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Archivi: ottobre 2014

Il neoliberismo come religione

Autore: liberospirito 23 Ott 2014, Comments (0)

Un paio di anni fa segnalammo l’uscita di un volume – scritto a più mani (fra cui Peter Sloterdijk) – intitolato Il capitalismo divino. Il mondo capitalista veniva letto come religione sui generis, con i suoi dogmi e i suoi riti. Ritorniamo sul tema, quanto mai attuale, con questa intervista alla teologa Corinne Lanoir, docente di Antico Testamento presso la Facoltà protestante di teologia a Parigi. Il testo originale di questa conversazione è apparso sul quotidiano “Il manifesto” la settimana scorsa.

corinne lanoir

«Il neo­li­be­ra­li­smo è anche una forma di reli­gione»: ne è con­vinta Corinne Lanoir, che abbiamo incon­trato a Torino in occa­sione del con­ve­gno inter­na­zio­nale «Eco­no­mia e teo­lo­gia», svol­tosi la scorsa set­ti­mana presso la Casa val­dese, pro­mosso da Cen­tro teo­lo­gico, Cen­tro di cul­tura «Pascal» e Cen­tro studi «Parey­son». Docente di Antico Testa­mento all’Istituto di Teo­lo­gia Pro­te­stante di Parigi, Lanoir è una delle voci più inte­res­santi del pen­siero evan­ge­lico euro­peo con­tem­po­ra­neo. Viag­gia rego­lar­mente tra Nica­ra­gua e Chia­pas per tenere corsi di for­ma­zione biblica: non è un caso che da pro­te­stante si senta molto vicina alla teo­lo­gia della liberazione.

Un teo­logo come Die­trich Bon­hoef­fer soste­neva che la nostra respon­sa­bi­lità di donne e uomini moderni è di vivere come se dio non esi­stesse. Al con­ve­gno tori­nese lo ha ricor­dato Ric­cardo Bel­lo­fiore, sug­ge­rendo che non si tratta di con­dan­nare le aber­ra­zioni del neo­li­be­ra­li­smo in virtù di prin­cipi etici meta-empirici, ma di addi­tare le sue con­trad­di­zioni entro una pro­spet­tiva imma­nente. Quale teo­lo­gia può accet­tare di porsi su que­sto piano seco­lare di confronto?

La teo­lo­gia della libe­ra­zione può farlo, per almeno due ragioni. Se si assume la sua pro­spet­tiva, la teo­lo­gia è sem­pre «seconda», nel senso che viene dopo l’esistenza e l’esperienza dell’esistenza, che pre­sen­tano pro­blemi con­creti da affron­tare e risol­vere attin­gendo a stru­menti di ana­lisi poli­tica, sociale ed eco­no­mica imma­nenti alla realtà inda­gata. Solo in un secondo momento la teo­lo­gia viene a inter­ro­gare le pra­ti­che, valu­tare le azioni con­crete, senza però pre­ten­dere di pro­nun­ciare l’ultima parola su di esse. Il pro­cesso di ana­lisi e di cri­tica non ha fine. In secondo luogo, la teo­lo­gia non ha la pre­tesa di dire la sua su tutto: non può e non deve ambire né all’onnipotenza né all’ubiquità nella sua pro­po­sta di inter­ro­ga­zione e valu­ta­zione della realtà.

Com’è pos­si­bile che la fede cri­stiana con­danni tanti scan­dali (ido­la­tria del denaro, sfrut­ta­mento, dise­gua­glianza), ma la sua cri­tica arre­tri di fronte al meta-scandalo del capi­tale? Lo «scan­dalo degli scan­dali» non è pro­prio l’esistenza della for­ma­zione capi­ta­li­stica, fon­data sul con­sumo degli esseri umani come por­ta­tori viventi di forza-lavoro?

Dipende da che cosa si intende per fede cri­stiana. Le teo­lo­gie non sono tutte uguali. Lo spe­ci­fico della teo­lo­gia della libe­ra­zione è che cerca di aggre­dire il cuore del pro­blema, per­ché è una teo­lo­gia che vuole tra­sfor­mare il mondo, non solo acco­mo­dare le cose per ren­derlo un po’ più vivi­bile. È chiaro che, se la pro­spet­tiva è la tra­sfor­ma­zione, biso­gna pun­tare diret­ta­mente al capi­tale e al neo­li­be­ra­li­smo, cri­ti­can­doli integralmente.


La teo­lo­gia della libe­ra­zione ha lan­ciato una sfida potente all’alleanza regres­siva tra chiesa cat­to­lica ed eco­no­mia di mer­cato. Che cosa è rima­sto oggi di quella espe­rienza? Chi sono gli eredi di Gustavo Gutiérrez?

