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Archivi: settembre 2013

“Safari umani” in India

Autore: liberospirito 29 Set 2013, Comments (0)

jarawa

In alcuni post ci siamo interessati dei popoli nativi e della loro cultura, sottolinenando l’importanza di salvaguardare queste popolazioni in quanto portatrici di sistemi culturali radicalmente alternativi ai nostri (quelli di un Occidente che si sta imponendo su tutto il pianeta) sotto diverse prospettive (a cominciare dalla visione dell’uomo, per giungere a toccare molti aspetti, dall’economia alla religione, ad esempio). Pertanto per noi rappresentano dei portatori di valori che non è possibile ignorare in nome del progresso (sarebbe a dire in nome dei profitti dei vari speculatori). Dal sito di Survival International apprendiamo dell’esistenza di una pratica aberrante: l’istituzione di “safari umani” presso le isole Andamane, in India.

Attualmente, la stagione turistica su queste isole va da settembre a maggio. Durante questo periodo migliaia di turisti effettuano “safari umani” ogni settimana, vale a dire viaggiano attraverso la foresta della tribù per andare a guardare gli Jarawa, una popolazione locale uscita recentemente dall’isolamento (“Alcuni vanno lì per dargli biscotti e fare fotografie… Guardarli è come un gioco. È un divertimento”, ha commentato con cinismo un tassista del luogo). Ora la tribù sarà costretta a subire queste forti intrusioni per tutto l’anno, dal momento che l’amministrazione delle Isole Andamane si sta preparando a promuovere le isole come destinazione turistica per tutto l’anno. Nel corso di fiere turistiche indiane e internazionali, un responsabile della Direzione Informazione, Pubblicità e Turismo, ha annunciato i piani di promozione per attività quali “safari ed escursioni nella foresta finalizzate a lanciare le isole come destinazione per tutte le stagioni”.

Tutto ciò ha allarmato chi ha a cuore la sorte dei cacciatori-raccoglitori Jarawa. I “safari umani” all’interno della foresta costituiscono un affronto alla dignità umana, non vi sono altre parole per definirli. Survival ha lanciato il boicottaggio delle Andamane; l’organizzazione per i diritti dei popoli indigeni chiede ai duecentomila viaggiatori che ogni anno si recano su queste isole di rinunciare a visitarle. L’obiettivo è la chiusura ai turisti della strada che attraversa la foresta degli Jarawa e la creazione di una via di comunicazione alternativa, al di fuori del territorio della tribù. Risulta chiaro che non è una richiesta irrealistica o impossibile: per questo ne diamo notizia.

La Teologia della Liberazione, oggi

Autore: liberospirito 22 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo i punti conclusivi (li riprendiamo dal sito www.ildialogo.org) del 33° Congresso di Teologia della Liberazione svoltosi di recente a Madrid. Si tratta di una piattaforma largamente condivisibile per chi ritiene imprescindibile saper coniugare religione e libertà all’interno della propria esperienza di vita.

