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Archivi: novembre 2013

Aung San Suu Kyi e la libertà religiosa

Autore: liberospirito 28 Nov 2013, Comments (0)

Difendere la libertà religiosa ovunque! Questo – ricorrendo a un linguaggio “basso”, finanche sloganistico – è uno dei temi cari e ricorrenti nel presente blog. Può capitare allora, cosa strana se non paradossale, di dover prendere le difese dei musulmani, oggetto di discriminazione nientedimeno che dai buddhisti. E’ quello che sta accadendo in Birmania (o Myanmar, se si preferisce). Riprendiamo un articolo proveniente dal sito di italialaica (http://www.italialaica.it/) a firma di Attilio Tempestini. Si parla, nello specifico, delle discutibili prese di posizione in merito da parte di Aung San Suu Kyi, leader nonviolento, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese e insignita del premio Nobel per la pace nel 1991.

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In Birmania, la lotta per passare da un dittatura militare alla democrazia ha trovato un ben noto simbolo, in Suu Kyi: ed ha portato negli ultimi anni a notevoli risultati, tant’è che la stessa Suu Kyi è stata eletta in parlamento.

Negli stessi anni, peraltro, è sorto un conflitto che chiama in causa la religione: in quanto -cedo la parola al rapporto 2013, di Amnesty international – “varie comunità musulmane… sono state prese di mira” dalla comunità buddista. Vale la pena di ricordare, che la popolazione birmana è di fede musulmana per 4%, di fede buddista per 75%.

Quali sono, sul conflitto in questione, le posizioni di Suu Kyi? Nell’intervista pubblicata da ”Il manifesto”, lo scorso 3 novembre, appaiono poco favorevoli alla religione presa di mira. Così, ella contesta alla “comunità internazionale” di accusare per tale conflitto la sola religione buddista e di ignorare, che esponenti buddisti hanno subito violenze da parte del regime militare. Una contestazione, però, che evidentemente sposta l’asse del discorso dal rapporto attuale fra le due religioni, al precedente rapporto fra una di queste ed il regime militare.

Suu Kyi afferma, che il conflitto si risolverà se per la comunità musulmana, verrà riconosciuta la cittadinanza a chi ne ha diritto e verrà posta fine all’immigrazione illegale, dal vicino Bangladesh – dove, preciserei io, la religione musulmana sfiora quota 90% -. Non considera tuttavia, Suu Kyi, che proprio il perimetro di tale diritto alla cittadinanza rappresenta un problema: giacché una legge degli anni ’80 ha tolto la cittadinanza birmana, a quasi un milione di persone della comunità musulmana (cfr. www.amnesty.it/news/myanmar-nuove-violenze-nello-stato-di-rakhine).

Ma se, per il conflitto in discorso, Suu Kyi indica la soluzione suddetta, quale ne è a suo parere la causa? Ella sostiene che è, la “paura”. Che cioè, “in Birmania come in altri paesi del mondo, si ha la percezione e la paura che vi sia un potere musulmano globale che possa destabilizzare i paesi in cui questo potere si insinua”.

Ora, una paura così descritta -e dalla quale Suu Kyi non prende le distanze- rischia addirittura di far venire in mente paure che, nella Germania e nell’Italia della prima metà del Novecento, hanno notoriamente riguardato un’altra religione.

Nel contempo, giacché la paura descritta da Suu Kyi può evidentemente essere avvertita ben più dalla comunità buddista, che dalla comunità musulmana, vediamo delinearsi l’argomento che chiamerei clericale classico: siccome una religione è maggioritaria, occorre sintonizzarsi con la medesima e, quindi, con le sue paure.

Così come, vediamo l’argomento clericale classico prendere a suo sostegno quella che ne è una frequente, integrazione: secondo la quale, se in un paese devono valere di più coloro che -per quanto riguarda la religione- sono di più, è anche perché fuori sono di più loro.

Si potrà dire, allora, che Suu Kyi mostra come le vie della democrazia e della laicità non sempre coincidano?

