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Archivi: marzo 2015

L’egocentrismo è mortale

Autore: liberospirito 31 Mar 2015, Comments (0)
E’ trascorsa una settimana dalla drammatica vicenda dell’airbus della Germanwings schiantatosi contro una montagna per volontà del co-pilota. I commenti su questo fatto non si sono fatti attendere. Tra i tanti proponiamo qui quello di Enrico Peyretti (proveniente dal sito www.ildialogo.org) che mette in relazione quel gesto tragico e scellerato con il sentire e con i valori oggi dominanti, gravitanti tutti intorno al culto dell’ego, all’interesse esclusivo verso la propria individualità, separata dalle altre, anzi in perenne stato di minaccia/scontro/conflitto con i propri simili e con ciò che ci circonda. Tale, purtroppo, è la sensibilità comune; intanto i poveri resti dell’aereo e dei corpi dei passeggeri sono lì a interrogarci.
germanwings
Tanti commenti ha suscitato il terribile suicidio-strage di Andreas Lubitz, copilota dell’airbus 320 della Germanwings, gettatosi deliberatamente il 24 marzo contro una montagna dell’alta Provenza, sopra Seyne-les-Alpes.
I casi estremi della vita, in bellezza o in orrore, sollevano le domande e danno le indicazioni estreme sulla nostra vita.
La malattia di Lubitz è così descritta dallo psichiatra Claudio Mencacci, che si dice non sorpreso per il suo suicidio: «Si entra in una sorta di tunnel dove la morte è l’unico pensiero di fuga. Tutto il resto, compreso il senso di responsabilità per la vita degli altri, si annulla. E nemmeno la consapevolezza di coinvolgere altre persone li ferma». E Massimo Recalcati, psicanalista: «La persona incapace di alterità, quando sente se stessa come un niente, vede uguale a niente tutto il mondo».
«Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno»: un niente che deve imporsi per esistere, esplodendo. Sono parole che avrebbe detto Lubitz alla hostess Mary W., collega di lunga data, con la quale si arrabbiava parlando di lavoro: «Poco denaro, paura per il contratto, troppa pressione».
Se la malattia psichica, o anche l’etica prescelta, oggi prevalente (essa stessa una malattia) ci concentrano prevalentemente su noi stessi, sulla nostra individualità esasperata e separata dall’umanità, noi diventiamo un pericolo per tutti. Non solo il kamikaze terrorista fanatico, ma ancora più spesso e più facilmente l’”homo oeconomicus”, devoto di se stesso e solo di se stesso memore e curatore, è una bomba umana caricata contro l’umanità. Non occorre essere pilota suicida su un aereo carico di persone: l’egoismo, l’egocentrismo patologico, fatto regola e costume, sono guerra all’umanità.
«Noi siamo fatti gli uni per gli altri», dice l’antica sperimentata saggezza, in tutte le culture. «Non c’è la società. Ci sono solo gli individui», predica il neo-liberismo, nel magistero micidiale della Tahtcher. Non è possibile una più grande contraddizione e inimicizia. La guerra, il genocidio, è nel pensiero, prima che nelle armi. Le riforme necessarie, anzi la rivoluzione necessaria, è nel pensiero, nella volontà morale opposta all’imperialismo del particolare. Quando la cultura di sinistra avrà capito questo, comincerà ad esistere una sinistra.
L’egocentrismo, nello psicotico grave, ma più continuamente nella patologica disumana teoria dominante e governante, della libertà egoista, senza alterità, è la malattia mortale.
Si vive solo di fiducia, di affidamento reciproco. Salire su un pullman o su un treno, entrare in un ospedale, camminare per strada, è mettersi nelle mani degli altri. Il pilota è un simbolo generale: siamo tutti nelle mani degli altri. Io sono nelle vostre mani. Voi siete nelle mie mani. Questa è la prima fede, senza cui non c’è vita. Senza questa fede non vale vivere, né io né voi. Chi distrugge la nostra sostanza umana, che è l’essere in relazione fiduciosa con gli altri, distrugge tutti noi, ci trascina nel suo abisso. Il capitalismo assolutista è il nemico di tutti, l’avvelenatore.
La medicina è occuparsi degli altri, di tutti, impegnarsi per qualche bisogno altrui. Se la fame e la sete altrui, la povertà e la prigionia altrui, la nudità e la malattia altrui, non diventano la mia ragione di vita, se non riconosco in questo spendersi per gli altri l’unico vangelo di salvezza, io sono suicida, e trascino l’umanità nella morte. La vita armata è arrivata alla distruttività totale, atomica, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. La salvezza è nel disarmato servizio alla vita di tutti. Siamo malati, ma guarire è possibile, è in questa conversione.
Enrico Peyretti

Libertà per Erri De Luca (en français)