teologia-della-Liberazione

Dal 5 all’8 settembre, si è svolto in Madrid il 33° Congresso di Teologia su La Teologia della Liberazione, oggi, che ha riunito un migliaio di persone provenienti da vari paesi e continenti in un clima di riflessione, comunione fraterna e dialogo interreligioso, interculturale, interetnico.
1. Viviamo in un mondo gravemente ammalato, ingiusto e crudele, dove la ricchezza si concentra sempre più in meno mani mentre crescono le disuguaglianze e la povertà. Tra 40.000 e 50.000 persone muoiono ogni giorno per la fame e per le guerre, quando ci sono risorse sufficienti per nutrire il doppio della popolazione mondiale. Il problema non è, quindi, la scarsità, ma la competitività, l’accumulo smisurato e la distribuzione ingiusta, prodotte dal modello neoliberale. I governanti lasciano che governino i poteri finanziari e la democrazia non è arrivata all’economia. L’attuale crisi europea ha come effetto lo smantellamento della democrazia.
2. La crisi economica si è trasformata in una crisi dei diritti umani. Gli eufemisticamente chiamati “tagli” in materia di istruzione e sanità sono, in realtà, violazioni sistematiche dei diritti individuali, sociali e politici, che avevamo ottenuto con tanto sforzo nel corso dei secoli precedenti.
3. Questa situazione, però, non è inevitabile, né naturale, né risponde alla volontà divina. Si può rompere la passività cambiando il nostro modo di vivere, di produrre, di consumare, di governare, di legiferare e di fare giustizia e cercando modelli alternativi di sviluppo nella direzione che propongono e praticano non poche organizzazioni oggi nel mondo.
4. In questi giorni abbiamo ascoltato le testimonianze e le molteplici voci delle differenti Teologie della Liberazione presenti in tutti i continenti e che cercano di collaborare per dare risposte ai più gravi problemi dell’umanità: in America Latina, in sintonia con il nuovo scenario politico e religioso e con le esperienze del socialismo del XXI secolo; in Asia, in dialogo con le visioni del mondo orientali, scoprendo in esse la loro dimensione liberatrice; in Africa, in comunicazione con le religioni e le culture originarie, alla ricerca delle fonti della vita nella natura.
5. Abbiamo verificato che la Teologia della Liberazione continua ad essere viva e attiva di fronte ai tentativi del pensiero conservatore e della teologia tradizionale di condannarla e darla per morta. La TdL è storica, contestuale e si riformula nei nuovi processi di liberazione attraverso soggetti emergenti di trasformazione: donne discriminate che prendono coscienza del loro potenziale rivoluzionario; culture, in altri tempi distrutte, che rivendicano la loro identità; comunità contadine che si mobilitano contro i Trattati di Libero Commercio; giovani indignati, ai quali viene negato il presente e chiuse le porte del futuro; la natura saccheggiata, che grida, soffre, si ribella ed esige rispetto; emigranti maltrattati che lottano per migliori condizioni di vita; religioni indigene e di origine africana che rinascono dopo essere state per secoli ridotte al silenzio.
6. La TdL è teologia della vita, che difende con particolare intensità la vita più minacciata, quella dei poveri, che muoiono presto, prima del tempo. Fa realtà le parole di Gesù di Nazaret: «Sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Chiama a scoprire Dio negli esclusi e crocifissi della terra: questa è la missione fondamentale delle chiese cristiane, una missione dalla quale sono state finora molto lontane.
7. I riformatori religiosi hanno aperto e continuano ad aprire percorsi di compassione e di liberazione integrale, che devono tradursi politicamente, socialmente ed economicamente in ogni momento storico, in modo particolare, Siddhartha Gautama il Buddha e Gesù di Nazareth il Cristo (tema dell’ultima conferenza del Congresso).
8. Denunciamo la mancanza di etica nelle politiche dello Stato che presentano i tagli come riforme necessarie per la ripresa economica. La nostra denuncia si estende a banche, multinazionali e poteri finanziari come veri responsabili della crisi attuale in connivenza con i governi che lo permettono. Optiamo per un altro modello economico i cui criteri siano il principio del bene comune, la difesa dei beni della terra, la giustizia sociale e la condivisione comunitaria.
9. Denunciamo l’uso della violenza, il militarismo, la corsa agli armamenti e la guerra come forme irrazionali e distruttive di soluzione dei conflitti locali e internazionali, a volte giustificati religiosamente. Optiamo per un mondo in pace, senza armi, dove i conflitti vengono risolti attraverso la via del dialogo e del negoziato politico. Sosteniamo tutte le iniziative pacifiche che vanno in quella direzione, come la giornata di digiuno e preghiera proposta da Papa Francesco. Rifiutiamo la teologia della guerra giusta e ci impegniamo a elaborare una teologia della pace.
10. Denunciamo il razzismo e la xenofobia che si manifestano soprattutto nelle leggi discriminatorie, nella negazione dei diritti degli immigrati, nel trattamento umiliante cui sono sottoposti da parte delle autorità e nella mancanza di rispetto per il loro stile di vita, cultura, lingua e costumi. Optiamo per un mondo senza frontiere retto sulla solidarietà, l’ospitalità, il riconoscimento dei diritti umani senza alcuna discriminazione e della cittadinanza-mondo contro la cittadinanza restrittiva vincolata all’appartenenza ad una nazione.
11. Denunciamo la negazione dei diritti sessuali e riproduttivi e la violenza sistematica contro le donne: fisica, simbolica, religiosa, di lavoro, esercitata dall’alleanza dei differenti poteri: leggi sul lavoro, pubblicità, mezzi di comunicazione, governi, imprese, ecc. Tale alleanza favorisce e rafforza il patriarcato come sistema di oppressione di genere. Nella discriminazione e maltrattamento delle donne hanno una responsabilità non piccola le istituzioni religiose. La teologia femminista della liberazione cerca di rispondere a questa situazione, riconoscendo le donne come soggetto politico, morale, religioso e teologico.
12. Chiediamo la sospensione immediata delle sanzioni e la riabilitazione di tutti le teologhe e teologi discriminati (coloro che hanno visto le proprie opere proibite, condannate o soggette a censura, coloro che sono stati espulsi dalle cattedre di insegnamento, coloro ai quali è stato ritirato il riconoscimento di “teologi cattolici”, quelli sospesi a divinis, ecc.), soprattutto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che furono particolarmente repressivi in questioni di teologia morale e dogmatica, nella maggioranza dei casi per il loro coinvolgimento con la Teologia della Liberazione e anche per seguire gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Tale riabilitazione è esigenza di giustizia, condizione necessaria per la tanto attesa riforma della Chiesa e prova dell’autenticità della stessa. Rivendichiamo, a sua volta, all’interno delle chiese, l’esercizio dei diritti e libertà di pensiero, riunione, espressione, insegnamento, pubblicazione, spesso non rispettati, e il riconoscimento dell’opzione per i poveri come criterio teologico fondamentale.
Con Pedro Casaldáliga affermiamo che tutto è relativo, compresa la teologia, e che sono assoluti soltanto Dio, la fame e la liberazione.