Attilio Tempestini

Ieri, il 25 di novembre, si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato tale data, individuata da un gruppo di donne attiviste riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per decine di anni. In tutta Italia ieri si sono tenuti incontri e manifestazioni su questo tema; giornali e televisioni ne hanno riferito, in modo più o meno dettagliato. Lo sappiamo: il pericolo che incombe su qualsiasi avvenimento investito di una patina ufficiale è quello di scadere in una retorica celebrativa  che, per mettere d’accordo tutti e non offendere la sensibilità di nessuno, si limita a dichiarazioni spesso generiche o scontate. Ben venga allora questo post sul Blog di Eretica, proveniente dal sito del Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/eeretica/).

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Novembre è un bel mese dopotutto. Si festeggia “la violenza sulle donne”. Si contano i cadaveri di donne uccise. Parlamentari vanno in tour a fare marketing istituzionale e a raccontare di averci “messe in sicurezza” con un decreto che nessuna di noi ha voluto. Il colore rosso diventa simbolo di vittimizzazione invece che di forza e ribellione.

Nelle fiaccolate dedicate al martirio vedi agitare ceri e forconi in egual misura. Alcune aziende useranno la parola “femminicidio” come brand per ricavare introiti. A scuola ragazzi e ragazze, tra uno sbadiglio e l’altro, impareranno che un manifesto con corpo nudo porta inesorabilmente alla violenza. Un po’ come quando ti dicono che dalle canne si passa all’eroina.

Si farà a gara sul conteggio vittime. Sono 200. No. Sono 41. Sono 101. Sono nessuno. In televisione racconteranno che gli uomini hanno un lato “oscuro”. Le donne che sono state uccise, però, un pochino, certo, se la sono voluta. Si fa attenzione a non far passare messaggi eccessivamente critici nei confronti della narrazione dominante. Conta soltanto quello che dicono le filo-istituzionali e filo-governative, quelle per cui l’unica strategia è la repressione e il male, invece che in una cultura, sta nel maschio in quanto tale.

Si suggeriscono soluzioni preventive nuove e originali: non uscire da sola la sera; fai attenzione agli sconosciuti; marito e buoi dei paesi tuoi; non ti spogliare troppo; fatti salvare e proteggere da tuo marito, tuo fratello, tuo padre, il prete, un tutore dell’ordine, lo Stato. Neppure una parola su precarietà e mancanza di reddito che ci rendono economicamente dipendenti.

Ultimamente, soprattutto parlando di adolescenti, estendendo la moralizzazione anche alle post/diciottenni, si sconsigliano pure trucco e tatuaggi. Pare che se ti trucchi e tatui poi, immediatamente, passi alla prostituzione minorile.

In alcune trasmissioni televisive a rappresentare la vittima per antonomasia ci sarà la donna/madre, felice di adempiere al suo ruolo di cura, perfettamente funzionale al mercato e alla ragion di Stato, che esibisce lividi perfetti, in uno spot istituzionale in cui accanto vedi l’assessora, il sindaco e pure il prete. Segue pubblicità in cui c’è uno che s’è sposato una tizia che lo chiamava “cuoricino”.

Di altre vittime, come le prostitute, le trans, quelle non maritate e senza figli, non si parla. Anzi si alimenta lo stigma perché se stessero in famiglia, se vagine e peni restassero ciascun* al posto suo, se si evitasse di fare certi “brutti mestieri”, è chiaro che a loro non accadrebbe proprio niente.

Il mese di novembre è tutto sagome e crocifissi, e lo scenario è inframmezzato da un avviso “pericolo baby squillo” che comunica un altro messaggio relativamente originale: le ragazzine, in fondo, sono tutte puttane; la colpa è di internet o delle femministe; si stava meglio quando si stava peggio; bisogna lucchettare le vagine e ricondurre le fanciulle indicando loro i sacri valori della famiglia.

Nel periodo dedicato alla “violenza sulle donne” vedi perciò uomini e donne a sopracciglio sollevato perché hanno scoperto che anche una adolescente può avere un orgasmo.

