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Archivi: dicembre 2013

Dian Fossey: in memoriam (ma non solo)

Autore: liberospirito 30 Dic 2013, Comments (0)

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Venne uccisa il 26 dicembre 1985. Oggi avrebbe quasi 81 anni, essendo nata nel gennaio del 1932, a San Francisco, in California. Stiamo parlando di Dian Fossey. Il suo epitaffio, “Nessuno ha amato i gorilla più di lei” ne riassume la vita e l’opera. L’amore per i gorilla ha rappresentato la sua forza, ma anche la causa della morte.

La ricercatrice ha dedicato la vita a proteggere i gorilla di montagna, dopo un primo viaggio in Africa, nel 1963, che l’aveva fatta innamorare di queste creature, per certi versi tanto simili a noi. Dian si era finanziata da sola il viaggio, equivalente ad un intero anno di stipendio come terapista occupazionale – la sua professione – in un ospedale del Kentucky.

Il viaggio la portò a visitare il Kenya, la Tanzania, l’allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) e lo Zimbabwe. Rappresentò una svolta nella sua vita, poiché in Africa incontrò due studiosi che le parlarono dei gorilla. Il primatologo George Schaller che in Tanzania stava conducendo uno studio pioneristico sui gorilla di montagna, e Louis Leakey che in seguito l’avrebbe contattata per uno studio a lungo termine sui gorilla che segnò l’inizio della sua attività stabile in Africa.

Nel suo libro Gorilla nella nebbia – di cui si ricorda anche una trasposizione cinematografica del 1988 –  la Fossey ha scritto: “Credo fu quello l’istante in cui ebbi la percezione che sarei tornata in Africa, a studiare i gorilla di montagna”. Nel 1966 Dian cominciò il suo lavoro di studiosa di questi animali nello Zaire. L’anno seguente a causa della guerra civile, dovette spostarsi in Ruanda, dove nel settembre del 1967 fondò il campo di Karisoke. Per i successivi vent’anni, raramente lasciò l’Africa.

Col tempo si guadagnò la fiducia degli animali. Scoprì che essi vivevano in piccoli gruppi, circa una dozzina d’individui, guidati da un leader. Fra loro sorgevano legami familiari, si proteggevano a vicenda, e non si separavano mai. La Fossey arrivò a conoscere tutti i gorilla della zona, a stringere con loro un legame profondo.

Nel dicembre del 1977, avvenne una tragedia. Digit, un grande gorilla maschio, al quale Dian era particolarmente affezionata, venne trovato morto. Ucciso e barbaramente mutilato dai bracconieri, mentre cercava di difendere la sua famiglia. La Fossey ne fu sconvolta, e fondò la “Digit Found”, per raccogliere fondi contro il bracconaggio. Altri due gorilla furono in seguito massacrati, mentre tentavano di proteggere il loro piccolo, morto anch’esso durante l’aggressione. Proprio per la sua lotta al bracconaggio e al turismo, motivata quest’ultima dal fatto che i gorilla contraggono facilmente malattie dall’uomo per le quali non hanno anticorpi, venne uccisa, il 26 dicembre 1985. Ancora oggi non si sa chi furono gli esecutori materiali e i mandanti dell’omicidio. Si pensò ai bracconieri, ma per il fatto che non fu rubato niente, circolarono altre ipotesi. Per i mandanti si è arrivato a sospettare anche dei funzionari governativi.

Dopo la sua morte, fu creato il “Dian Fossey Gorilla Fund International” che ha lo scopo di trovare fondi da destinare alla salvaguardia dei primati africani. Inoltre alcuni amici della studiosa continuarono la sua opera, collaborando con l'”International Primate Protection League”.

Da 28 anni Dian Fossey riposa nel piccolo cimitero dei gorilla, nel cortile di quello che è stato il suo campo di Karisoke, accanto alla tomba di Digit. E’ una figura che merita ricordare, non solo per la passione e l’impegno dedicati allo studio e alla difesa dei gorilla, ma anche per la costruzione di un rapporto interspecie tra primati appartenenti a specie diverse. In fondo anche questo è fare ecoteologia.