Madrid, 8 settembre 2013

Matthew Fox in Italia

Autore: liberospirito 15 Set 2013, Comments (0)

Tra la fine di settembre e i primi di ottobre sarà in Italia il teologo americano Matthew Fox (già frate domenicano, espulso dall’ordine nel 1993 su richiesta dell’allora cardinale Ratzinger), con diverse tappe e un fitto calendario: il 23 settembre a Soave (Verona), il 24 a San Bonifacio (Verona), il 25 a  Rimini, il 26 a Roma, il 28 e il 29 aTorino, il 1° ottobre  a  Milano e infine il 2 ottobre  a Firenze. Saranno una serie di incontri e di seminari nei quali Fox svilupperà le parole-chiave che sostengono la sua visione antropologica dell’uomo e il significato profondo e divino della felicità nel piano salvifico di Dio. Riportiamo una recente intervista di Silvia Lanzi a Fox, ripresa dal sito www.gionata.org, in cui si parla di questo suo prossimo viaggio in Italia. Ricordiamo che sul nostro sito www.liberospirito.org si può leggere e scaricare un testo di Fox dal titolo La spiritualità ecologica.

fox Matthew

Come mai ancora in Italia a poco tempo dal lancio del suo ultimo libro In principio era la gioia?

La risposta a quel libro in Italia è stata profonda. Vorrei incontrare altri italiani per incoraggiarli a continuare a scoprire la tradizione antica e profonda della spiritualità del creato che è parte integrante del genio italico (pensate, per cominciare, a san Francesco, san Tommaso e Dante) e che è ciò di cui il mondo oggi ha bisogno come giustizia ecologica, giustizia sociale, giustizia di genere, giustizia di “preferenza di genere”, festa, gioia, comunità. Inoltre ci sono altri libri miei che sono stati pubblicati o stanno per essere pubblicati in italiano, compreso il volume Creatività, e chi conosce meglio la creatività degli italiani?

Lei sottolinea in questo ciclo di conferenze, come del resto in In principio era la gioia, il tema della gioia, della spiritualità e del rinnovamento. In che cosa si differenzia, se si differenzia, dall’impostazione cattolica “classica”?

Il vecchio insegnamento riguardo al cammino spirituale parlava di purgazione, illuminazione e unione. Questo non è biblico e non è ebraico. Viene da Plotino, un filosofo del terzo secolo che non conosceva la Bibbia o i Vangeli. Esclude la gioia, esclude la creatività, esclude la giustizia. Tommaso dice: “La gioia è il più nobile degli atti umani”. Perché non cominciare da lì?
L’archeologa femminista Marija Gimbutas dice che “l’essenza della civiltà della dea era la celebrazione della vita”. Perché non cominciare da lì? Perché non possiamo costruire un movimento spirituale globale a partire dalla gioia e dalla giustizia invece che dalla purgazione? La vita ha le sue lotte, e certamente anche i suoi momenti di purgazione. Ma non c’è motivo di aggiungerne altri. Un rabbino ha detto: “La gioia è una mitzvah”, cioè una buona azione. Questa è la tradizione di Gesù.

Qual è la sua idea sul nuovo pontefice?

Il suo rifiuto di andare a vivere nel palazzo, la sua forte condanna del “capitalismo selvaggio”, la sua apertura alle piccole comunità, i suoi sforzi di iniziare a fare pulizia per quanto riguarda gli scandali della pedofilia, la banca vaticana e l’intorpidimento della curia; la sua scelta di alcuni preti che non sono dell’Opus Dei come vescovi, la sua apertura al dialogo con persone di altre fedi e con gli scienziati (penso al suo libro di dialoghi con il rabbino argentino che è anche uno scienziato) e la sua apertura all’ascolto… tutte queste cose fanno ben sperare.
Ho scritto una serie di lettere a questo papa nel mio nuovo libro Lettere a Papa Francesco. In queste lettere lo sfido a essere fedele al suo nome, che ha scelto lui stesso per sottolineare il suo impegno nei confronti dei poveri e dell’ecologia. Vorrei vederlo viaggiare per il mondo insieme al Dalai Lama per parlare delle pressanti questioni morali del nostro tempo, inclusa la disoccupazione, il modo in cui trattiamo la terra e il modo in cui trattiamo le donne. Proprio sui questo sembra che il papa abbia molto da imparare.
Ha detto che non esiste una teologia delle donne, che è un’affermazione assurda. Le donne fanno teologia da tempo, e alcuni teologi maschi sono femministi da tempo (io lo sono da 45 anni), ma siamo stati condannati a più riprese dai due papi precedenti.
L’obiezione principale di Ratzinger alla mia teologia, quando mi ridusse al silenzio, fu che ero “un teologo femminista” e che chiamavo Dio “madre”. Molti mistici medievali chiamavano Dio “madre”, ma la Chiesa patriarcale istituzionale è contro le donne in maniera viscerale.