Autore: liberospirito 26 Mar 2015, Comments (0)

Ancora sul procedimento giudiziario in corso nei confronti di Erri De Luca. In Francia, interessata anch’essa alla devastante “grande opera”,  diversi intellettuali (scrittori, giornalisti, traduttori, docenti, registi, ecc.) hanno firmato un appello di solidarietà con Erri. Appello a cui hanno aderito, fra gli altri in ambito internazionale, anche Salman Rushdie e Paul Auster. Si può consultare un sito (http://soutienaerrideluca.net/) dove è pubblicato l’appello – che qui sotto riportiamo (in francese, ovviamente) – a cui si può apporre anche la propria firma, come abbiamo fatto poco fa anche noi. Difendiamo la libertà ovunque: ci sembra cosa buona e giusta.

erri de luca

Liberté pour Erri de Luca

La Lyon-Turin Ferroviaire, une filiale de l’entreprise publique SNCF Réseau et de son homologue italien, veut construire pour près d’une dizaine de milliards d’euros, un tunnel TGV au travers des Alpes pour nous entraîner encore plus dans une vie à grande vitesse. Elle a déposé plainte à Turin contre Erri De Luca. Elle entend le faire condamner pour des propos sur le sabotage du projet dans une interview accordée au Huffington Post italien. Il risque une peine de prison pouvant aller de un à cinq ans de prison ferme.

Nous avons lu la Parole Contraire qu’il vient de publier aux éditions Gallimard où il défend sa liberté de parole. Alors que la France vient de se mobiliser pour défendre la liberté d’expression, comment pourrait-elle laisser un écrivain risquer la prison pour ses déclarations publiques ?

En lecteurs, nous exprimons notre solidarité avec Erri De Luca.

En citoyens, nous demandons à l’Etat français de donner l’ordre à SNCF Réseau de faire retirer cette plainte.

En Européens, nous demandons au Parlement européen de se prononcer sur la liberté de critique d’un projet financé par la Commission européenne sur nos deniers.

En défenseurs de la liberté d’expression, nous n’acceptons pas qu’un écrivain soit poursuivi pour ses mots.

Giubileo e remissione dei beni perduti

Autore: liberospirito 20 Mar 2015, Comments (0)

E’ di alcuni giorni fa l’annuncio da parte del papa di proclamare un giubileo straordinario.  A partire da questa notizia Guido Viale (sul “manifesto” di ieri) ha avanzato alcune riflessioni sull’opportunità di un’iniziativa del genere e sulle possibili implicazioni, strettamente legate al momento presente. Attualizzare i contenuti del giubileo, questo il filo rosso che orienta tutto il discorso di Viale: annullare i debiti, liberare dalla servitù, far riposare la terra, sono alcuni dei temi che il prossimo giubileo, per essere veramente coerente, dovrebbe affrontare. Temi che – ci auguriamo – verranno ripresi e toccati in tutto il loro peso e la loro pregnanza.

giubileo

Il pros­simo 8 dicem­bre l’anno diven­terà “santo”. Per­ché per quella data papa Fran­ce­sco ha indetto un giu­bi­leo, che durerà fino al novem­bre del 2016. Giu­bi­leo è una parola di ori­gine ebraica, indica una ricor­renza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Pale­stina di un tempo, il popolo di Israele con­do­nava i debiti, libe­rava i servi e resti­tuiva i beni ai pro­prie­tari che li ave­vano per­duti. Papa Fran­ce­sco ha indetto il pros­simo giu­bi­leo (straor­di­na­rio, per­ché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della mise­ri­cor­dia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giu­bi­leo si possa comun­que aprire un con­fronto: non con “il mondo cat­to­lico” — ter­mine vuoto e fin­zione di bassa poli­tica — ma con quei cat­to­lici che cre­dono vera­mente in quello che pro­fes­sano (una com­po­nente impor­tante di coloro che si bat­tono per un mondo diverso). E se avremo anche la bene­di­zione del papa, tanto meglio.

Dob­biamo però attua­liz­zare i con­te­nuti del giu­bi­leo: in ter­mini gene­rali non è dif­fi­cile farlo. Come resti­tuire i beni per­duti al suo pro­prie­ta­rio ori­gi­na­rio? Ripor­tando beni e ser­vizi che sono stati oggetto di appro­pria­zione pri­vata alla loro ori­gine o fun­zione di “beni comuni” — cioè di tutti — al ser­vi­zio di coloro che ne sono stati espro­priati dai pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione. E que­sto vale sia per i beni mate­riali quali suoli, edi­fici e risorse di base come acqua, cibo e abi­ta­zione, sia per i ser­vizi – in par­ti­co­lare i ser­vizi pub­blici locali e quelli di pub­blica uti­lità – sia per quei beni che ven­gono al mondo gra­zie al lavoro con­giunto di milioni di per­sone, ma espro­priati quasi con­te­stual­mente alla loro com­parsa, come i saperi, la cul­tura, la socia­lità. E poi, chiu­dendo per sem­pre il capi­tolo delle Grandi Opere: uno spreco (abbi­nato a furti e mal­ver­sa­zioni con­ti­nue) di risorse comuni per deva­stare ter­ri­tori e comunità.

