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Archivi: dicembre 2014

Natale è passato. Viva il Natale

Autore: liberospirito 26 Dic 2014, Comments (0)

Natale è trascorso da meno di ventiquattro ore, con i suoi riti, per lo più profani. In questo trascorrere proponiamo la riflessione di Erri De Luca sul Natale e il suo senso smarrito. Una meditazione sommessa, meritevole di attenzione, qualcuno la potrà definire laica; comunque sia assai più religiosa di tante omelie che hanno risuonato ieri nelle pareti di molte chiese.

Erri De Luca

Il Natale

Nello scasso profondo dei nuclei familiari Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo.Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.
Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi. Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili.
I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene. Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati.
Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano. Natale incalza a fondo i disertori.
Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva. Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio.
Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.
La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui.
Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale.
Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora.
Lì, dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due. Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa. Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.
Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento.
È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.

Erri De Luca

L’albero, i frutti e la truffa finanziaria

Autore: liberospirito 22 Dic 2014, Comments (0)

Una volta, sotto Natale, si diceva ai bambini di fare i bravi. E’ di questi giorni (sotto Natale, appunto) la notizia che l’ordine francescano è coinvolto in uno scandalo economico-finanziario di notevoli proporzioni. Evidentemente non hanno fatto i bravi. E allora? Non servono commenti dinanzi a fatti del genere, ma qualcosa si può comunque provare a dire. «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra», afferma Gesù nel Vangelo (Gv 8,7), condannando l’ipocrisia di tanti moralisti. E’ un’ammonizione da non scordare, anche per questo caso. Non amiamo indossare gli abiti da moralista. Ma è vero anche che nei Vangeli si legge pure questo: «Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto» (Lc 6, 43-44). Qui, c’è poco da dire, i frutti son quelli che sono: marci. Che fare allora dell’albero? (La domanda, se non lo si è capito, è retorica). A seguire, l’articolo di Luca Kocci (apparso su “Il manifesto”) che presenta il fatto.

Villetta Barrea (L'Aquila): Faggio del Pontone

Francescani : poveri per truffa

Fine d’anno ingloriosa per Francesco d’Assisi, il santo della povertà a cui papa Bergoglio ha detto di essersi ispirato quando nella Cappella sistina, appena eletto papa, ha scelto il proprio nome da pontefice. I suoi discepoli, i minori, l’ordine da lui fondato otto secoli fa, sono alle prese con un buco di bilancio di svariati milioni di euro, causato da «dubbie operazioni finanziarie», condotte anche da alcuni frati. E quello dei francescani è solo l’ultimo e l’ennesimo scandalo economico-finanziario che, in tempi recenti, ha coinvolto enti ecclesiastici e congregazioni religiose. Evidentemente nella Chiesa il bimillenario conflitto fra Dio e Mammona è sempre attuale.

Le rivelazione del dissesto economico dei francescani arriva direttamente dal ministro generale dell’Ordine dei frati minori – il terzo istituto religioso maschile della Chiesa cattolica per numero di aderenti, dopo gesuiti e salesiani –, lo statunitense fr. Michael Anthony Perry, in una lettera indirizzata agli oltre 14mila frati sparsi nel mondo. La situazione è «grave, sottolineo grave», rimarca Perry. Un aggettivo volutamente ribadito che lascia intendere – dalla Curia generale dell’ordine non si fanno cifre – che il buco di bilancio ammonta a decine di milioni di euro, forse anche di più. Non a causa della crisi, ma per operazioni finanziarie spericolate «condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell’ordine», in concorso anche con persone esterne ai francescani, già denunciate alla magistratura.

L’indagine interna, avviata nello scorso settembre e tutt’ora in corso, ha evidenziato una serie di attività finanziarie, definite eufemisticamente «dubbie», realizzate dall’Economato generale dei francescani. L’economo generale, p. Giancarlo Lati (prima di scegliere il saio lavorava al Monte dei Paschi di Siena), si è dimesso ed è stato subito sostituito dal suo vice, p. Silvio De La Fuente, affiancato da un secondo frate esperto in questioni economiche e amministrative, p. Pasquale Del Pezzo.