Quali sono i suoi progetti futuri?

La prossima settimana esce il mio nuovo libro Occupy Spirituality. Si tratta di un dialogo con Adam Bucko, un giovane straordinario che lavora con i giovani adulti che vivono per strada nella città di New York. Il libro riguarda la generazione dei giovani adulti, ne abbiamo intervistati molti, sia per mezzo di questionari sia con la telecamera, e abbiamo incluso le loro parole nel libro. Come vedono loro la spiritualità, la religione, la Chiesa, le generazioni precedenti? Cosa pensano del rapporto tra sessualità e spiritualità? Cosa pensano delle pratiche spirituali? In realtà il libro tratta del futuro della religione/spiritualità. La chiave è il misticismo unito alla lotta, la contemplazione unita alla giustizia sociale, in una parola: l’attivismo spirituale. Ho appena terminato il manoscritto di un altro libro su Meister Eckhart, che ho intitolato Meister Eckhart: A Mystic-Warrior for our Times e in cui lo metto a confronto con altre persone come Thich Naht Hahn, Bede Griffiths, David Korten, Heschel e Alce Nero. Eckhart era così profondo che può entrare in un profondo dialogo ecumenico con questi grandi pensatori contemporanei.  Continuo ad occuparmi delle Messe Cosmiche che combinano danza estatica e culto (ne abbiamo appena creata una alla Sounds True Conference in Colorado), e di Awe Project, che riguarda la reinvenzione dell’educazione per i bambini che vivono nei quartieri poveri, un tipo di insegnamento che inizia con la creatività e porta alla luce la saggezza che è viva dentro di loro. Il direttore di questo progetto si trova in questo momento in Messico per lavorare insieme a dei giovani locali.

Sono bastate davvero poche parole, di poco fuori dalla genericità della retorica tradizionale, perché le dichiarazioni dell’attuale pontefice sulla minaccia di guerra in Siria venissero ignorate dai potenti della terra, creando imbarazzo e un implicito fastidio in quel mondo che si reputa fuori dal mondo e al di sopra dei comuni mortali (ci riferiamo ai vari presidenti, monarchi, economisti, politici, banchieri, generali, opinion-maker, etc.). A questo proposito pubblichiamo l’articolo, uscito ieri su “Il manifesto”, firmato da Manlio Dinucci.

Syria Photo Gallery

L’imbarazzato silenzio dei governanti

È’ tradizione consolidata in Italia che, ogni volta che il Papa apre bocca, si leva dai politici un coro bipartisan di consensi. Ora però Papa Francesco si è espresso contro la guerra, riferendosi implicitamente ma chiaramente all’attacco in preparazione contro la Siria. E si è chiesto: «Questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?». Di fronte a tale presa di posizione e alla vasta mobilitazione popolare che la sostiene, i coristi si sono ammutoliti. Praticamente assenti, sui media, i soliti plausi del presidente della repubblica, del capo e dei membri del governo, dei segretari dei maggiori partiti. In compenso, il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha lodato il governo perché ha fatto «una scelta giusta fin dal principio, dichiarandosi contrario all’intervento in Siria». Si è dimenticato Epifani che il giorno prima il governo Letta aveva sottoscritto, ai margini del G-20 a San Pietroburgo, la Dichiarazione sulla Siria presentata dagli Stati uniti, che condanna il governo siriano per il «terrificante attacco con armi chimiche», accusa il Consiglio di sicurezza di essere «paralizzato» (dal veto russo) e chiede «una forte risposta internazionale». Tace Epifani anche sul fatto che l’Italia è in prima linea nella preparazione dell’attacco aeronavale alla Siria: come quello contro la Libia nel 2011, sarebbe diretto dal Comando Usa di Napoli e sostenuto dall’intera rete di basi Usa/Nato in Italia, in particolare da quelle di Sigonella e Camp Darby. Per un primo attacco, della durata di alcuni giorni, sono più che sufficienti le forze aeronavali messe in campo da Stati uniti e Francia, che lancerebbero centinaia di missili e bombe a testata penetrante. Sarebbero probabilmente impiegati anche bombardieri strategici B-2 Spirit, gli aerei più cari del mondo (oltre 2 miliardi di dollari ciascuno), già usati contro la Serbia, l’Iraq e la Libia. Concepiti per l’attacco nucleare, possono trasportare oltre 18 tonnellate di bombe e missili a testata non-nucleare. Una partecipazione diretta italiana nella prima fase è quindi superflua sul piano militare, anche se non esclusa: con la motivazione ufficiale di proteggere il contingente italiano in Libano, è stato inviato nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che si aggiunge alle unità statunitensi, francesi, israeliane e turche che fronteggiano quelle russe. Situazione sempre più pericolosa: con quelle in arrivo, le navi da guerra russe nel Mediterraneo orientale saliranno a 12.
Epifani passa sotto silenzio anche il fatto che l’Italia è da tempo impegnata a sostenere la guerra interna: partecipa al gruppo intergovernativo degli «Amici della Siria» che, lo scorso giugno a Doha, si è apertamente impegnato a fornire armi ai «ribelli» (cosa che da tempo già faceva sotto direzione Cia). Pur tacendo, il governo non ha però fatto mancare la sua presenza alla preghiera per la pace. Il ministro della difesa Mario Mauro è giunto alla veglia in piazza San Pietro, senza però rispondere ai giornalisti che gli chiedevano come possa conciliarsi la preghiera per la pace con l’acquisto degli F35. Il premier Letta è andato in chiesa a Cernobbio, ma ha taciuto quando gli hanno chiesto se partecipava al digiuno per la pace. La regola del silenzio l’ha imparata partecipando al gruppo Bilderberg, cupola dei poteri occulti, che nel meeting 2012 (sempre a porte chiuse e in silenzio stampa) ha invitato insieme a Letta oscuri «rappresentanti dell’opposizione siriana».