Siamo alla terza gene­ra­zione e la teo­lo­gia della libe­ra­zione, come era nelle sue inten­zioni ori­gi­nali, si è arric­chita di sog­getti: i poveri infatti non devono essere solo oggetti, ma anche sog­getti di teo­lo­gia. E così ora il suo discorso si avvale del con­tri­buto di donne, indi­geni, con­ta­dini, un ven­ta­glio ete­ro­ge­neo di gruppi che si iden­ti­fi­cano con alcune sue pro­po­ste, rie­la­bo­ran­dole a par­tire dal pro­prio con­te­sto. Que­sto per­ché, come ogni teo­lo­gia dovrebbe rico­no­scere quando si guarda allo spec­chio, la teo­lo­gia della libe­ra­zione è una teo­lo­gia con­te­stuale. Anche le sue pre­oc­cu­pa­zioni sono cam­biate e si sono arric­chite: all’economia, ad esem­pio, si è aggiunta come tema forte l’ecologia.

A dif­fe­renza di quanto accade con alcuni eco­no­mi­sti di sini­stra, il pen­siero eco­no­mico main­stream né sol­le­cita né sem­bra par­ti­co­lar­mente sol­le­ci­tato dalla teo­lo­gia, È come se solo la parte oggi cul­tu­ral­mente «debole» cer­casse alleanze erme­neu­ti­che col pen­siero teo­lo­gico. Mi sbaglio?

No, ha ragione. Accade pro­ba­bil­mente per­ché il neo­li­be­ra­li­smo ha già la sua teo­lo­gia, intrin­seca al suo stesso pen­siero. Que­sta pro­po­sta di orga­niz­za­zione eco­no­mica (e poli­tica) delle società si pre­senta anche come una forma di reli­gione. Se si esa­mina la pro­po­sta neo­li­be­rale, ci si accorge che è una pro­po­sta reli­giosa. E almeno per tre motivi. Innan­zi­tutto offre un para­diso qui e ora: il suo pro­gresso e la sua moder­nità sono para­diso rea­liz­zato e rea­liz­za­bile nell’oggi e nel mondo. Il benes­sere dato dall’accumulazione è para­di­siaco. Allo stesso tempo, con­tem­pla anche una demo­no­lo­gia, una dot­trina del pec­cato e un inferno. La ricerca dell’efficienza, che porta al para­diso, è osta­co­lata da coloro che ope­rano un male chia­mato soli­da­rietà, che com­pro­mette l’efficienza. Nel discorso teo­lo­gico dei neo­li­be­rali, la soli­da­rietà è un pec­cato ori­gi­nale, un male radi­cale. Infine, il neo­li­be­ra­li­smo è una reli­gione sacri­fi­cale: il sacri­fi­cio dei poveri, di chi non ha posto in que­sta cosmo­lo­gia dell’efficienza, è neces­sa­rio per giun­gere al paradiso.

Esi­stono però anche teo­lo­gie fian­cheg­gia­trici del neo­li­be­ra­li­smo. Ci spiega che cos’è la teo­lo­gia della prosperità?

È una teo­lo­gia che viene dal Bra­sile e dagli Usa, ma è pre­sente oggi anche in altri Paesi dell’America Latina, in Asia e in Africa. Si basa su un prin­ci­pio molto sem­plice: se sei ricco, allora sei bene­detto. Se sei povero, vuol dire che hai fatto qual­cosa di male. La bene­di­zione di Dio si mani­fe­sta nei beni mate­riali che acqui­sti. È una teo­lo­gia indi­vi­dua­li­stica che si addice benis­simo al mer­cato e sod­di­sfa tutte le sue richie­ste. Pre­tende di fon­darsi sulla Bib­bia, ma ne fa una let­tura del tutto fan­ta­sma­go­rica (Gesù era ricco, usava pro­fumi di pre­gio, ecc.). Un’altra carat­te­ri­stica è il suo sin­cre­ti­smo: mescola idee vaga­mente new age ad altre cri­stiane o bud­d­hi­ste, si com­pone di pezzi incoe­renti e sparsi, assor­ben­doli e dige­ren­doli come fa, d’altra parte, il neo­li­be­ra­li­smo. Non ha uno sche­le­tro ragio­nato. È una teo­lo­gia fast food.