«La Curia generale si trova in una situazione di grave difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti», si legge nella lettera del ministro generale. Dall’indagine interna «è emerso che i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell’Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l’inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente». Dai primi riscontri pare che si siano verificate molteplici «dubbie operazioni finanziarie», «senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell’attuale Definitorio generale», l’organo di governo centrale dell’Ordine. Operazioni che «hanno messo in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale» e che «vedono coinvolte persone che non sono francescane ma che sembra abbiano avuto un ruolo centrale nella vicenda». Si avvalora quindi l’ipotesi di una sorta di “concorso esterno” – che potrebbe anche nascondere una truffa –, ma le principali responsabilità sembrano essere tutte interne all’Ordine.

Uno dei filoni dell’indagine ruoterebbe attorno all’hotel “Il Cantico” – nome francescano doc, plasmato sul Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi –, albergo e ristorante di lusso di proprietà dei religiosi, a due passi da San Pietro, alla cui guida c’era l’ex economo, p. Lati, «un paradiso di eleganza, calore e benessere», si legge nel sito internet della struttura. Ma la vicenda potrebbe varcare anche i confini nazionali: secondo Panorama la magistratura svizzera avrebbe sequestrato alcuni depositi dell’Ordine per decine di milioni di euro perché sospetta che sarebbero stati investiti in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti.

In attesa di eventuali sviluppi penali, l’indagine interna, scrive Perry, dovrà quantificare la reale consistenza dell’ammanco, rafforzare i sistemi di controllo e vigilanza interni e passare al setaccio tutte «le attività dell’ufficio dell’Economato generale dal 2003 ad oggi, prestando particolare attenzione a qualunque operazione potesse suscitare sospetto o preoccupazione». Da valutare la posizione del precedente ministro generale dei frati minori (dal 2003 al 2013), mons. José Rodríguez Carballo, da poco più di un anno nominato da papa Francesco segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Lo stesso Carballo, nello scorso agosto, firmò – insieme al prefetto della Congregazione, card. Braz de Aviz –, le “Linee orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”: un vademecum per la gestione corretta e trasparente dei beni e dei patrimoni degli ordini e delle congregazioni religiose.

I frati minori non rischiano il fallimento, ma il pesante dissesto economico potrebbe metterli in seria difficoltà. Tanto che Perry chiede a tutti i conventi di inviare alla Curia generale «un contributo finanziario per aiutarci a far fronte all’attuale situazione, che implica anche il pagamento di cospicue somme di interessi passivi». Chissà che questa vicenda non obblighi l’Ordine a recuperare la povertà praticata e auspicata da Francesco d’Assisi che fin dall’inizio – nonostante le agiografie edulcorate – fu guardata con sospetto dai papi e contestata dagli stessi francescani, che proprio sulla questione della povertà si divisero già all’indomani della morte del loro fondatore.

Luca Kocci

L’impero del consumo e la sua festa

Autore: liberospirito 20 Dic 2014, Comments (0)

Per i più l’approsimarsi del Natale non è – nonostante l’apparenza – evento religioso (memoria della nativita di Gesù di Nazareth, festa della luce per il solstizio invernale o altro ancora); il 25 di dicembre ci si avvicina invece, a grandi passi, alla festa del consumo, all’apoteosi di cene, spese, viaggi, regali e altro ancora. Mentre su tutti la grande crisi (economico-finanziaria, ma non solo) incombe… Su questo argomento riportiamo un notevole intervento di Eduardo Galeano, apparso su “Il manifesto” alcuni giorni or sono (ma proveniente a sua volta dal sito www.aporrea​.org).

galeano

L’esplosione del con­sumo nel mondo di oggi fa più rumore della guerra e più bac­cano del car­ne­vale. Come dice un antico pro­ver­bio turco, chi beve a cre­dito si ubriaca due volte. La bisboc­cia ottunde e obnu­bila lo sguardo; e quest’enorme sbronza uni­ver­sale sem­bra non cono­scere limiti di spa­zio e di tempo. Ma la cul­tura del con­sumo risuona molto, come il tam­buro, per­ché è vuota; all’ora della verità, quando gli stre­piti si cal­mano e la festa fini­sce, l’ubriaco di sve­glia solo, con l’unica com­pa­gnia della sua ombra e dei piatti rotti che dovrà pagare. L’espandersi della domanda cozza con i limiti impo­sti dallo stesso sistema che la genera. Il sistema ha biso­gno di mer­cati sem­pre più aperti e ampi, come i pol­moni hanno biso­gno dell’aria, e al tempo stesso ha biso­gno che si ridu­cano sem­pre più, come in effetti accade, i prezzi delle mate­rie prime e il costo della forza lavoro umana. Il sistema parla in nome di tutti, a tutti dà l’imperioso ordine di con­su­mare, fra tutti dif­fonde la feb­bre degli acqui­sti; ma niente da fare: per quasi tutti quest’avventura ini­zia e fini­sce davanti allo schermo del tele­vi­sore. La mag­gio­ranza, che fa debiti per otte­nere delle cose, fini­sce per avere solo più debiti, con­tratti per pagare debiti che ne pro­du­cono altri, e si limita a con­su­mare fan­ta­sie che tal­volta poi diven­tano realtà con il ricorso ad atti­vità delittuose.

