articolo proveniente dal sito www.italialaica.it, a firma di Luigi Urettini. 

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L’artista svizzero Christoph Buchel è stato incaricato dall’Islanda di gestire il suo Padiglione per la Biennale d’Arte di Venezia.

Buchel ha preso in affito la chiesa di Santa Maria della Misericordia, di proprietà privata e chiusa dal 1969, per farne un’istallazione: “The Mosque: the first mosque in the historic city of Venice” (La prima moschea nella città storica di Venezia). Installazione che, come ha detto il presidente della comunità islamica di Venezia, Amin Al Adhab, è riuscita a “scaldare i cuori di 20 musulmani”.

All’interno c’è il mihrab che indica la direzione della Mecca, il pulpito per l’iman, tappeti e iscrizioni coi versetti del Corano. Chiunque può entrare, togliendosi le scarpe, come d’uso.

C’è stata una provocazione: un visitatore, leghista, non ha voluto togliersi le scarpe, dicendo che quello era un padiglione della Biennale e non una moschea. Subito i leghisti e i neofascisti del Fronte Nazionale hanno inscenato una manifestazione contro i musulmani.

La Curia ha protestato perché non è stato chiesto il suo permesso per trasformare una Chiesa cattolica in una Moschea. Da notare che nella Chiesa della Misericordia non si celebrano più dal 1969 riti della religione cattolica, e, anzi,  è stata venduta a privati. Nessuno è in grado di dire se sia ancora consacrata!

Il Comune, commissariato dopo i fatti del Mose, ha tirato fuori un cavillo giuridico: non è stato chiesto il “cambio d’uso”! Il Prefetto si appella a questioni di sicurezza: il luogo, aperto al pubblico, si presta a provocazioni di estremisti!

Si dà tempo all’artista svizzero di sgombrare entro il 20 maggio. Conoscendo il gusto per la provocazione di Christoph Buchel, si dovrà ricorrere ai celerini!

La realtà è che tra poche settimane ci saranno le elezioni regionali e per il Comune di Venezia l’antislamismo paga sempre! Stupisce invece la posizione della Curia che si oppone all’uso religioso, islamico, di una Chiesa chiusa da quarant’anni e venduta a privati. Come se a Venezia mancassero le chiese. Ma l’attuale patriarca, successore del ciellino Scola, è un tradizionalista, ben lontano dalle idealità ecumeniche di Papa Francesco.

Certo, sarebbe vergognoso che una città cosmopolita come Venezia, dove ci sono ben tre sinagoghe, una chiesa ortodossa e una armena, si vietasse l’uso temporaneo di una moschea: occorrevano gli islandesi per far scoppiare una simile contraddizione!

Luigi Urettini

Il fiore delicato dell’alterità

Autore: liberospirito 18 Mag 2015, Comments (0)

Riportiamo il commento apparso su “Il manifesto” di ieri a proposito della manifestazione svoltasi a Bologna dalle comunità rom e sinti in difesa dei propri diritti, contro ogni forma di intolleranza e di xenofobia. L’autore è Raffaele K. Salinari.

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Un apologo tibetano dice: vidi da lontano avvicinarsi una figura indistinta; prima pensai che si trattasse di una bestia feroce ma, quando fu più vicina, intravidi la sagoma di un esser umano, poi infine capii che era mio fratello. La manifestazione delle etnie Rom e Sinti che si è svolta ieri a Bologna, vuole incarnare nelle sue forme attuali questo tema dell’alterità, cioè della necessità, per un modello di civilizzazione come quello che ci impone la globalizzazione, di riconoscere come costitutivo della nostra identità personale e collettiva sia ciò che differenzia sia ciò che unisce tra loro le diversità culturali, pena una montante barbarie che, alla fine, non risparmierà nessuno e nessuna diversità, considerandole tutte come antitetiche le une alle altre. E da chi può scaturire con maggior chiarezza questo messaggio, questa messa in guardia contro le derive dei razzismi e delle xenofobie, se non da chi le vive ogni giorno, da chi le subisce nella carne viva della propria comunità costretta negli angusti spazi degradati, da chi osserva e denuncia con crescente preoccupazione i pregiudizi a diventare presupposti per le decisioni politiche?