Manlio Dinucci

Manlio Dinucci

No alla guerra in Siria!

Autore: liberospirito 9 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo da “Adista Notizie” il seguente articolo riguardante le mobilitazioni in corso per fermare la guerra in Siria. E’ possibile trovare il resoconto su varie iniziative e il link ad alcuni siti dove leggere interventi e sottoscrivere petizioni. Come si diceva un tempo: leggi fai girare!

No-War

Dall’internazionalizzazione del conflitto siriano che si sta profilando l’Italia potrebbe rimanere fuori: non vi parteciperà senza un mandato delle Nazioni Unite, ma anche in presenza di questo, la decisione verrà presa solo dopo un voto del Parlamento. Al momento in cui scriviamo, sono queste le ultime dichiarazioni della nostra ministra degli Esteri Emma Bonino (28 agosto). Non è un atteggiamento pilatesco ovviamente, ma l’osservanza dell’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Disposizione che in nessun caso consente alla nostra nazione di agire un attacco armato.

Come fa notare l’appello al governo italiano “Se vuoi la pace, prepara la pace” lanciato da Stefano Rodotà, Maso Notarianni, Cecilia Strada, Maurizio Landini, Marcello Guerra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Marco Revelli e altri (lo si può firmare su change.org), il secondo comma dell’art. 11 recita: «Consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ovvero, sottolineano i firmatari, «la Costituzione non dice che l’Italia può cedere sovranità per fare guerre ma, anzi, afferma che il nostro Paese pur di assicurare pace e giustizia tra le Nazioni è disposta a “cedere parte della sua sovranità”». Il popolo siriano «ha bisogno della comunità internazionale, ma non dall’alto di un bombardiere», «ha bisogno che la comunità internazionale smetta di considerare la guerra come opzione possibile». «L’Italia – è la sollecitazione finale – si metta a lavorare per costruire nel mondo pace e diritti e si chiami fuori da questa guerra, chiunque decida di farla».

La nonviolenza è realistica

Anche Pax Christi Italia sul suo sito, con un appello firmato da Sergio Paronetto, pubblicato anche su Avvenire (27/8) nella rubrica delle “Lettere al direttore”, si richiama all’art. 11 della nostra Carta costituzionale. «Come ripete spesso papa Francesco (con la Santa Sede), la strada da seguire non è l’intensificazione militare del conflitto armato, ma la “riconciliazione nella verità e nella giustizia” che può trovare attuazione nella progettata Conferenza di pace di Ginevra. Occorre attuare una svolta politica nonviolenta. La nonviolenza è realistica», è «la pienezza di una politica attiva, determinata e costante. In Siria, come altrove, è mancata una politica di pace con mezzi di pace», mentre «finora hanno parlato le armi». In questo contesto Paronetto ricorda l’attivismo del Mussalaha (v. Adista Notizie nn. 25, 28/12 e 29/13), il movimento di riconciliazione siriana che il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, nella risposta a Paronetto, definisce «unico segno di speranza», «esperienza, non solo una proposta, che nel pieno della guerra, contraddicendola, è animata “dal basso” da nostri fratelli e sorelle di fede ma che coinvolge anche personalità di altre minoranze religiose e della maggioranza islamica. È una traccia viva e preziosa. Che indica un cammino non facile né scontato».

Politici dormienti

“Sveglia!” è il significativo titolo dell’appello che chiama alla mobilitazione politici e pacifisti evidentemente dormienti. Firmato da Savino Pezzotta, don Luigi Ciotti, Flavio Lotti, Antonio Papisca, Beppe Giulietti, Ottavia Piccolo, p. Efrem Tresoldi, Gabriella Stramaccioni e altri (lo si può sottoscrivere all’indirizzo email: [email protected]) e pubblicato sul sito del Sacro Convento di San Francesco di Assisi (www.sanfrancescopatronoditalia.it), lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per l’indifferenza e l’ipocrisia. Agire è difficile. Non farlo sarà catastrofico». E dunque, “sveglia!”: «Abbiamo bisogno (…) di aprire un grande dibattito pubblico che consenta all’Italia di definire una proposta politica lungimirante e di trasformarla in politica europea»; «di mettere le istituzioni democratiche della comunità internazionale nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente per la risoluzione pacifica dei conflitti»; «di agire concretamente senza dover ricorrere all’intervento armato».