I non-auguri di Natale

Autore: liberospirito 26 Dic 2013, Comments (0)

Ieri, 25 dicembre, era il giorno di Natale, giorno di festa. Per molti – gli studenti, ma non solo – le giornate di festa proseguiranno: oggi è S. Stefano, tra un po’ arriverà Capodanno e infine saremo all’Epifania. Abbiamo già pubblicato un post – il precedente – dedicato al Natale. Oggi riprendiamo un articolo di un paio di giorni fa a firma di Alessandro Del Lago, apparso su “Il manifesto”, che condividiamo e facciamo circolare. Lewis Carroll  parlava di non-compleanno – una ricorrenza che cade ogni giorno dell’anno, escluso quello del compleanno -, qui invece, a dispetto di ogni retorica d’occasione, si parla di non-auguri, la maniera più sincera per rivolgersi a qualcuno in giornate come queste.

lampedusa

Fac­ciamo gli auguri di fine anno ai migranti che si sono cuciti la bocca a Ponte Gale­ria e a quelli che hanno ini­ziato lo scio­pero della fame. Fac­cia­moli a tutti gli stra­nieri che si pre­pa­rano a pas­sare le cosid­dette feste al chiuso dei Cie, nella soli­tu­dine, nello squal­lore, nell’incertezza sul pro­prio destino chissà fino a quando. E fac­cia­moli al depu­tato Kha­lid Chaouki il quale, chiu­den­dosi nel cen­tro di acco­glienza di Lam­pe­dusa, terrà desta per un po’ l’attenzione dei media sulla ver­go­gna della deten­zione ammi­ni­stra­tiva dei migranti.

Ma non li fac­ciamo a tutti gli altri che col­la­bo­rano con il silen­zio, l’ipocrisia o l’indifferenza a man­te­nere quella ver­go­gna. Primo dell’elenco, il par­tito di Chaouki, il Pd, che quei cen­tri li ha inven­tati (con il nome di Cpt) gra­zie a Livia Turco e all’attuale pre­si­dente della Repub­blica, e non si è mai sognato di chiu­derli. E non par­liamo degli attuali com­pa­gni di strada del Pd, a comin­ciare da Alfano, il cui par­tito approvò la Bossi-Fini nel 2002 e quindi è in tutto e per tutto cor­re­spon­sa­bile delle norme più stu­pide e ves­sa­to­rie, come i 18 mesi di deten­zione nei Cie e il reato di immi­gra­zione clandestina.

Non ci sen­tiamo di fare nes­sun augu­rio nem­meno al governo, il quale, dopo lo scan­dalo delle docce anti-scabbia e le pro­te­ste di Ponte Gale­ria, pensa di abbre­viare la deten­zione nei Cie, ma solo per ren­dere le espul­sioni più facili.

Non li fac­ciamo nem­meno a quei par­la­men­tari 5 stelle che hanno comin­ciato timi­da­mente a discu­tere dell’abolizione del reato di immi­gra­zione clan­de­stina, ma sono stati imme­dia­ta­mente zit­titi da Grillo e Casa­leg­gio, e hanno lasciato per­dere, dando una note­vole prova di coe­renza, corag­gio e indi­pen­denza. Per non par­lare del blog di Beppe Grillo, che ogni giorno stre­pita con­tro la casta e fa pub­bli­cità ad auto­mo­bili, assi­cu­ra­zioni e com­pra­ven­dite d’oro, ma sulla que­stione dei Cie tace rigo­ro­sa­mente, per non scon­ten­tare la parte for­ca­iola del pro­prio elettorato.

Non abbiamo nulla da augu­rare nem­meno alle coo­pe­ra­tive, magari ade­renti alla Lega­coop, che gesti­scono Cda e Cie, e si giu­sti­fi­cano con la scusa pue­rile che, se non lo fanno loro, lo farà qual­cun altro. Che cosa non si fa per lucrare sui 50 euro gior­na­lieri che lo stato spende per ogni internato!

Meno che mai fac­ciamo gli auguri a Ceci­lia Malm­ström, com­mis­sa­rio Ue per la giu­sti­zia e gli affari interni, che oggi fa finta di indi­gnarsi per Lam­pe­dusa ma pochi giorni fa ha siglato un accordo con la Tur­chia sui migranti irre­go­lari che, in sostanza, pre­vede la libera cir­co­la­zione dei cit­ta­dini tur­chi nei paesi dell’Unione in cam­bio della dispo­ni­bi­lità di Ankara a ripren­dersi clan­de­stini e immi­grati. Insomma, i migranti come merce di scam­bio per il lento e fatale avvi­ci­na­mento della Tur­chia all’Europa.

