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Archivi: febbraio 2014

Parole in manette

Autore: liberospirito 27 Feb 2014, Comments (0)

erri de luca noTav

Dai vari organi di stampa apprendiamo che lo scrittore Erri De Luca ha ricevuto un’incriminazione “per avere istigato al sabotaggio della Tav in Val di Susa”.   La procura di Torino lo scorso settembre aveva aperto un fascicolo di atti relativi, cioè senza ipotesi di reato né indagati, per le dichiarazioni rilasciate dallo scrittore che, da sempre contrario alla realizzazione della Tav, aveva rivelato di aver partecipato a forme di sabotaggio in Valsusa. Il fascicolo era stato aperto dopo la denuncia da parte di Lyon-Turin ferroviaire, la società che si occupa della realizzazione del Tav Torino-Lione.

Una volta informato del provvedimento, questa è stata la dichiarazione di Erri De Luca:

Le mie parole sulla lotta contro la TAV in Val di Susa stanno tra virgolette nel capo di imputazione firmato dalla Procura di Torino. Quelle parole stanno tra virgolette come prova del crimine.
Quelle mie parole stanno in manette tra le virgolette. Non posso scioglierle ma posso ribadirle. L’opera TAV inVal di Susa e’ di catastrofica nocività per aria, acqua, suolo e salute pubblica di quella terra, oltre che grottescamente inutile. Da recidivo delle mie convinzioni dichiaro che va fermata, arrestata e pertanto sabotata.

Numerose le prese di posizione solidali con lo scrittore; come è facilmente intuibile, anche da noi. Probabilmente, come si diceva un tempo, non è che l’inizio…

 

Nonviolenza: partire da sé

Autore: liberospirito 25 Feb 2014, Comments (0)

Si è celebrato a Torino nei giorni 31 gennaio, 1 e 2 febbraio 2014, presso il Centro Sereno Regis, il XXIV Congresso del Movimento Nonviolento, l’associazione fondata da Aldo Capitini nel 1961. Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Olivier Turquet a Mao Valpiana, riconfermato presidente del Movimento. Il testo integrale è consultabile su www.pressenza.com.

 nonviolenza

Come vede il Movimento Nonviolento il futuro prossimo?

Dal 1948 la spesa militare in Italia è sempre cresciuta in termini reali e proprio negli ultimi vent’anni, secondo la base dati della spesa pubblica per funzioni pubblicata dall’Istat, l’Italia ha registrato un aumento di quasi il 25% in termini reali per la sola Funzione Difesa.

La disoccupazione ha superato il 12% e quella giovanile il 40%, più di 9 milioni e mezzo di famiglie (quasi il 16% della popolazione) vivono al di sotto della soglia di povertà e quasi 5 milioni di persone ”non sono in grado di sostenere la spesa mensile minima necessaria per acquisire i beni e i servizi considerati necessari per condurre una vita minimamente accettabile”. L’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria “mentre negli altri paesi è aumentata in media del 62%” e nel quale si mette pesantemente a rischio la sicurezza degli studenti perché “quasi la metà degli edifici scolastici non possiede le certificazioni di agibilità, più del 65% non ha il certificato di prevenzione incendi e il 36% degli edifici ha bisogno d’interventi di manutenzione urgenti”. Insomma un paese alla deriva che deve continuare a stringere la cinghia”!

[…]

Ma nonostante questo fosco panorama, noi dobbiamo tenere aperta la speranza e la fiducia che le cose possono cambiare in meglio. Questo è sempre possibile, anche se ora può apparire difficilissimo. Forse il cambiamento non lo vedremo noi, ma è nostro compito tenere accesa la “fiammella della nonviolenza”, dalla quale un giorno potrà propagarsi quell’incendio necessario che può venire dalla “forza dell’amore e della verità” (Gandhi). La crisi in atto richiede l’impegno di tutti. Non possiamo aspettare che sia l’Europa, o il governo, o i partiti, a proporre le soluzioni; è dal basso che deve iniziare il cambiamento.