Quanto alla libe­ra­zione dei servi, oggi que­sta cate­go­ria di lavo­ra­tori non è più con­tem­plata dai codici civili; ma è in atto un pro­cesso teso a ricon­durre a una con­di­zione ser­vile il lavoro — sia quello sala­riato che quello auto­nomo, come peral­tro lo è da sem­pre gran parte del lavoro di cura — attra­verso lo sman­tel­la­mento com­pleto di quei diritti, con­qui­stati con dure lotte e immensi sacri­fici, che in una qual­che misura lo pro­teg­ge­vano dall’arbitrio del “padrone” (oggi datore di lavoro, com­mit­tente, o capo­fa­mi­glia). Innan­zi­tutto il giu­bi­leo che libera i servi non può coin­ci­dere per noi che con l’abrogazione del Jobs act e con la rein­tro­du­zione dell’Articolo 18. Ma poi, con molte altre cose che carat­te­riz­zano un lavoro libero, la cui pre­messa è un red­dito uni­ver­sale garan­tito, con­di­zione ine­li­mi­na­bile per­ché il lavoro non sia espo­sto a con­ti­nui ricatti.

Che cosa signi­fi­chi oggi, infine, remis­sione dei debiti non abbiamo biso­gno di andare a cer­carlo lon­tano; per­ché le vicende della Gre­cia e, ancor prima, quelle di casa nostra lo hanno messo al cen­tro del dibat­tito poli­tico. Il primo debito da cui dob­biamo essere libe­rati è quello da cui cia­scuno di noi è gra­vato senza averlo mai sot­to­scritto, per­ché lo hanno con­tratto, a nome e per conto nostro, senza esserne auto­riz­zati, i nostri Governi: e non nei con­fronti di un’entità pub­blica come una banca cen­trale (il che, in ultima ana­lisi, avrebbe voluto dire essere debi­tori verso se stessi); bensì nei con­fronti di isti­tu­zioni finan­zia­rie come ban­che pri­vate, assi­cu­ra­zioni e ric­chis­simi spe­cu­la­tori, che hanno fatto del debito cosid­detto “sovrano” uno stru­mento di governo delle poli­ti­che pub­bli­che e messo nelle loro mani — nel loro esclu­sivo inte­resse — la vita di milioni di cit­ta­dini e di lavoratori.

Poi cia­scuno di noi può anche essersi inde­bi­tato per far fronte a esi­genze che il suo red­dito non gli per­met­teva di sod­di­sfare: mutui, ratei, fidi, carte di cre­dito, “pre­stiti d’onore”. E die­tro quei debiti ritro­viamo le stesse isti­tu­zioni. Tutto ciò fa del cit­ta­dino delle società odierne un “uomo inde­bi­tato”: la con­di­zione esi­sten­ziale per­ma­nente di un “sog­getto” – nel senso di sud­dito – da cui si potrà inde­fi­ni­ta­mente estrarre valore e a cui si potrà sem­pre imporre sot­to­mis­sione per il solo fatto che non sarà mai più nella con­di­zione di libe­rarsi dal suo debito.

In nes­sun caso come que­sto la remis­sione del debito è la rispo­sta irri­nun­cia­bile per resti­tuire a un giu­bi­leo il suo senso auten­tico. Poi inter­verrà la neces­sità di arti­co­lare, modu­lare e sca­den­zare nel tempo que­sto obiet­tivo: un eser­ci­zio che vede attual­mente impe­gnato il nuovo governo greco, solo con­tro tutti. Ma quando arri­verà il giu­bi­leo si spera che il governo greco sia riu­scito a resi­stere e che altri attori — governi, isti­tu­zioni, movi­menti di massa, nuove coa­li­zioni sociali — si affian­chino ad esso per con­durre insieme que­sta sacro­santa battaglia.

