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Archivi: gennaio 2014

Fermiamo gli EPA. Un appello

Autore: liberospirito 28 Gen 2014, Comments (0)

Come abbiamo fatto in altre occasioni, proponiamo anche questa volta il seguente appello lanciato da Alex Zanotelli, invitando alla sottiscrizione. Riguarda in questo caso la politica aggressiva attuata dall’Unione Europea per costringere i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico a firmare gli EPA (Economic Partnership Agreements – Accordi di partenariato economico). Sono accordi di cui ignoriamo sia l’esistenza che i possibili effetti distruttivi per i popoli di questi paesi.

africa

L’Unione Europea, anche a motivo della crisi economica, persegue una politica sempre più aggressiva per forzare i paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) a firmare gli EPA (Economic Partnership Agreements – Accordi di partenariato economico). Una trattativa questa durata quasi dieci anni; la UE esige che entro il 1 ottobre 2014 gli accordi siano siglati (questo è il primo passo che precede la vera e propria firma che può avvenire anche a diversi mesi di distanza dopo la soluzione di tutti gli aspetti legali).
Le relazioni commerciali tra la UE e i paesi ACP sono state regolate dalla Convenzione di Lomé (1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020) con la clausola che i prodotti ACP – prevalentemente materie prime – potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati. Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico.
Ora, la UE chiede ai paesi ACP di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio perché così richiede il WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) che persegue la politica di totale liberalizzazione del mercato. Con gli EPA infatti le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati dei paesi impoveriti. I contadini africani, infatti, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata e affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente i cambiamenti climatici.
La UE vuole concludere in fretta questo negoziato vista l’importanza strategica dell’accordo soprattutto per il rincaro delle materie prime che fanno molta gola alle potenze emergenti (i BRICS ), in particolare Cina, India e Brasile già così presenti in Africa.
Per di più gli EPA aprirebbero nuovi mercati per i prodotti europei, ma anche nuovi spazi per investimenti e servizi.
Il tentativo dell’Unione Europea di siglare gli EPA con i 6 organismi regionali coinvolti – Comunità dei Caraibi (Cariforum), Africa Centrale (CEMAC), Comunità dell’Africa Orientale (EAC) e Corno d’Africa, Africa Occidentale (ECOWAS), Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e infine i paesi del Pacifico – sta conoscendo significativi ostacoli. Al momento, la UE ha firmato un accordo definitivo solo con i quindici stati dei Caraibi. Le altre aree si sono rifiutate di firmare in blocco e la UE ha perseguito la politica di firmare EPA provvisori con i singoli paesi: 21 hanno finora siglato gli accordi anche se pochi hanno firmato, dando un chiaro segnale della inaccettabilità degli accordi e della fallibilità diplomatica dell’UE su questo fronte, e che sin dalla Conferenza di Lisbona (2007) si doveva presagire. In questo clima il Coordinamento per i Negoziati EPA, promosso dall’Unione Africana (UA), ha invitato tutti a non firmare per ora gli accordi EPA, ma di aspettare dopo il vertice Africa-UE che si terrà il prossimo aprile.
Noi, donne e uomini impegnati nella lotta per il rispetto dei diritti umani, missionari e laici, riteniamo che gli EPA siano profondamente ingiusti per queste ragioni:
  • in un’Africa già così debilitata, questi accordi costituirebbero un colpo mortale per l’agricoltura africana, in particolare per l’industria della trasformazione e della lavorazione dei prodotti agricoli, che può e deve arrivare a sfamare la propria gente;
  • l’eliminazione dei dazi doganali nei paesi ACP, che costituiscono una bella fetta del bilancio statale, metterebbero in crisi gli stati ACP;
  • gli accordi fatti dalla UE con i singoli stati d’Africa hanno la conseguenza di spaccare le unità economiche regionali essenziali per una seria crescita dell’Africa;
  • non è vero che sia il WTO a esigere gli EPA, che sono invece frutto delle spinte neoliberiste di Bruxelles;
  • la UE deve rendersi conto che l’Africa sta guardando ai BRICS , in particolare a Cina, Brasile e India come partner più allettanti che l’Europa.
Noi guardiamo anche con grande preoccupazione ai negoziati di libero scambio(DCTFA) con tre importanti paesi del Nordafrica: Egitto, Tunisia e Marocco, ai quali bisogna aggiungere la Giordania. La UE vorrebbe negoziare la liberalizzazione dei settori agricoli, manifatturieri, ittici nonché l’apertura dei mercati pubblici alle compagnie europee. A nostro parere questo costituirebbe una minaccia diretta alle aspirazioni sociali e democratiche promosse dalle ‘primavere arabe’. Questi accordi rinchiuderebbero le economie di questi paesi in un modello di crescita rivolta all’esportazione e aprirebbero i mercati di quei paesi alle multinazionali europee.
L’Europa non può permettersi un negoziato del genere dopo il fallimento del Processo di Barcellona, firmato il 28 novembre 1995, con 15 paesi del Mediterraneo che voleva instaurare un’area di libero scambio nel Mare nostrum.
Siamo alla vigilia delle elezioni europee. Noi chiediamo che questi negoziati sia con i paesi ACP sia con i paesi del Mediterraneo diventino soggetto di dibattito pubblico. Non è concepibile che una potenza economica come la UE non abbia una seria politica estera verso i paesi più impoveriti, verso soprattutto il continente a noi più vicino:l’Africa.
Ci appelliamo a tutti quei gruppi, associazioni, reti, istituti missionari che hanno già lavorato sugli EPA a riprendere a martellare i nostri deputati a Bruxelles.
Non possiamo non ascoltare l’immenso grido dei poveri. E’ in ballo la vita di milioni di persone, ma anche il futuro della UE.
p. Alex Zanotelli – missionario comboniano
Vittorio Agnoletto – medico, network internazionale Flare
Maurizio Ambrosini – professore universitario Scienze Politiche Milano
Sylvie Coyaud – giornalista Il Sole-24Ore/Oggi Scienza
Angelo Del Boca – storico
p. Benito De Marchi – Londra -GERT
Nicoletta Dentico – presidente OISG, Osservatorio Italiano Salute Globale
p. Martin Devenish – Gran Bretagna – GERT:Gruppo Europeo di Riflessione Teologica
Carmelo Dotolo – Roma- GERT
Cristiana Fiamingo – africanista docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici
Raffaele Masto – scrittore e giornalista di Radio Popolare. Autore del Blog: “Buongiornoafrica.it”
Nora Mc Kean – associazione Terranuova
Silvestro Montanaro – giornalista e scrittore
Antonio Onorati – Centro Internazionale Crocevia
Moni Ovadia – scrittore, attore, regista
Pietro Raitano – direttore Altreconomia
p. Efrem Tresoldi – direttore della rivista Nigrizia
Antonio Tricarico – presidente Re Common
p. Joaquim Valente da Cruz – Portogallo -GERT
p. Fernando Zolli – Commissione Giustizia e Pace degli Istituti Missionari in Italia
Alberto Zoratti e Monica Di Sisto – Fairwatch
p. Franz Weber – Austria – GERT

