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Archivi: agosto 2013

Pubblichiamo la lettera aperta all’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino in merito alla drammatica vicenda in cui versa una comunità di rom serbi a Roma. In particolare quanto sta accadendo rivela come la giunta in carica non si impegni nell’affrontare la condizione dei rom nella capitale – allineandosi in ciò alla precedente amministrazione Alemanno – nonostante le reiterate promesse e dichiarazioni durante la campagna elettorale. La lettera è comparsa ieri su “Il manifesto”.

sgombero-rom-

Caro sindaco Ignazio Marino,

Le scriviamo in merito ad un fatto molto grave che si è recentemente verificato nella Sua città. Una comunità di famiglie Rom di origine serba è fuggita, qualche mese fa, dal campo nomadi autorizzato di Castel Romano sulla via Pontina. Il portavoce e i membri di questa comunità avevano già denunciato negli anni passati gravi forme di violenze e vessazioni verificatesi nel campo. Ad una tesa situazione di conflitti etnici e religiosi, dovuta alla convivenza forzata del piccolo nucleo serbo di religione cristiana con le quasi duemila persone di origine bosniaca e di fede musulmana, si aggiungevano le condizioni del campo, isolato, sovraffollato e distante dai servizi, frutto del controverso piano nomadi del suo predecessore. Il Suo stesso schieramento politico aveva denunciato la situazione fin dal 2010, insieme a Opera Nomadi.

Le denunce dei residenti sono state successivamente raccolte in un documento datato 14 marzo 2012, inoltrato al Quinto Dipartimento. Il portavoce della comunità dichiara che la risposta del Dipartimento fu che il bilancio del Comune era insufficiente a spostare le famiglie in una situazione più sicura per loro. Gli incendi dolosi che si sono verificati nel campo di Castel Romano sono stati più volte documentati dalla stampa. Tali violenze sono state l’ultima goccia che ha portato le famiglie di origine serba a fuggire dal campo e a rifugiarsi in via Salviati (zona Tor Sapienza) vicino ai loro parenti residenti nel nucleo abitativo storico del campo tollerato “Salviati 1”. Due giornalisti freelance e militanti radicali stavano girando un documentario sui campi nomadi quando si sono imbattuti nei racconti di questi rifugiati. I due militanti sono i destinatari del gratuito patrocinio concesso dalla Giunta del Municipio V (ex VII) ad aprile, composta da una maggioranza Pd/Sel, al progetto “Operazione risarcimento danni” nella stessa area di Tor Sapienza, volto a risarcire, simbolicamente e non, i minori danneggiati dagli sgomberi illegali effettuati dalla Giunta Alemanno. Tale progetto è culminato, a giugno, in un evento gratuito al Parco Madre Teresa di Calcutta, a cui Lei è stato invitato e ha risposto con un plauso che ha reso felici gli organizzatori e i partecipanti. I due militanti hanno quindi accolto con enorme stupore la notizia della Sua ordinanza che prevedeva lo sgombero dell’insediamento il 12 agosto 2013.