Questo è novembre. Il mese in cui si discute di parole svuotandole di contenuto. In cui tutta la faccenda della violenza viene citata solo in senso rituale. E nel frattempo tutto continua come prima in una costante riproposizione di stereotipi sessisti. Tutto continua. Tutto.

Eretica

Parliamo questa volta di scuola, diritti, nonché di ingerenze abusive e nostalgiche. Lo facciamo pubblicando un articolo scritto da Maria Mantello, apparso sulla rivista “Micromega”, a proposito della polemica sorta al Liceo Mamiani di Roma per l’inserimento, all’interno del libretto delle giustificazioni, della dicitura “genitore 1” e “genitore 2”, anzichè dei più tradizionali “padre” e “madre”.
Libretto giustificazione assenze
Sono davvero indignati allo storico Liceo Mamiani di Roma per il caso che si è voluto strumentalmente creare su quella dicitura “genitore 1 e genitore 2” che compare sul libretto delle giustificazioni degli studenti. E che una rinnovata santa alleanza intìma alla Preside di sostituire con “padre” e “madre”.La Costituzione repubblicana, come sappiamo, parla di famiglia e di genitori, e questo concetto democratico della responsabilità genitoriale viene finalmente applicato con l’entrata in vigore nel 1975 del nuovo diritto di famiglia, che spazza via i residui fascisti della patria potestà declamata dal codice Rocco.
Quindi il fatto che su dei libretti di giustificazione ci sia lo spazio per le firme dei genitori (a qualunque titolo tali siano) è del tutto legittimo.Per ribadire questo e respingere le intimidazioni, dirigenza, docenti, studenti, genitori, personale ausiliario, tecnico e di segreteria, hanno sottoscritto un documento.

Come tante altre volte le componenti del Mamiani sono unite nel rivendicare con orgoglio la tradizione progressista del liceo e con essa il valore della scuola pubblica, anche stavolta hanno voluto esprimere unitariamente la loro indignazione per un attacco tanto ridicolo quanto pericolosamente pretestuoso.

Il telefono della Preside squilla in continuazione. Tutti la vogliono intervistare e lei ribadisce con la sua voce pacata «il valore plurale della scuola pubblica in quel ruolo di accoglienza umana sociale culturale. La scuola dell’inclusione, dove ognuno è diverso e uguale».

La famiglia si è evoluta, è un dato! Ed è molto di più della stereotipia dei ruoli a cui i nostalgici degli arcaismi sessisti vorrebbero rinserrare l’universo mondo.

Al Mamiani lo sanno e sono offesi per l’attacco minaccioso di Alemanno alla Preside nella pretesa di veder stampigliate al posto di genitori, le parole madre e padre. Come se si trattasse di un atto di registrazione anagrafica e non di un documento interno alla scuola che riconosce appunto «l’azione genitoriale – precisa la Preside – anche delle tante nuove famiglie allargate, frutto di nuove unioni, e che al Mamiani sono una realtà almeno per la metà dei nostri studenti».

«Nelle scuole italiane – si legge nel documento del liceo – il termine genitore è diventato prassi dal 1975. Il nostro Liceo, che è molto attento alla legalità, non poteva contraddirla. Tanto che l’edizione vigente dei libretti scolastici di giustificazione non è certo una novità editoriale di oggi, ma esiste nel nostro Liceo da diversi anni. E ci stupisce davvero che alcuni zelanti tutori della “sacra” famiglia se ne siano accorti solo ora».
Ma evidentemente, la “sacra” famiglia può passare anche per un libretto di giustificazione.

É scesa in campo finanche la Cei col suo quotidiano Avvenire che scorge nella mancanza delle parole padre e madre una “picconata al mattone fondamentale dell’edificio sociale”.
Ovvero quella famiglia che l’ex Sindaco di Roma vede in funzione esclusivamente procreativa, proiettando sulla Costituzione il suo catechismo: «Ricordo infatti a tutti i più illuminati progressisti – ha detto Alemanno – che in genere si atteggiano a grandi difensori della Costituzione della Repubblica italiana, che la nostra Carta fondativa parla esplicitamente di famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna finalizzata alla procreazione».