La que­stione dei migranti, degli sbar­chi e dei cen­tri di inter­na­mento sparsi in tutta Europa e nei paesi satel­liti di Asia e Africa, è la prova della fal­sità con cui la Ue affronta, nel com­plesso e paese per paese, la povertà estrema che la lam­bi­sce. Esclu­si­va­mente inte­res­sata a difen­dere il suo pre­ca­rio benes­sere, debole con i forti (la grande finanza, gli Usa che la spiano come e quando vogliono), l’Unione è impla­ca­bile con i deboli, a cui elar­gi­sce solo deten­zioni e invi­si­bi­lità, natu­ral­mente amman­tan­dole con il lin­guag­gio dei diritti e della giustizia.

E così, davanti a un’ingiustizia così abis­sale e rimossa da tutti, non augu­riamo nulla nem­meno a quel bel coa­cervo di egoi­smi nazio­nali e trans-nazionali che va sotto il nome di Europa.

Alessandro Dal Lago

La genealogia orizzontale di Gesù

Autore: liberospirito 22 Dic 2013, Comments (0)

Riceviamo e pubblichiamo questo breve testo proveniente dalla Rete lodigiana per l’accoglienza. Ci sembra una riflessione sul Natale più profonda e puntuale di tanti discorsi altisonanti e pretenziosi che si sentono in questo periodo.

migranti

Dal 4 novembre 2013 al 15 dicembre 2013 in via San Giacomo a Lodi abbiamo incontrato almeno 69 persone che accedono, o non accedono, ai due dormitori (17 posti letto di emergenza). Non sono persone qualunque: tra loro ci sono Otto Emmanuel, Mahmudu, Bouazza, Messan, Komlan, Mbaye, Mobarok, Hossain Abzar Miah, Jules, Gheorghe, Modibo, Mohammed, Antonio, Saad, Mohamed Omar, Sheriff, Mostafa, Florya, Hamed, Walid, Carlo, Chaouki, Abdelhadi, Gheorge, Nelu, Robert, Maurizio, Federico, Komlan, Stefano, Driss, El moustafa, Allal, Simret, Cristian, Gabriel-Dorin, Anicet, abdullah, Idris, Emmanuel, Anouar, Awad, Haralambie, Nikoll, Alassane, Djime, Andrea, Daniel, Andrea, Fernando, Attilio, Maurizio, Pasquale, Mostafa, Calogero, Aoued, Salim, Adel …

Rappresentano la genealogia orizzontale di “poveri Cristi”, figli dello stesso Dio, nonostante le apparenze: ogni giorno nascono e muoiono nella nostra indifferenza. Esattamente come fu per Gesù 2013 anni fa’.

Ognuna di loro è una storia diversa, una vita che deve proseguire, tesa alla risurrezione. Noi siamo chiamati a dare loro un po’ di ossigeno, di luce… ma quanto riusciamo nel nostro intento? e quanto loro ci restituiscono in forza, determinazione, umiltà,… se solo non avessimo paura di camminare insieme a loro. Da questo augurio di coraggio arriva il nostro Buon Natale di speranza.

Rete lodigiana per l’accoglienza

Danilo Dolci e Aldous Huxley

Autore: liberospirito 19 Dic 2013, Comments (0)

E’ in questi giorni in libreria la ristampa del libro di Danilo Dolci Inchiesta a Palermo, apparso nel 1956 con l’introduzione di Aldous Huxley. Buona parte del testo di Huxley è stato pubblicato qualche giorno fa su “La Repubblica”. Lo riprendiamo, rendendo in questo modo omaggio a queste due importanti figure.

DaniloDolciAldousHuxley

Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza. In una società come la nostra – i cui enormi numeri sono subordinati a una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente – a un nuovo Gandhi o a un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassione e serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del Ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia.

Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un’atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri è sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’oggetto di questo amore. L’amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé.

Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S’interessava dell’architettura dell’antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado. Quella che Keats chiamò «l’enorme infelicità del mondo», in Sicilia è più gigantesca della media: in particolar modo nella parte occidentale dell’isola.