Notando il preavviso insufficiente e l’illegalità dell’ordinanza ai sensi della legge 881/77 e delle linee guida ministeriali sugli sgomberi, e avendo documentato le gravi denunce di violenze su donne e minori riferite dalla comunità, si sono rivolti al consigliere radicale in gruppo Pd, Riccardo Magi, il quale ha inviato tale documentazione alla Commissione delle Politiche Sociali, sottolineando come le autorità competenti si fossero rifiutate di incontrare la comunità, contrariamente a quanto previsto dalle norme in materia. L’amministrazione ha assicurato che la situazione a Castel Romano è tornata sicura per via di un’operazione di polizia recentemente effettuata, che ha portato ad alcuni arresti. Il consigliere ha però fatto presente le problematiche di convivenza alla base del conflitto, che non possono in alcun modo essere lenite dagli arresti effettuati. Inoltre, la comunità avrebbe ai sensi di legge ugualmente il diritto di concordare soluzioni abitative diverse con l’amministrazione ai fini di migliorare le proprie condizioni di vita. Infine, la legge 353 del 2000 vieta espressamente di edificare strutture abitative in luoghi dove sono stati documentati incendi di natura dolosa. La mattina del 12 agosto, però, le ruspe si sono presentate ugualmente. Erano presenti, oltre alla comunità rifugiata, i due militanti, Radio Radicale, l’Associazione 21 luglio e il parroco don Paolo lacovelli. La richiesta legittima di incontrare l’amministrazione, presentata dalla comunità e dai militanti alle ore 7.00, è stata soddisfatta dal vicesindaco Luigi Nieri solo alle ore 17.00, dopo un’ininterrotta opposizione nonviolenta congiunta della comunità e dei radicali, che hanno invocato il rispetto del diritto, come documentato dal giornalista e conduttore Andrea Billau di Radio Radicale. La comunità ha espresso chiaramente la sua ferma volontà di lasciare l’insediamento occupato abusivamente, ma ha richiesto, a fronte delle gravi violenze denunciate e documentate, di non essere trasferita a Castel Romano e di concordare soluzioni alternative con l’amministrazione, come la legge prevede. Il vicesindaco ha ribadito di voler effettuare lo sgombero dell’insediamento proponendo come unica destinazione il campo da cui queste famiglie sono fuggite in preda al panico. Di fronte a una così palese violazione dei diritti umani da parte della Sua amministrazione, i militanti hanno dichiarato lo sciopero della fame a .oltranza finché il Comune non decida di rientrare nel quadro della legalità e del diritto. In seguito all’immediata adesione della comunità all’iniziativa nonviolenta proposta dai militanti radicali, il vicesindaco Luigi Nieri ha concesso una proroga di dieci giorni, promettendo alla comunità un incontro con l’amministrazione. Lo sciopero della fame è oggi sospeso in virtù di tale proroga, ma sia i militanti che la comunità sono pronti a riprenderlo qualora il Comune persistesse nell’ignorare i loro diritti. Il gravissimo episodio del 12 agosto costituisce un precedente intollerabile per chi ha a cuore la legalità e i diritti umani nel Comune di Roma. Tanto più grave in quanto Lei è stato ingiustamente diffamato, durante le elezioni amministrative, con l’accusa ridicola di avere comprato i voti delle famiglie Rom alle primarie.

È ben noto a chi da anni segue la questione Rom nella Capitale che Lei ha invece rappresentato una speranza senza precedenti per la tutela dei diritti dì questa stigmatizzata minoranza nel Comune di Roma. Può ben immaginare con quale dolore le stesse persone che hanno collaborato con il suo schieramento politico e hanno creduto nella sua elezione stanno in queste ore accogliendo la notizia della gravissima azione intentata dalla Sua amministrazione nei confronti dei rifugiati di via Salviati. Le rivolgiamo pertanto un accorato appello affinché Lei mantenga le promesse fatte in campagna elettorale e affinché la sua Giunta si comporti in modo coerente con la linea politica che il suo schieramento ha intrapreso e portato avanti in modo deciso quando si trovava al- l’opposizione. Le chiediamo di incontrare questi rifugiati e di concordare con loro una soluzione abitativa condivisa. Con stima e fiducia,

Moni Ovadia, Alexian Santino Spinelli, Antun Blazevic, Fabio Alberti, Paolo lzzo, Andrea Billau, Raffaella Di Marzio, Sandor “Dragan” Trajkovic, Gianni Carboni, Camillo Maffia, Rudi Salkanovic, Rita Bernardini, Irene Testa.

La rivolta che non crede nel futuro

Autore: liberospirito 27 Ago 2013, Comments (0)

Questo articolo di Franco Berardi “Bifo” (scrittore e agitatore culturale) è apparso su “Alfabeta2” all’incirca alla metà di luglio, quindi ben prima che riesplodesse la polveriera egiziana in seguito all’arresto del presidente Morsi da parte dell’esercito. Ciononostante lo pubblichiamo perché resta ancora attuale. Il tema è quello della possibilità di una trasformazione reale della società egiziana (e di quella nordafricana in generale) stretta tra fondamentalismo religioso da una parte e ingerenza delle potenze occidentali dall’altra. Pur nella difficoltà (o impossibilità) di intravedere un “altro mondo possibile”, molti, soprattutto giovani, non si rassegnano e continuano a scendere in piazza e a protestare. La rivolta e la protesta divengono la sospensione temporanea di una condizione sempre più intollerabile. Qui l’autore sembra evocare l’idea della costruzione di “zone temporaneamente autonome”, elaborata anni addietro da Peter Lamborn Wilson (alias Hakim Bey), un profondo conoscitore della cultura islamica. Non a caso. Proprio il concetto della TAZ (zona temporaneamente autonoma) resta strettamente connesso a quello – da noi pressoché sconosciuto – di qiyamat (la “grande resurrezione” che conduce all’abrogazione delle norme religiose e dei poteri vigenti), elaborato all’interno di una corrente eretica shita e a suo tempo analizzata proprio da Lamborn Wilson. Come dire, tout se tient

 egypt protests

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale: «Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse» , scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della  città il film di Ibrahim El Batout El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Franco Berardi Bifo

www.alfabeta2.it

franco berardi bifo

Manning: una sentenza e una petizione

Autore: liberospirito 26 Ago 2013, Comments (0)