Durante il con­ve­gno, Lui­gino Bruni ha citato l’economista e pastore Phi­lip Wick­steed, il quale, all’inizio del secolo scorso, asse­riva che il prin­ci­pio di tutti i rap­porti eco­no­mici fosse il «non-tuismo». Né egoi­sta né altrui­sta, l’economia sarebbe «non-tuista», nella misura in cui accon­sente a che si strin­gano rap­porti empa­tici e pro-sociali con tutti tranne che con la per­sona che si ha di fronte nello scam­bio eco­no­mico. Per Wick­steed, quando la con­tro­parte diventa un «tu», si esce dall’ambito dell’economia. Quanto è anti-cristiano, a suo giu­di­zio, que­sto pre­sunto prin­ci­pio fondamentale?

Mol­tis­simo. Se pen­siamo ad esem­pio alla para­bola del Buon Sama­ri­tano, si com­prende subito in che senso il mio pros­simo è innan­zi­tutto la per­sona che mi sta imme­dia­ta­mente davanti. In che senso, cioè, il cri­stia­ne­simo è un mes­sag­gio «tui­sta», il cui ambito è defi­nito dal «tu». Non posso costruirmi il mio pros­simo come voglio, dove mi fa comodo andarlo a cer­care. Il pros­simo è la per­sona che mi viene incon­tro ed è con que­sta pre­senza che sono chia­mato a tro­vare il modo di instau­rare rela­zioni soli­dali, di costruire qual­cosa di decente, di giu­sto, di vivibile.

Si pos­sono indi­vi­duare modelli di eco­no­mia alter­na­tiva nelle scrit­ture ebraiche?

Modelli forse no, ma ci sono alcune sto­rie in que­sto senso molto inte­res­santi. La mia pre­fe­rita è un pic­colo mira­colo con­te­nuto nel Secondo Libro dei Re. Si narra della riac­qui­sita capa­cità di sosten­ta­mento eco­no­mico da parte di una vedova che aveva perso tutto ed era asse­diata da cre­di­tori che minac­cia­vano di ridurre i suoi figli in schia­vitù. Sug­ge­ri­sco di leg­gere que­sti pochi ver­setti e di riflet­tere sull’elemento di svolta del rac­conto, che non è espli­ci­tato: la soli­da­rietà gra­tuita dei vicini della donna, che le accor­dano la fidu­cia neces­sa­ria per­ché lei possa avviare una pic­cola atti­vità e rico­min­ciare a vivere.

Il linguaggio dimenticato

Autore: liberospirito 17 Ott 2014, Comments (0)

Il linguaggio dimenticato è  il titolo di un saggio di Erich Fromm, apparso negli anni Cinquanta, in cui lo studioso tedesco (e naturalizzato americano), esamina la dimensione del sogno, del mito e della fiaba. Con il medesimo titolo prende avvio sabato prossimo, a Piacenza, presso la Biblioteca “Passerini Landi”, una serie di iniziative che si concluderanno il 22 novembre. Pittura, arte-terapia, fiaba, psicologia del profondo e formazione della persona sono alcuni degli ambiti che verranno toccati e approfonditi attraverso varie proposte. Di seguito riportiamo in forma sintetica il programma. Andando al link della biblioteca si possono recuperare informazioni più dettagliate.

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sabato 18 ottobre, ore 17: Leader di sé in un mondo alla rovescia, incontro a cura di Mauro Scardovelli.

sabato 25 ottobre, ore 17: Omaggio a C.G. Jung, incontro a cura di Federico Battistutta.

sabato 8 novembre, ore 17: Suoni, gesti, forme, colori all’origine della narrazione, incontro a cura di Giulia Cremaschi Trovesi.

sabato 15 novembre, ore 17: Le fiabe non raccontano favole, incontro a cura di Silvano Petrosino, Enrico Garlaschelli e Matteo Bergamaschi.

Inoltre, dal 18 ottobre al 22 novembre sono allestite due mostre:

La ragazza mela, una fiaba dipinta, mostra di pitture di carta di Silvia Papi.

Un giorno sarai grande abbastanza per ricominciare a leggere le fiabe, mostra antologica di illustrazione per fiabe, a cura della Biblioteca ragazzi “Giana Anguissola”.

Infine, sabato 22 novembre, ore 16: Vedere, ascoltare, raccontare, laboratorio artistico per bambini dai 5 ai 10 anni, condotto da Silvia Papi.