Ma c’è un altro debito gigan­te­sco che incombe su tutti noi e al cui con­fronto i debiti pub­blici di tutti gli Stati del mondo sot­to­po­sti ai capricci dell’alta finanza non sono che fuscelli tra­spor­tati dal vento della sto­ria. E’ il debito che abbiamo con­tratto e con­ti­nuiamo a con­trarre nei con­fronti della Terra, del vivente, dell’ambiente che abi­tiamo e di cui siamo parte. E’ un debito che non merita e non rende pos­si­bile alcuna remis­sione, per­ché, come dice papa Fran­ce­sco, Dio per­dona sem­pre; l’uomo tal­volta; ma la natura non pedona mai.
Quello che le è stato e con­ti­nua a venirle tolto le va resti­tuito in qual­che modo, pena la scom­parsa delle con­di­zioni stesse della soprav­vi­venza: nostra, dei nostri figli, dei nostri nipoti; e di coloro che avranno la ven­tura di nascere dopo di loro. Dob­biamo resti­tuire alla natura la pos­si­bi­lità di “fun­zio­nare”: di ope­rare nel modo che ha per­messo alla serie lun­ghis­sima dei nostri pro­ge­ni­tori e dei nostri ante­nati di arri­vare a met­terci al mondo.
Ma que­sto immenso debito gene­rale ha molte facce e molti modi per essere sal­dato. Un fac­cia, la prin­ci­pale, è quello di comin­ciare a com­por­tarci, nei nostri con­sumi, nel nostro stile di vita, nelle nostre scelte poli­ti­che — ma anche, e soprat­tutto, nella misura del pos­si­bile, nel nostro lavoro — in modo da offen­derla il meno pos­si­bile; in modo da aiu­tarla a ripren­dersi, a rico­sti­tuire poco per volta la purezza dell’atmosfera e dell’aria che respi­riamo, quella dei mari e dell’acqua che beviamo, la fer­ti­lità del suolo che ci nutre e di quanto della bio­di­ver­sità è ancora soprav­vis­suto. Un com­pito non da poco.

L’altra fac­cia è il debito ambien­tale che noi, cit­ta­dini del mondo occi­den­tale di antica a con­so­li­data indu­stria­liz­za­zione, abbiamo con­tratto nei con­fronti degli abi­tanti del resto del mondo, occu­pando per oltre due secoli, con le nostre emis­sioni cli­mal­te­ranti, l’atmosfera ter­re­stre, che è un bene comune, forse il più grande: aria e spi­rito, respiro e vita sono ori­gi­na­ria­mente sino­nimi. Se non vogliamo che il resto del mondo segua – come già sta facendo – la nostra stessa strada mol­ti­pli­cando per tre, per cin­que, per sette, l’occupazione dell’atmosfera con emis­sioni pro-capite altret­tanto nefa­ste (e con sca­ri­chi e rifiuti inqui­nanti in ogni angolo del pia­neta) fino a creare, nel giro di pochi anni, un’alterazione irre­ver­si­bile del clima e un inqui­na­mento della Terra che la sta ren­dendo invi­vi­bile, dob­biamo spar­tire lo “spa­zio car­bo­nico” ancora dispo­ni­bile tra la gene­ra­zione attuale e quelle future, e, all’interno della gene­ra­zione attuale, tra chi ha già con­su­mato molto car­bo­nio e chi ha appena comin­ciato a farlo. E com­por­tarci in modo ana­logo con i pre­lievi di risorse e i rifiuti solidi e liquidi. Un altro obiet­tivo non da poco.

Guido Viale

Il dio-mercato

Autore: liberospirito 18 Mar 2015, Comments (0)

Potremmo dire che, a questo mondo, esistono tanti dèi, troppi probabilmente. Uno di questi è il dio-mercato, quello che in quest’epoca sembra raccogliere maggiori consensi. E la sua è la religione del denaro (“la feroce religione del denaro”, come diceva qualche anno fa in un articolo G. Agamben, da noi riprodotto). A partire da alcune recenti dichiarazioni del premier Renzi, ecco a seguire una recente riflessione proposta da don Vitaliano Della Sala, amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av), dopo il ritiro della sospensione a divinis. Il testo proviene da Adista.

mercato-finanziario

«Dovrete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quello che sono. Non operazioni politiche, ma di mercato»: parola di Matteo Renzi! Il premier si è così espresso rispondendo a una domanda sulla vendita di Rai Way. Non bisogna essere un economista, né un esperto di mercati per capire che non si tratta di un concetto di sinistra. Ci sono dei momenti nella vita in cui le cose ci appaiono di una semplicità estrema, momenti in cui diventa immediato decidere da che parte stare. Don Lorenzo Milani mostrava ai suoi ragazzi una fotografia di un torturato e del suo carnefice e chiedeva loro, a bruciapelo, «tu da che parte stai?». I ragazzi rispondevano senza esitazione indicando la parte del torturato. Non si domandavano neanche chi fosse la vittima e per quali ragioni venisse aggredita. Comprendevano che si trattava comunque di uno che stava subendo, che il potere non stava dalla parte sua.