Meno di una settimana fa c’è stata la sentenza contro Bradley Manning, il militare statunitense accusato di aver scaricato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista informatico in Iraq e di averli successivamente rilasciati all’organizzazione WikiLeaks. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Patrick Boylan, apparso sul sito Il Dialogo, contenente anche l’invito a sottoscrivere una petizione a favore di Manning. L’autore, già professore di Inglese per la Comunicazione Interculturale all’Università “RomaTre”, svolge training interculturali ed è attivista per la Rete NoWar.

FREE MANNING

Il 21 agosto scorso, Bradley Manning, la talpa che ha rivelato all’opinione pubblica statunitense e mondiale le atrocità commesse dalle forze armate USA in Iraq e in Afghanistan, è stato condannato a 35 anni di prigione. La Procura ne aveva chiesto 60; anzi, in un primo momento aveva formulato un capo d’accusa (Alto Tradimento) punibile con la pena di morte o comunque l’ergastolo.

Dunque, se tra qualche anno verrà concessa la buona condotta, Manning potrebbe scontare solo un quinto della pena ed uscire dalla prigione nel 2021, all’età di 34 anni, per poter iniziare una nuova vita. Nuova in tutti i sensi: infatti, il giorno dopo la sentenza, Manning ha annunciato che da tempo si sente donna, prenderà ormoni per cambiare sesso non appena sarà libera, ma chiede sin da ora di essere chiamata Chelsea e che si usino i pronomi femminili per designarla. E’ ciò che farà questo articolo d’ora in poi, seguendo l’esempio della voce “Bradley Manning” in Wikipedia, cambiata il 23 agosto in “Chelsea Manning”.

Sul piano strettamente processuale, dunque, c’è stata, da un lato, una netta vittoria a favore della Manning, se si tiene conto dell’entità della pena richiesta dalla Procura.

Dall’altro, c’è stata una plateale ingiustizia nei suoi confronti: 35 anni sono due volte la pena più alta inflitta in passato per questo tipo di reato. E tre volte la pena inflitta nel 1987 al marine dell’ambasciata USA a Vienna, il quale passò ai Sovietici – cioè, ai nemici acerrimi degli Stati Uniti d’allora – i nomi di tutti gli agenti CIA in Austria e le planimetrie dell’ambasciata. Perché Chelsea Manning è stata punita assai più severamente di quel marine? Perché – come ha spiegato il comico americano Stephen Colbert – Manning ha commesso l’imperdonabile crimine di aver passato delle informazioni segrete al vero nemico no. 1 del governo americano: il popolo americano (nonché l’opinione pubblica mondiale).

Due giorni dopo la sentenza, Amnesty International e l’associazione che sostiene Manning hanno lanciato una petizione per chiedere un perdono presidenziale, collocandola… sul sito della Casa Bianca. Il Presidente Obama, infatti, ha da tempo aperto una pagina sul suo sito ufficiale per consentire al pubblico di creare petizioni da sottoporre alla sua attenzione. Peacelink e Il Dialogo  invitano i propri lettori, dunque, ad andare subito sul sito di Obama (è in inglese) e a firmare la petizione per un perdono presidenziale.

Ora, a questo punto si pongono due interrogativi.

Il primo: visto l’intento del governo statunitense di fare del caso Manning “un esempio” tale da scoraggiare qualsiasi militare o funzionario USA dal fare rivelazioni in futuro, come mai il tribunale militare ha evitato di infliggere i 60 anni di prigione richiesti dalla Procura e ha rigettato d’ufficio le pene più severe richieste inizialmente? In fondo, per inchiodare la Manning, il governo ha imbastito il più grande processo, per fuga di notizie, di tutti i tempi; in barba alla Costituzione, ha detenuto la soldatessa, senza udienza di convalida, per oltre 1000 giorni così da poter preparare il processo nei minimi dettagli (e forse anche per logorare l’imputata); ha inventato persino un reato che non esisteva nel codice penale militare: “Divulgazione indiscriminata” (Wanton Publication). E’ possibile tutto questo gran da fare per soli 8 anni di prigionia (se verrà concessa la buona condotta)?