Il diritto allo spreco, pri­vi­le­gio di pochi, pro­clama di essere la libertà per tutti. Dimmi quanto con­sumi e ti dirò quando vali. Que­sta civiltà non lascia dor­mire i fiori, le gal­line, la gente. Nelle serre, i fiori sono sot­to­po­sti a illu­mi­na­zione con­ti­nua, per­ché cre­scano più velo­ce­mente. E la notte è proi­bita anche alle gal­line, nelle fab­bri­che di uova.

È un modo di vivere che non è buono per le per­sone, ma è ottimo per l’industria far­ma­ceu­tica. Gli Stati Uniti con­su­mano la metà dei seda­tivi, degli ansio­li­tici e delle altre dro­ghe chi­mi­che ven­dute legal­mente nel mondo, e oltre la metà delle dro­ghe proi­bite, quelle ven­dute ille­gal­mente. Non è cosa di poco conto, visto che gli sta­tu­ni­tensi sono appena il 5% della popo­la­zione mondiale.

«Gente infe­lice, che vive in com­pe­ti­zione», dice una donna nel bar­rio del Buceo, a Mon­te­vi­deo. Il dolore di non essere, un tempo can­tato nel tango, ha ceduto il posto alla ver­go­gna di non avere. Un uomo povero è un pover’uomo. «quando non hai niente pensi di non valere niente», dice un tipo nel bar­rio Villa Fio­rito, a Bue­nos Aires. Con­fer­mano altri, nella città domi­ni­cana di San Fran­ci­sco de Maco­rís: «I miei fra­telli lavo­rano per le mar­che. Vivono com­prando cose fir­mate, e but­tano san­gue per pagare le rate».

Invi­si­bile vio­lenza del mer­cato: la diver­sità è nemica del pro­fitto, e l’uniformità comanda. La pro­du­zione in serie, su scala gigan­te­sca, impone ovun­que i pro­pri obbli­ga­tori modelli di con­sumo. La dit­ta­tura dell’uniformizzazione è più deva­stante di qua­lun­que dit­ta­tura del par­tito unico: impone, nel mondo intero, un modo di vita che fa degli esseri umani foto­co­pie del con­su­ma­tore esemplare.

La dit­ta­tura del sapore unico

Il con­su­ma­tore esem­plare è l’uomo tran­quillo. Que­sta civiltà, che con­fonde la quan­tità con la qua­lità, con­fonde la gras­sezza con la buona ali­men­ta­zione. Secondo la rivi­sta scien­ti­fica «The Lan­cet», negli ultimi dieci anni l’«obesità severa» è cre­sciuta di quasi il 30% fra la popo­la­zione gio­vane dei paesi più svi­lup­pati. Fra i bam­bini nor­da­me­ri­cani, negli ultimi 16 anni l’obesità è cre­sciuta del 40%, secondo uno stu­dio recente del Cen­tro scienze della salute presso l’università di Colo­rado. Il paese che ha inven­tato i cibi e le bevande light, il diet food e gli ali­menti fat free, ha la mag­gior quan­tità di grassi del mondo. Il con­su­ma­tore esem­plare scende dall’automobile solo per lavo­rare e guar­dare la tivù. Quat­tro ore al giorno le passa davanti allo schermo, divo­rando cibi di plastica.