Per info: 0523.492410 E-mail: [email protected]

Per le donne di Kobane

Autore: liberospirito 11 Ott 2014, Comments (0)

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Vi ricordate di Srebrenica, nel luglio 1995? Laggiù, in terra bosniaca, a poca distanza dall’Italia, ebbe luogo un genocidio: ottomila persone finirono trucidate dai serbi. Giustamente, c’è chi in questi giorni ha accostato Kobane – città della Siria, al confine con la Turchia – a Srebrenica. Lo ha fatto, ad esempio, proprio l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura: ha paragonato quanto sta accadendo a Kobane alla “vergogna” di Srebrenica, quando migliaia di civili vennero trucidati dai serbi davanti agli occhi delle truppe Onu, le quali quasi nulla fecero per impedirlo. «Non possiamo restare in silenzio», ha aggiunto de Mistura, chiedendo tra l’altro allo stato turco di permettere il passaggio ai volontari curdi in Turchia per recarsi «con le loro armi» a combattere con i curdi siriani. Queste parole, non scordiamolo, vengono da un diplomatico (che, fra l’altro, fu pure viceministro degli affari esteri nel governo Monti).

Intanto la Turchia di Erdogan se a parole condanna l’Isis, nei fatti continua a impedire il sostegno concreto dei curdi, presenti sul suo territorio, ai confratelli al di là del confine. Sale infatti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati durante le proteste della comunità curda in Turchia, contro l’avanzata dei militanti dello Stato islamico sulla città di Kobane (si parla di almeno 21 morti e 150 feriti).

Figura non migliore la stanno facendo gli Usa di Obama e i loro alleati anti-Isis. L’altro giorno un articolo del “Sole-24ore” titolava così: “L’Isis avanza a Kobane e la Coalizione si gioca la faccia”.

Non va dimenticato che le forze dell’Isis sono il prodotto delle alchimie politiche di americani, petro­-mo­nar­chie e turchi (vedi il precedente post su questo blog). L’incapacità di sostenere militarmente i curdi, le cui milizie costituiscono, di fatto, l’unico avversario credibile al Califfato in Siria, come in Iraq, sta ridicolizzando una coalizione che sembra esistere solo sulla carta. Il segretario di Stato americano, John Kerry, pur definendo «una tragedia» l’avanzata dell’Isis a Kobane, ha cercato di sminuire l’importanza strategica della città curda. In altre parole: si può lasciare massacrare il popolo di Kobane…

Sul motivo per cui la città di Kobane susciti così poco interesse c’è un bell’articolo di Sandro Mezzadra, apparso di recente sul “Manifesto”. In breve: la città è il cen­tro di uno dei tre can­toni che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «curdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della Carta della Rojava (come si chiama il Kurdistan occi­den­tale o siriano). E’ un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e democra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Il fem­mi­ni­smo, che vediamo in campo nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, è riconosciuto nel prin­ci­pio della partecipazione pari­ta­ria a ogni istituto di auto­go­verno, che giorno per giorno mette in discus­sione le strutture patriar­cali. E l’autogoverno della città, pur tra mille difficoltà e con­trad­di­zioni, esprime dav­vero il prin­ci­pio di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. Un’entità comunista libertaria l’ha definita un articolo del “Fatto quotidiano”.

Infine, non va dimenticato che l’Isis si scontra non solo con le altre religioni o con i presunti eretici della propria, ma persegue, con ostinazione programmatica, l’ odio nei confronti delle donne. E non è un caso se sul campo di battaglia ci sono migliaia di donne in armi, pronte a ostacolarli, le quali non sono disposte a cedere ciò che hanno raggiunto. Affinchè a Kobane non tocchi lo stesso destino di Srebrenica. Il coraggio di queste donne va ricordato, con forza. Vogliamo dedicare questo post alla diciannovenne Ceylan Ozalp, che, nello scontro contro i miliziani islamisti, pur di non finire nelle mani dell’Isis ha rivolto l’ultimo proiettile verso di sé.

Scriblerus

I media occidentali continuano a parlare, con allarme, dell’Isis, il califfato islamista sorto fra Siria e Iraq. Ne abbiamo già parlato – anche se non in modo diretto – anche su questo blog. L’articolo che segue (apparso su “Nigrizia”) va dritto al cuore della questione e taglia via tante chiacchiere che si sentono sull’argomento. L’autore è Mostofa El Ayoubi, un giornalista di origine marocchina e attento analista della realtà mediorientale; è sociologo di formazione, caporedattore della rivista “Confronti” e membro della Commissione Islam della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Ha pubblicato diversi volumi sul tema della migrazione e del dialogo religioso. Che cosa dice quest’articolo? In breve: il califfato – che tanto inquieta l’Occidente – altro non è se non il frutto degenarato delle mosse geo-strategiche di Stati Uniti, Nato e dei paesi satelliti arabi.

mostafa-el-ayoubi

Si chiama al-dawla al-islamya, ovvero lo Stato Islamico (SI), il movimento salafita jihadista che, negli ultimi mesi, ha intensificato la guerra che dissangua l’Iraq ormai dalla sua invasione da parte degli Usa nel 2003. In passato si chiamava Stato Islamico in Iraq, legato ad Al-Qaida. E quando ha iniziato a combattere anche in Siria si è nominato Daesh, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. E nel mese di luglio scorso il capo dello SI, Abu Bakr al-Baghdadi, si è autoproclamato califfo della Umma, chiamando tutti i musulmani a riconoscere il suo califfato che comprende parti dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa.