Il secondo interrogativo: l’annuncio della Manning del suo cambio di genere non rischia di far venir meno il sostegno popolare di cui ha goduto finora? Non avrebbe dovuto stare zitta per un po’, così da non danneggiare la petizione per il suo perdono, visto che lei non potrà iniziare il trattamento ormonale prima di uscire dalla prigione?

La risposta più probabile al primo interrogativo – perché non è stata inflitta la pena massima? – si chiama Edward Snowden. Cioè, è stato Snowden, con ogni probabilità, l’imprevisto che, lo scorso giugno, ha fatto deragliare i piani punitivi della Procura. Come si sa, infatti, la talpa della NSA (Ente statunitense di spionaggio digitale) braccato dalla CIA in tutto il mondo, è scappato in Russia dove vive tuttora con un permesso di asilo temporaneo. Se la Russia ha potuto rifiutare di riconsegnare Snowden agli Stati Uniti, è perché, in base ad una normativa internazionale, egli non poteva essere riconsegnato ad un paese dove, per reati simili, si rischia la pena di morte o comunque una prigionia draconiana – e il processo Manning, almeno all’inizio, sembrava dimostrare che gli Stati Uniti rientravano in quella categoria. Ora, con la sentenza a sorpresa del 21 agosto, è venuta meno questa scusa; la pena inflitta alla Manning – 8 anni con la buona condotta – è ingiustamente severa ma non draconiana. Questo fatto consentirà agli Stati Uniti, tra un anno, di tornare all’attacco e di richiedere l’estradizione di Snowden al termine del suo asilo temporaneo. Poi nulla vieta agli USA, una volta acciuffato Snowden, di rifiutare la buona condotta alla Manning allo scadere dell’ottavo anno e di tenerla in prigione per vendetta fino all’età di 61 anni.

Come si vede, Washington sta giocando una partita a scacchi su più tavoli.

Proprio per questo motivo bisogna cogliere il momento favorevole – ora che gli USA vogliono apparire non vendicativi – e chiedere subito il perdono presidenziale. Obama potrebbe al limite rinunciare alla Manning pur di avere Snowden, il vero pericolo per i piani egemonici statunitensi.

Ora il secondo interrogativo: verrà meno il sostegno popolare alla Manning dopo il suo annuncio di cambio di genere? Non sarebbe stato più furbo da parte sua tacere e non dichiararsi?

Il tempo ce lo dirà. Ci saranno sicuramente molti sostenitori che seguiranno l’esempio della psichiatra londinese Silvia Swinden, la quale si è schierata il giorno stesso con un cartello che recita: “Io sono Chelsea Manning”. Anche le CodePink  (Women for Peace) negli Stati Uniti si sono schierate subito con la Manning. Ma quanti altri sostenitori, che in passato si facevano fotografare col cartello “Io sono Bradley Manning”, vorranno ora alzare il cartello della Swinden e dire di essere Chelsea?

Eppure, ha argomentato la Swinden nel suo articolo su Pressenza, è un segno di maturità saper accettare che i propri eroi siano anche degli esseri umani e possono avere comportamenti che richiedono la nostra comprensione. Manning ci chiede di superare gli steccati sessuali posti dalla nostra società e di capire i suoi bisogni. Gandhi ha colpito la moglie per aver rifiutato di pulire il WC (per lei un lavoro da intoccabile), pur chiedendoci di credere nella sua dedizione alla nonviolenza. Bertrand Russel, donnaiolo, chiedeva comprensione per un comportamento in stridente contrasto con la sua sincera opposizione ad ogni sfruttamento. Rita Atria, la diciassettenne siciliana che osò denunciare la mafia locale a Paolo Borsellino e che disse a tutti di “non arrendersi mai”, alla morte di questo si suicidò. Queste figure sono meno eroiche per via delle loro contraddizioni? O semplicemente più umane?

Volere che i propri eroi siano incensurabili sotto qualsiasi profilo, liquidandoli poi come falsi al primo sgarro, è forse solo una scusa per non riconoscere l’esistenza di persone migliori di noi, che potrebbero comunque servirci da modello, pur con i loro difetti o il loro anticonformismo.