«Possibile», si chiede incredulo il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai, unendosi all’appello di papa Francesco del 25 agosto, «che la comunità internazionale sappia solo passare dall’immobilismo all’interventismo armato? Possibile che non sia capace di affrontare con il dovuto realismo e responsabilità la grave situazione siriana imponendo una soluzione negoziale che garantisca pace nella giustizia?». Eppure, secondo la Focsiv, c’è una road map percorribile: «Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu imponga il cessate il fuoco ed offra alla Russia, nella prospettiva di una Siria unitaria, federale e democratica, la garanzia di un’area di influenza dove ora vi è il loro sbocco al Mediterraneo; instauri efficacemente una Corte internazionale di giustizia per la Siria che accerti i crimini sia da parte dei ribelli che del regime di Assad; aiuti la moltitudine dei civili ridotti ormai ad estrema miseria; favorisca l’autodeterminazione democratica del popolo siriano».

Un’oscenità morale frutto del commercio d’armi

È «profondamente preoccupata» Pax Christi International che chiede «tempestivi sforzi diplomatici» per «bloccare immediatamente il flusso di armi verso entrambe le parti e verso tutti i gruppi militanti» («molti Stati hanno contribuito ad alimentare il conflitto armato in Siria») e «portare al tavolo delle trattative tutte le parti direttamente o indirettamente coinvolte nel conflitto». Nella presa di posizione, datata 29/8, Pax Christi International invita i leader religiosi di ogni fede ad «usare la loro autorità morale per schierarsi, chiaramente e con urgenza, in pubblico e in privato, contro l’uso della violenza», richiedendo «con decisione una soluzione politica al conflitto armato», promuovendo «campagne di preghiera, di non-cooperazione e di testimonianza pubblica per mettere fine alla violenza in Siria».

Dal sito pacifista Sibialiria.org l’associazione No War-Roma il 27 agosto dichiara tutto il suo scandalo: «Senza sapere – si legge nell’appello che chiama alla mobilitazione – che cosa è successo e chi è stato, applicando il principio di colpevolezza senza prove e a dispetto del cui prodest, gli Usa e le altre potenze rivendicano la necessità di un attacco diretto alla Siria parlando di “oscenità morale del regime siriano”. L’oscenità morale è questa guerra. Chiediamo a tutti in tutto il mondo di opporsi nelle strade».

«La guerra è la più grande violazione dei diritti umani, poiché essa consiste della commissione di stragi», esemplifica dal canto suo Peppe Sini del Centro di ricerca per la pace di Viterbo (28/8). «Sostenere che si promuove una guerra per difendere i diritti umani – afferma – è una contraddizione in termini. Solo la pace salva le vite e difende i diritti umani». «L’obiettivo più urgente che l’umanità deve porsi è abolire la guerra, prima che la guerra abolisca l’umanità», evidenzia Sini. Che propone la sua ricetta: «Occorre la scelta della nonviolenza come principio regolatore delle relazioni internazionali» e «ispiratore della politica tout court», come «lotta la più nitida e la più intransigente contro tutte le violenze, le oppressioni e le menzogne» per la «liberazione dell’umanità».

Non è un appello, ma un’approfondita analisi politica della situazione generatasi con la crisi siriana (come anche quella di Un Ponte per…, al sito www.unponteper.it/fermare-lintervento-armato-in-siria-non-tagliamo-la-corda/) la riflessione del Movimento nonviolento (30/8), che considera: «A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo, come tutte le guerre, aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche, nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti, un grave di segno di impotenza della comunità internazionale».