Anche a Renzi qualcuno dovrebbe chiedere “tu da che parte stai?”, mostrandogli la foto virtuale dell’Italia, dove pochissimi detengono le ricchezze di tutti gli altri messi assieme, dove il mercato decide l’esclusione sistematica e programmata di milioni di esseri umani dai suoi “benefici”, accessibili solo a pochi. Viene facilmente tacciato di essere “di sinistra” chiunque pensa che la ricchezza non è casualmente distribuita e ritiene ingiusto l’ordine del mondo che moltiplica gli impoveriti. C’è oggi chi si affanna a gettare nella spazzatura della storia, non solo gli aspetti discutibili del passato, ma anche le utopie, gli ideali, le lotte e le conquiste sociali per le quali altri hanno speso la vita. Renzi, pur essendo segretario del Pd, fa a gara nel prendere le distanze dalle politiche di sinistra, sostenendo che non si conciliano con il mercato. E così, più prende le distanze dalla sinistra, più aderisce all’ideologia della destra. Tragicamente questo comporta che per non essere più considerati “di sinistra” – con la scusa di dover raccogliere voti anche nell’altro schieramento – bisogna far finta di non vedere che il mercato fagocita gli esseri umani per salvaguardare i profitti di pochi: masse di diseredati sono derubate del diritto ad una vita almeno non indecente.

Il mercato è l’idolo del momento, una moderna e cattiva divinità che, come quelle antiche, pretende i sacrifici, il sangue e la vita di migliaia, milioni, di vittime umane. Come una dispotica divinità le reazioni del dio-mercato sono imprevedibili, le sue vendette si abbattono sull’intero pianeta con un’onda d’urto di proporzioni ciclopiche. È inutile tentare di capire quale progetto abbia in serbo per noi, perché il dio-mercato non ammette ingerenze, controlli. E quando ci accorgiamo che è diventato una nuova forma di metafisica, comincia a vacillare la nostra presunzione di esseri viventi dotati di libero arbitrio.

Il dio-mercato esige un atto di fede; ci chiede di smettere di porci domande per capire le sue regole e di lasciarci andare abbracciati a “lui”, come si abbraccia una religione con i suoi indiscutibili dogmi.

Per secoli l’umanesimo, mettendo al centro la dignità degli esseri umani, ha tenuto sveglio il continente europeo. Per secoli abbiamo creduto di essere noi, esseri umani, il centro di un universo creato per noi. Forti di questo, ci siamo convinti che il denaro fosse un mezzo e non il fine dell’economia, che il suo uso sempre più diffuso fosse il prezzo da pagare per un’esistenza più libera e dignitosa per tutti. Invece oggi dobbiamo fare i conti con una globalizzazione dei mercati disumana e disumanizzante che, come una divinità, facciamo fatica a criticare; ci stiamo convincendo che il mercato non è un prodotto di azioni umane, ma esiste a prescindere da noi. E perciò, pur dibattendoci in una crisi epocale che sperimentiamo ogni giorno nelle nostre tasche e sulla nostra pelle, non ci permettiamo di mettere in discussione il modello economico che l’ha generata. Costretti a prostrarci ai piedi del dio-mercato, ci sentiamo inermi, impreparati e incapaci di reagire.

Eppure dovremmo sapere che il termine “mercato” rimanda all’idea della distribuzione e della partecipazione: deriva dal latino mercatus, participio perfetto del verbo mercari che letteralmente si può intendere come “ciò che è comprato”, significato che in seguito si è esteso per includere il luogo in cui avvengono gli scambi, il mercato appunto. Mercari deriva a sua volta dal termine mercem che rimanda al verbo merere, considerato sia nella sua accezione più vasta di “meritare”, sia nel significato originario di “spartire”, per cui la merce è qualcosa da dividere. Perciò proprio intorno ai bazar, ai suq, agli empori si è costantemente sviluppata la civiltà.

Occorre, allora, rimettere le cose al loro giusto posto: la merce è la parte di un tutto, va divisa con gli altri e, in qualche modo, bisogna anche meritarla; lo scambio poi, non deve limitarsi alle pure cose materiali, ma deve investire le idee, i servizi, la comunicazione.

Presidente Renzi, si ricordi: i mercati, economici e finanziari, non sono divini, ma sono determinati da noi; il mercato è al nostro servizio e non viceversa.