La scelta di Chelsea Manning di dar voce alla sessualità che sente dentro di lei, in barba alle convenzioni e anche ai ragionamenti opportunistici, è dunque un atto di coraggio che va rispettato, anche ammirato, che non intacca minimamente il valore del gesto che compì quattro anni fa, pubblicando i dossier sull’Iraq e sull’Afghanistan. Semmai costituisce una ragione in più per firmare la petizione a favore del perdono di Obama.

Infatti, ci sono ben tre motivi per voler firmare la petizione: 1. il motivo etico, 2. il motivo interessato, 3. il motivo politico-istituzionale.

1. Il motivo etico

Chiunque abbia letto le dichiarazioni della Manning al suo processo, è rimasto colpito dall’onestà rigorosa di questa giovane – l’onestà che, nel 2009, l’ha spinta a denunciare le atrocità commesse dalle forze armate statunitensi prima ai suoi superiori e poi, ignorata, al New York Times e al Washington Post e, solamente dopo il rifiuto di questi giornali, al sito Wikileaks di Julian Assange. Anzi, è stata un’ulteriore prova della sua rettitudine morale, aver ammesso, al suo processo, di non aver provato tutti i canali (ad esempio, non aveva interpellato la Commissione Forze Armate del parlamento) prima di andare su Wikileaks e quindi di essere stata effettivamente sleale con l’istituzione per la quale lavorava. Dare ragione al proprio avversario nella misura in cui egli possa averla, non è di tutti – e la dichiarazione di Manning va letta come indice della sua integrità, non come abiura e solo in sottordine come rito per ottenere una riduzione della pena.

Il candore di questa soldatessa ha lasciato a bocca aperta persino il Procuratore Capo che più volte durante il processo, ascoltando la Manning, ha abbozzato un sorriso e uno sguardo di ammirazione, subito nascosti dietro le sue carte.

Il 21 agosto, quando Manning è uscita dall’udienza che le ha inflitto fino a 35 anni di carcere, ha trovato fuori dall’aula i suoi sostenitori, chi furibondo, chi in lacrime. Lei no. “Era serena, sorridente,” ha raccontato poi il suo avvocato; “Anzi, è stata lei a tirare su i suoi sostenitori dicendo ‘Va bene così, non vi buttate giù, avete fatto il possibile, niente lacrime, un sorriso per favore, questo è solo uno stadio della mia vita che prepara ad altri, vedrete.’”

Eppure al processo, facendo la sua dichiarazione spontanea di ammissione delle proprie colpe, la voce le tremava. Chiedeva scusa perché era corretto chiederla, viste alcune (comprensibili) sue manchevolezze. Ma sicuramente le bruciava pronunciare quelle parole, mentre le passavano davanti agli occhi le facce beffarde dei soldati assassini da lei denunciati e mai incriminati; le facce beffarde dei suoi superiori, mai processati per omissioni di atti di ufficio nell’ignorare quei crimini di guerra; le facce beffarde dei vari Bush-Cheney-Rumsfeldt che hanno venduto la guerra in Iraq, mentendo spudoratamente, e che hanno sacrificato migliaia di soldati americani e milioni di iracheni per cercare di impossessarsi illegalmente del petrolio di quel paese, ricorrendo, nel tentativo, persino alle armi chimiche, usate per sterminare intere città come Fallujah. Oggi questi criminali di guerra vivono liberi e protetti e, anzi, incrementano le loro già vaste fortune vendendo libri che vantano le loro imprese belliche.

Ammettere i propri torti (minori) davanti a tanta protervia delittuosa doveva richiedere sforzi immani.  Eppure Chelsea ce l’ha fatta – e senza rinnegare la sostanza delle denunce che fece quattro anni fa. L’ha fatto perché era la cosa giusta: lo stesso motivo che la spinse ad agire nel 2009 e che l’ha spinta a dichiarare oggi la sua sessualità. Seguiamo, dunque il suo esempio.  Firmiamo la petizione per il suo perdono presidenziale perché è la cosa giusta.

2. Il motivo interessato

Ma c’è un altro motivo, più egoista, per firmarla: se noi non difendiamo chi ci difende a proprie spese, finiremo col non avere più chi ci difende. Scoraggeremo dal fare gesti eroici in futuro le persone che potrebbero un domani essere i vari Manning, Assange, Snowden.