Roger Lenaers in Italia

Autore: liberospirito 22 Gen 2014, Comments (0)

roger lenaers

Roger Lenaers, teologo gesuita belga che da anni riflette sul rapporto tra fede religiosa e modernità, sarà in Italia la prossima settimana. Sono previsti due incontri a Bergamo. L’intera iniziativa è stata chiamata “La ricerca del divino oltre le religioni”.

Lunedì 27 gennaio, alle ore 17.00 si terrà un seminario presso l’Università di Bergamo (aula 1 sede di S. Agostino), in piazzale S. Agostino, 2. Dialogheranno con Lenaers: Fulvio Manara, Federico Battistutta, Giuliano Zanchi, Luciano Zappella, Giulio Brotti, Giangabriele Vertova, Marco Ubbiali e Roberto Massari. Invece martedì 28 gennaio, alle ore 20.45 lo stesso Lenaers terrà una conferenza presso la sala della Fondazione Serughetti La Porta, in viale papa Giovanni XXIII, 30, in cui presenterà i suoi due saggi: Il sogno di Nabucodonosor o la fine di una Chiesa medievale e Benché Dio non stia nell’alto dei cieli, entrambi pubblicati dall’editore Massari. Introdurrà Ferdinando Sudati.

Questi due libri hanno suscitato vasta eco a livello mondiale e propongono un’originale riflessione sull’incontro/scontro fra modernità e immagine tradizionale della fede, proponendo una loro riconciliazione mediante una innovativa proposta di riformulazione della fede per gli uomini secolarizzati del XXI secolo.

L’iniziativa è stata organizzata dalla Fondazione Serughetti La Porta e dall’Università di Bergamo. L’autunno scorso entrambi gli enti avevano organizzato analoghi incontri con il teologo statunitense  John Spong.

Per info: [email protected]

 

Credenti e non credenti: un convegno

Autore: liberospirito 17 Gen 2014, Comments (0)
Continuiamo il discorso sulla libertà religiosa. Riportiamo sotto la sintesi – ad opera di Antonia Sani (del Comitato Nazionale “Scuola e Costituzione”) – di un convegno, indetto dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), tenutosi a Roma, venerdì 10 gennaio, nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini, presso Camera dei Deputati, dal titolo “Non credenti e credenti: differenti, con identici diritti”. Per chi è interessato gli interventi integrali dei relatori sono disponibili in formato audio-video sul sito di Radio Radicale. Condividiamo il giudizio finale dell’autrice dell’articolo, secondo cui il limite intrinseco del convegno (e degli organizzatori) sta nel voler considerare l’ateismo e l’agnosticismo al pari di una religione, sottovalutandone gli evidenti rischi. Così come è pericoloso rivendicare riconoscimenti istituzionali, scordando che l’istituzionalizzazione conduce inevitabilmente all’irrigidimento e alla conservazione (e al conservatorismo). C’è ancora molto da fare -sotto tutti i punti di vista – nel campo della libertà religiosa.
convegno 10gennaio UAAR
Laicità è cultura/cultura è laicità è il filo rosso che percorre e collega gli interventi dei partecipanti al Convegno “Non credenti e credenti, differenti, con identici diritti” organizzato dall’UAAR lo scorso 10 gennaio a Roma.

Due le ragioni poste dai promotori alla base dell’incontro: “l’approvazione non più rinviabile di una legge sulla libertà religiosa e di coscienza”; la richiesta, sollevata dall’UAAR fin dalla nascita, di “stipulare un’Intesa con lo Stato”, riservata dall’art.8/Cost. alle confessioni religiose diverse da quella cattolica. (Isabella CazzolaUAAR- introduzione)

Entrambe le questioni restano tuttavia sullo sfondo. Il focus si è concentrato sulla preoccupazione comune a tutti i partecipanti: la costruzione di uno spazio pubblico laico, non neutro, non secolarizzato nell’indifferenza, non occupato da razzismi, antisemitismo, omofobia, o da nuove forme di nazionalismo dettate dalla crisi.  Di sociologia della laicità parla Laura Balbo individuando nei soggetti che abitano lo spazio pubblico coloro che coi propri comportamenti, razionali ed emozionali, possono fare dello spazio pubblico uno spazio laico. Stefano Meriggi evoca la polis aristotelica come “insieme di genti diverse”, opposta alle ristrette comunità omogenee, preambolo di una laicità in nuce, ancora oggi lontana dall’essere realizzata per l’assenza di un confronto “scientifico” delle differenze in luogo del potere arbitrario delle maggioranze.

“Ma chi non ha identità non può costruire una società laica” (Aurelio Mancuso). Lo spazio laico si realizza nel riconoscimento reciproco delle identità, anche se profondamente diverse dalla propria.  Laicità dunque come metodo-strumento per la civile convivenza, fondata sull’uguaglianza come confronto-accettazione delle diversità.