Oggi questo movimento jihadista occupa diverse zone strategiche della Siria e dell’Iraq. In Siria lo SI – allora Daesh – ha soppiantato il movimento qaidista Jabhat al-Nusra. Ciò ha portato al-Zawahiri, capo di Al-Qaida, a scomunicare lo SI e i suoi leader. Oggi lo SI, che conta tra le sue fila molti jihadisti provenienti da diversi paesi anche europei, è il principale gruppo armato che opera in Siria. Controlla zone importanti, in particolare Deir al-Zour e al-Raqqa, dove si trovano giacimenti di petrolio, che contrabbanda attraverso le frontiere turche. Fa la guerra ad al-Assad ma semina anche terrore e morte tra i civili: musulmani (sunniti e sciiti), cristiani, armeni, curdi…

In Iraq, all’inizio di quest’estate, lo SI ha scatenato una guerra jihadista senza precedenti. È riuscito a invadere diverse aree e ha occupato Musul, la seconda città più importante dopo Baghdad. A Ninawa i jihadisti dello SI hanno intimato ai cristiani di pagare la jizia (tassa per i non musulmani) o lasciare la città. A Jebel Sinjar, al confine con la regione curda, lo SI ha perpetrato crimini contro la minoranza religiosa degli yazidi, uccidendo tanti uomini e riducendo tante donne in stato di schiavitù.

Oggi lo SI preoccupa la “comunità internazionale”. L’Onu lo ha inserito nella lista dei gruppi terroristi. Gli Usa, in agosto, hanno iniziato a bombardare con i loro aerei le posizioni del movimento nelle zone vicine ad Arbil, capitale della regione curda dell’Iraq, mentre le cancellerie occidentali si prestavano ad armare i peshmerga curdi per combattere lo SI, il quale, invece di dirigersi verso Baghdad, si è diretto verso il nord (curdo) dove si trovano ingenti pozzi di petrolio.

Come è nato, chi arma, chi sostiene logisticamente questo movimento estremista che oggi preoccupa le potenze occidentali?

Come Al-Qaida, lo SI non è nato dal nulla. Al-Qaida, con i suoi mujaheddin, fu uno degli strumenti con i quali gli Usa sloggiarono i sovietici dall’Afghanistan. I qaidisti hanno giocato un ruolo importante – a fianco della Nato – nello smembrare la Libia e poi trascinare la Siria in una guerra settaria che la sta dissanguando.

Lo SI nasce in Iraq come conseguenza dell’invasione Usa. Dopo la caduta di Saddam, Paul Bremer, appena insediato come amministratore americano dell’Iraq (2003-2004), ha smantellato l’esercito e il corpo della polizia e ha favorito la formazione di gruppi armati favorevoli all’occupazione. John Negroponte, il successore (2004-2005) – che negli anni Ottanta fu a capo della diplomazia Usa in Honduras dove ha collaborato alla formazione degli squadroni dalla morte in Nicaragua – ha lavorato, insieme a Robert Ford (ambasciatore in Siria, 2010 -2014) alla creazione di milizie jihadiste sunnite che da allora terrorizzano l’Iraq. Uno degli scopi di questa spregiudicata operazione era quello di creare uno scontro interconfessionale ed etnico per evitare che l’Iran estendesse la sua influenza sull’Iraq a maggioranza sciita, incoraggiare l’indipendenza dei curdi e in ultimo dividere il paese.

È dalla “palude irachena” che nasce quindi questo mostro che oggi si chiama SI: un mostro funzionale agli obbiettivi geostrategici delle grandi potenze occidentali nel Medio Oriente.

Quindi, dei crimini nei confronti dei musulmani, dei cristiani, degli yazidi e di altri figli del Medio Oriente, devono rispondere in primo luogo i governanti Usa/Nato –  e i loro subordinati arabi e turchi – che hanno contribuito in un modo o nell’altro a creare e rafforzare mostri come lo SI. Ma loro sono intoccabili!

Mostofa El Ayoubi