E scoraggeremo non solo questi paladini delle grandi cause: se non sosteniamo chi si arrischia per noi, non avremo neppure chi ci difende nella vita quotidiana. Un esempio: a Ferragosto un pilota di Ryanair è stato licenziato perché ha fatto la talpa, denunciando sui giornali i risparmi sulla sicurezza della Ryanair da lui giudicati pericolosi. I suoi superiori non hanno voluto ascoltarlo e quindi si era rivolto ad un tg britannico. Anche questo pilota – un Chelsea Manning dell’aviazione – merita il nostro sostegno. Perché se lasciamo indifesi chi fa denunce, mandiamo il messaggio ai piloti di tutte le linee aeree che è meglio stare zitti quando le loro aziende attuano risparmi pericolosi. Mandiamo il messaggio che conviene stare zitti anche a tutti i ferrovieri, che spesso notano, anche loro, scelte aziendali pericolose per i passeggeri… e la lista non finisce qui. Una società in cui tutti guardano da un’altra parte sarà senz’altro una società più tranquilla, ma non più sicura. Anzi.

3. Il motivo politico-istituzionale

Infine, Manning va sostenuta anche per un motivo politico-istituzionale. La sentenza va contestata perché va contestato l’uso politico che si è fatto della Giustizia. Infatti, nel chiedere al tribunale di emettere una sentenza severa, non in base alle leggi soltanto, ma “per dare un esempio” a chi potrebbe voler fare denunce in futuro, la Procura ha cercato di trasformare il tribunale in uno strumento di repressione politica. Questo uso della Giustizia va fermato.  I tribunali devono essere indipendenti dai condizionamenti del potere politico.

Per convincersi della dilagante politicizzazione della Giustizia negli Stati Uniti, almeno in certi settori, basta esaminare le decisioni dei tribunali sulle questioni che riguardano la guerra in Iraq: i condizionamenti politici saltano agli occhi.  L’ultima in ordine di tempo è l’incredibile vicenda degli iracheni torturati nella prigione di Abu Ghraib. Hanno intentato una causa di risarcimento danni contro l’agenzia americana che ha fornito gli aguzzini all’esercito USA. Lo scorso giugno il tribunale della Virginia (sede competente perché sede dell’agenzia) ha rigettato la loro causa dicendo che l’agenzia godeva dell’immunità per via di una recente decisione della Corte Suprema e, comunque, aveva agito fuori dagli USA e quindi non era perseguibile.

Ma la storia non finisce qui. Ora l’agenzia responsabile delle torture, la CACI International, sta facendo causa, a sua volta, contro le vittime delle torture che hanno osato trascinarla davanti al tribunale.  Sta chiedendo loro il risarcimento totale delle spese processuali che l’agenzia ha dovuto affrontare – $15,500, cifra astronomica per gente che guadagna una media di $42 al mese.  Se la CACI International otterrà il risarcimento che pretende, le vittime delle sue torture saranno straziate una seconda volta e gettate sul lastrico. Contro questa infamia, un sito di attivisti americani sta lanciando una petizione chiedendo all’agenzia di ritirare la causa, a pena di subire una campagna pubblicitaria negativa (che potrebbe risultare dannosa per i suoi futuri contratti governativi). Perciò chi firma la petizione per Chelsea Manning potrebbe anche voler firmare questa petizione.

Due petizioni, dunque, per una giustizia equa, indipendente dai condizionamenti politici.

Patrick Boylan

boylan

Oggi è ferragosto, giorno di festa e di vacanza. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – pubblichiamo un recente intervento di Ileana Montini (suoi testi  li abbiamo già inseriti altre volte) tratto dal suo blog (http://mareadriatico.blogspot.it/) su recenti fatti accaduti proprio nel Bel Paese. Ci riferiamo ai reiterati crimini di femminicidio e al suicidio di giovani omosessuali offesi e perseguitati. Anche di questo è bene parlare e non sottacere, nella speranza che le parole contribuiscano a modificare modelli di pensiero e anime di pietra.

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Una signora straniera racconta, sotto l’ombrellone agostano davanti al mare blu, la sua sorpresa per il comportamento del ragazzino nipote del marito e loro ospite temporaneo. La signora è straniera, ma ha sposato un italiano che vuole portare lei e i due figli ogni anno in Italia, almeno d’estate. Racconta sconsolata che, mentre i suoi figli maschi ogni mattina quando si alzano rifanno diligentemente il letto, il nipote italiano lo lascia disfatto . A lei sembra un comportamento elementare, la tenuta in ordine della stanza da parte dei suoi figli. La signora non ha le idee chiare sul Paese che periodicamente la ospita.