Stefano Levi della Torre affronta la complessa questione dell’identità. La ricerca di sicurezza favorisce il proliferare di piccole comunità omogenee dove si alimentano forme di razzismo, “innamoramento di se stessi” prima ancora che odio per il diverso, ma oggi la dimensione globale della società impone il pluralismo, formazioni di grandi gruppi “non idolatri”, anzi tendenti a sviluppare identità soggettive; ma il riconoscimento di identità diverse, il contrasto alle ingiustizie sulle minoranze non può significare accettazione acritica di pratiche che offendono la dignità della persona umana.

L’integrazione (Khaled Fouad Allam) deve cancellare l’uso del termine etnia, che nel nome del rispetto delle diversità “sancisce un’ irrimediabile distanza” tra i soggetti sociali spostandoli all’ indietro nella riaffermazione di credenze, superstizioni, religioni ataviche, con un allontanamento della società nel suo insieme da valori precedentemente condivisi, frutto di un’evoluzione di secoli su cui si è fondato il patto delle società democratiche (Aurelio Mancuso).

La constatazione della non condivisione nella società pluralista di una tavola di valori comuni suscita interrogativi allarmanti. Come gestire il conflitto? Quale spazio al dubbio? Alla tolleranza? Quali aspetti positivi nel relativismo cattolico? E come gestire identità individuali in conflitto con l’identità del gruppo di appartenenza? Paolo Ferrero parla di identità plurale. L’identità soggettiva non può essere appiattita sui caratteri identitari del gruppo di appartenenza. La costruzione di soggettività critiche è il fondamento di una società laica. La nostra società non è laica, piuttosto potrebbe essere definita “diversamente religiosa”: dalle leggi della Chiesa alle leggi del mercato. Si tratta in entrambi i casi di assoluti accettati irrazionalmente…

A Gherardo Colombo il nodo laicità/diritto-diritti. Il percorso storico da lui evocato non lascia margini “L’efficacia delle leggi avviene dopo l’affermazione di una cultura disposta a recepirle”.  La laicità non si realizza con l’affermazione di un’uguaglianza acritica. Ogni diversità va rispettata (anche con forme di mediazione transitorie), nel perseguimento di vie culturali adeguate a creare la consapevolezza del valore dell’affermazione dei diritti umani. Tra questi, il valore della spiritualità che non va confuso con Chiese e religioni.

Lucio Malan, presentatore di una proposta di legge sulla libertà religiosa, si domanda se davvero tutto ciò che ha a che fare con la religione sia retrogrado, e progressista ciò che riguarda la laicità… Sottolinea l’ambito dell’art.8/Cost. relativo alle confessioni religiose.

In conclusione, alla funzione taumaturgica della cultura, la pars construens, sintetizzata da Raffaele Càrcano (UAAR , coordinatore del convegno) nella formula “Che fare?”.  La laicità, dalla vetrina delle enunciazioni alla prova dei luoghi fisici… Un confronto col pubblico, purtroppo non previsto, avrebbe dato concretezza a prospettive di azione, in particolare nella scuola, dove è vivo il conflitto tra le posizioni dell’UAAR in difesa dell’istituzionalizzazione dell’ “Ora alternativa all’Insegnamento della Religione Cattolica”, e quella di altre associazioni laiche.   La scuola è il più importante spazio pubblico in cui si incontrano cittadini di tutte le età e di tutte le condizioni socio-economiche per la formazione critica dei giovani. Additare come obiettivo il conseguimento di un insegnamento curricolare in alternativa all’ IRC significa legittimare la presenza dell’ IRC nella scuola, spegnere ogni forma di reale contestazione, abituare a considerare il privilegio inaccettabile consentito alla religione maggioritaria, benché non più “religione di Stato”, come una sorta di “civile convivenza delle diversità”…

Similmente stupisce l’accanimento con cui l’UAAR persegue con ricorsi su ricorsi la possibilità di essere ammessa a stipulare un’intesa con lo Stato, entrando a far parte della piramide discriminante – peraltro stigmatizzata dalla stessa UAAR – che si fonda su privilegi concordatari estendendone una minima parte a talune confessioni non cattoliche…   Una legge sulla libertà religiosa e di coscienza potrebbe superare la vecchia legge dei “culti ammessi” solo se il regime concordatario e delle conseguenti Intese venisse abrogato. Un cambiamento culturale di dimensioni epocali….

Ma i passi devono essere rivolti inequivocabilmente in quella sola direzione. E la scuola è la prima palestra pubblica per la costruzione di questa consapevolezza.