Una marcia, più che una manifestazione, quella di Bologna, che ha voluto partire dalla periferia del capoluogo emiliano per arrivare nel centro della città a testimoniare, anche plasticamente, il lungo percorso di avvicinamento a quei diritti universali sempre proclamati in capo a tutti ma di fatto negati alla maggioranza dei Rom e dei Sinti. E però anche la scelta del luogo di ritrovo per gli interventi finali ha mostrato la prospettiva obliqua, lo sguardo nomade, al quale questa cultura ci propone di accostarci. La piazza scelta, infatti, è quella immediatamente vicina alla stazione ferroviaria, a testimoniare l’antica vicinanza col viaggio, la consuetudine ad appartenere solo al vento, ad un corpo storicamente erratico in una società che, pur nella sua supposta liquidità, ha ancora terribili problemi con di miscibilità con ciò che resta fluido, con le sue componenti essenzialmente e non solo forzatamente mobili. Questo scollamento tra ciò che è fisso e ciò che da sempre si rivendica in transito, riproduce nel microcosmo della situazione dei Rom e dei Sinti in Italia quella stessa grande contraddizione tra popoli nomadi e popoli stanziali che rappresenta una delle cifre con le quali si è affermata la modernità coloniale. La vittoria sul nomadismo, infatti, emblematizza la vittoria di chi può e deve controllare, verso chi sfugge alle frontiere tracciate dai poteri coloniali, alle divisioni forzose operate in nome degli interessi economici, la subalternità ontologica di chi rifiuta esistenzialmente quel «sorvegliare e punire» che già alla fine dell’800 fondava i pilastri dell’ordine economico attuale. Eppure è proprio nella rima tra nomadismo e stanzialità che nasce il fiore prezioso dell’alterità, il tempo dello scambio, della possibilità di uno sguardo reciproco che diventa così riguardo, rispetto. Quando alla fine, dai gradini della Porta di Piazza XX settembre, la data della nascita della nazione italiana, si è cantato l’inno di Mameli, sembrava che aleggiasse lo spirito, al tempo stesso di amore verso la propria appartenenza nazionale e di sottile ironia creativa verso una istituzione irrigidita nella sua rappresentazione ottocentesca, che accompagnò Jimi Hendrix durante l’esibizione dell’inno nazionale americano a Woodstock.

Raffaele K. Salinari

Dalla parte di Giuda

Autore: liberospirito 13 Mag 2015, Comments (0)

Le ultime elezioni politiche in Israele hanno visto naufragare definitivamente l’utopia sionista: il sogno è divenuto un incubo da cui è difficile risvegliarsi. Tutto ciò non solo per i palestinesi, ma anche per gli stessi israeliani. Che distanza da quanto, a suo tempo, sosteneva con forza Martin Buber – Israele come communitas communitatum, federazione di esperienze sociali, nel riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti dei popoli arabo ed ebraico. O da quello che scriveva Gershom Scholem al suo arrivo in terra di Palestina: “Vogliamo la rivoluzione nell’ebraismo. Vogliamo rivoluzionare il sionismo e diffondere l’anarchia, ovvero l’assenza di dominio”. Quanto segue è una intelligente riflessione di Franco Berardi (apparsa su urgeurge.net) a partire dalla vittoria di Netaniahu alle ultime elezioni israeliane.

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 “E’ inverno a Gaza, in ogni maledetto senso della parola. Decine di migliaia di senza casa spesso ammucchiati in mezzo ai detriti di edifici bombardati. I bambini muoiono di freddo, secondo le Nazioni Unite… Quasi tutti quelli con cui ho parlato dicono che le condizioni sono più miserabili di quanto siano mai state, esacerbate dalla sensazione che presto ci sarà un’altra guerra.” (Nicholas Kristoff, Winds of war in Gaza, “New York Times”).