L’accento è ancora sul disarmo; però mi ha colpito il riferimento al “disarmo personale”: cosa si vuole intendere con questo?

Lo avevo già detto nel mio intervento finale dalla Rocca di Assisi, il 25 settembre 2011, alla conclusione della Marcia Perugia-Assisi nel cinquantesimo anniversario della prima Marcia di Capitini: “La vera marcia, lo sappiamo, comincerà questa sera, quando ognuno di noi tornerà nella propria casa con l’impegno di realizzare il programma politico nonviolento: pace e fratellanza. Per cominciare, dobbiamo partire da noi stessi, ognuno di noi deve fare il proprio disarmo. Un disarmo unilaterale, un disarmo culturale. Fare cadere i muri dentro le nostre teste. Spezzare il proprio fucile. Non aspettiamo che siano gli altri a disarmare, incominciamo noi!

Questa è la chiave della nonviolenza: partire dalla propria esperienza, mettere in gioco la propria vita. Questo è l’orizzonte che ci ha mostrato Aldo Capitini, questo è il varco attuale della storia che Capitini ha indicato dalla Rocca di Assisi cinquant’anni fa. Il Movimento Nonviolento, da lui fondato, prosegue il cammino nella direzione di una politica nonviolenta per l’opposizione integrale alla guerra”.

Saremo credibili nel chiedere il disarmo degli Stati, se già oggi noi iniziamo a praticare il disarmo personale, cioè non collaborare con le strutture che rendono possibile la guerra: armi ed eserciti. Così la strada dell’obiezione di coscienza è aperta davanti a noi.

Il congresso parla degli “altri viventi”, ma, curiosamente, non parla di un tema caro agli umanisti, l’Essere Umano: in questo momento storico caratterizzato dall’ideologia dell’ “homo hominis lupus” non senti l’esigenza, per i nonviolenti, di chiarire di che esse umano stiamo parlando? E quale definizione viene da dare?

Quella degli “altri esseri viventi” è una specificazione che abbiamo voluto fare per esplicitare una sensibilità ormai diffusa nell’ambito del Movimento. L’attenzione al mondo animale e all’alimentazione. Non è una novità, già Capitini, nei suoi scritti, affrontò con lucidità e lungimiranza il rapporto tra l’uomo ed il creato, evidenziando le nostre responsabilità verso ogni forma vivente o non vivente che la natura esprime. Per questo la mozione dice che è nostro impegno “creare un futuro disarmato, per la pace tra gli uomini, con la natura ed ogni essere vivente”.

Ma il nostro orizzonte, resta in quello che è scritto nella Carta del Movimento: “lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti”.

L’Essere Umano cui si riferiscono gli umanisti, è per noi nonviolenti il soggetto della definizione stessa di nonviolenza: “La nonviolenza è l’apertura all’esistenza, allo sviluppo, alla libertà, di ogni essere”. Oggi questo Essere Umano, insieme a tuta la Natura, è messo in pericolo dagli armamenti e dalla preparazione della guerra: per questo il disarmo è la via che vogliamo intraprendere.

Olivier Turquet e Mao Valpiana

 

I boscimani tra diamanti, gas e turismo

Autore: liberospirito 20 Feb 2014, Comments (0)

kalahari boscimani

“In futuro non ci sarà più nessuno capace di vivere la cultura boscimane se non ostentandola davanti ai turisti, per le agenzie che ci sfruttano per profitto”. Questo è quanto ha dichiarato Roy Sesana, leader dei Boscimani, a una giornalista dalla BBC parlando delle condizioni disperate dei Boscimani nei campi di reinsediamento istituiti dal governo.