Dove abbia letto questo in Costituzione, resta davvero un mistero della fede! Intanto però chiede l’intervento degli uffici territoriali del Miur affinché intervengano. E Storace, per non essere da meno, ha presentato una interrogazione alla Regione Lazio.

Quanto zelo! Troppo e simultaneo. Ed è proprio questo che disturba e insospettisce al Mamiani. Nel documento già più volte citato infatti si legge: «lo zelo è talmente tanto da farci sospettare una ben orchestrata campagna aggressiva, che in poche ore ha mobilitato finanche un organo solitamente prudente quale quello della Cei, l’”Avvenire”. Ci domandiamo allora se questo attacco concentrico non sia mirato a denigrare la Scuola Statale colpendo lo storico liceo della Capitale, il quale fa dell’educazione alla critica la propria via maestra costituzionale».

Maria Mantello

“Se Israele vuole assumere l’eredità di quell’ebraismo ridotto in cenere, deve assumerne la piena eredità morale, cessare di vessare ed imprigionare un altro popolo, diventare più piccolo, molto più democratico, abbandonare la mistica della potenza, diventare leader del processo di pace ed assumere la funzione di ponte fra occidente e Medio Oriente”. Con queste parole Moni Ovadia si esprimeva nel 2006 sul problema dello stato di Israele e delle richieste inascoltate del popolo palestinese. E’ della settimana scorsa la decisione dello stesso Ovadia di abbandonare pubblicamente la comunità ebraica di Milano. Su tutto questo riproduciamo l’intervista – a cura di Silvia Truzzi e apparsa sul “Fatto Quotidiano”  del 5 novembre – in cui Moni Ovadia argomenta le sue posizioni. Ci sembra una bella lezione in cui si cerca di coniugare religione e libertà.

moni-ovadia

Diceva don Primo Mazzolari che “la libertà è l’aria della religione”. Non era ebreo, come non lo era George Orwell che in appendice alla Fattoria degli animali scrive: “Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”.

L’eco di queste frasi si sente entrando nella casa di Moni Ovadia a Milano. Per dar seguito al nome pacifista, il cane Gandhi si accomoda sul divano insieme a un paio di gatti; il caffè bolle, l’attore con il capo coperto racconta la storia del festival promosso dalla comunità ebraica che si è svolto alla fine di settembre a Milano, Jewish and the city. “Qualcuno, durante una riunione tra gli organizzatori ha posto il veto alla mia presenza. E gli altri hanno ceduto”.

Perché?

Per le mie posizioni critiche nei confronti del governo Netanyahu. Le violazioni del diritto internazionale, mi riferisco all’occupazione e alla colonizzazione dei territori palestinesi, durano da oltre cinquant’anni. Ho imparato dai profeti d’Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. Io esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa situazione sia tossica. Per i palestinesi, che sono le vittime, ma anche per gli israeliani: non c’è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro popolo. Aggiungo però che io m’informo esclusivamente da fonti israeliane. Non palestinesi: gli ultrà palestinesi sono i peggiori nemici della loro causa. Apprezzo molto due giornalisti israeliani di “Haaretz”, Gideon Levy e Amira Hass. Quello che dico io, rispetto a quello che scrivono loro, è moderato. Bene: vivono in Israele, scrivono su un quotidiano israeliano, sono letti da cittadini israeliani e pubblicati da un editore israeliano.

È iscritto alla Comunità ebraica di Milano?

Sì, per rispetto dei miei genitori. Ma ho deciso di andarmene. Io non voglio più stare in un posto che si chiama comunità ebraica ma è l’ufficio propaganda di un governo. Sono contro quelli che vogliono “israelianizzare” l’ebraismo. Ho deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner a causa della mancata presa di posizione dei vertici milanesi dopo l’uscita di Berlusconi al binario 21, nel Giorno della Memoria.

Dicono che le sue critiche a Israele nascono dal desiderio di avere consensi, successo, denaro.