E una nuova guerra è diventata più probabile dal giorno in cui Netaniahu ha vinto le elezioni dopo avere detto che per lui non ci sarà mai uno stato palestinese. Un bambino con cui ha parlato il giornalista del NYT dice:“Forse riusciremo ad ammazzare tutti gli israeliani e la vita sarà migliore” e il giornalista gli chiede se davvero lo pensa, e lui dice di sì con la testa. “Darei via l’anima pur di ammazzare tutti gli israeliani.”

Un amico che insegna in un’università americana mi disse a metà degli anni ’90: “Stanno rientrando in America molti ebrei che erano emigrati in Israele. Si rendono conto del fatto che il sogno sionista si è trasformato in un incubo, che le nuove leve dell’emigrazione sono fatte di gente aggressiva disposta ad uccidere pur di portar via terreno ai palestinesi, e così gli intellettuali, i democratici tornano nelle città americane”. Stava iniziando l’emigrazione dalla Russia e dagli altri paesi in cui ogni legame con la cultura ebraica è stata sommersa da tempo. Qualcuno se ne deve essere accorto quando all’interno di una caserma israeliana vennero rinvenute svastiche dipinte sul muro da qualcuna delle nuove reclute. Netaniahu vince le elezioni, perché Israele è oggi un paese fascista.

Ma soprattutto è un paese suicida. La recente dichiarazione con cui il vincitore delle elezioni cancellava definitivamente l’ambiguità sulla questione dei due stati significa che Israele ha deciso di andare alla guerra totale.
Un tempo Israele vinceva le guerre. Ha vinto quella del 1948, poi ha vinto quella del 1967, poi ha vinto quella del 1973. Poi ha assediato, perseguitato, deportato, massacrato i palestinesi fino a spingere quel popolo che era il più laico e il più colto dei popoli arabi a votare per Hamas. Ma da un certo momento in poi Israele ha cominciato a non vincere più le guerre in modo così netto come accadeva in passato. Sconfisse gli eserciti nazionali, ma è più difficile vincere una guerra quando il nemico è disgregato, molteplice, disperato, suicida. Netaniahu sta portando il popolo ebraico verso la catastrofe. E’ solo questione di tempo, poi qualcuno disporrà di armi letali da opporre alle armi letali di cui Israele dispone. E’ solo questione di tempo, poi dall’immensa distesa di umiliazione, miseria, rabbia, violenza che circonda Israele un nuovo Hitler rischia di sorgere.

Amos Oz racconta la storia di Israele come il venir meno di una speranza. Storia di amore e di tenebra, il romanzo del 2002, era la storia la sua vita sullo sfondo della storia d’Israele. La notte in cui diviene ufficiale la nascita dello stato sionista sente il padre piangere nel buio per la commozione e la gioia. Poi sottovoce ricorda “quel che avevano fatto a lui e a suo fratello dei teppisti al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l’indomani quando suo padre era venuto a scuola a protestare per quell’offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati quei bulli si erano avventati su suo padre, l’avevano scaraventato per terra, e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze e gli insegnanti avevano visto tutto ma erano rimasti zitto e forse anche loro avevano riso.” Dunque la nascita di Israele è un sogno che si realizza: il sogno di avere una terra in cui nessuno potrà più trattarti come un animale. Ma quel sogno è diventato un incubo, e Amos Oz mette in scena l’incubo di un popolo di vittime che si trasforma in un popolo di carnefici. Quando nel 1967 Aisha, la ragazzina palestinese cui Amos si è affezionato, deve andarsene da Gerusalemme con la famiglia, perché Israele ha vinto la guerra dei sei giorni, allora lui si chiede: “E i loro pappagalli? E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita tra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa a volte di pietra?”

Dieci anni dopo, nel nuovo romanzo Giuda, Oz mette in scena la storia di uno studente che nei primi anni ‘60 fa la sua tesi dottorale sulla figura di Giuda Iscariota, cui la tradizione cristiana attribuisce il ruolo del traditore di Cristo. Rivendicando per sé il ruolo del traditore (che poi fu sempre quello dei profeti), Amos Oz va al cuore della questione: la storia del popolo ebraico non poteva e non doveva essere ridotta entro i confini concettuali e geografici di uno stato nazionale, perché questa scelta ha messo in moto una reazione a catena che inevitabilmente porta alla escalation di violenza cui abbiamo assistito negli ultimi decenni e cui assistiamo ogni giorno. E che ne sarà del popolo ebreo nel futuro?