Il recalcitrante nipote adolescente ha sicuramente una mamma iperprotettiva che però dalla figlia bambina pretende la messa in ordine di letto e camera ogni mattina. Il ragazzino si ribella alla zia acquisita perché vive i “lavori donneschi” come perdita dell’incipiente, incerta, virile identità maschile. Un gruppo di donne ex insegnanti di scuola media si chiede, all’indomani del suicidio del ragazzo omosessuale, come mai a scuola gli insegnanti non si sono accorti che era oggetto di discriminazione. Stessa cosa era già accaduta nel caso del ragazzo romano suicida perché oggetto di derisione per il suo abbigliamento di pantaloni rosa e unghie smaltate, come fanno le ragazze. Lui, sostiene la famiglia, non era gay. Poi c’è il femminicidio, ormai nell’ordine di uno al giorno. Poi c’è la nuova legge che va bene: però le leggi aiutano ma non risolvono i problemi di mentalità e cultura alla radice. Michela Marzano su La Repubblica (13 ag.) lo scrive chiaro e tondo che bisogna educare le donne alla consapevolezza del proprio valore e della propria libertà e gli uomini alla consapevolezza del valore e della libertà altrui. Una “libertà altrui” che inizia in casa, in famiglia con il non pretendere dalla mamma, dalle sorelle, il servizio permanente e devoto alla cura dei propri bisogni quotidiani.

Perché quella devozione e dedizione totale si tramuta in pretesa di accettazione della propria persona sempre e comunque, anche quando l’amore è finito o messo in discussione perché amore non è più, anzi è violenza bella e buona. Scrive la filosofa che negli uomini violenti ci sono immaturità e narcisismo. Se per costruire l’identità maschile, i bambini e i ragazzi devono guardare ai loro padri, nonni, insegnanti che fanno di tutto per non assomigliare minimamente alle donne ritenute di qualità umana inferiore, è ovvio che un compagno che le donne imita con le unghie laccate, va emarginato e deriso. Un’operazione che si deve fare insieme, in gruppo per ricevere dagli altri la conferma che l’eventuale inconscia pulsione a fare altrettanto, è stata ben rimossa e castigata per mezzo dell’“uccisione” di chi invece lo agisce.

Non si può ancora ,nella nostra cultura mediterranea di guerrieri, eroi e madonnine, pensare che venga spazzata via la mentalità della netta, “naturale” e complementare, divisione tra qualità maschili e qualità femminili. Guai ai maschi che manifestano qualità ritenute femminili, dalla dolcezza, alla passività, e così via. I gay ritenuti a torto sempre mezze femmine, o maschi incompiuti, non possono che essere oggetto di repulsione da parte dei ragazzini incerti circa la propria identità ,o il proprio desiderio per il timore che suscitano di …prendere la stessa strada. Sulle spiagge agostane s’incontrano bambini che esibiscono cannoncini o mitragliatrici per spruzzare acqua. Bambini-maschi, non bambine! I giocattoli sono ancora rigorosamente divisi per sesso. Sarebbe bene, fatta la legge e dopo la rabbia e il dolore per l’ennesimo suicidio di un ragazzo, riprendere la capacità di antiche riflessioni, quella, per intenderci che sembrò iniziare con il libro della Giannini Bellotti Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminili nei primi anni di vita (ed.Feltrinelli, 1973).

Ileana Montini

 

Quando è cominciato il nostro errore

Autore: liberospirito 7 Ago 2013, Comments (0)

Nel precedente post abbiamo parlato di popoli nativi e dell’impatto devastante che il processo di globalizzazione in corso sta avendo sul loro vivere. In qualche modo proseguiamo il discorso con questo intervento di Leonardo Boff, un autore frequentato con piacere da questo blog. Qui Boff prova – in estrema sintesi, sia chiaro – a esplorare come e dove è incominciato il deragliamento verso il tunnel in cui la nostra civiltà si è infilata. L’attenzione nei confronti delle comunità native (da parte nostra come da parte di Boff) è  tutta qui: lasciare emergere nella storia dell’umanità quei percorsi possibili – archiviati nel passato o relegati presso esigue testimonianze presenti – che possono offrire elementi concreti di alternativa alla corsa folle oggi sempre più in auge. Non per tornare a essere dei raccoglitori-cacciatori, sarebbe una banalità ovvia e anacronistica, ma per riscoprire un differente rapporto tra l’uomo e la donna, i loro simili e tutto il restante mondo, sia esso animale, vegetale e minerale.