Come il medioevo fu il tempo delle strade che collegarono il mondo, che portarono verso nuovi centri mercantili, così il nostro tempo è quello dell’intreccio di vie moderne, spesso telematiche; ed è proprio in questi “luoghi” che si annodano catene umane, si passa la parola della speranza e della resistenza; e tante piccole, “lillipuziane” realtà di impegno sociale si incrociano, si parlano, e trovano possibili soluzioni per un agire solidale. Emblematica è l’esperienza di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel per la pace nel 2006. Un giorno decise di mettere in pratica ciò che aveva sempre insegnato ai suoi alunni: fondò la Grameen Bank e cominciò a prestare soldi agli ultimi, senza pretendere in cambio garanzie che non sarebbero state possibili. La Grameen non è mai fallita forse perché la scommessa è quella di puntare sugli esseri umani, sul desiderio di riscatto che è in ognuno di noi, e non sul guadagno fine a se stesso. Capito, presidente Renzi?

don Vitaliano Della Sala

Al di là di laicità e religione

Autore: liberospirito 14 Mar 2015, Comments (0)

Ecco un intervento (di Lea Melandri, saggista, scrittrice e intellettuale femminista) in cui si parla di religione e di laicità senza le consuete banalizzazioni e dicotomie (pro o contro l’una o l’altra, come da tifoserie calcistiche), ma proponendo anzi chiaroscuri e visioni prospettiche in grado di arricchire e problematizzare le questioni. Come dire: il discorso non è chiuso, semmai è appena iniziato. L’articolo è apparso sul numero di ieri de “il manifesto”.

lea-melandri

Non mi sono mai occupata di laicità e di religione. O, quanto meno, non in modo specifico. Mi sono battuta, e continuerò a farlo, contro l’invadenza della Chiesa su scelte che devono essere lasciate alla libertà del singolo –come il testamento biologico, l’aborto, le unioni civili, ecc. -, ma non ho mai avuto simpatia per il laicismo, la laicità che diventa feticcio, “rifiuto pregiudiziale” della religione.

Posto in modo così schematico e oppositivo, il binomio laicità/religione mi è sembrato uno dei tanti dualismi che hanno finora impedito di vedere i legami che ci sono sempre stati tra un’esperienza e l’altra.

Quando ho letto il libro di Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio (Einaudi 2012), l’impostazione che ha dato al problema – un “confronto”, “un corpo a corpo” con la religione, in cui possono convivere la passione per la ricchezza di simboli, gesti, immagini, interrogativi essenziali dell’umano, richiami all’esperienza personale e il pensiero critico -, mi sono resa conto all’improvviso che “io c’entravo”.

Anzi, ho capito che c’entravo molto, forse troppo per il peso che ha avuto la religione – cristiana, cattolica nella mia formazione, potrei dire fino al momento in cui, venticinquenne, ho lasciato il paese e ho incontrato a Milano il movimento antiautoritario e il femminismo: l’uscita dalla dimensione privata per una straordinaria avventura collettiva, l’idea che si potesse ripensare la storia, la politica, a partire da tutto ciò che avevano cancellato e consegnato alla religione.

Così, oltre a ragionare sul libro di Stefano – in vista dell’incontro con lui, che avrei fatto al Festival delle Letterature di Mantova – ho cominciato a rileggere alcuni dei miei scritti del passato, sicura che vi avrei trovato tracce di questa “contaminazione”.

Ho pensato perciò che il modo migliore di dialogare da parte mia fosse quello di fare incursioni dentro il testo, fermarmi su alcuni punti e portare lì il contributo della mia riflessione, trovando di volta in volta condivisioni o divergenze.

Mi sono accorta subito che le concordanze erano in realtà molto di più che le divergenze. Innanzi tutto, il riconoscimento che la religione è un prezioso “archivio della memoria” degli individui e della specie, di vicende che stanno ai confini tra inconscio e coscienza. C’è la stupidità del fanatismo, ma ci sono anche sublimi simbolizzazioni, interrogativi che vanno alla radice dell’umano. Per questo – scrive Stefano – la religione “è una cosa seria e non può essere lasciata alla mercé dei clericali”.

Persino il fondamentalismo, se da un lato è importante criticarlo, dall’altro va raccolta la domanda che indirettamente ci pone: “quali sono i fondamenti, i presupposti sottesi ai nostri codici giuridici, atei, di pensiero, che noi lasciamo invecchiare sotto la polvere delle abitudini?”. È quello che Stefano fa quando dice che riflettere sulla religione è riflettere sul pensiero, sulle forme che ha preso, come si è rappresentato la propria nascita, l’uscita dall’animalità. La religione narra il mistero dell’universo, ma lo satura di rappresentazioni, di simboli. Lo esorcizza.

È su questa stratificazione di simboli che va portato lo sguardo, riconoscendoli come proiezioni del modo in cui viviamo.

Ora, riflettere sul pensiero, sulle forme che ha preso nelle sue costruzioni, laiche o religiose che siano, vuol dire chiedersi innanzi tutto chi è il soggetto del pensiero e come si è configurata, nella storia che abbiamo conosciuto – opera di una comunità di soli uomini – la sua nascita. La consanguineità fra la religione e le altre costruzioni simboliche sta prima di tutto nel fatto di discendere dalla stessa matrice: quel “principio maschile” che – come scrive Bachofen ne Il matriarcato – “nell’ambito dell’esistenza fisica è al secondo posto, subordinato al principio femminile”, salvo prendere poi  il primo posto, come principio spirituale, trascendente le leggi della materialità, quando da figlio l’uomo “diviene lo sposo, il fecondatore della madre, il padre stesso”.

