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Archivi: aprile 2014

Perché Wojtyła non è un santo

Autore: liberospirito 30 Apr 2014, Comments (0)

Giovanni Franzoni, già abate di San Paolo fuori le Mura (nella cui veste – equiparata a quella di vescovo – ha partecipato al Concilio Vaticano II), è stato convocato agli inizi del 2007 dalla Postulazione per la causa dei santi per portare la sua testimonianza nel processo di beatificazione di Karol Wojtyła. Il ritratto del pontefice che emerge dalla sua deposizione giurata (qui riprodotta) è assai distante dall’iconografia che i media offrono in questi giorni. Il sito della rivista “Micromega” è ritornato sul tema proponendo vari interventi, fra cui quello di dom Franzoni, che riprende e puntualizza quanto aveva precedentemente dichiarato. Perchè Wojtila non è un santo? Basta guardare l’immagine sotto riportata: si tratta dell’incontro ufficiale fra il papa e Pinochet.

wojtila e pinochet

Dopo l’apertura della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II un gruppo di teologhe e teologi cattolici, partendo ciascuno dalle proprie conoscenze e dalle proprie sensibilità ferite durante l’esercizio del pontificato di questo papa, ha diffuso un appello nel quale sono confluite le principali obiezioni al processo di canonizzazione. Si è voluto così rispondere all’invito della congregazione competente affinché fossero esposte sia le testimonianze favorevoli sia quelle contrarie alla beatificazione.

Personalmente, oltre che dalla repressione del pensiero teologico cattolico attuata da Wojtyła, ero fortemente colpito da quanto avevo appreso a Managua, nella segreteria del Centro Valdivieso, circa il doloroso isolamento di monsignor Oscar Arnulfo Romero che – ricevuto in udienza privata dal papa affinché potesse riferirgli delle scomparse e delle uccisioni di cittadini, sindacalisti e sacerdoti salvadoregni che avevano sostenuto la causa dei contadini nella presa di possesso delle terre loro concesse dalla riforma agraria – vide disprezzata questa documentazione, si sentì esortare ad andar d’accordo comunque col governo salvadoregno e non riscontrò alcun calore pastorale nel papa.

Per i dettagli di questo doloroso isolamento rinvio alla deposizione già consegnata al tribunale del vicariato di Roma [pubblicata qui]. Aggiungo solo due considerazioni maturate in seguito a quella deposizione.

Quando è emerso lo scandalo degli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi cattolici, e non per un atto di consapevolezza da parte della Chiesa ma grazie ai procedimenti legali e risarcitori intentati dalle vittime, l’attenzione del mondo si è rivolta alle responsabilità non solo dei religiosi abusanti ma anche delle autorità della gerarchia che avevano celato il fenomeno agli organi inquirenti laici e si erano accontentate di ammonimenti e di trasferimenti in altre sedi dei preti pedofili (che infatti, in molti casi, hanno proseguito nei loro perversi comportamenti).

Questa modalità di copertura degli scandali oltre a essere contrastante con la lettera dell’Evangelo, secondo il quale è bene che gli scandali siano manifesti perché ci sia chiarezza nella comunità, è risultata anche offensiva nei confronti del rapporto fra corpo ecclesiastico e società laica. Alcuni vescovi costretti tardivamente a dare le dimissioni in seguito all’esplosione degli scandali hanno pubblicamente detto che consultandosi con la Congregazione per la dottrina della fede, di cui era prefetto l’attuale pontefice, avevano operato nella convinzione di essere in armonia con la volontà del papa. Quanto poi allo scandalo che ha coinvolto l’arcivescovo di Vienna, Hans Hermann Groër, costretto alle dimissioni da una corale richiesta dei vescovi austriaci, è noto che la sua promozione da abate benedettino ad arcivescovo fu promossa personalmente da Giovanni Paolo II che aveva stretto un rapporto di amicizia e collaborazione con Groër già da quando era vescovo di Cracovia.

Una seconda considerazione più che la figura di papa Wojtyła riguarda la scelta dell’attuale pontefice di procedere alla cerimonia di beatificazione in una data – il 1° maggio 2011 – che evidentemente viene sottratta alla celebrazione e alla frequentazione di masse di lavoratori organizzati fra i quali vi sono notoriamente cattolici e non cattolici, credenti religiosi e diversamente credenti.
Questa «invasione di campo» costringe alcuni cattolici a scegliere fra partecipazione socio-politica e partecipazione a aventi ecclesiastici. Si tratta di un antagonismo di cui non sentivamo il bisogno.