Ma oggi chi è a favore della causa palestinese? La sinistra? Nemmeno più Vendola lo è! E allora dove sarebbe il grande pubblico che mi conquisto? Più ho radicalizzato le mie critiche, più il mio lavoro è diminuito, mi riferisco agli ingaggi e non al pubblico. Il teatro è per tutti, il teatrante è un cittadino e come tale ha diritto alle sue idee.

Lei non è abbastanza “carino”?

Per niente, ma non si parla di cose carine. Il comportamento della comunità internazionale nei confronti del popolo palestinese è semplicemente schifoso. Nel 2000 intervistai per il “Corriere della Sera” un colonnello della Golani, le teste di cuoio d’Israele. Mi disse: “Se tu hai un bazooka in mezzo ai denti e un mitragliatore tra le chiappe, ci sono almeno due modi per uscirne”. Da militare m’insegnò che se si vuole fare la pace, si riesce. Se io dicessi che il governo Netanyahu è un po’ birichino, ma non così tanto, diventerei immediatamente il più grande artista ebreo italiano. Invece offendono i miei spettacoli.

È vero che riceve minacce?

Appena scrivo qualcosa, sul mio sito arriva di tutto: minacce, insulti, parolacce. I termini sono sempre “rinnegato”, “traditore”, “nemico del popolo ebraico”. Ho criticato l’episodio del bimbo palestinese di cinque anni che aveva lanciato una pietra ed era stato portato via da undici militari israeliani. Mi hanno scritto: “Avesse potuto quella pietra arrivare sul tuo cervello marcio”. Questi sono i termini, mai risposte nel merito. Mia moglie, che gestisce la mia pagina Facebook, spesso non me li fa leggere, li cancella e basta.

Sono ebrei quelli che la insultano?

La gran parte sì.

Aver subito la discriminazione non è servito a nulla?

Si, ma paradossalmente questo ha un aspetto positivo. Significa che gli ebrei sono come tutti gli altri. Si trovano in una condizione in cui il nazionalismo è a portata di mano? Diventano i peggiori nazionalisti, malgrado la Torah condanni l’idolatria della terra. L’ebraismo è una cosa, lo Stato d’Israele un’altra. Qualcuno ha sostituito la Torah con Israele. Il buon ebreo, dunque, non è quello che segue la Torah, ma quello che sostiene Tel Aviv. I sinceri democratici – tipo La Russa – sono amici d’Israele. E non importa se fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno sterminato la nostra gente.

Lei cosa chiede?

Vorrei essere criticato – non calunniato o insultato – ma rispettato. Vorrei semplicemente avere il diritto di dire la mia opinione e potermi confrontare.

Crisi terminale per il capitalismo?

Autore: liberospirito 9 Nov 2013, Comments (0)

Questo intervento (proveniente da http://albainformazione.wordpress.com) di Leonardo Boff, un autore a noi caro, riflette in forma sintetica ma mai superficiale sulla crisi in corso, cogliendone le diverse implicazioni (economiche, ecologiche, finanche spirituali). Un altro tassello in più su cui riflettere. Crisi terminale e definitiva del modello capitalista o curva asintotica in cui la crisi si protrae indefinitamente?

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Da qualche tempo a questa parte sostengo l’idea che l’attuale crisi del capitalismo va oltre il suo carattere congiunturale e strutturale, cioè è terminale. Si può affermare che è giunta la fine dello spirito del capitalismo sempre pronto ad adattarsi al sopraggiungere di qualsiasi circostanza? Sono conscio che poche persone sostengono questa tesi. Tuttavia sono due le ragioni che mi spingono verso questa interpretazione.

La prima ragione è che la crisi è terminale perché tutti noi, ma particolarmente il capitalismo, abbiamo oltrepassato i limiti di sostenibilità della Terra. Abbiamo occupato e depredato tutto il pianeta, distruggendo l’equilibrio sottile che lo regge ed esaurendo i suoi beni e servizi fino al punto che esso non riesce più a rigenerare ciò che gli è stato sottratto. Verso la fine del XIX secolo Karl Marx scriveva in modo profetico che la tendenza del capitale si orientava verso la distruzione delle sue due fonti di ricchezza e di riproduzione: la natura e il lavoro. Ed è ciò che sta avvenendo.