Nel momento in cui si costruisce, sull’asse di una “vita superiore”, una generazione al maschile, la donna scompare nel suo essere reale, nella sua diversità. Dovrà rinascere tramite il figlio, divenutole marito, padre, madre. Sta all’uomo “rifarla, rinnovarla, crearla”, scioglierla dal suo nulla, che le impedisce di essere, prenderla nelle sue braccia “come un piccolo tenero bimbo” (Michelet, L’amore).

Da ciò si deduce che la “consanguineità” tra pensiero laico e religioso è molto più di una “contaminazione”; discende dal fatto che traggono la loro origine da quel soggetto unico maschile, da quella visione unica del mondo che ha violentemente e astrattamente differenziato, complementarizzato e posto secondo un ordine gerarchico, materia e spirito, natura e cultura, individuo e genere, corpo e pensiero, identificando e confondendo l’uscita dall’animalità e la nascita del linguaggio con il destino del maschio e della femmina.

In Otto Weininger è chiaro che la trascendenza, su cui la religione costruisce il mistero di Dio, il Creatore, l’Essere perfetto, il Valore assoluto, è strettamente  imparentata con la trascendenza che si è attribuito l’Io maschile. La “divinità”, per Kant, per Platone, è “l’idea morale e ciò che essa esige dall’umanità”. L’anima è qualcosa di diverso dal corpo, dai suoi appetiti.

…gli uomini sono figli di Dio in quanto esseri spirituali, così come sono figli di uomini in carne e ossa in quanto creature terrene (…) questo vale solo per i maschi. Dio infatti non ha figlie. Il figlio può risorgere e acquistare la libertà solo salendo al padre, ridiventando tutt’uno col padre.” (O. Weininger, Sesso e carattere)

Alla donna, che rappresenta la sessualità, la materia, il non essere, e che perciò incarna per l’uomo la caduta, la colpa, si impongono regole morali superiori a quelle dell’uomo: la purezza, la verginità. Per essere “redentrice” dell’uomo deve “essere uccisa e riportata in vita”. L’Io maschile e Dio si pongono così su una linea di continuità.

Per Weininger la religione è “libero atto dell’uomo del porre un ente perfetto, il sommo bene (…)  Dio è la finalità dell’uomo, la religione è la volontà dell’uomo di diventare Dio. La religione è la libera posizione del regno della libertà, dell’assoluto, è la ricreazione dell’universo (…) la religione, in ultima analisi, si identifica con la morale (…) lo sforzo di attingere l’assoluto ovvero Dio come idea del buono e del vero .

Le figure e i gesti che la mente religiosa proietta sull’oscurità del mistero – “come a formare un sipario su cui si rappresentano domande e bisogni insopprimibili”- saturandolo di risposte e spiegazioni, parlano dunque dell’origine della civiltà maschile, del modo con cui ha inteso differenziarsi dalla natura, dal corpo femminile che genera e che porta perciò i segni dei limiti mortali dell’umano. Parlano della ri-nascita o ri-generazione del mondo spostata sul versante di un principio maschile spirituale: una genealogia di padre in figlio dove la donna è solo mediazione simbolica, contenitore.

Forse è proprio in queste rappresentazioni così vicine all’origine e a quelle domande insopprimibili dell’umano, che hanno a che fare con la nascita, la morte, il diverso destino toccato all’uomo e alla donna, che la religione esercita un fascino così duraturo. In questo senso la “continuità con l’infanzia”, che Freud nel saggio, L’avvenire di un’illusione, aveva visto solo sotto il profilo del bisogno di “paterna” protezione, è una lettura riduttiva. La religione parla esplicitamente, più di tutte le altre acquisizioni della cultura, dell’ “atto fondativo” della civiltà stessa, di quella libertà da vincoli materiali  che ha permesso alla ragione di pensarsi “auosufficiente” e destinata a disporre della madre, della terra come risorsa inesauribile.

Qualcosa di questa trascendenza c’è anche nella contrapposizione tra il cittadino, astratto, scorporato, detentore dei diritti e la persona, l’essere umano nella sua interezza.

La religione potrebbe essere vista dunque come l’espressione massima, idealizzata dell’Io maschile, il fulcro dell’androcentrismo, una lettura sessuata che nel libro compare per accenni ma che non sembra essere colta per il peso che ha, come struttura portante sia della religione che della cultura in generale, inscritte entrambe nel dualismo originario. Le ‘sublimazioni’ della religione vanno dunque oltre le astrattezze della storia: sembrano tese a destituire o sostituire, trasferendole sul piano trascendentale, spirituale, la natura, i corpi, la nascita, la morte, il rapporto tra i sessi.