Giovanni Franzoni

La via della trasformazione. Una rassegna

Autore: liberospirito 26 Apr 2014, Comments (0)

meditazione

A partire da sabato 3 maggio, a Piacenza, presso la Biblioteca Passerini-Landi, prenderà inizio la rassegna  «La via della trasformazione».  La rassegna si propone di offrire, attraverso quattro incontri, alcune testimonianze sulla diffusione delle pratiche meditative e contemplative in Occidente.
Gli incontri si terranno presso il Salone monumentale della Biblioteca Passerini-Landi, via Carducci 14 (1° piano), a partire dalle ore 17. Questo il programma:

SABATO 3 MAGGIO: Coltivare semi di felicità. Video-intervista al monaco buddhista francese Matthieu Ricard. Con il commento di Federico Battistutta.

SABATO 10 MAGGIO: Passi leggeri su sentieri sassosi. Strumenti utili per la qualità della vita nelle condizioni di dolore. Conferenza di Diana Petech.

SABATO 17 MAGGIO: Passi di pace. Testimonianze video di Thich Nhat Hanh. Con il commento di Riccardo Grosso e del sangha di Piacenza

SABATO 24 MAGGIO: Swami-ji: un viaggio interiore. Documentario sulla vita indiana del monaco benedettino francese Henri Le Saux. Con il commento di Federico Battistutta.

Per uletriori informazioni:

tel. 0523-492408. E-mail: [email protected]
http://passerinilandi.biblioteche.piacenza.it
https://www.facebook.com/passerinilandi

8 x mille. Metà verità (e metà bugia)

Autore: liberospirito 22 Apr 2014, Comments (0)

E’ uscito oggi su “il manifesto” un articolo di Luca Kocci riguardante la pubblicità proposta sui media dalla Chiesa cattolica per l’8 per mille da indicare nella prossima dichiarazione dei redditi. Come dire: una mezza verità è anche una mezza bugia…

altan

I testimonial non sono attori e sono scelti con cura: c’è la suora missionaria in una baraccopoli di Addis Abeba, la comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme più volte presa di mira dalle ‘ndrine, gli interventi di solidarietà internazionale della Caritas e la Consulta antiusura. Ma la nuova campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica – lanciata a metà aprile – racconta solo un quarto della verità. Precisamente il 23%, perché a tanto ammonta la percentuale che lo scorso anno – e negli anni precedenti la quota era generalmente la stessa – la Conferenza episcopale italiana ha deciso di assegnare agli «interventi caritativi»: 240 milioni, su un totale incassato di 1 miliardo e 32 milioni di euro (116 milioni in meno del 2012, quando venne raggiunta la cifra record di 1 miliardo e 148 milioni). I tre quarti dei fondi vengono invece impiegati per l’edilizia di culto, la pastorale e la catechesi (420 milioni di euro) e per gli stipendi di circa 33mila preti (382 milioni).

Quest’anno, al lungo elenco delle confessioni che già accedono all’8×1000 (cattolici, valdesi e metodisti, luterani, battisti, avventisti del settimo giorno, ortodossi, ebrei e pentecostali della Chiesa apostolica e delle Assemblee di Dio) si aggiungono altre due religioni non cristiane, che portano in dote almeno 200mila praticanti: Unione buddhista e Unione induista italiana. Totale 11. Restano fuori i mormoni (Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni) i quali invece, pur avendone diritto, vi hanno rinunciato. Il dodicesimo partecipante è lo Stato, che però non si fa pubblicità, per non disturbare le Chiese.

Mascherato come scelta volontaria, l’8×1000 è in realtà obbligatorio, quindi, di fatto, un finanziamento pubblico. Chi non sceglie infatti paga lo stesso, e la sua quota viene attribuita in proporzione alle scelte espresse dagli altri. Considerando che a firmare per una destinazione è meno della metà dei contribuenti (circa il 45%), è la minoranza a decidere per tutti. Una sorta di Italicum applicato all’Irpef.