Per Dolci il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa venti miglia da Palermo, in uno ‘slum’rurale chiamato Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l’infelicità che lo circondava. […]

Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all’uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C’è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c’è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sostiene Dolci, non è soltanto un diritto dell’uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l’uomo deve lavorare. In base a questo principio, Dolci organizzò uno «sciopero a rovescio», in cui i disoccupati protestavano contro la propria condizione mettendosi al lavoro. Un bel mattino, ecco che Dolci e un gruppo di senza lavoro di Partinico si dedicano alla riparazione – di propria iniziativa e del tutto gratis – di una strada del luogo. Puntualmente ecco piombare su questi eterodossi benefattori la polizia, che effettua una serie di arresti. Non si verificarono scontri, dacché per Dolci la non violenza è tanto un principio che una linea politica ben precisa.

Dolci fu processato e condannato a due mesi di prigione per occupazione di suolo pubblico. Contro la sentenza ricorsero in appello tanto l’imputato che l’accusa: a parere delle autorità locali, infatti, quella a due mesi di carcere era una condanna troppo clemente. […]

Non meno grave della disoccupazione cronica è il problema del diffuso analfabetismo. Molti non sanno leggere affatto; e pochi, tra gli alfabetizzati, possono permettersi di acquistare un quotidiano. I trecentocinquanta fuorilegge responsabili di gran parte del banditismo per il quale la zona di Partinico è divenuta tristemente famosa, hanno trascorso complessivamente 750 anni a scuola e oltre 3.000 anni in prigione. L’analfabetismo va a braccetto con un tradizionalismo addirittura primitivo. Ad esempio, la gente di campagna mangia patate: quando può permetterselo, dacché le patate arrivano da Napoli e costano. Ma i progenitori di queste persone nulla sapevano di tuberi: e perciò a nessuno viene in mente di coltivare le patate in loco. Allo stesso modo, manca la tradizione delle carote e della lattuga, pressoché sconosciute a Partinico.

Le tradizioni in materia d’«onore» sono altrettanto rigide che quelle riguardanti gli ortaggi. Qualsiasi offesa recata all’«onore» di qualcuno esige uno spargimento di sangue; e, ovviamente, lo spargimento di sangue dev’essere vendicato con un ulteriore spargimento di sangue, che a sua volta… Ai delitti d’onore e di vendetta vanno aggiunti quelli commessi per brama di denaro e di potere dagli appartenenti alla mafia, la grande organizzazione malavitosa che per secoli ha costituito una sorta di stato segreto all’interno dello stato ufficiale. […]

La soluzione di tutti questi problemi richiederà tempo, molto tempo: intanto Dolci vi ha posto mano. Si istruiscono i bambini e si persuadono i genitori a mandarli a scuola (che ci sia bisogno di persuaderli è dovuto al fatto che i ragazzini vengono pagati 400 lire la giornata, laddove gli adulti ne ricevono 1.000. Naturalmente i datori di lavoro preferiscono impiegare lavoro minorile. E, altrettanto naturalmente, i capifamiglia indigenti preferiscono le 400 lire alla totale assenza di entrate). Dalla sua base in fondo alla società, Dolci è riuscito a far leva sui propri amici e simpatizzanti più vicini al vertice della piramide sociale. […]

Partinico, tuttavia, non è l’unico né il più avvilente palcoscenico dell’infelicità siciliana. C’è anche Palermo. Palermo è una città di oltre mezzo milione di abitanti, oltre centomila dei quali vivono in condizioni che debbono essere definite di povertà asiatica. Nel cuore stesso della città, alle spalle degli eleganti edifici allineati lungo le sue arterie principali, si trovano acri e acri di ‘slum’che rivaleggiano quanto a squallore con quelli del Cairo o di Calcutta (uno dei peggiori slum si trova proprio nell’area compresa tra la Cattedrale e il Palazzo di Giustizia). Nel suo Inchiesta a Palermo Dolci fornisce le statistiche di questa gigantesca miseria e testimonia, adoperando le loro stesse parole, del modo in cui gli abitanti dei bassifondi della città trascorrono le loro vite distorte, ciò che fanno, pensano e provano. Il libro è appassionante e al contempo assai deprimente: deprimente, vien quasi fatto di dire, su scala cosmica. Perché Palermo, ovviamente, è un caso tutt’altro che unico. Sparse in tutto il mondo vi sono centinaia di città, migliaia e decine di migliaia di cittadine e villaggi, le cui attuali condizioni sono altrettanto cattive, ma nelle quali il futuro appare più tetro, le prospettive di miglioramento incomparabilmente peggiori. […]