Antonia Sani

Pubblichiamo un recente articolo di Paolo Naso, apparso su “NEV-Notizie Evangeliche”, servizio stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Prendendo spunto da una recente sentenza del TAR di Brescia, che condanna il comune di Brescia in materia di delibere riguardanti la costruzione di edifici religiosi non cattolici, l’autore propone una rilflessione sulla latitanza da parte di tutti gli schieramenti politici in merito all’attuazione del principio costituzionale circa la libertà religiosa. Che sempre più spesso debbano intervenire i tribunali è un triste segnale dell’indifferenza o dell’opportunismo della classe politica. Per questo i cittadini stanno imparando ad affrontare in prima persona, senza deleghe di sorta, le questioni che li riguardano, siano esse di natura religiosa o di altra provenienza.
libertà religiosa
Ogni Comune deve prevedere spazi per moschee e luoghi di culto delle varie confessioni religiose: in sintesi è quanto all’inizio dell’anno ha sentenziato il TAR di Brescia accogliendo il ricorso di un’associazione islamica locale. Bocciato così il Comune che, nel suo Piano di governo del territorio (Pgt, il vecchio “piano regolatore”), aveva previsto oratori e campanili ma aveva escluso la possibilità di costruire moschee, templi buddhisti, chiese pentecostali e così via.
Nella visione e nell’intenzione degli amministratori locali Brixia fidelis era e resta una città cattolica che non prevede spazi per le altre confessioni religiose. Il TAR ha però corretto questa interpretazione facendo valere le norme costituzionali secondo le quali “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere di fronte alla legge” (art. 8) e “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume” (art. 19). Un boccone amaro per la giunta di centrosinistra: solo qualche mese fa si era insediata dopo aver clamorosamente sconfitto il centrodestra responsabile del Pgt ed oggi si trova sullo stesso banco degli accusati sul quale da decenni siedono i leghisti, da sempre impegnati in una rumorosa guerra “alle moschee” che in realtà si intende rivolta a tutti i luoghi di culto non cattolici frequentati in prevalenza o interamente da immigrati. Per parte sua, la comunità islamica si era prontamente mobilitata e aveva denunciato l’incostituzionalità della negazione di spazi pubblici destinati alle numerose comunità di fede che negli ultimi venti anni si sono insediate a Brescia, la città – va ricordato – con una concentrazione di immigrati tra le più alte d’Italia.
Non è affatto la prima volta che a correggere interpretazioni restrittive ed escludenti in materia di libertà religiosa e parità dei diritti tra le varie confessioni intervenga un tribunale. I precedenti sono molti e giuridicamente rilevanti, a iniziare da storiche sentenze della Corte Costituzionale in materia di laicità dello Stato.
Che su una materia delicata e rilevante come la libertà religiosa e di culto debbano periodicamente intervenire i tribunali, resta però una grave anomalia che denuncia i ritardi colpevoli delle forze politiche. Tutte. Se la Lega Nord ha fatto dell’esclusione e del pregiudizio anti-islamico e xenofobo la sua bandiera, va comunque denunciata l’incapacità delle forze moderate del centrodestra e di gran parte del centrosinistra di proporre e sostenere un discorso alternativo, costituzionalmente fondato e, soprattutto, operoso, capace cioè di fare piazza pulita delle foglie secche di retaggi confessionalisti e privilegiari per approvare nuove norme in materia di libertà religiosa, di culto e di coscienza: è il tema urgente di una nuova legge sulla libertà religiosa e di coscienza che da anni impegna la Federazione delle chiese evangeliche in Italia così come altre espressioni confessionali e culturali.
Ma se la Lega ha la gravissima responsabilità di promuovere un’impresa culturale e politica che alimenta pregiudizi ed esclusioni, le altre grandi forze politiche – salvo qualche personalità generalmente poco ascoltata – preferiscono ignorare un tema che invece ha una crescente rilevanza culturale e sociale.
Da anni, ad esempio, in Lombardia vige una norma regionale altrettanto discriminatoria del Pgt bresciano che impedisce la “conversione d’uso” per luoghi che si intende adibire al culto (legge 12, art. 52 comma tre bis). Vale a dire che una comunità religiosa che acquisisce un locale, sia pure pienamente a norma in materia di sicurezza che però “nasce” con altra finalità, ad esempio un cinema o un supermercato, non può ricevere dal Comune l’autorizzazione all’utilizzo per finalità di culto. Se una comunità vuole aprire un luogo di culto se lo deve costruire chiedendo regolare licenza, ma per ottenere la licenza occorre che ci sia un’area destinata nel Pgt, che però, come nel caso di Brescia, in gran parte dei Comuni della Lombardia (e non solo) non è prevista. Carenza che nei fatti produce un divieto.

La sentenza del tribunale bresciano ristabilisce un fondamentale principio costituzionale ma, a leggerla in un contesto più ampio, ci dice che la classe dirigente – a partire da quella locale che dovrebbe avere sensibilità e legami territoriali più forti – non ha ancora compreso la portata del cambiamento sociale e culturale in atto. Soprattutto non ha capito che moschee e gurdwara sikh, chiese e sale del Regno, templi e sinagoghe non impoveriscono il territorio ma al contrario lo arricchiscono, perché sono luoghi in cui tante persone – italiani e immigrati – si incontrano, si sostengono, formano i loro figli, rafforzano legami di solidarietà. Per fortuna lo afferma un tribunale ma come cittadini di uno stato democratico ci aspetteremmo che lo riconoscesse anche chi ci amministra e ci governa.

Paolo Naso

Lampedusa a Sant Pauli (Amburgo)

Autore: liberospirito 11 Gen 2014, Comments (0)

In altri post abbiamo parlato delle condizioni di vita dei migranti e dei rifugiati, di Lampedusa e così via. Oggi proponiamo un articolo interessante, apparso ieri sul quotidiano “Il manifesto”, in cui si parla delle iniziative in corso ad Amburgo, nel nord della Germania, in difesa dei diritti di queste popolazioni. In un quartiere di Amburgo – Sant Pauli, luogo di riferimento della cultura alternativa della città – vivono circa trecentocinquanta rifugiati africani provenienti da Lampedusa; per loro – e con loro – si sono mobilitati in tanti: associazioni, centri sociali, studenti, sindacati, chiesa protestante, finanche la squadra di calcio locale. Da leggere, da discutere (e da mettere in pratica).