Il meccanismo, ideato ai tempi del Nuovo Concordato da Tremonti, allora consigliere economico di Craxi, Cirino Pomicino, presidente della Commissione bilancio della Camera, e il card. Nicora, venne concepito per favorire il più forte, ovvero la Chiesa cattolica. I Radicali hanno invano tentato di cancellarlo con un referendum abrogativo che però non ha raggiunto le firme necessarie per poter essere svolto. Tutti, o quasi, ne traggono beneficio: solo Assemblee di Dio e Chiesa apostolica devolvono allo Stato le quote non espresse che gli sarebbero spettate (prima vi rinunciavano anche valdesi e battisti, dall’anno scorso però hanno deciso di incassarle). Ma è il “primo partito”, la Chiesa cattolica, a ricavarne il massimo: lo scorso anno, grazie al meccanismo di ripartizione proporzionale delle quote non espresse, ha ottenuto l’82% dei fondi (nel 2007 era l’89,8%), nonostante meno del 40% dei contribuenti l’abbia scelta.

Come usano le comunità religiose i fondi pubblici dell’8×1000? Ovviamente come vogliono, perché la normativa di fatto non pone limiti.

Dei cattolici si è detto: soprattutto per culto, pastorale e sostentamento del clero, solo una piccola parte per la solidarietà. Ma anche altri (luterani, ortodossi ed ebrei) fanno scelte analoghe. La Chiesa luterana nel 2012 ha incassato quasi 3milioni e 500mila euro: 1milione e mezzo è stato speso per l’evangelizzazione, quasi 1 milione per i ministri di culto, 350mila per attività missionarie; per il sociale e la cultura sono rimasti 500mila euro, 100mila per pubblicità e spese di gestione. E l’Unione delle comunità ebraiche: degli oltre 4 milioni e 700mila euro ottenuti nel 2011 (ultimo rendiconto disponibile), 2 milioni e 848mila sono andati alle varie comunità ed enti ebraici presenti in Italia, 1 milione e 533mila è stato speso per attività culturali e didattiche sempre facenti capo ed istituzioni ebraiche, 340mila per la comunicazione. La Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia non fornisce cifre, dichiara solo che i soldi vengono usati per culto, catechesi e «un sostegno anche materiale per le persone sole e per le famiglie più bisognose».

Di segno opposto le scelte delle Chiese valdesi e metodiste e delle Assemblee di Dio: non usano i fondi per il culto ma – a parte una quota intorno al 5% per le spese di gestione – esclusivamente per attività sociali, assistenziali e culturali, sia in Italia che all’estero, come documentano i loro rendiconti piuttosto dettagliati (anche se, va detto, una parte di queste attività sono condotte dalle loro stesse strutture che quindi parzialmente si autofinanziano). Lo scorso anno, grazie all’aumento del consenso da parte dei contribuenti (570mila firme, 100mila in più del 2012) ma soprattutto per la decisione di trattenere le quote non espresse, i valdesi hanno quasi triplicato gli incassi, arrivando a 37 milioni di euro (nel 2012 erano 14milioni) e ponendosi nettamente al secondo posto fra le comunità religiose, sebbene a lunghissima distanza dai cattolici. Le Assemblee di Dio nel 2012 hanno ricevuto 1 milione e 165mila euro.

Anche battisti, avventisti e Chiesa apostolica non usano 1 centesimo per il culto e spendono tutto per iniziative sociali, ma inciampano sulla trasparenza: tranne la segnalazione di qualche progetto spot, i rendiconti non vengono diffusi (da un vecchio bilancio si scopre però che nel 2011 gli avventisti percepirono 2milioni e 167mila euro, con cui finanziarono progetti sociali, formativi, educativi e culturali in Italia per quasi 2 milioni e progetti umanitari all’estero per 70mila euro, lasciandone 100mila per la campagna informativa e per le spese di gestione).

Dei due nuovi arrivati, induisti e buddhisti, si sa poco, se non che utilizzeranno i soldi sia per il culto che per progetti sociali, umanitari e culturali, come cattolici, luterani ortodossi ed ebrei. «Nella nostra comunità, i due piani si intrecciano», ha spiegato all’agenzia Adista Svamini Hamsananda Giri, vicepresidente degli induisti italiani, perché «destinare fondi alla costruzione di un tempio significa mettere in moto tutta una serie di attività che vi si svolgono», di culto ma anche sociali e assistenziali.