Trionfa la spaz­za­tura tra­ve­stita da cibo: quest’industria sta con­qui­stando i palati del mondo e fa a pezzi le tra­di­zioni culi­na­rie locali. Le buone anti­che abi­tu­dini a tavola, che si sono raf­fi­nate e diver­si­fi­cate magari in migliaia di anni, sono un patri­mo­nio col­let­tivo acces­si­bile a tutti e non solo alle mense dei ric­chi. Que­ste tra­di­zioni, que­sti segni di iden­tità cul­tu­rale, que­ste feste della vita, ven­gono schiac­ciate dall’imposizione del sapere chi­mico e unico: la glo­ba­liz­za­zione degli ham­bur­ger, la dit­ta­tura del fast-food. La pla­sti­fi­ca­zione del cibo su scala mon­diale, opera di McDonald’s, Bur­ger King e altre catene, viola con suc­cesso il diritto all’autodeterminazione dei popoli in cucina: un diritto sacro, per­ché la bocca è una delle porte dell’anima.

Il cam­pio­nato mon­diale di cal­cio del 1998 ci ha con­fer­mato, fra l’altro, che la Master­Card toni­fica i muscoli, la Coca-Cola porta l’eterna gio­vi­nezza e che il menù di McDonald’s non può man­care nella pan­cia di un buon atleta. L’immenso eser­cito di McDonald’s spara ham­bur­ger nella bocca di bam­bini e adulti del mondo intero. Il dop­pio arco di que­sta M è ser­vito da stan­dard, nella recente con­qui­sta dei paesi dell’Europa dell’Est. Le code davanti alla McDonald’s di Mosca, inau­gu­rata in pompa magna nel 1990, hanno sim­bo­leg­giato la vit­to­ria dell’Occidente con altret­tanta elo­quenza della demo­li­zione del Muro di Ber­lino. Segno dei tempi: quest’azienda, che incarna le virtù del mondo libero, nega ai suoi dipen­denti la libertà di orga­niz­zarsi in sin­da­cato. McDonald’s viola in tal modo un diritto legal­mente rico­no­sciuto nei molti paesi nei quali opera. Nel 1997, alcuni suoi lavo­ra­tori, mem­bri di quella che l’azienda chiama la Mac­fa­mi­glia, cer­ca­rono di sin­da­ca­liz­zarsi in un risto­rante di Mon­treal in Canada: il risto­rante chiuse. Ma nel 1998, altri dipen­denti di McDonald’s in una pic­cola città presso Van­cou­ver, riu­sci­rono nell’impresa, degna del Guin­ness dei primati.

Gli uni­ver­sali della pubblicità

Le masse con­su­ma­trici rice­vono ordini in un lin­guag­gio uni­ver­sale: la pub­bli­cità è riu­scita là dove l’esperanto ha fal­lito. Tutti capi­scono, ovun­que, i mes­saggi tra­smessi dalla tivù. Nell’ultimo quarto di secolo, gra­zie al fatto che nel mondo le spese per la pub­bli­cità si sono decu­pli­cate, i bam­bini poveri bevono sem­pre più Coca-Cola e sem­pre meno latte, e il tempo prima dedi­cato all’ozio sta diven­tando tempo di con­sumo obbli­ga­to­rio. Tempo libero, tempo pri­gio­niero: le case molto povere non hanno letti, ma hanno il tele­vi­sore, ed è que­sto a det­tar legge. Com­prato a rate, que­sto pic­colo ani­male prova la voca­zione demo­cra­tica del pro­gresso: non ascolta nes­suno, ma parla per tutti. Poveri e ric­chi cono­scono, in tal modo, le virtù dell’ultimo modello di auto­mo­bili, e poveri e ric­chi si infor­mano sui van­tag­giosi tassi di inte­ressi offerti da que­sta o quella banca.

Gli esperti sanno con­ver­tire le merci in stru­menti magici con­tro la soli­tu­dine. Le cose hanno attri­buti umani: acca­rez­zano, accom­pa­gnano, capi­scono, aiu­tano, il pro­fumo ti bacia e l’auto è un amico che non tra­di­sce mai. La cul­tura del con­sumo ha fatto della soli­tu­dine il più lucroso dei mer­cati. Le ferite del cuore si risa­nano riem­pien­dole di cose, o sognando di farlo. E le cose non pos­sono solo abbrac­ciare: pos­sono anche essere sim­boli di ascesa sociale, sal­va­con­dotti per attra­ver­sare le dogane della società clas­si­sta, chiavi che aprono le porte proibite.