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Alla mani­fe­sta­zione «Lam­pe­dusa ad Amburgo», il 2 novem­bre scorso, c’erano oltre 10 mila per­sone, a dimo­strare come la que­stione dei diritti fon­da­men­tali vio­lati sia in grado di mobi­li­tare ampi set­tori della società civile. Un’altra grande mani­fe­sta­zione è pro­gram­mata ad Amburgo ai primi di marzo 2014.
La sto­ria del gruppo «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è solo il pezzo più recente dell’Emergenza Nord Africa. All’inizio della pri­ma­vera 2013, essa si è mate­ria­liz­zata a migliaia di chi­lo­me­tri da Lam­pe­dusa e dall’Italia: qui, nella metro­poli por­tuale di Amburgo, città tra le più grandi del Nord Europa, che con l’hinterland arriva a 5 milioni di abi­tanti, quanto l’intera popo­la­zione della vicina Dani­marca. Ad Amburgo gli afri­cani dell’Emergenza sono circa 350, a testi­mo­nianza dei per­corsi di vita negata di migliaia di uomini e donne arri­vati in Ita­lia durante la guerra in Libia nel 2011. Da oltre tre anni vivono in prima per­sona le con­se­guenze di poli­ti­che migra­to­rie e di asilo nazio­nali ed euro­pee basate su con­trollo, mar­gi­na­liz­za­zione e rifiuto.
Sto­rie di vita negate che si somi­gliano, come quella di Ama­dou, ori­gi­na­rio di Bamako, e por­ta­voce del gruppo fran­co­fono che incon­triamo nella Chiesa del quar­tiere St. Pauli. Nove mesi al cen­tro Sant’Anna di Cro­tone e un mese da sen­za­tetto a Roma prima di arri­vare qui. Par­liamo men­tre intorno fini­scono cola­zione e fanno le puli­zie nella Chiesa di St. Pauli, che fino ad un mese fa ospi­tava oltre 80 rifu­giati.
La muni­ci­pa­lità di Amburgo ha ini­zial­mente offerto loro un breve ser­vi­zio tem­po­ra­neo di acco­glienza inver­nale, chiuso già all’inizio di mag­gio, quando le tem­pe­ra­ture qui nel nord Europa vanno ancora sot­to­zero. È stato uno dei primi ten­ta­tivi della muni­ci­pa­lità, a guida social­de­mo­cra­tica, di allon­ta­nare i rifu­giati «volon­ta­ria­mente», negando ser­vizi di acco­glienza di base e richia­man­dosi alle regole di Dublino: i rifu­giati devono rien­trare in Ita­lia, loro primo paese d’ingresso, che deve occu­parsi dell’asilo. La rispo­sta è stata un’azione di pro­te­sta orga­niz­zata davanti al Muni­ci­pio, dove è com­parso lo stri­scione «Non siamo soprav­vis­suti alla guerra della Nato in Libia per venire a morire sulle strade di Amburgo».
La man­canza di ascolto ha con­tri­buito alla nascita del gruppo «Lam­pe­dusa ad Amburgo», che nel tempo si è fatto com­patto, orga­niz­zato e lucido nella riven­di­ca­zione dei pro­pri diritti. Come altri movi­menti di migranti, il gruppo chiede acco­glienza, diritto alla casa, al lavoro, la pos­si­bi­lità di entrare a far parte inte­grante della società locale. Scrive uno dei por­ta­voce, Asu­quo Udo, in una let­tera aperta ai cit­ta­dini di Amburgo: «Vogliamo diven­tare parte della società di Amburgo, non pos­siamo e non vogliamo tor­nare alla mise­ria, né in Ita­lia, né nei paesi afri­cani». Molti dei rifu­giati dell’Emergenza prima di lasciare la Libia lavo­ra­vano come ope­rai edili, car­pen­tieri, mec­ca­nici, gior­na­li­sti, esperti infor­ma­tici. Sono qui per vivere, lavo­rare, inse­rirsi nella società.
Ralf Lou­renco, atti­vi­sta del movi­mento Kara­wane (http://​the​ca​ra​van​.org/), nella sede di St. Pauli spiega: «Quando i rifu­giati si sono rivolti a noi erano già orga­niz­zati e ave­vano quat­tro por­ta­voce. (…) Li abbiamo aiu­tati a ren­dere pub­bli­che le loro riven­di­ca­zioni, orga­niz­zando dimo­stra­zioni, incon­tri pub­blici e con la stampa, aiu­tan­doli nelle tra­du­zioni in tede­sco. Ma i con­te­nuti erano già chiari in par­tenza». A dif­fe­renza di altre realtà che si occu­pano di diritti di rifu­giati e migranti, il gruppo di Kara­wane inco­rag­gia e sostiene forme di self-empowerment ed auto-organizzazione dei migranti e rifu­giati. Per­ché non sono «vit­time da aiu­tare», ma sog­getti auto­nomi, pen­santi, in grado di auto-rappresentarsi, for­mu­lare e recla­mare i pro­pri diritti. Il sup­porto di Kara­wane si tra­duce spesso in forme di soste­gno pra­ti­che, ma non ci sono inter­me­diari. Sono i rifu­giati che vanno agli incon­tri con le auto­rità, la stampa, i sin­da­cati, gli stu­denti, i movi­menti di cit­ta­dini. Que­sto è uno dei punti di forza di Lam­pe­dusa ad Amburgo, che è innan­zi­tutto un movi­mento dei migranti, rispetto ad altre realtà spesso «per i migranti».
Un esem­pio: il primo mag­gio 2013 il gruppo di Kara­wane e una cin­quan­tina di afri­cani di quella che ormai è la «Lam­pe­dusa ad Amburgo» vanno tutti al Kir­chen­tag, il con­ve­gno inter­na­zio­nale delle chiese pro­te­stanti. Tre­mila tra fedeli, rap­pre­sen­tanti della comu­nità pro­te­stante, intel­let­tuali, poli­tici. Si discute anche di diritti degli immi­grati e di acco­glienza. I rifu­giati repli­cano: «Wir sind her!» («Siamo qui!). Un’azione che ottiene un risul­tato: il vescovo pro­te­stante della città, Kir­sten Ferhs, deve rico­no­sce che serve fare qual­cosa. In seguito, la chiesa di St. Pauli apre le porte a più di 80 rifu­giati e altri luo­ghi di culto seguono l’iniziativa: dalla moschea a St Georg alla chiesa Erlö­ser­kir­che. A que­sta forma di acco­glienza se ne aggiun­gono altre, presso asso­cia­zioni e pri­vati, soprat­tutto e non a caso nel quar­tiere di St. Pauli.