“Chaim Weizmann ha detto una volta, per disperazione, che uno stato ebraico non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse stato uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato.”

La riduzione della storia culturale del popolo ebraico alla forma di uno stato territoriale ha condotto alla nascita di uno stato confessionale, lo stato degli ebrei: un paradosso orribile che contrasta e sovverte l’eredità della cultura ebraica.
La separazione della politica dall’appartenenza rese possibili le forme moderne della Ragione, della Democrazia. Ora l’appartenenza ritorna, con le sue mostruose conseguenze politiche: esclusione, violenza, persecuzione di una comunità di appartenenza contro l’altra.

La scelta di territorializzarsi, di chiudersi dentro i confini di uno stato minuscolo, militarizzato, perennemente assediato ha trasformato Israele in uno stato fascista. Ma per quanta forza militare questo stato possegga ora il popolo ebreo è destinato ad attendere un futuro che si può rinviare ma non scongiurare indefinitamente. La pace è ora impossibile.

“Tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare un fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta. Proprio queste sono le questioni esistenziali dello stato d’Israele: trasformare il nemico in sodale, il fanatico in moderato, il vendicatore in amico.”

Accanto allo studente che si identifica in Giuda, c’è la figura di Atalia, la figlia di un intellettuale ebreo (Abrabanel) che negli anni precedenti alla catastrofe dei palestinesi, aveva predicato una pacifica coabitazione, e aveva cercato in tutti i modi di opporsi alla creazione di uno stato ebraico.

Tra Atalia e lo studente Shemuel si svolge un dialogo che riassume il pensiero di Oz:

“Volevate uno stato. Volevate l’indipendenza. Avete sparso fiumi di sangue innocente. Avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case. Avete spedito navi intere di immigrati sopravvissuti a Hitler diritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno stato di ebrei. E guardate cosa avete ottenuto.”  Shemuel disse mestamente:“Non credi che nel ’48 abbiamo combattuto davvero perché avevamo le spalle al muro? No, non avevate le spalle al muro. Il muro eravate voi… Nostro padre non era entusiasta dell’idea di stato. Per nulla. Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file delle gabbie separate al giardino zoologico.”

La questione ebraica pone un problema che la politica moderna non è preparata ad affrontare: l’obsolescenza della forma-stato, la miseria della forma nazionale rispetto alla ricchezza di un’esperienza globalizzante e cosmopolita che la diaspora ebraica ha per prima anticipato. L’impensabile violenza che il nazismo scatenò contro il popolo ebraico spinse – comprensibilmente – le forze sioniste che avevano potuto sottrarsi all’Olocausto a iniziare un esperimento di territorializzazione.

Non permetteremo mai più a nessuno di fare quello che Hitler ha fatto contro un popolo indifeso, questa fu la determinazione su cui il sionismo si affermò come forza territorializzante. Avremo uno stato, avremo un esercito, ci difenderemo, attaccheremo, distruggeremo chi vuole distruggerci.

La riterritorializzazione del popolo ebraico divenne allora una scelta quasi inevitabile.

Ma questa scelta ha portato il popolo ebreo in una condizione di pericolo estremo: per quanto potente, per quanto armato, lo stato di Israele non può vincere tutte le guerre dei prossimi cento anni. L’aggressione contro il popolo palestinese ha prodotto una situazione di violenza crescente che nel lungo periodo non può che rivolgersi contro Israele. Ma nelle condizioni di isolamento accerchiamento e insicurezza, in cui il sionismo ha posto Israele ha finito per prevalere la politica provocatoria degli insediamenti, la chiusura paranoica delle frontiere, l’accentuazione del carattere “ebraico” dello stato, e quindi una fascistizzazione di cui la vittoria di Netaniahu sembra essere la sanzione definitiva.