Nel frattempo Dolci fa quello che un uomo di scienza e di buona volontà può fare, con una manciata di aiutanti, per mitigare l’attuale degrado e per stabilire, in maniera sistematica e scientifica, ciò che occorrerà fare in futuro e come riuscire a farlo. […] Che genere di industrie creare? E chi anticiperà i capitali necessari? E, una volta avviate, come faranno queste industrie (la cui mano d’opera, teniamolo a mente, sarà in larga misura priva di specializzazione e spesso di alfabetizzazione)a competere con i grandi agglomerati di forza lavoro qualificata presenti a Milano, a Torino? Sono queste le domande alle quali Dolci l’ingegnere, Dolci il sostenitore del metodo scientifico, dovrà trovare una risposta. Ce la farà? È possibile far qualcosa in un ragionevole lasso di tempo per dare lavoro ai disoccupati di Palermo, decoro agli abitanti degli slum e speranza ai loro figli? Chi vivrà vedrà.

Aldous Huxley

(Traduzione di Alfonso Geraci)

Difendiamo la terra degli uomini rossi

Autore: liberospirito 17 Dic 2013, Comments (0)

Dal sito di Survival international apprendiamo che Ambrosio Vilhalva, leader indigeno e interprete del film “Birdwatchers – La terra degli uomini rossi”, è stato trovato morto nella sua capanna, accoltellato da ignoti. Nelle scorse settimane aveva ricevuto molte minacce.

Da anni lottava per difendere il diritto del suo popolo a vivere nella terra ancestrale, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul. Nel 2004 aveva guidato con successo la sua comunità, nota come Guyra Roká, alla rioccupazione di un minuscolo fazzoletto della sua terra. Ancora oggi, però, grandi porzioni del territorio restano nelle mani di imprenditori che le hanno trasformate in vaste piantagioni di canna da zucchero lasciando i Guarani senza terra a sufficienza per vivere. Aveva detto: “Ecco cosa vorrei più di ogni altra cosa: terra e giustizia… Vivremo nella nostra terra ancestrale; non ci arrenderemo mai”.

I Guarani di Guyra Roká furono sfrattati dalla loro terra alcuni decenni fa, per mano degli allevatori. Per anni hanno vissuto senza niente, sul ciglio di una strada. Nel 2004 hanno rioccupato una parte della terra ancestrale, e ora vivono in un piccolo lembo di quello che prima era il loro territorio. La maggior parte della loro terra è stata spianata per far spazio a enormi piantagioni di canna da zucchero. Tra i principali proprietari terrieri coinvolti ci sono potete figure politiche locali. Oggi, ai Guarani non è rimasto quasi niente.

“Mio marito è stato ucciso perché si batteva per la demarcazione delle nostre terre ancestrali…” ha dichiarato Maria, moglie di Ambrosio. “Dicono che io sarò la prossima vittima… che sarò uccisa allo stesso modo.”

Survival International invita tutti a  mandare un messaggio urgente alla presidente del Brasile per chiedere che tutto il territorio di Guyra Roká sia ratificato e protetto come previsto dalla costituzione, e restituito immediatamente ai Guarani, prima che altri siano uccisi.  E’ possibile copiare e incollare il testo riportato qui sotto oppure scriverne uno personale, infatti un testo originale sarà ancor più efficace. Scriviamo pure in italiano!

Questo è l’indirizzo mail: [email protected]
e in copia a: [email protected]

Sua Eccellenza, sono rimasto sconcertato nell’apprendere dell’assassinio di Ambrosio Vilhalva, leader Guarani e star cinematografica. Le chiedo di completare subito la demarcazione e la ratifica della terra della sua comunità – Guyra Roká – prima che altri Guarani debbano subire lo stesso tragico destino. Cordiali saluti.