Quanto più sono esclu­sive, tanto meglio è: le cose esclu­sive ti scel­gono e ti sal­vano dall’anonimato della folla. La pub­bli­cità non ci informa sul pro­dotto che vende, o lo fa poche volte. Quello è il meno. La sua fun­zione prin­ci­pale con­si­ste nel com­pen­sare fru­stra­zioni e ali­men­tare fan­ta­sie: in chi ti vuoi tra­sfor­mare com­prando que­sta crema da barba?

Il cri­mi­no­logo Anthony Platt ha osser­vato che i delitti nelle strade non sono solo frutto della povertà estrema, ma anche dell’etica indi­vi­dua­li­sta. L’ossessione sociale del suc­cesso, dice Platt, incide in modo deci­sivo sull’appropriazione ille­gale delle cose altrui. Ho sem­pre sen­tito dire che il denaro non fa la feli­cità; ma qua­lun­que tele­di­pen­dente ha motivo di cre­dere che il denaro pro­duca qual­cosa di tanto simile alla feli­cità, che fare la dif­fe­renza è cosa da spe­cia­li­sti.
Secondo lo sto­rico Eric Hob­sbawm, il XX secolo ha messo fine a set­te­mila anni di vita umana cen­trata sull’agricoltura , da quando nel paleo­li­tico appar­vero le prime forme di col­ti­va­zione. La popo­la­zione mon­diale si con­cen­tra nelle città, i con­ta­dini diven­tano cit­ta­dini. In Ame­rica latina abbiamo campi senza per­sone ed enormi for­mi­cai umani urbani: le più grandi città del mondo, e le più ingiu­ste. Espulsi dalla moderna agri­col­tura per l’export, e dal degrado dei suoli, i con­ta­dini inva­dono le peri­fe­rie. Cre­dono che Dio sia ovun­que, ma per espe­rienza sanno che abita nei grandi cen­tri. Le città pro­met­tono lavoro, pro­spe­rità, un avve­nire per i loro figli. Nei campi, si guarda la vita pas­sare e si muore sba­di­gliando; nelle città la vita scorre, e chiama. Poi, la prima cosa che i nuovi arri­vati sco­prono, ammuc­chiati nelle cata­pec­chie, è che manca il lavoro e le brac­cia sono troppe, che niente è gra­tis e che gli arti­coli di lusso più cari sono l’aria e il silenzio.

Agli inizi del secolo XIV, frate Gior­dano da Rivalta pro­nun­ciò a Firenze un elo­gio delle città. Disse che cre­sce­vano «per­ché le per­sone amano stare insieme». Stare insieme, incon­trarsi. Ma adesso, chi si incon­tra con chi? E la spe­ranza, si incon­tra con la realtà? Il desi­de­rio, si incon­tra con il mondo? E la gente, si incon­tra con la gente? Se i rap­porti umani si sono ridotti a rap­porti fra le cose, quanta gente si incon­tra con le cose?

La mino­ranza compradora

Il mondo intero tende a diven­tare un grande schermo tele­vi­sivo, dal quale le cose si guar­dano ma non si toc­cano. Le mer­can­zie in offerta inva­dono e pri­va­tiz­zano gli spazi pub­blici. Le sta­zioni di pull­man e treni, che fino a poco tempo fa erano spazi di incon­tro fra le per­sone, si stanno tra­sfor­mando in spazi commerciali.

Lo shop­ping cen­ter, o shop­ping mall, vetrina di tutte le vetrine, impone la sua abba­gliante pre­senza. Le masse accor­rono, in pel­le­gri­nag­gio, a que­sto grande tem­pio della messa del con­sumo. La mag­gio­ranza dei devoti con­tem­pla, in estasi, oggetti che il por­ta­fo­glio non può pagare, men­tre la mino­ranza com­pra­dora risponde al bom­bar­da­mento inces­sante ed este­nuante dell’offerta. La folla che sale e scende dalle scale mobili viag­gia nel mondo: i mani­chini sono vestiti come a Milano o Parigi e le auto­mo­bili hanno lo stesso suono che a Chi­cago, e per vedere e ascol­tare non occorre pagare il biglietto. I turi­sti che ven­gono dai vil­laggi dell’interno, o dalle città che non hanno ancora meri­tato que­ste bene­di­zioni della moderna feli­cità, posano per una foto, davanti alle mar­che inter­na­zio­nali più famose, come un tempo posa­vano ai piedi della sta­tua a cavallo nella piazza. Bea­triz Solano ha osser­vato che gli abi­tanti delle peri­fe­rie vanno allo shop­ping cen­ter come prima anda­vano in cen­tro. Il tra­di­zio­nale stru­scio di fine set­ti­mana al cen­tro della città tende a essere sosti­tuito dalle escur­sioni a que­sti cen­tri. Lavati e pet­ti­nati, con indosso gli abiti migliori, i visi­ta­tori ven­gono a una festa dove non sono invi­tati, ma dove pos­sono essere spet­ta­tori. Intere fami­glie fanno il viag­gio nella navi­cella spa­ziale che per­corre l’universo del con­sumo, nel quale l’estetica del mer­cato ha dise­gnato un pae­sag­gio allu­ci­nante di modelli, mar­che ed etichette.