La riven­di­ca­zioni poli­ti­che di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» fanno anche appello al §23 della legge di sog­giorno tede­sca, in cui lo stato fede­rale decide, in accordo con il mini­stero degli Interni. Il para­grafo age­vola istanze di resi­denza nel caso spe­ci­fico di gruppi omo­ge­nei e nume­rosi, come nel caso di Lam­pe­dusa ad Amburgo. Il Senato fede­rale di Amburgo replica con la pro­po­sta di accet­tare la pra­tica, che in tede­sco si chiama Dul­dung, per cui la domanda di asilo viene fatta su base esclu­si­va­mente indi­vi­duale. Ciò com­por­te­rebbe per i rifu­giati la per­dita di tutto l’iter pre­ce­dente, incluso il rico­no­sci­mento di asilo già avve­nuto in Ita­lia, dopo attese lun­ghis­sime. Il rifiuto della domanda di asilo, inol­tre, avvie­rebbe auto­ma­ti­ca­mente pro­ce­dure di deten­zione nei cen­tri di espul­sione della Ger­ma­nia e depor­ta­zione. In sostanza, nes­sun rico­no­sci­mento col­let­tivo al gruppo, ma solo una scelta su base indi­vi­duale. Più che una solu­zione, i por­ta­voce di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» la inter­pre­tano come un nuovo ten­ta­tivo di divi­dere il gruppo, diluirne le riven­di­ca­zioni col­let­tive, l’organizzazione e com­pat­tezza. La pro­po­sta del Senato è con­si­de­rata inac­cet­ta­bile dalla mag­gio­ranza del gruppo, che ha repli­cato con una let­tera aperta (http://​www​.the​voi​ce​fo​rum​.org/​n​o​d​e​/​3​396).
Su que­sto punto si sono create alcune dif­fi­coltà tra le molte e diverse realtà impe­gnate nella difesa dei diritti di «Lam­pe­dusa ad Amburgo». Secondo Ralf, «la chiesa si pre­oc­cupa prin­ci­pal­mente dell’aspetto uma­ni­ta­rio della que­stione, con­cen­tran­dosi sui casi indi­vi­duali. Per la chiesa la solu­zione di gruppo non è pos­si­bile. La chiesa di St. Pauli vuol essere de-politicizzata, e que­sto influi­sce nega­ti­va­mente sul gruppo, che ha avuto alcune espe­rienze nega­tive con rap­pre­sen­tati della comu­nità della Chiesa coin­volti in nego­ziati poli­tici senza il soste­gno col­le­giale della Lam­pe­dusa».
La chiesa è un fat­tore impor­tante nel mobi­li­tare la comu­nità pro­te­stante, ma indub­bia­mente le rela­zioni si com­pli­cano quando dalla que­stione pre­va­len­te­mente uma­ni­ta­ria e legata al sin­golo si passa a dover pren­dere posi­zioni poli­ti­che, che com­por­tano ine­vi­ta­bil­mente una cri­tica dei poteri costi­tuiti e delle norme vigenti. Qui il ruolo della Chiesa è inde­bo­lito anche dalle pres­sioni fatte dalle auto­rità locali. All’incontro set­ti­ma­nale degli atti­vi­sti nella chiesa di St Pauli, Phi­lippe sostiene si tratta anche una que­stione prag­ma­tica: «Una cosa è inter­ve­nire quando la situa­zione fa vedere che certe poli­ti­che non fun­zio­nano, un’altra pre­ten­dere di voler cam­biare radi­cal­mente le poli­ti­che di asilo e immi­gra­zione». Per Phi­lippe «l’atto uma­ni­ta­rio è anch’esso un atto poli­tico», ma rico­no­sce che esi­stono vin­coli e limiti det­tati dal ruolo e dalla natura stessa dei rap­porti della Chiesa con le isti­tu­zioni, si pensi all’aspetto economico.Tuttavia,seduti tra gli atti­vi­sti è dif­fi­cile non notare che nes­sun por­ta­voce di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è tra noi durante la riu­nione. Alcuni ascol­tano seduti in disparte, altri dalla navata supe­riore, ma nes­suno tra­duce e pochi di loro par­lano già il tede­sco.
Al di là dei pro­blemi, il dif­fuso soste­gno della comu­nità ai rifu­giati e il con­ti­nuo mol­ti­pli­carsi ed espri­mersi di ini­zia­tive di soli­da­rietà riman­gono i fat­tori posi­tivi. «Una soli­da­rietà così forte non ce l’aspettavamo» affer­mano a Kara­wane, e que­sta è tra le ragioni dei risul­tati fino ad ora otte­nuti, anche rispetto ad altri movi­menti. A que­sto hanno anche con­tri­buito la popo­lare squa­dra di cal­cio del St. Pauli, il cen­tro sociale Rote Flora sgom­be­rato con la forza dalla poli­zia nei giorni scorsi, gli stu­denti delle scuole locali e dell’Università, il tea­tro, sin­da­cati come Ver.di e IG Metall. Cam­mi­nando per St Pauli, ovun­que ci sono mani­fe­sti col motto «We are here to stay», graf­fiti, ban­ners alle fine­stre, scritte ai muri e mar­cia­piedi, depliants nei bar e nei negozi di quar­tiere. Gli afri­cani ad Amburgo sono i primi a rico­no­scerlo, ricambiando.Perché «Wir sind mehr/ Siamo di più». Una soli­da­rietà che la «zona ad alto peri­colo» (gefah­ren­ge­biet) dichia­rata dalla poli­zia a St. Pauli e in aree adia­centi a seguito della mani­fe­sta­zione del 21 dicem­bre con­tro la chiu­sura del cen­tro sociale Rote Flora non pos­sono cir­co­scri­vere.
Que­ste anche le ragioni di spe­ranza. «Rima­niamo fidu­ciosi», afferma Ralf, «e con­ti­nue­remo a lot­tare per otte­nere una solu­zione che rico­no­sca i diritti del gruppo di Lam­pe­dusa». Per­ché la lotta a fianco di «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è in realtà un modo per discu­tere e riflet­tere più in gene­rale sulle attuali que­stioni in mate­ria di asilo, immi­gra­zione ed acco­glienza, a livello nazio­nale ed euro­peo. «Lam­pe­dusa ad Amburgo» è un esem­pio in grado di influen­zarne posi­ti­va­mente altri, di mol­ti­pli­carsi. Molti stanno guar­dando a quello che sta suc­ce­dendo qui ad Amburgo, per­ché qui c’è stata e con­ti­nua ad esserci una rispo­sta con­creta da parte della comu­nità alle vuote pro­messe fatte dai poli­tici sull’isola di Lampedusa.