E’ risaputo che alcune delle pitture rupestri delle colline Tsodilo del Bostwana potrebbero avere ventimila anni, o forse più, e sono opera degli antenati dei Boscimani contemporanei, che possono quindi affermare a pieno titolo di essere uno dei popoli più “indigeni” e “nativi” del pianeta. Pur vivendo lì da tempo immemorabile, i Boscimani non sanno cos’è uno stato, cosa siano i confini territoriali e tutto il resto. Ma il governo del Botswana non desiste dall’obiettivo di mettere fine all’esistenza degli ultimi cacciatori-raccoglitori del Kalahari.

Alla minaccia posta dai diamanti, recentemente si è aggiunta anche quella del fracking. Il governo ha infatti deciso di aprire la Central Kalahari Game Reserve (CKGR) allo sfruttamento del gas attraverso questa tecnica controversa, che comporta enormi consumi di acqua e genera sottoprodotti chimici tossici. In quanto membro di Conservation International, il presidente Khama dovrebbe sapere bene che numerosi scienziati e ambientalisti criticano aspramente il fracking. Eppure, ha scelto di ignorarlo, così come continua a ignorare la Corte suprema del suo paese, che nel 2006 ha chiuso il lungo processo giudiziario intentato dai Boscimani con una sentenza storica che riconosce loro il diritto di vivere e cacciare liberamente nella terra ancestrale.

Da quando sono stati rinvenuti giacimenti di diamanti nella riserva, molti anni fa, i Boscimani hanno cominciato a essere perseguitati dalle autorità in modo sistematico e senza sosta. Sono stati sfrattati dalle loro case e costretti a vivere in squallidi campi di reinsediamento; sono stati privati dell’acqua, intimiditi, arrestati e persino torturati con l’accusa di cacciare.

Con un provvedimento che ricorda l’Apartheid applicato un tempo in Sudafrica, oggi le autorità costringono i Boscimani anche a chiedere un permesso temporaneo per visitare le loro famiglie. Fermarsi nella Central Kalahari Game Reserve oltre il limite comporta l’arresto. E l’avvocato britannico, Gordon Bennet, che in passato li ha difesi con successo, nel luglio scorso è stato bandito dal paese. Personaggi autorevoli parlano di “pulizia etnica” e di trattamento “sub-umano”. Condanne sono venute, tra gli altri, anche dal Relatore Speciale ONU e dalla Commissione Africana dei Diritti Umani e dei Popoli.

Ma se da un lato il governo fa tutto quello che può per portare questo popolo sull’orlo dell’estinzione, dall’altro non esita a sfruttarlo come attrazione turistica. Sui depliant appaiono immagini patinate e costruite di Boscimani nell’atto di praticare la caccia e altre attività tradizionali che, di fatto, gli sono proibite. Impedire ai Boscimani di cacciare, così come hanno sempre fatto per millenni in perfetto equilibrio con la fauna e la flora del Botswana, significa togliergli letteralmente la possibilità di sopravvivere.

I Boscimani meritano di essere trattati con dignità e rispetto. Non è possibile permettere che venga cancellata una comunità che è parte irrinunciabile del nostro futuro.

Per questo Survival International ha lanciato una campagna per fare pressione dell’opinione pubblica. Questo è il link al sito di Survival International per seguire e sostenere la campagna in difesa dei Boscimani. Anche questo è un modo per difendere la Terra. Anche questa è ecoteologia.