La cul­tura del con­sumo, cul­tura dell’effimero, con­danna tutto alla desue­tu­dine media­tica. Tutto cam­bia al ritmo ver­ti­gi­noso della moda, messa al ser­vi­zio della neces­sità di ven­dere. Le cose invec­chiano in un baleno, per essere sosti­tuite da altre che avranno una vita altret­tanto fugace. L’unica cosa che per­mane è l’insicurezza; le merci, fab­bri­cate per­ché durino poco, sono vola­tili quanto il capi­tale che le finan­zia e il lavoro che le pro­duce. Il denaro vola alla velo­cità della luce; ieri era là, adesso è qua, domani chissà, e ogni lavo­ra­tore è un poten­ziale disoc­cu­pato. Para­dos­sal­mente, gli shop­ping cen­ter, sovrani della fuga­cità, offrono l’illusione di sicu­rezza più effi­cace. Resi­stono infatti fuori dal tempo, senza età né radici, senza notte né giorno né memo­ria, ed esi­stono fuori dallo spa­zio, al di là delle tur­bo­lenze della peri­gliosa realtà del mondo.

I nuovi idoli

I padroni del mondo lo usano come se fosse un usa e getta: una merce dalla vita effi­mera, che si esau­ri­sce come si esau­ri­scono, quasi appena nate, le imma­gini spa­rate dalla mitra­glia­trice della tivù e le mode e gli idoli che la pub­bli­cità lan­cia inces­san­te­mente sul mer­cato. Ma in quale altro mondo potremmo andare? Siamo tutti obbli­gati a cre­dere che Dio abbia ven­duto il pia­neta a un certo numero di imprese, per­ché essendo di cat­tivo umano ha deciso di pri­va­tiz­zare l’universo?

La società dei con­sumi è una trap­pola esplo­siva. Chi ne ha le redini fa finta di igno­rarlo, ma chiun­que abbia gli occhi può vedere che la grande mag­gio­ranza delle per­sone con­suma poco, poco o niente neces­sa­ria­mente, così da garan­tire l’esistenza della poca natura che ci rimane. L’ingiustizia sociale non è con­si­de­rata un errore da cor­reg­gere, né un difetto da supe­rare: è una neces­sità essen­ziale. Non c’è natura capace di ali­men­tare uno shop­ping cen­ter delle dimen­sioni del pianeta.

Eduardo Galeano

L’essere umano è – ci dicono gli acculturati –  homo loquens, cioè animale di linguaggio. Cosa significhi ciò non è possibile dirlo nello spazio di un post, mancano le parole, letteralmente. Qui ci interessano alcune parzialissime osservazioni in merito a certe modifiche in atto nell’uso di alcuni termini, poco più di una manciata di parole. A ben vedere, sono questioni non sono linguistiche, ma anche civili, politiche e altro ancora. Questo è il discorso del testo sottostante di Lidia Menapace, apparso su www.italialaica.it.

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I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui  di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare  di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma  so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.
Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate;  ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto  far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta. Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di  Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato  positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.
Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e.
Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”.
Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.
So bene che ci  sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo  uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia  un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”
Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque  i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la  facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.
A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima  che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se  gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.
Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative.  Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.
Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima;  poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di  far esistere il bene, Aristotele  afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni.  E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente.  Da ciò deriva il diritto  politico a pubblicizzare l’acqua.
Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse  un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non  solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra-  di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata  riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare  che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!
Lidia Menapace