Susi Meret

In Italia i Senza Terra brasiliani

Autore: liberospirito 7 Gen 2014, Comments (0)

Il 7 dicembre scorso al Teatro Valle Occupato di Roma ha tenuto un intervento uno dei rappresentanti più in vista del Movimento dei Senza Terra – João Pedro Stédile -, entrando in dialogo con alcuni dei movimenti italiani (Forum italiano dei movimenti per l’acqua – Movimento NoTav – rete StopEnel – Genuino Clandestino – Ex Colorificio Liberato di Pisa). Riportiamo sotto una parte significativa dell’intervento. La trascrizione integrale è possibile leggerla al sito http://www.adistaonline.it.

sem-terra

LA TERRA TREMERA’

È per me un privilegio essere qui con voi, in un teatro occupato dai lavoratori. Tutto quello che il Movimento dei Senza Terra (Mst) ha conquistato nel corso dei suoi trent’anni di vita è dovuto proprio alla pratica dell’occupazione di massa, della terra come delle banche, dell’università, dei mezzi di comunicazione, delle transnazionali. Sono contento di poter scambiare con voi alcune idee, riguardo alla congiuntura latinoamericana, a quella brasiliana e alla Riforma Agraria. Si tratta di idee discusse all’interno del Mst e con gli altri movimenti sociali del Brasile, anche nell’ambito di Via Campesina. […]

UN NUOVO MODELLO DI PRODUZIONE AGRICOLA

In questa fase, segnata dal dominio del capitalismo finanziario e delle transnazionali, sono in corso cambiamenti dei paradigmi della produzione agricola, in direzione della privatizzazione di tutte le risorse naturali. Così come, durante il XX secolo, i capitalisti si sono appropriati della terra introducendo la proprietà privata, allo stesso modo hanno iniziato a mettere le mani sull’acqua e ora si stanno impadronendo dei minerali, dei boschi, dei venti (con l’energia eolica) e persino dell’ossigeno rilasciato dalle foreste, trasformato in un titolo di credito di carbonio da scambiare alla borsa valori. Cosicché, in Brasile e in America Latina, alcune imprese hanno già convinto comunità indigene a vendere loro l’ossigeno delle foreste.

Questa invasione del capitale rispetto ai beni della natura ha messo in luce tuttavia diverse contraddizioni, le quali mostrano come il capitale generi le condizioni per la sua stessa distruzione e ci costringono, per esempio, a pensare all’agricoltura in modo diverso. I movimenti contadini che sono sorti e si sono sviluppati lungo il XX secolo avevano una visione economicista e corporativa, pur avendo assunto forme rivoluzionarie come quella messicana di Zapata, con la sua idea della “terra a chi la lavora”. Idea rivoluzionaria nel suo opporre il lavoro al capitale, ma anche frutto di un atteggiamento corporativo, come se la natura appartenesse solo ai contadini.

In che modo dobbiamo cambiare paradigma in relazione all’agricoltura? Per prima cosa, occorre capire che la funzione sociale principale dell’agricoltura è produrre alimenti, alimenti sani che portino vita. Il capitale riesce a produrre solo alimenti avvelenati che provocano il cancro, che uccidono la biodiversità, che producono squilibri nell’ambiente e nel clima. […]

Dobbiamo allora adottare un nuovo modello di produzione, quello agroecologico, inteso come un insieme di tecniche agricole orientato ad accrescere la produttività del lavoro. Non è vero che con l’agroecologia le persone debbano lavorare di più e solo con le proprie forze. Le conoscenze devono servire proprio a lavorare la terra con meno fatica e senza provocare squilibri ambientali. […]

LE VIE DI USCITA

Tutti noi siamo convinti del fatto che il capitalismo non rappresenti una via di salvezza. Tutti vogliamo un modello post-capitalista. Ma non dobbiamo legarci a etichette e formule che spesso dividono più che unire. Il nostro problema, ora, è creare un’unità dei movimenti popolari per accumulare forza sufficiente a produrre cambiamenti. Trovandoci in un periodo storico di riflusso del movimento di massa, è più difficile operare, perché le masse sono apatiche. Ma non è stato sempre così e non sarà sempre così. In questo quadro, ci possono tornare utili, per esempio, le indicazioni della scuola degli storici marxisti britannici come Eric Hobsbawm, Giovanni Arrighi, Edward P. Thompson, i quali ci spiegano che la lotta di classe all’interno del capitalismo non è una scala che sale verso l’alto, con la classe lavoratrice che elegge un consigliere, poi un sindaco, poi un presidente, fino ad arrivare in paradiso, ma non è nemmeno una scala che precipita verso il basso, con il capitale che vince, e vince, e ancora vince… A giudizio degli storici britannici, la lotta di classe procede invece per onde, secondo il rapporto di forze tra classi antagoniste. Ci sono periodi in cui la classe lavoratrice riesce ad accumulare forze e ad assumere l’offensiva contro il capitale. Altri in cui si determina uno scontro tra i due progetti del capitale e del lavoro, scontro che può portare a una crisi permanente di lotta per il potere o a situazioni prerivoluzionarie. Altri ancora in cui si registra un riflusso del movimento della classe lavoratrice, la quale, sconfitta politicamente e ideologicamente, è costretta a fare un passo indietro e a occuparsi delle questioni quotidiane della vita. Periodi, questi ultimi, in cui sono maggiori i rischi di deviazioni, sia verso un riformismo corporativo, sia verso un estremismo dottrinario. E, infine, periodi di resistenza, in cui la classe lavoratrice recupera le forze e si rianima: periodi che precedono la ripresa del movimento di massa.