Gli italiani sono ignoranti in materia religiosa. Oltre il 50% ha idee confuse sugli autori della Bibbia e soltanto il 16% è in grado di mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Meno di due italiani su dieci sono in grado di citare i dieci comandamenti e il 41% ne sa citare uno soltanto. È quanto emerge da un’indagine condotta da Gfk Eurisko per conto della Chiesa valdese, i cui dati sono stati presentati a Torre Pellice nel corso di una serata pubblica promossa nell’ambito del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi dal titolo “Santa ignoranza. Gli italiani, il pluralismo delle fedi, l’analfabetismo religioso”. L’Agenzia Sir ne ha parlato con Paolo Naso, coordinatore della Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Riportiamo sotto l’intervista. Qui però vogliamo aggiungere alcune personali riflessioni. L’ignoranza religiosa è si cosa grave e indica responsabilità precise di tale situazione, ma questo è solo un aspetto e forse non il più grave. Più importante del saper collocare in ordine cronologico i vari Noè, Abramo, Mosè e Gesù è l’essere in grado di esprimere un comportamento religioso nei fatti. A tale scopo ricordiamo qui un esperimento di psicologia applicata al comportamento, compiuto nella prima metà degli anni Settanta. L’esperimento venne soprannominato del ‘buon samaritano’. In breve: ad alcuni studenti (di diverso orientamento religioso) di un seminario teologico viene chiesto di recarsi nel locale di un edificio distante pochi minuti di strada; là avrebbero dovuto esporre le proprie posizioni su un argomento assegnato. Solo alla metà degli studenti viene riferito che il tema era la parabola del buon samaritano (Luca 10,25-37). Solo a una parte di questi ultimi viene anche detto di affrettarsi, agli altri invece non viene detto nulla. Nei pressi dell’entrata dell’edificio in cui dovevano entrare i giovani trovano una persona che giace a terra, richiedente aiuto. Di fronte a ciò alcuni studenti si fermano per prestare soccorso, altri proseguono per la loro strada. L’esito dell’esperimento fu il seguente: solo il 10% degli studenti in ritardo si era fermato, contro il 64% degli studenti che avevano più tempo a disposizione. L’essere cattolici o protestanti, conoscere più o meno bene la parabola del buon samaritano, risultarono fattori poco significativi; l’unica discriminante era il tempo in avanzo. Risulta qui evidente una sfasatura fra le parole (l’appartenenza religiosa) e le cose (il comportamento tenuto). Qui il comportamento irreligioso è assai più preoccupante dell’ignoranza religiosa. Questo dovrebbe dare da pensare oggi.

santa ignoranza

Che cosa l’ha colpita di più della ricerca Eurisko?
“Abbiamo riscontrato un’elevata punta di persone che senza esitazione si definisce cattolica. Il problema è che a questa identità corrisponde un assoluto analfabetismo religioso. Alla domanda per esempio, capostipite di ogni catechismo, riguardo alle tre virtù teologali, ha saputo rispondere solo il 17%. Oppure, riguardo alla lettura della Bibbia, solo il 30% lo fa al di fuori delle celebrazioni liturgiche. Rarissime poi le persone in grado di citare tutti e dieci i comandamenti: il 41% ne sa citare solo uno, di solito il ‘non uccidere’ o il ‘non rubare’. Solo poi il 16% sa mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Siamo quindi di fronte ad un dato gravissimo di assoluto analfabetismo religioso”.

È un fenomeno che c’è sempre stato o è andato peggiorando negli anni?
“È un fenomeno che è andato peggiorando negli anni. Abbiamo per esempio posto la domanda su chi ha iniziato la riforma protestante. Il dato che emerge è che circa il 50 % degli italiani sa che è stato Lutero. Quando abbiamo posto la stessa domanda a giovani sotto i 30 anni, quelli cioè che dovrebbero essere più freschi di studi, il dato si abbassa al 31%. Emerge allora un dato ancora più grave che riguarda in particolare i giovani. C’è di che preoccuparsi”.

Che cosa preoccupa di più?
“Un dato oggi di analfabetismo religioso così alto ha una pessima funzione sociale. Oggi le religioni sono chiamate in causa dal più ampio tema della interculturalità. Ignorare o non disporre di chiavi di comprensione della realtà religiosa significa venire meno alla cittadinanza sociale, alle dinamiche delle integrazioni, della semplice convivenza nello spazio pubblico”.

Vuol dire che c’è un legame tra i fenomeni di razzismo e l’analfabetismo religioso?
“Esiste un rapporto stringente. La forza più percepibile di razzismo è la discriminazione nei confronti di chi ha una religione diversa. Negli ultimi quattro anni, per esempio, sono state fatte campagne scientifiche di delegittimazione della presenza islamica nel nostro Paese con la motivazione che il musulmano è portatore di valori e sistemi di pensiero e vita incompatibili con la società italiana”.

Perché l’appartenenza religiosa dà così fastidio?
“La prima ragione è che siamo in Italia. Siamo cioè in un contesto nel quale l’identificazione religiosa ha un peso che non si riscontra in altre società come quella americana, inglese o svizzera. Il secondo elemento è dato dal fatto che alcuni partiti politici hanno diffuso echi dozzinali e volgari dello scontro di civiltà che sono diventati categorie di scontro politico. Ci sono cioè in Italia forze politiche che hanno deciso di fare political marketing agendo su questo tema. E gli effetti negativi in termini di pregiudizio sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, quando le logiche discriminatorie ed esclusive diventano senso comune”.

Un’Italia che non sa decifrare il fenomeno del pluralismo religioso, che Paese diventerebbe?
“Da un lato un’Italia più povera culturalmente, perché non sa capire la sua storia di Paese multiculturale e non sa fare proprie le ricchezze e le tradizioni specifiche dell’altro. E dall’altro sarebbe un Paese più pronto all’implosione: il vettore religioso anziché essere un vettore di mediazione in funzione della coesione sociale diventerebbe un vettore di scontro. Se l’Italia quindi non mette seriamente mano ad una politica di alfabetizzazione religiosa in funzione della coesione sociale, a mio modo di vedere aggrava un percorso di implosione sociale: non ci capiamo, non dialoghiamo, non conviviamo serenamente e perpetriamo una logica di scontro. Certamente a basso conflitto, ma uno scontro lacerante del tessuto sociale”.