La rivalsa che si prendono oggi può essere legata alla crisi delle istituzioni politiche, ma anche al protagonismo che hanno preso il corpo, la sessualità e la libertà femminile. Stefano Levi la mette in relazione con la “rivalsa identitiaria maschile”: conformismo confessionale, di comunità, di etnia, guerra di genere per la proprietà delle donne. Si può pensare che la durata e il fascino della religione venga dal fatto l’aspetto sessuato e sessuale lì è esplicito – non rimosso -, teatralizzato e spettacolarizzato. Vi si possono leggere confusi amore e violenza, il sogno di armonia degli opposti e il sessismo, il razzismo.

La religione parla di madri, figli, padri, nascite, morti e resurrezioni, dannazione e riscatto della carne, dell’umano, del femminile. La religione sublima in modo evidente il rapporto tra i sessi, le identità del maschile e del femminile nella loro ambiguità: figure che strutturano rapporti di potere ma anche d’amore, che tengono dentro la complementarietà e la spinta alla riunificazione, come una sorta di “unione mistica. Forse è proprio da ricercare in questa ambiguità la ragione prima del consenso di cui la religione gode anche presso le donne.

Lea Melandri

Dell’islam e dell’anarchia

Autore: liberospirito 6 Mar 2015, Comments (0)

Ancora sull’islam. Questa volta affrontando un caso-limite: il rapporto tra islam e anarchia. Vero e proprio paradosso, eresia delle eresie, vera e propria sfida per il pensiero. Contro chi vuole vedere tutto in maniera univoca, tagliando via il campo dell’esperienza viva, della singolarità e della messa in gioco di ogni visione dogmatica: ecco come un suggerimento di lettura un paio di materiali (entrambi provenienti dal ns. sito www.liberospirito.org) su cui riflettere.

Il primo ripercorre le testimonianze di tre figure fra loro molto diverse, ma accomunate dalla sfida volta a coniugare islam e anarchia: si tratta di Henri-Gustave Jossot, Leda Rafanelli e, più vicino a noi, Hakim Bey (alias Peter Lamborn Wilson). L’articolo (apparso sul mensile “A”) lo si può leggere qui.

L’altro contributo consta in una lunga conversazione con Enrico Ferri (apparsa, in formato cartaceo, su “Umanità Nova” nel mese di dicembre). Qui è possibile leggere il testo integrale. Di seguito ci limitiamo a offrirne l’incipit.

islam & anarchy

Ti occupi da anni della filosofia e della visione del mondo tipica dell’anarchismo, ma allo stesso tempo del pensiero religioso. C’è a tuo avviso un punto d’incontro tra queste due dimensioni?

La ricerca filosofica, la riflessione sull’uomo e sulle sue relazioni non hanno confini. Ogni filosofia , ogni civiltà, ogni “visione del mondo” pone al centro l’uomo, le sue scelte, le sue risposte ai problemi esistenziali e materiali tipici della condizione umana. Un confronto tra le più diverse prospettive serve anche a chiarire le proprie.

Ma anarchismo e dimensione religiosa sono agli antipodi, hanno due visioni dell’uomo incompatibili!

Forse, ma Hegel dice che “con il Cristianesimo ci è divenuta familiare l’idea di un uomo perfetto”. Alla base dell’anarchismo c’è la convinzione che sia possibile un’ “Umanità nova”, un mondo nuovo senza guerre e prevaricazioni, un mondo “perfetto” che non è mai esistito, ma che si ritiene non solo possibile, ma il solo degno di essere vissuto. La formula un pò bislacca,“nella storia ma contro la storia”, vuole proprio indicare questa presenza/assenza del movimento anarchico nel tempo storico, in attesa e in preparazione di un mondo più “umano”, veramente umano: il mondo nuovo o, per usare il linguaggio degli hegeliani, “il regno di Dio in terra”.

Preti e anarchici, prospettiva libertaria e dogma religioso mirano ad uno stesso fine: il paradiso in cielo o il paradiso in terra? Non è una visione ottocentesca e un pò datata?

Anche in ambito libertario ci sono quanti, come Onfray e Berti, sostengono che la prospettiva di una radicale trasformazione dell’uomo e del mondo , la “conciliazione” tra la sua “natura” –io preferisco dire le sue “potenzialità”- e la sua esistenza è una prospettiva religiosa e superata. Non si capisce bene quale sia la “soluzione”: quella liberale/libertaria o quella dell’anarchismo qui e adesso tra pochi intimi? Occorre intendersi poi su cosa si intende per religione, mi sembra che nel mondo libertario ci sia un pò di confusione. (continua…)