Luca Kocci

Banning poverty

Autore: liberospirito 13 Apr 2014, Comments (0)

Pubblichiamo di seguito i “Dodici principi dell’illegalità della povertà”. Tale testo illustra le ragioni della campagna “Banning Poverty”, iniziata nel 2012, che si propone come obiettivo finale l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, nel 2018 (nel settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), una risoluzione nella quale si proclami l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo. Fra i promotori della campagna Riccardo Petrella, fondatore e presidente dell’Università del Bene Comune. E’ possibile seguire da vicino tali iniziative andando al sito www.banningpoverty.org.

banning poverty

1. Nessuno nasce povero né sceglie di esserlo
La prima parte dell’affermazione sembra falsa. È vero che una bambina che nasce in una famiglia di contadini in fuga dalla siccità in Etiopia o in una baraccopoli di Mumbai nasce “diversa” dalla bambina di un membro della famiglia reale britannica. Ma come essere umano “nasce uguale”.
Tutti noi nascendo riceviamo la vita, prima ancora di “vivere” in condizioni considerate povere o ricche. È lo stato della società nella quale nasciamo che “ci fa” poveri o ricchi. Certe persone o certi gruppi sociali possono decidere di vivere in una situazione di sobrietà condivisa. Si pensi alle comunità buddiste, al “pauperismo” dei francescani, al modello di società ispirato alla povertà evangelica. Numerose sono oggi anche le comunità laiche fondate su principi analoghi. In questi casi si tratta di un modo di vita scelto, libero. Non è la povertà subita, come quella dei tre miliardi di esseri umani che vivono oggi in stato di povertà perché esclusi dal diritto umano e sociale ad una vita degna e dignitosa, il più spesso contro la loro volontà e desiderio.
In realtà, nessuno vuole essere povero. La povertà fa paura, e nel mondo di oggi soprattutto la povertà economica. Decine di migliaia di lavoratori italiani hanno paura di perdere il posto di lavoro perché temono di perdere reddito e poi, fra qualche anno, di trovarsi in situazioni estremamente precarie sul piano finanziario. Per questo i lavoratori e dipendenti dell’ILVA di Taranto hanno protestato contro il PM che ha chiuso la loro fabbrica per motivi di salute e preferiscono continuare a lavorare. L’impoverimento li preoccupa più della loro salute.

2. Poveri si diventa. La povertà è una costruzione sociale
Già negli anni ’80 Don Tonino Bello aveva scritto: “Non è vero che si nasce poveri. Si può nascere poeti, ma non poveri. Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti”.
La povertà non è un fatto di natura come la pioggia. È un fenomeno sociale, costruito e prodotto dalle società umane. Le società scandinave degli anni ’60-’80 sono riuscite a far sparire i processi strutturali d’impoverimento e a ridurre i processi d’esclusione ad alcune sacche molto limitate di povertà materiale. Altre società, invece, fondate su principi e pratiche sociali differenti da quelle scandinave, hanno prodotto e producono inevitabilmente fenomeni di estesa povertà. È il caso degli Stati Uniti, tra tanti altri paesi.

3. Non è la società povera che “produce” povertà
Gli Stati Uniti sono il paese più ricco al mondo in termini monetari, eppure l’impoverimento di decine di milioni di cittadini (su 300 milioni) fa parte della loro storia. La povertà (non solo materiale) si è nuovamente sviluppata anche nelle società scandinave a partire dalla seconda metà degli anni ’90, perché le classi dirigenti hanno cambiato la loro visione del mondo e della società ed operato scelte diverse da quelle del passato, ridando così vita ai processi d’impoverimento.

4. L’esclusione produce l’impoverimento
L’esclusione riguarda sia l’accesso economico e sociale ai beni e ai servizi necessari ed indispensabili ad una vita degna e dignitosa, sia l’accesso alle condizioni e alle forme di cittadinanza civile, politica e sociale odierna. L’esclusione tocca l’insieme della condizione umana.

5. In quanto processo strutturale, l’impoverimento è collettivo
Esso non riguarda solo una persona ma i nuclei familiari, intere popolazioni (le famiglie di immigrati, i nomadi, i villaggi senza futuro, le zone colpite da recessioni economiche, gli abitanti di quartieri degradati…), e categorie sociali particolari (lavoratori, contadini, segmenti della classe media, bambini, donne, giovani che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, anziani…). Oggi è sempre più frequente, da parte degli uffici di statistica, riferirsi alle famiglie e non al singolo individuo per dare la misura dello stato d’impoverimento e dei cambiamenti intervenuti.