There is no Alternative

Autore: liberospirito 18 Feb 2014, Comments (0)
Pubblichiano un nuovo testo di Leonardo Boff, proveniente (in traduzione italiana) dal sito www.ildialogo.org, in cui si parla della relazione invertita tra economia, politica ed etica, con tutte le conseguenze che ne derivano. “There is no Alternative”, dice nella conclusione del suo intervento Boff, riprendendo e ribaltando il senso dello slogan che fu caro a Margaret Thatcher. Perchè al punto in cui siamo non si dà alternativa: o cambiamo (finché saremo in tempo) oppure periremo.
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Di solito le società si assestano sul seguente treppiede: l’economia, che garantisce la base materiale perché la vita dell’uomo sia buona e dignitosa; la politica, per mezzo della quale si distribuisce il potere e si organizzano le istituzioni che fanno funzionare la convivenza sociale; e l’etica, che stabilisce i valori e le norme che reggono i comportamenti umani, perché vi sia giustizia e pace e i conflitti si risolvano senza ricorso alla violenza. In genere l’etica si accompagna a un’aura spirituale che risponde al senso ultimo della vita e dell’universo, esigenze che sono sempre presenti nel quotidiano umano.
In una società efficiente queste esigenze s’incrociano, però sempre in quest’ordine: l’economia obbedisce alla politica e la politica si sottomette all’etica.
Tuttavia dalla Rivoluzione industriale nel secolo XIX, e più esattamente in Inghilterra dal 1834, l’economia incominciò a staccarsi dalla politica e a sotterrare l’etica. Sorse un’economia di mercato tale che tutto il sistema economico sarebbe stato diretto e controllato solamente dal mercato, libero da qualsiasi controllo o limite di carattere etico.
Il marchio registrato di questo mercato non è la cooperazione, ma la competizione, che si estende molto oltre l’economia e impregna tutti i rapporti umani. Quindi, come dice Karl Polanyi, si formò «un nuovo credo totalmente materialista che credeva potessero risolversi tutti i problemi con una quantità illimitata di beni materiali» (La Gran Transformación, Campus 2000, p. 58). Questo credo ancor oggi è fatto proprio, e con fervore religioso, dalla maggior parte degli economisti del sistema imperante e, in generale, dalle politiche pubbliche.
Da quel momento in poi l’economia prese a funzionare come l’unico perno su cui si articolano tutte le proposte sociali. Tutto sarebbe passato attraverso l’economia, in concreto mediante il Prodotto Interno Lordo (PIL). Chi studiò nei dettagli questo processo fu il filosofo e storico dell’economia prima ricordato, Karl Polanyi (1866-1964), di origini ungheresi ed ebree, più tardi convertito al cristianesimo protestante calvinista. Nato a Vienna, sviluppò la sua attività in Inghilterra e in seguito, durante il maccartismo, fra Toronto in Canada e l’Università della Columbia negli Stati Uniti. Egli dimostrò che «invece di essere l’economia inserita nei rapporti sociali, sono i rapporti sociali inseriti nel sistema economico» (p. 77). Quindi avvenne ciò che egli definisce “La Grande Trasformazione”: da un’economia di mercato si passò a una società di mercato.
Come conseguenza si formò un nuovo sistema sociale, mai verificatosi prima di allora, nel quale non esiste la società, ma soltanto gli individui che competono fra loro, ciò che Reagan e la Thatcher hanno ripetuto fino alla nausea. Tutto cambiò, poiché proprio tutto diventa mercanzia. Qualsiasi bene sarà portato sul mercato per essere negoziato al fine del lucro individuale: prodotti della natura, manufatti, cose sacre legate direttamente alla vita umana come l’acqua potabile, le sementi, i terreni, gli organi umani. Polanyi nota infine che tutto questo è «contrario all’essenza umana e naturale delle società». Tuttavia è ciò che trionfò, specialmente nel dopoguerra [ndt.: della II Guerra Mondiale]. Il mercato è «un elemento utile, ma subordinato a una comunanza democratica», dice Polanyi. La sua filosofia sta alla base della «democrazia economica».
Qui occorre ricordare le profetiche parole di Karl Marx in La miseria della filosofia, 1847: «Venne infine un tempo in cui tutto quello che gli uomini avevano considerato inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffici, e poteva essere venduto. Il tempo nel quale le stesse cose che fino allora erano compartecipate ma mai scambiate; date, ma mai vendute; acquisite, ma mai comperate – virtù, amore, opinioni, scienza, coscienza, ecc. – tutte passarono nel commercio. Il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o per parlare in termini di economia politica, il tempo nel quale qualsiasi cosa, morale o fisica, una volta attribuitale valore venale è portata al mercato per ottenere un prezzo e una volta stabilito il suo valore commerciale è messa sul mercato per ricevere un prezzo, il suo corrispettivo più oggettivo».
I disastrosi effetti socio-ambientali di questa mercificazione di tutto li stiamo sopportando oggi con il caos ecologico della Terra. Dobbiamo ripensare la posizione dell’economia nel complesso della vita umana, in particolare rispetto ai limiti della Terra. L’individualismo più feroce, l’accumulazione ossessiva e illimitata devitalizza quei valori senza i quali nessuna società può considerarsi umana: la cooperazione, la considerazione degli uni per gli altri, l’amore e la venerazione per la Madre Terra e l’ascolto della coscienza, che ci sprona al bene comune.
Una società come la nostra, quando intorpidita dal suo crasso materialismo diventa incapace di sentire l’altro come altro, ma soltanto come possibile produttore e consumatore, si sta scavando la propria fossa. Ciò che ha detto Chomsky in Grecia il 22 dicembre 2012 ha il valore di un segnale d’allarme: «Quelle che guidano la corsa verso l’abisso sono le società più ricche e potenti, con vantaggi incomparabili, come gli Stati Uniti e il Canada. Questa è la dissennata razionalità della “democrazia capitalista” realmente esistente».
Adesso è necessario applicare il There is no Alternative: non c’è alternativa, o cambiamo o periremo, perché i nostri beni materiali non ci salveranno. Si tratta del prezzo letale per aver consegnato il nostro destino alla dittatura dell’economia trasformata in “dio salvatore” di tutti i problemi.
Leonardo Boff
(traduzione dallo spagnolo di José F. Padova)