arte preistorica

Oggi sentiamo l’urgenza di stabilire una pace perenne con la Terra. Sono secoli che siamo in guerra con essa. La affrontiamo in mille modi nell’intento di dominare le sue forze e di approfittare al massimo dei suoi servizi. Abbiamo conseguito risultati, ma a un prezzo tanto alto che ora la Terra sembra ribellarsi contro di noi. Non abbiamo nessuna possibilità di vincerla; al contrario i segnali dicono che dobbiamo cambiare altrimenti essa potrà continuare sotto la luce benefica del sole, ma senza di noi.
E’ tempo di fare un bilancio e chiederci: quando è iniziato il nostro errore? La maggioranza degli analisti dice che tutto è cominciato circa diecimila anni fa con la rivoluzione del neolitico, quando gli esseri umani diventarono sedentari, progettarono villaggi e città, inventarono l’agricoltura, cominciarono con le irrigazioni e l’addomesticamento degli animali. Tutto questo permise di uscire dalla situazione di penuria data dal garantirsi l’alimentazione necessaria, giorno per giorno, solo con la caccia e la raccolta di frutti. Ora con il nuovo modo di produrre, si creò lo stock di alimenti che servì di base per armare eserciti, fare guerre e creare imperi. Ma si è disarticolata la relazione di equilibrio tra natura e essere umani. Cominciò il processo di conquista del pianeta che è culminato ai nostri tempi con la tecnicizzazionee l’artificializzazionepraticamente di tutte le nostre relazioni con il mezzo-ambiente.
Ritengo, tra l’altro, che questo processo sia cominciato molto prima, nel seno stesso dell’antropogenesi. Fin dai suoi albori, bisogna distinguere tre tappe nella relazione dell’essere umano con la natura. La prima era di interazione. L’essere umano interagiva col mezzo senza interferire, approfittando di tutto quello che esso abbondantemente offriva. Un grande equilibrio prevaleva tra i due, ambiente e uomini. La seconda tappa fu quella dell’intervento. Corrisponde all’epoca in cui sorse, circa 2,4 milioni di anni or sono, l’ homo habilis. Questo nostro antenato cominciò a intervenire sulla natura usando strumenti rudimentali, come un pezzo di legno o una pietra per meglio difendersi e impadronirsi delle cose attorno a lui. Si inizia la rottura dell’equilibrio originale. L’essere umano si sovrappone alla natura. Questo processo si fa sempre più complesso fino al sorgere della terza tappa, che è quella dell’aggressione. Coincide con la
rivoluzione del neolitico della quale abbiamo riferito prima. Qui si apre un percorso di alta accelerazione nella conquista della natura. Dopo la rivoluzione del neolitico si sono succedute varie altre rivoluzioni: l’industriale, la nucleare, la biotecnologica, quella dell’informatica, dell’automazione e della nanotecnologia. Si sono sofisticati ogni volta di più gli strumenti dell’aggressione, fino a penetrare nelle particelle sub-atomiche (topquarks, hadrions) e nel codice genetico degli esseri viventi.
In tutto questo processo si è operato un profondo dislocamento nel la relazione: l’essere umano, che era inserito nella natura come parte di essa, si è trasformato in un essere fuori e sopra la natura. Il suo proposito è dominarla e trattarla, nell’espressione di Francesco Bacone, il formulatore del metodo scientifico, come l’inquisitore tratta il suo inquisito: torturarlo finché riveli tutti i suoi
segreti. Questo metodo è largamente imperante nelle università e nei laboratori.
Nel frattempo la terra è un pianeta piccolo, vecchio e con limitate risorse. Da sola non riesce più ad autoregolarsi. Lo stress può generalizzarsi e assumere forme catastrofiche. Dobbiamo riconoscere il nostro errore: quello di esserci allontanati da lei, dimenticando che siamo Terra, che è l’unico focolare domestico che possediamo e che la nostra missione è prenderci cura di essa. Dobbiamo farlo sviluppando una tecnologia più adeguata ad un paradigma di sinergia e di benevolenza, base della pace perpetua tanto sognata da Kant.
Leonardo Boff
Traduzione dal portoghese e adattamento di Tiberio Collina per l’Associazione Eco-Filosofica (www.filosofiatv.org)

Fonte: Envolverde

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