6. L’impoverimento è figlio di una società che non crede nei diritti di vita e di cittadinanza per tutti né nella responsabilità politica collettiva per garantire tali diritti a tutti gli abitanti della Terra
I gruppi dominanti non credono nell’esistenza dei diritti umani di vita e di cittadinanza (universali, indivisibili, imprescrittibili). Se sono obbligati dalle leggi a rispettarli, per esempio le Costituzioni, essi credono che non siano fruibili per tutti. Inoltre, negli ultimi decenni, sono riusciti ad imporre che l’accesso ai diritti umani e sociali deve essere pagante (è il caso del diritto all’acqua o della salute di base). Tanto meno credono nella responsabilità politica collettiva, diretta o rappresentativa, affinché tali diritti siano garantiti a tutti gli abitanti del Pianeta. Essi credono invece nella governance economica globale fondata sugli “stakehorlders” e che considerano essere la forma più efficace ed efficiente di gestione delle risorse disponibili.

7. I processi d’impoverimento avvengono in società ingiuste
Le società ingiuste sono negatrici dell’universalità, dell’indivisibilità e dell’imprescrittibilità dei diritti di vita e di cittadinanza e, quindi, negatrici dell’uguaglianza di tutti gli abitanti del Pianeta di fronte ai diritti. Queste società credono che l’accesso economico e sociale ai beni e servizi necessari e indispensabili alla vita sia una questione di iniziativa personale (o di gruppo) e di merito individuale. Lo stesso dicasi riguardo l’accesso alle condizioni e alle forme di cittadinanza civile, politica e sociale. Nelle società ingiuste, l’accesso non può essere che selettivo e condizionato secondo le regole e i criteri stabiliti dai gruppi dominanti.

8. La lotta contro la povertà (l’impoverimento) è anzitutto la lotta contro la ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice (l’arricchimento)
C’è impoverimento perché c’è arricchimento. I processi d’impoverimento avvengono perché nelle società ingiuste prevalgono i processi di arricchimento inuguale, ingiusto e predatorio. Questo ha indotto molte società, in particolare quelle europee, a mettere l’obiettivo della redistribuzione della ricchezza al centro delle politiche di lotta per la riduzione e l’eliminazione della povertà. Una scelta decisiva ed obbligatoria. Allorché, però, tale scelta è stata fatta o è diventata la sola visione strategica, per di più ridotta a meccanismi di ripartizione del reddito, non è stata in grado di promuovere i cambiamenti strutturali indispensabili, come la storia dimostra.

9. “Il pianeta degli impoveriti“ è diventato sempre più popoloso a seguito dell’erosione e della mercificazione dei beni comuni perpetrate a partire dagli anni ’70
I gruppi dominanti hanno dato sempre di più valore unicamente alla ricchezza individuale. Essi hanno cancellato nell’immaginario dei popoli la cultura della ricchezza collettiva, in particolare dei beni comuni pubblici. Hanno ridotto tutto a “risorsa” (inclusa la “risorsa umana”). Tutto è diventato una merce il cui “diritto all’esistenza” dipende dal suo contributo alla produzione di ricchezza per il capitale privato. Conseguentemente, il lavoro, l’educazione, la protezione sociale, sono stati trattati come “costi” e come tali da razionalizzare, tagliare e privatizzare. Non vi sono comunità umane, ma mercati; non vi sono diritti collettivi ma il potere d’acquisto; non c’è solidarietà ma competizione e compassione, non c’è cooperazione e mutualismo ma “guerra” per le risorse, per la propria sicurezza energetica, idrica, alimentare.

10. Le politiche di riduzione e di eliminazione della povertà perseguite negli ultimi quaranta anni sono fallite perché si sono attaccate ai sintomi (misure curative) e non alle cause (misure risolutive)
Anche a causa del perseguimento di politiche economiche e sociali aventi obiettivi antitetici e prioritari rispetto a quelli anti-povertà, le politiche “contro” la povertà si sono tradotte, de facto, in fattori di accentuazione dei processi d’impoverimento e, quindi, in politiche “contro i poveri”. Da qui i fenomeni di criminalizzazione dei poveri.

11. La povertà è oggi una delle forme più avanzate di schiavitù perché basata su un “furto di umanità e di futuro”
A differenza della schiavitù tradizionale, fondata sulla lacerazione netta tra esseri umani e non esseri umani, la schiavitù che si traduce nella povertà odierna fa salvo il principio dell’unicità di appartenenza degli esseri umani, per poi “fissare” una linea di separazione considerata inevitabile tra esseri umani liberi di pensare, liberi di futuro e quelli non liberi, tra esseri umani autonomi ed esseri umani sottomessi, tra esseri umani cittadini e quelli privi di cittadinanza. Si tratta di un “furto di umanità” perpetrato dai gruppi dominanti nei confronti di miliardi di esseri umani esclusi dalla cittadinanza, ai quali per conseguenza si è anche rubato il futuro.