Nel nome di Giordano Bruno

Autore: liberospirito 15 Feb 2014, Comments (0)

giordano_bruno

Il 17 febbraio 1600, il filosofo Giordano Bruno, dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, con la lingua in giova – serrata da una morsa perché non possa parlare – viene condotto in piazza Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno poi gettate nel Tevere. Questa la sua fine. “Eretico, pertinace, impenitente”, recita la condanna emessa dal tribunale della Santa Inquisizione di Roma.

A questo proprosito riceviamo e pubblichiamo l’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno che si terrà a Roma, proprio il 17 febbraio, sotto la statua di Giordano Bruno a partire dalle 16.45.

Sarà un convegno a cielo aperto (col patrocinio del Sindaco di Roma e del Centro internazionale di studi bruniani). Questi i relatori e gli interventi previsti: Maria Mantello – Liberi dalla soggezione;  Franco Ferrarotti – L’’idea di scienza in Giordano Bruno e prospettive culturali; Gianni Ferrara – La Costituzione repubblicana e la rivoluzione dei diritti; Alessandro Cecchi Paone Diritti umani, una questione di civile convivenza democratica.

 

Diritto di cittadinanza e dati biometrici

Autore: liberospirito 12 Feb 2014, Comments (0)

In Francia è stata promulgata, il 19 dicembre 2013,  una legge che  autorizza una sorveglianza generalizzata dei dati informatici dei cittadini, al punto che si è parlato di «Patriot Act alla francese». Riportiamo sotto ampi stralci di un lungo articolo di Giorgio Agamben, apparso sul numero di gennaio 2014 di “Le Monde Diplomatique”. Sono temi che ci riguardano da vicino e su cui vale riflettere, senza abbassare la guardia.

Giorgio+Agamben

La formula «per ragioni di sicurezza» («for security reasons») funziona come un argomento autoritario che, tagliando corto a tutte le discussioni, permette d’imporre prospettive e misure che non si accetterebbero mai senza essa. È necessario opporle l’analisi di un concetto anodino, ma che sembra aver soppiantato ogni altra nozione politica: la sicurezza.