Difatti la natura è sottoposta a un grosso stress come non lo è mai stata prima, almeno per quanto concerne quest’ultimo secolo, senza prendere in considerazione le quindici più grandi estinzioni che il pianeta ha conosciuto attraverso tutta la sua storia di oltre quattro miliardi di anni. I fenomeni estremi che si sono verificati in tutte le latitudini e i cambi climatici che tendono verso un sempre maggiore surriscaldamento globale confermano la tesi di Marx. In assenza della natura il capitalismo come potrà riprodursi? Ha ormai raggiunto un limite insormontabile.

Il capitalismo precarizza o prescinde del lavoro. Esiste un grosso sviluppo che fa a meno del lavoro. Il sistema produttivo informatizzato e robotizzato produce di più e meglio con la quasi totale assenza di manodopera. La conseguenza diretta è la disoccupazione strutturale.

Milioni di persone non entreranno mai a formare parte del mondo del lavoro, neppure come esercito di riserva. Il lavoro poiché dipende dal capitale, è da quest’ultimo ignorato. In Spagna la disoccupazione raggiunge il 20% del totale della popolazione e il 40% dei giovani. In Portogallo il 12% del paese e il 30% dei giovani. Questo significa che esiste una grave crisi sociale come quella che colpisce in questo momento la Grecia. Si sacrifica tutta la società in nome di un’economia pensata non per soddisfare la domanda sociale, ma per pagare il debito delle banche e del sistema finanziario. Marx ha ragione: il lavoro sfruttato non costituisce più fonte di ricchezza. Lo è la macchina.

La seconda ragione si riferisce alla crisi umanitaria che il capitalismo sta generando. In passato si limitava ai paesi periferici. Non si può risolvere la questione economica smontando la società. Le vittime, collegate dalle nuove reti della comunicazione, resistono, si ribellano e minacciano l’ordine. Sempre un maggior numero di persone, specialmente i giovani, non accetta la logica perversa dell’economia politica capitalista: la dittatura delle finanze che con il mercato sottopone gli Stati ai propri interessi e la redditività dei capitali speculativi che circolano da una borsa a un’altra, ottenendo profitti senza produrre assolutamente nulla se non maggiori profitti per i rentier.

È stato il capitale a produrre il veleno che lo può uccidere: mentre richiedeva ai lavoratori una formazione tecnica sempre migliore e una maggiore competitività per essere all’altezza di una crescita sempre più accelerata, involontariamente ha creato degli individui che pensano. Essi lentamente vanno scoprendo la perversità del sistema che scuoia le persone in nome di un’accumulazione meramente materiale, la quale si mostra insensibile al momento di esigere una sempre maggiore efficienza fino a stressare profondamente i lavoratori, spingendoli alla disperazione e in alcuni casi anche al suicidio come accade in alcuni paesi, compreso il Brasile.

Le strade di diversi paesi europei e arabi, gli “indignados” che occupano le piazze della Spagna e della Grecia sono l’espressione di una ribellione contro il sistema politico vigente a rimorchio del mercato e della logica del capitale. I giovani spagnoli urlano: «non è una crisi, è un furto». I ladri sono insediati a Wall Street, nel FMI e nella BCE. In altre parole sono i sommi sacerdoti del capitale globalizzato e sfruttatore.

Con l’aggravarsi della crisi in tutto il mondo si svilupperanno le moltitudini che non tollereranno più le conseguenze dello sfruttamento delle proprie vite e della vita della Terra a oltranza e si ribelleranno contro questo sistema economico che ora è in agonia, non per invecchiamento, ma per la forza del veleno e delle contraddizioni che ha generato, punendo la Madre Terra e tormentando la vita dei suoi figli e delle sue figlie.

Leonardo Boff