12. Per liberare la società dall’impoverimento bisogna mettere “fuori legge” le leggi, le istituzioni e le pratiche sociali collettive che generano ed alimentano i processi d’impoverimento
È possibile “uscire dalla povertà” e liberare la società dall’impoverimento, non certo applicando le misure che da 50 anni sono imposte, ancora recentemente, dalla Banca mondiale e che sono miseramente fallite, ma mettendo fuori legge quelle disposizioni legislative (e misure amministrative), quelle istituzioni e quelle pratiche sociali collettive che, ai livelli decisivi locali, nazionali e mondiali, costituiscono gli agenti di alimentazione e di crescita dei processi di ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice.

Il papiro della “moglie di Gesù”

Autore: liberospirito 11 Apr 2014, Comments (0)

moglie di gesù

Un paio di anni fa una storica della cristianità antica presso la Harvard Divinity School ha presentato un frammento di papiro in copto del quarto secolo che conterrebbe una frase, mai esistita all’interno delle Sacre Scritture: “Gesù disse loro: ‘mia moglie’…” e poco sotto si legge “Lei sarà in grado di essere mia discepola” .

Il frammento è più piccolo di un biglietto da visita (come si vede nell’immagine) ed è formato da poche righe di scrittura in inchiostro nero, leggibili solo con l’ausilio di una lente di ingrandimento. L’esistenza del frammento fece scalpore tra scetticismo, accuse di falso e polemiche teologiche. Era sceso direttamente in campo l'”Osservatore romano”, con un corsivo del direttore Giovanni Maria Vian dal titolo: “In ogni caso, un falso”, affermando che ragioni consistenti indurrebbero a concludere che il papiro in questione non sarebbe altro che una maldestra contraffazione (come tante altre provenienti dal Vicino Oriente), finalizzata alla vendita. Oggi l’agenzia Reuters riporta la notizia  che gli scienziati che recentemente hanno analizzato l’inchiostro e il papiro puntano a una datazione collocabile tra quarto e ottavo secolo dopo Cristo. Quindi il documento risulta autentico.

La studiosa in questione, Karen Leigh King, nel corso di alcune interviste (al “New York Times” e ad altri giornali americani), aveva comunque sottolineato che il frammento in questione non deve essere considerato come la prova che il Gesù storico fosse effettivamente sposato. Il testo risalirebbe appunto ad alcuni secoli dopo la vita di Gesù. La scoperta, secondo Karen King, è interessante perchè “conferma antiche tradizioni secondo cui Gesù era stato sposato. Ce n’era una già nel secondo secolo – ha detto la studiosa di Harvard – legata al dibattito se i cristiani dovessero sposarsi e avere rapporti sessuali”. E l’apparizione di questo frammento può rivelarsi nuovamente attuale circa il tema ossessivo sostenuto dalla Chiesa relativo al celibato ecclesiastico.

Dei discorsi pubblici del nuovo papa se ne parla tanto. In genere positivamente. Le voci fuori dal coro, aperte e senza pregiudizi sono rare. Fra queste c’è l’articolo a firma di Marcello Vigili, apparso recentemente sul sito www.italialaica.it, che pubblichiamo qui sotto. Il testo non parla solo del papa, ma dell’atteggiamento comune, da “sepolcri imbiancati”, sia delle gerarchie politiche di casa nostra, sia delle gerarchie ecclesiastiche. Le parole dure e incisive di Francesco I contro le caste politche e religiose si scontrano contro muri di gomma senza fine. Il fatto che quei discorsi, addirittura esaltati, non vengano mai tradotti in prassi dalla Chiesa o dai politici estimatori del papa, dovrebbe essere il vero tema di riflessione. 

sepolcri imbiancati

La crisi ucraina, la visita di Obama in Italia e il suo appuntamento in Vaticano non possono certo essere considerati motivi sufficienti per giustificare lo scarso interesse mostrato dai nostri commentatori politici per la dura lezione impartita da papa Francesco ai parlamentari italiani durante la messa organizzata per il 27 marzo in San Pietro dal cappellano di Montecitorio. Erano presenti 492 parlamentari, 9 ministri, 19 sottosegretari, 3 parlamentari europei e 23 ex parlamentari.