Si potrebbe pensare che lo scopo delle politiche della sicurezza sia semplicemente quello di prevenire pericoli, disordini, perfino catastrofi. Una certa genealogia fa effettivamente risalire l’origine del concetto al motto romano Salus publica suprema lex («La salvezza del popolo è la legge suprema») e l’inscrive così nel paradigma dello stato di emergenza. Pensiamo al senatus consultum ultimum e alla dittatura a Roma; al principio del Diritto canonico secondo il quale Necessitas non habet legem («Necessità non ha legge»); ai Comitati di Salute pubblica durante la Rivoluzione francese; alla Costituzione del 22 frimaio dell’anno VIII (1799), che evocava i «disordini che minacciano la sicurezza dello Stato»; o ancora l’art. 48 della Costituzione di Weimar (1919), fondamento giuridico del regime nazionalsocialista, che anch’esso menziona la «sicurezza pubblica».

[…]

Nel 1943 il Congresso degli Stati Uniti rifiutava ancora il Citizen Identification Act, che mirava a dotare tutti i cittadini di carte d’identità comprendenti le loro impronte digitali. Soltanto nella seconda parte del XX secolo esse furono generalizzate. Tuttavia l’ultimo passo non è stato fatto che recentemente. Gli scanner ottici, che permettono di rilevare rapidamente le impronte digitali e la struttura dell’iride, hanno fatto uscire i dispositivi biometrici dai commissariati di polizia, per ancorarli nella vita quotidiana. Così in certi Paesi l’entrata alle mense scolastiche è controllata da un dispositivo di lettura ottica sul quale il bambino posa distrattamente la sua mano.

Si sono levate voci per attirare l’attenzione sui pericoli di un controllo assoluto e senza limiti da parte di un potere che abbia a disposizione i dati biometrici e genetici dei suoi cittadini. Con simili strumenti lo sterminio degli ebrei (o qualsiasi altro genocidio immaginabile), effettuato sulla base di una documentazione incomparabilmente più efficace, sarebbe stato totale e estremamente rapido. La legislazione oggi in vigore in materia di sicurezza nei Paesi europei sotto certi aspetti è sensibilmente più severa di quella degli Stati fascisti del XX secolo. In Italia, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulsp), adottato nel 1926 dal regime di Benito Mussolini, è essenzialmente ancora in vigore: ma le leggi contro il terrorismo votate nel corso degli «anni di piombo» (dal 1968 fino agli inizi degli anni ’80) hanno ridotto le garanzie che quello conteneva. Poiché la legislazione francese contro il terrorismo, poi, è ancor più rigorosa della sua omologa italiana, il risultato di un paragone con la legislazione fascista non sarebbe molto diverso.

La crescente moltiplicazione dei dispositivi di sicurezza pubblica testimonia di un cambiamento della concezione politica, al punto che si può legittimamente chiedersi non soltanto se le società in cui noi viviamo possano ancora essere definite democratiche, ma anche e innanzitutto se possono ancora essere considerate come società politiche.

[…]

L’estensione progressiva a tutti i cittadini delle tecniche d’identificazione, un tempo riservate ai criminali, agisce immancabilmente sulla loro identità politica. Per la prima volta nella storia dell’umanità l’identità non è più funzione della «persona» sociale e del suo riconoscimento, del «nome» e della «reputazione», ma di dati biologici che non possono intrattenere alcun rapporto con il soggetto, quali gli arabeschi insensati che il mio pollice tinto d’inchiostro ha lasciato su un foglio di carta o l’ordine dei miei geni nella doppia elica del DNA. Il fatto più neutro e più privato diviene così il veicolo dell’identità sociale, togliendogli il suo carattere pubblico.

[…]

Questa indifferenziazione si materializza nella videosorveglianza sulle strade delle nostre città. Questo sistema ottico ha conosciuto il medesimo destino delle impronte digitali: concepito per le prigioni, è stato progressivamente esteso ai luoghi pubblici. Ora, uno spazio video sorvegliato non è più una agorà, non ha più alcun carattere pubblico; è una zona grigia fra il pubblico e il privato, la prigione e il forum. Una simile trasformazione dipende da una molteplicità di cause, fra le quali la deriva del potere moderno verso la biopolitica occupa un posto particolare: si tratta di governare la vita biologica degli individui (salute, fecondità, sessualità, ecc.) e non più soltanto di esercitare una sovranità su un territorio. Questo spostamento della nozione di vita biologica verso il centro del politico spiega il primato dell’identità fisica su quella politica.