Franco Berardi Bifo

Per una legge sugli ecoreati

Autore: liberospirito 8 Mag 2015, Comments (0)

Dalla “Terra dei fuochi” giunge questo grido di denuncia. L’autore è Maurizio Patriciello, parroco al quartiere Parco Verde in Caivano (NA). Non si può che condividere il dolore, la preoccupazione e la rabbia presenti in queste parole (l’articolo proviene dal quotidiano “Avvenire”). E’ su questi temi concreti che oggi è chiamata confrontarsi quella visione della vita e della religione che chiamiamo ecoteologia o ecosofia.

terra dei fuochi

Siamo rimasti addolorati. Increduli. Basiti. Il disegno di legge sugli ecoreati in discussione alla Camera non passa e ritorna al Senato. Il rischio che tanti paventano e che tanto ci spaventa è che venga affossato. E senza una legge che punisca severamente chi inquina, c’è poco da sperare. La domanda, semplice, logica, obbligatoria è: perché?
Questi ultimi anni hanno visto uomini e donne della “Terra dei fuochi” scendere in campo come non mai per gridare al mondo lo scempio in atto in Campania. Un vero esercito di volontari si è fatto carico delle paure e degli affanni di un popolo cui è stato rubato il diritto alla serenità, al respiro, alla salute. I vescovi campani, con pacata fermezza, sono intervenuti nel pubblico dibattito portando il loro indispensabile sostegno. Un dialogo serio, fruttuoso, pacifico, civile si è instaurato tra i palazzi del potere e il popolo. I cittadini hanno fatto tutto ciò che era in loro potere fare. Hanno protestato, studiato, informato, invocato, supplicato chi aveva il dovere di intervenire. Gli interessi economici in ballo sono tanti. Interessi milionari. Una schiera di malfattori, imbonitori, colletti una volta bianchi e sempre più insozzati, politici corrotti, collusi, camorristi e complici vari hanno da tempo annusato l’affare e si sono arricchiti sulle spalle della povera gente. Come fermarli? Come fa un Paese democratico a difendere i propri cittadini dalle grinfie di questi criminali senza scrupoli? Lo sanno tutti che quando si vanno a toccare gli interessi, si corrono anche rischi per la vita.
Senza una legge che punisca severamente chi avvelena la terra, l’acqua, l’aria, beni preziosi e indispensabili per la sopravvivenza umana, tutto diventa inutile. Occorre dare ai magistrati le armi adeguate per combattere un nemico cinico ed esperto. La mia gente è sfiduciata e stanca. I giovani vanno perdendo la fiducia e la speranza. Assolutamente non deve accadere. Sono trascorsi più di 20 anni, ma queste armi ancora non sono state forgiate. Un ritardo inescusabile che si fa complice. Anni in cui siamo stati ingannati. Anni in cui si è parlato e straparlato sempre e solamente dei rifiuti urbani, mentre il vero, incommensurabile problema erano gli scarti delle industrie sversati illegalmente in Campania e in tante altre regioni d’Italia. Queste affermazioni non sono semplici opinioni, sono fatti duri come le pietre. I “pentiti” della camorra – gli unici fino a oggi – nei processi lo hanno raccontato a chiare lettere. E i riscontri lo hanno confermato. Camorra e imprenditoria disonesta. Industriali criminali e camorristi. Un abbraccio che si è rivelato asfissiante, diabolico, mortale. «Un popolo e l’altro sul collo vi sta…».
Occorre fermarli. Subito. Immediatamente. Occorre fermare queste associazioni a delinquere. Non è sopportabile che il colpevole di tanta sofferenza, facendo affidamento su un sistema legislativo insufficiente, non venga adeguatamente punito. I vescovi campani, insieme a tante altre associazioni, avevano supplicato nei giorni scorsi i deputati ad approvarla, quella legge. Non è successo. Vorrei poter credere che non è successo ancora. Vorrei poter essere certo che succederà.
Più di una volta ho invitato il presidente di Confindustria a venire nella “Terra dei fuochi”, come hanno fatto in questi anni tanti ministri e parlamentari per rendersi conto personalmente della situazione. Non ha mai raccolto l’invito. Leggo in questi giorni la sua preoccupazione «per le conseguenze che una impostazione antistorica e anti-industriale del provvedimento potrebbe avere sul nostro sistema produttivo. Con questo non sono ad assolvere chi scientemente commette un atto criminale. Chiedo solo che il legislatore distingua, come in ogni legislazione che si rispetti, l’atto doloso dall’atto accidentale». Confindustria fa sentire la sua autorevole voce. La difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini però, hanno la precedenza su tutto. Nessuna «impostazione antindustriale e antistorica», quindi. Prima degli interessi economici degli industriali viene l’uomo. L’uomo con la sua inalienabile dignità. I suoi veri diritti. Di questo il legislatore deve prendere atto. Al più presto.