Un evento che ha offerto al papa l’opportunità di confermare la scarsa considerazione verso la classe politica italiana, già manifestata in altre occasioni a partire dalla sua visita a Lampedusa. Commentando i testi biblici del giorno, ha denunciato i farisei che hanno rifiutato l’amore del Signore, additandoli come esempio negativo di classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne.

Il riferimento ai suoi diretti interlocutori è stato evidente a tutti.

A loro era rivolto l’invito a riflettere ricordando che per i peccatori c’è perdono, ma non c’è per quei peccatori che sono scivolati diventando corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti.

Erano Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, ‘sepolcri imbiancati’.

Sono parole dure e incisive quali nessuno dei suoi predecessori aveva usato, nel sollecitarli all’impegno e ad essere adeguati alla gravità dei tempi.

Non sembra, però, che siano servite a promuovere pentimenti e assunzioni di responsabilità, in verità, neppure nelle gerarchie ecclesiastiche e nei movimenti ecclesiali, che li hanno fin qui appoggiati, e non rinunciano a interloquire con loro.

Eppure indirettamente, ma non troppo, le parole del papa sono rivolte anche a loro che continuano a chiedere favori e privilegi come il Sinedrio dei tempi di Gesù che tresca con Erode e con Pilato per far fuori questo nazareno ribelle: predica amore e uguaglianza alle folle osannanti, che però lo abbandonano dopo aver goduto dei suoi miracoli e averlo acclamato come Messia.

Il cardinal Bagnasco, sempre pronto a cogliere ogni piccola minaccia ai privilegi cattolici, è intervenuto per confermare l’impegno a rafforzare il predominio ideologico sulla scuola. Ha denunciato la diffusione nelle scuole pubbliche di tre volumetti informativi, Educare alla diversità a scuola, a cura dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) per contrastare l’omofobia ottenendone dal Ministro l’immediato ritiro.

In verità frequenti sono i casi in cui si evidenzia che le parole di papa Francesco, pur esaltate, non sono tradotte nella prassi della sua Chiesa.

Recentemente la stessa Conferenza episcopale italiana, nel recepire nella sua ultima riunione, il pesante intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha chiesto di modificare le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” da essa approvate nel 2012, lo ha di fato ignorato confermando il suo ruolo esclusivo in materia. Nel nuovo testo non si riconosce l’obbligo di deporre o di esibire documenti ad autorità esterne, non si garantisce alle vittime il diritto di essere parte nel procedimento canonico e assolutamente nulla si dice su possibili risarcimenti nei loro confronti. Tutto viene lasciato al prudente discernimento del vescovo o al suo solo “dovere morale di contribuire al bene comune! .

Il Movimento Noi siamo Chiesa ha così commentato: Ma la fiducia nella discrezionalità e nella buona volontà del singolo vescovo è stata ridotta a zero dai tanti anni in cui la totalità dei vescovi nel nostro paese ha sempre avuto come del tutto prioritaria la preoccupazione per l’onore della Chiesa, non intesa come comunità dei credenti ma come corpo sacerdotale.

Non c’è quindi da meravigliarsi se il richiamo di papa Francesco è stato così facilmente ignorato anche dai parlamentari, cattolici e non, che, invece, proprio in questi giorni sono chiamati ad una maggiore responsabilità nell’esercizio del loro mandato. La fase di revisione del sistema istituzionale si è aperta drammaticamente perché resa accidentata dalla scelta di Renzi di usare l’arma del ricatto e di travisare le posizioni degli oppositori per imporre le sue scelte.

Le sue false accuse contro il Presidente Grasso, reo di volere un Senato rinnovato ma diverso da quello da lui previsto, e il disprezzo per i firmatari del documento, che rileva nelle sue scelte una deriva autoritaria, non sollecitano, infatti, un franco dibattito ma pretendono un pronunciamento di fedeltà a chi sarà, presto, chiamato a formare le liste dei candidati per le prossime elezioni.

Forte sarà per i parlamentari la “tentazione” di lasciarsi corrompere a servire la volontà del capo piuttosto che l’interesse della comunità nazionale.

Un parlamentare è corrotto non solo se incassa una mazzetta, ma anche se offre il suo sostegno al miglior offerente e non vota” secondo coscienza”.

Marcello Vigili