Ciò di cui parliamo in questo post potrebbe essere rubricato come un fatto di cronaca, più o meno squallida, e in parte è proprio così, ma offre anche lo spunto per una riflessione più ampia sugli slittamenti in corso nell’ambito della sfera religiosa, dove arcaico e post-moderno si ibridano generando mostri. Stiamo parlando dell’India, la quale, in questi tempi, viene tanto lodata sui media per i supposti progressi in campo economico (fa parte dei Paesi BRIC, acronimo utilizzato per riferirsi a Brasile, Russia, India e Cina). Questa modernizzazione ha anche delle ricadute in altri ambiti della società, coinvolgendo la millenaria religiosità hindu; vediamo così prosperare una spiritual economy intorno ai guru più rinomati, all’interno di un’imprenditoria del sacro che sta crescendo in modo esponenziale in piena sintonia con le leggi del mercato. L’articolo che riportiamo (tratto da «Il manifesto» di ieri) tratta delle disavventure di uno di questi guru.

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Arrestato per stupro il guru Asaram Bapu dai centomila devoti

Asaram Bapu, santone hindu, è stato arrestato nella notte di sabato scorso in uno spettacolare blitz della polizia del Rajasthan, che ha preso in custodia il mistico protetto all’interno di un ashram – letteralmente “eremo” – nella città di Indore. La pesante accusa di stupro è arrivata da una famiglia di devoti in visita all’ashram di Jodhpur a metà agosto per un grande raduno spirituale promosso dal guru ultra settantenne, dove Asram Bapu avrebbe violentato la figlia della coppia, sedicenne.
Le polemiche cresciute nelle ultime settimane attorno all’emergenza stupri si arricchiscono ora di un imputato illustre, a capo di uno dei più grandi imperi di ashram in India, vere e proprie multinazionali della spiritualità in grado di macinare milioni di euro all’anno con la sola gestione dei terreni dove sorgono gli eremi, affiancando le attività immobiliari alla produzione di medicine ayurvediche, amuleti d’oro e una sconfinata varietà di paccottiglia misticheggiante: videocassette, pamphlet, poster e santini.
La Asaram Bapu Ashram controlla in India oltre 400 centri di spiritualità dove si svolgono corsi di yoga, eventi religiosi di massa e camp per iniziare i bambini allo yoga e alla meditazione. Secondo le stime correnti il giro di devoti di Asaram Bapu sfiora oggi i 100 milioni di affiliazioni.
Per evitare l’arresto il santone ha provato a difendersi dall’interno del suo ashram, inscenando una battaglia a colpi di interviste e conferenze stampa in cui la presunta vittima veniva descritta come «mentalmente instabile» e svelando i problemi di salute che gli avrebbero impedito materialmente la violenza. Ma le indagini e l’interrogatorio condotto dalla polizia paiono confermare la versione della ragazza, inchiodando Asaram Bapu a una custodia cautelare di 14 giorni, confermata ieri pomeriggio.
Secondo la famiglia della vittima, il guru avrebbe passato un’ora chiuso nei suoi appartamenti con la ragazza, assecondando la richiesta dei genitori di «esorcizzarla dagli spiriti maligni». Un copione standard nelle ombre del devozionismo indiano, dove figure carismatiche come Asaram Bapu traggono giovamento sessuale e materiale promettendo redenzione e guarigioni magiche.
L’ascendente che questi sedicenti guru hanno sulle proprie schiere di devoti ne fanno immediatamente dei punti di riferimento politici, specialmente nell’alveo della Sangh Parivar, la costellazione di organizzazioni politiche e paramilitari aderenti al nazionalismo di matrice hindu.
Il Bharatiya Janata Party (Bjp), principale partito della destra indiana e membro della Sangh, ha provato a smarcarsi dalla difesa d’ufficio di Asaram Bapu – anche in vista delle prossime elezioni – ma il leader della Vishva Hindu Parishad, una tra le sigle più estremiste del gruppo, ha spiegato alla stampa che «questo episodio sta dicendo alla comunità hindu che annichiliremo i vostri sentimenti e il vostro rispetto nei confronti di un leader religioso», parte di un complotto nazionale per screditare i devoti hindu nel paese.
In attesa che vengano formulate le accuse a carico del guru, la stampa indiana ha ricordato le parole con le quali Asaram Bapu commentò il tragico stupro di gruppo della studentessa di Delhi lo scorso dicembre: «La vittima è colpevole tanto quanto gli stupratori avrebbe dovuto chiamare fratelli gli accusati ed implorare pietà per farli smettere questo avrebbe salvato la sua dignità e la sua vita. Può una sola mano applaudire? Non penso proprio.» Posizione discutibile che ora Asaram Bapu avrà occasione di chiarire davanti a un giudice.

Matteo Miavaldi