Maurizio Patriciello

L’altro giorno migliaia e migliaia di insegnanti e studenti sono scesi in piazza contro la cosiddetta “buona scuola” voluta dal governo Renzi. Ma non è di questo che intendiamo parlare in questo post; la notizia, per fortuna, è sufficientemente nota. Vogliamo dare invece spazio a un fatto di cui poco si è parlato: ci riferiamo a un provvedimento disciplinare nei confronti di un docente che ha rimosso dall’aula in cui insegnava il crocifisso. Il tutto in barba alla tanto decantata libertà di pensiero. Riprendiamo l’articolo di Luca Kocci, apparso su “Adista” (n. 15 del 25 aprile 2015).

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Un mese senza insegnare e senza percepire lo stipendio. È questa la sanzione che l’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria ha inflitto a Franco Coppoli, docente dell’Istituto tecnico “Allievi – San Gallo” di Terni. La colpa dell’insegnante? Aver rimosso i crocefissi dalle aule in cui fa lezione.

Il provvedimento, comminato lo scorso 1° aprile ed entrato in vigore l’8 – alla ripresa dell’attività didattica dopo la pausa pasquale –, motiva la decisione di sospendere l’insegnante dal servizio e dallo stipendio per 30 giorni in maniera piuttosto generica, limitandosi a sostenere che il comportamento del professore costituisce «una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente».

Già nel febbraio 2009 Coppoli venne sospeso per un mese perché toglieva il crocefisso dalla parete dell’aula in cui insegnava – allora si trattava dell’Istituto professionale “Alessandro Casagrande” di Terni –, ricollocandolo al termine della lezione (v. Adista Notizie nn. 91/08; 25 e 84/09). Oltre al suo ci sono stati altri casi, tutti sanzionati in maniera più o meno decisa dall’amministrazione scolastica: Luigi Girelli nel bergamasco (v. Adista Notizie nn. 13, 39, 75 e 77/05) e, solo qualche mese fa, Davide Zotti a Trieste.

«L’elemento da cui partire è la sentenza della Corte di Strasburgo del 2011 sul ricorso di una famiglia che chiedeva la rimozione del crocefisso dalla scuola elementare frequentata dal figlio, ad Abano Terme», spiega Antonia Sani, del Comitato nazionale “Scuola e Costituzione”, interpellata da Adista sulla questione. «Nel 2011 la Corte di Strasburgo sentenzia che non c’è ragione di rimuovere il crocefisso, in quanto si tratta di un “simbolo culturale” di valore universale. L’atto compiuto da Coppoli ripete quello precedente del 2009, ma nel frattempo è stata emanata la sentenza di Strasburgo, e quindi la sua azione assume un nuovo significato perché non intende riconoscere un generico valore culturale a un simbolo religioso, che come tale si trova nelle aule scolastiche. Nel provvedimento dell’Ufficio scolastico dell’Umbria non c’è alcun riferimento a Strasburgo, ma il problema è proprio quella sentenza, che andrebbe invece rimessa in discussione: perché continuare a tollerare la presenza di un simbolo religioso, non “culturale”, di una religione, che non è più religione di Stato, nelle aule di una scuola dello Stato? Dal momento che nessuna legge prevede l’obbligo di esporre il crocefisso nelle aule scolastiche – non lo prevede nemmeno il sempre citato Regio Decreto del 1924 che parlava della presenza del ritratto del re e del crocefisso – la questione allora è non chi toglie il crocefisso, ma chi decide e autorizza la sua affissione nelle scuole».

Luca Kocci