Non si dovrebbe tuttavia dimenticare che l’allineamento dell’identità sociale sull’identità corporea è cominciato con l’assillo di identificare i criminali recidivi e gli individui pericolosi. Non è quindi per niente sorprendente che i cittadini, trattati come criminali, finiscano per accettare come cosa ovvia che il rapporto normale da essi mantenuto con lo Stato sia il sospetto, la schedatura e il controllo. Il tacito assioma,che qui occorre ben rischiare di enunciare, è: «Ogni cittadino – in quanto essere vivente – è un potenziale terrorista».

[…]

Lo Stato nel quale noi viviamo attualmente in Europa non è uno Stato di disciplina, ma piuttosto – secondo la formula di Gilles Deleuze – uno «Stato di controllo»: esso non ha come scopo quello di ordinare e di disciplinare, ma di gestire e di controllare. Dopo la violenta repressione delle manifestazioni contro il G8 di Genova, nel luglio 2001, un funzionario della polizia italiana dichiarò che il governo non voleva che la polizia mantenesse l’ordine, ma che gestisse il disordine: non credeva si potesse dire meglio.

[…]

Mettendosi sotto il segno della sicurezza, lo Stato moderno esce dal campo del politico per entrare in un no man’s land di cui mal si percepiscono la geografia e le frontiere e per il quale ci manca una concettualizzazione. Questo Stato, il cui nome rimanda etimologicamente a una assenza di problemi o preoccupazione, al contrario non può che renderci più preoccupati per i pericoli che fa correre alla democrazia, poiché una vita politica è diventata impossibile; ora, democrazia e vita politica sono – almeno nella nostra tradizione – sinonimi.

Di fronte a uno Stato di questo genere è necessario ripensare le strategie tradizionali del conflitto politico. Nel paradigma della sicurezza ogni conflitto e ogni tentativo più o meno violento di rovesciare il potere forniscono allo Stato l’occasione di governarne gli effetti a profitto degli interessi che gli sono peculiari. È ciò che mostra la dialettica che associa strettamente terrorismo e risposta dello Stato in una spirale perversa. La tradizione politica della modernità ha pensato i cambiamenti politici radicali sotto la forma di una rivoluzione che agisce come potere costituente di un nuovo ordine. È necessario abbandonare questo modello per pensare piuttosto una Potenza di pura rimozione, che non potrebbe essere captata dal dispositivo della sicurezza e precipitata nella spirale perversa della violenza. Se si vuole arrestare la deriva antidemocratica dello Stato di pubblica sicurezza il problema delle forme e degli strumenti di una simile Potenza destituente costituisce la questione politica essenziale sulla quale sarà necessario riflettere nel corso degli anni che verranno.

(traduzione dal francese di José F. Padova)

Giorgio Agamben

 

Intolleranza, fondamentalismo, fanatismo, integralismo, dogmatismo, etc. etc. Si potrebbe continuare in queste variazioni sul tema. Si tratta di un nemico, esterno quanto interno, che continuamente ci minaccia oppure tenta di sedurci subdolamente con le sue presunte sicurezze. E tutto ciò riguarda non solo la religione, ma, a guardare bene, attraversa ogni campo della vita umana: dall’ambito della socialità alla sfera più intima e personale. Come antidoto a tutto ciò una sana e aperta risata è più efficace di tante raffinate analisi del problema. In questa prospettiva proponiamo una storiella ebraica, raccontata dalllo scrittore Amos Oz nel suo libriccino Contro il fanatismo (Feltrinelli).

Amos Oz, Copyright www.peterrigaud.com

Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?”. Allora Dio, in questa storia risponde: “A dirti la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno mi interessa”.

Amos Oz