Nonostante le difficoltà, in America Latina siamo riusciti a far eleggere governi di sinistra o comunque progressisti, ma tali governi non sono riusciti a realizzare cambiamenti strutturali, perché non sono stati il frutto di una ripresa del movimento di massa, ma piuttosto di una reazione popolare di indignazione di fronte al neoliberismo. Dopo un lungo periodo di riflusso del movimento di massa, pensiamo, però, di essere ora in un periodo di resistenza come preludio di un processo di ripresa – entro qualche anno, speriamo – della classe lavoratrice.

Viviamo tempi difficili, tempi di riflusso e di resistenza, tempi, per così dire, di lavoro clandestino, di lavoro che non si vede. In questo quadro, la sinistra deve re-imparare a parlare con la classe lavoratrice, quello che noi in Brasile chiamiamo lavoro di base: un lavoro che non finisce sui giornali, ma che esige dai militanti tempo, pazienza e umiltà, per cogliere quanto emerge dai luoghi in cui il popolo vive e lavora e aiutarlo a organizzarsi, perché nessun problema può essere risolto senza che il popolo si mobiliti. […]

Vi è poi la questione indigena. In Brasile vivono circa 280 popoli indigeni, per un totale di un milione di persone: troppo pochi e troppo dispersi nel territorio per resistere all’invasione del capitale. Senza contare che, non essendo agricoltori, subiscono anche le pressioni di chi pensa che le aree indigene non servano a niente. Noi del Mst e di Via Campesina riteniamo di dover difendere i popoli indigeni, anche solo per una questione morale e storica: sono i nostri antenati, hanno custodito la natura e ora possono sopravvivere solo con la solidarietà della classe lavoratrice. Come Mst, posso garantirvi che abbiamo cercato di non far mancare la nostra solidarietà, partecipando anche ad alcune lotte di rioccupazione di aree indigene. Vi sono due regioni nel sud del Paese in cui, in passato, è stata data ai contadini una terra che si è poi rivelata un’area indigena. Secondo i politici populisti, i contadini avrebbero dovuto opporsi alle rivendicazioni degli indios. Noi, invece, abbiamo detto loro: questa terra è degli indios e dunque deve essere restituita loro, ma dovete esigere dal governo un indennizzo. È chiaro che si tratta di un conflitto di grande complessità. Tanto che alcuni preti si sono schierati con i contadini, mentre i vescovi del Rio Grande del Sud hanno adottato una posizione corretta prendendo le difese degli indios.

João Pedro Stédile

 

Per Giovanni Vannucci, figlio del vento

Autore: liberospirito 5 Gen 2014, Comments (0)

Nell’ultimo post abbiamo ricordato Dian Fossey, morta il 26 dicembre 1985. Nella stessa data – 26 dicembre – ma del 2013, ricorreva il centenario della nascita di Giovanni Vannucci, figura che, seppur brevemente, merita ricordare per il suo valore e la sua attualità.

Era nato a Pistoia il 26 dicembre del 1913. Fu ordinato sacerdote nel 1937 e ottenne la Licenza in Teologia una decina di anni dopo. Fece parte dell’ordine dei Servi di Maria, insegnando esegesi, ebraico e greco biblico negli istituti di quest’ordine. Nel 1951 si unì, con alcuni confratelli, alla comunità di Nomadelfia, animata da don Zeno Saltini.  A partire dal 1954, con David Maria Turoldo  –  anch’egli dei Servi di Maria, personalità diversa e complementare a quella di p. Giovanni – organizzò diverse iniziative sociali, come la “Messa della carità”, nella città di Firenze. A metà degli anni Sessanta diede vita a una nuova comunità – dedita al lavoro, all’accoglienza e alla preghiera – all’Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti. Da allora lasciò l’Eremo solo per tenere incontri, lezioni ed esercizi spirituali.

Da molti definito testimone e autore spirituale del nostro tempo, Vannucci  scrisse molto, curò alcune collane e collaborò a varie pubblicazioni. Uomo di grande e sincera religiosità, seppe unire tradizioni spirituali orientali e occidentali, divenendo un anticipatore del dialogo interreligioso. Così diceva: Siate figli del vento, gente del cammino, diffidenti verso le sistemazioni, le istituzioni e le regole formulate troppo bene. Riportiamo una riflessione che illustra bene la sensibilità religiosa di p. Vannucci.

G.Vannucci

 L’ebbrezza della libertà

La libertà è la maturazione del mio essere in tutte le sue possibilità, è il mio essere che va oltre tutte le forme per portare avanti quella vita che è l’uomo in noi.

Il fiore nasce in boccio, lentamente si espande e si apre nella pienezza della sua bellezza. Cos’è?

Voi mi direte: è la vita.

Sì, è la vita, ma è la libertà del fiore che lo porta ad esprimere tutta la sua bellezza, nel momento della sua perfetta espansione e fioritura.

 Così anche per noi: nelle nostre idee, se sono vive, c’è sempre una forza di rottura e di superamento; se non c’è questa forza, questa ebbrezza, questa libertas, la nostra idea si chiude in un dogmatismo oppressivo e diventiamo duri come gli altri, uomini dagli eterni principi e dagli eterni dogmi, mentre la vita induce in noi una ebbrezza di novità, un desiderio di maggiore bellezza, di orizzonti più vasti.

 La libertà è il raggiungere una forma e l’andare oltre:questa misteriosa forza, presente nel nostro essere, ci spinge ad andare sempre oltre.

 Questa è la libertà: crescere continuamente nella nostra essenza e nella nostra verità profonda superando tutte quelle chiusure, gabbie, oppressioni che ci deformano e ci rendono duri e incapaci di vivere in mezzo agli altri.

Giovanni Vannucci