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Ricordando Abhishiktānanda

Autore: liberospirito 9 Dic 2013, Comments (0)

L’altro giorno,  il 7 di dicembre, ricorrevanno i quarant’anni della scomparsa di Henri Le Saux, ovvero Swami Abhishiktānanda, una delle grandi figure spirituali del Novecento. Ordinato monaco benedettino, si recò in India e partecipò alla fondazione dell’ashram cristiano-hindu di Saccidananda, adottando l’abito esteriore e interiore del samnyasin, e aprendo, con la sua esperienza e coi suoi scritti, una via verso la quale altri dopo di lui proveranno a percorrere e ad arricchire.  Ricordando questa importante figura all’interno del dialogo interreligioso, riportiamo alcuni passi dello stesso Le Saux provenienti dal volume intitolato Gñanananda, (edito da Servitium nel 2009).

le saux

L’interesse che l’occidente rivolge sempre più verso l’oriente è certamente una delle più grandi ragioni di speranza per la crisi attraverso la quale il mondo sta attualmente passando. L’uomo occidentale ha in realtà molto da imparare da questo mondo spirituale e culturale d’oriente, che si è evoluto attraverso vie così differenti dalle sue. E forse è proprio solo là che potrà scoprire quell’interiorità la cui mancanza è così evidente e potrà recuperare quell’identità che sembra essergli scappata, un’identità che gli rivelerà il fondo stesso del suo essere.

A ogni modo non è un qualunque contatto con l’oriente che permetterà all’occidentale di avere accesso alle sue vere ricchezze e sarebbe ancor più falso pensare che questo contatto agisca come una panacea che curi tutti i mali dei quali soffre la civiltà attuale. (…)

Alla fine è giunto il momento, sia per la cristianità sia per la saggezza orientale, di superare le loro frontiere culturali, non più solo nella persona di singoli iniziati o convertiti, ma in un modo ben più ampio e profondo, proprio accettando che questo processo di universalizzazione o cattolicizzazione metta in discussione le forme in cui le particolari, e perciò limitate, culture hanno espresso le intuizioni originali. Il vero messaggio dell’India, ci verrebbe da dire, è di liberare l’uomo da questi “nodi del cuore”, da questa falsa identificazione che porta l’uomo a confondere il suo reale sé con una o l’altra delle manifestazioni della sua personalità a livello mentale o sociale. Il contributo dell’India al mondo è prima di tutto quello di far comprendere all’uomo il mistero profondo e indefinibile del suo proprio essere, il mistero del Sé “unico e non duale”, rivelato comunque nella molteplicità delle conoscenze.

Henri Le Saux – Swami Abhishiktānanda

Amare o armare la pace

Autore: liberospirito 6 Dic 2013, Comments (0)

“Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno”. Così leggiamo nel Vangelo di Matteo (5, 37). E’ un impegno diretto ed esplicito che va contro ogni bizantinismo, ogni avvitamento del linguaggio su sè stesso; sia ricorrendo a un lessico burocratico tanto freddo quanto incomprensibile o a forme espressive “colte” (o presunte tali: il latinorum di don Abbondio…) o, ancora, a glosse prive di costrutto che anziché illuminare gettano solo ombra e caligine. Per questo sottoscriviamo, e invitiamo vivamente a farlo, l’appello di Alex Zanotelli che riprendiamo dal sito www.ildialogo.org.

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Per amare la pace devi armare la pace”. Lo ha dichiarato nel giugno 2013 il ministro italiano della difesa Mario Mauro. Ora lo stesso slogan, ma in inglese (“to love peace you must arm peace“), è stato usato dal colosso americano dell’industria bellica Lockheed Martin, per la campagna pubblicitaria degli ormai tristemente noti jet F35, caccia bombardieri utilizzabili anche per portare bombe nucleari, che ci costeranno 14 miliardi di euro. Pagati con il sangue dei poveri di questo nostro paese.
Il Ministro Mario Mauro si dichiara cristiano e cattolico. Gesù è stato molto chiaro sul tema della pace sia nel suo insegnamento, come nelle sue scelte personali che gli costarono la vita.
Come cristiani chiediamo dunque al ministro Mauro, di scegliere se essere ministro della guerra o cristiano, fedele al Vangelo o strumento di guerra e di morte. O l’uno o l’altro.
Come cristiani, crediamo non sia più tollerabile lo scandalo di chi, pur professandosi cristiani, tradiscono invece il Vangelo e gli insegnamenti di quel Gesù di Nazareth che ha inventato la nonviolenza attiva per i suoi seguaci.
Primi firmatari
p. Alex Zanotelli – missionario comboniano
Giovanni Sarubbi – Direttore www.ildialogo.org
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