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Archivi: luglio 2013

I boscimani e la globalizzazione

Autore: liberospirito 30 Lug 2013, Comments (0)

L’immagine che illustra questo post proviene da un interessante servizio fotografico dal sito di Survival International (vedi galleria fotografica), e ci offre lo spunto per una breve riflessione sui popoli nativi e sulla loro attuale condizione.

 boscimani

Proprio mentre la globalizzazione marcia a passi sempre più sostenuti, erodendo le diversità culturali, la presenza di una grande varietà di feste e rituali indigeni ci ricorda che gli uomini hanno elaborato nel corso della loro storia visioni del mondo diverse, così come priorità differenti, al punto di poter scegliere altri – efficaci – modi di vivere e di abitare la terra.

Per questi popoli la vita intera è periodicamente scandita da rituali. Si celebrano, ad esempio, riti in onore della terra che sostiene la loro vita, e degli spiriti che vegliano su di loro. Questi riti costellano i momenti più significativi: segnano il passare delle stagioni o i cicli della vita umana. Non solo: propiziano la fertilità dei raccolti e il successo delle battute di caccia; ma servono anche a purificare la terra, a far sì che il sole segua le sue rotazioni stagionali e a incoraggiare lo scioglimento delle nevi, così da poter irrigare i campi.

Perciò quando i popoli indigeni – come succede ormai sempre più – perdono le terre su cui hanno vissuto per secoli, non perdono solo dei mezzi di sostentamento, ma anche il fondamento della loro identità e i valori che ispirano la vita. Per questi motivi quando i popoli indigeni sono strappati dalle terre che hanno ispirato i loro canti, le danze, i miti e le memorie, spesso cadono in una profonda, dolorosa depressione. Perdono i punti di riferimento creativi attraverso cui conoscono sé stessi, gli altri e il mondo circostante. I rituali – che da tempi immemorabili conoscono e praticano – rappresentano una delle infinite possibilità di immaginare e interpretare la vita e il cosmo. Ma senza le terre ancestrali, il tessuto della loro identità collassa irrimediabilmente.

Il mondo degli spiriti è un aspetto integrante e onnipresente nella vita di molte società tribali. Nei loro riti cercano di entrare in contatto con questo mondo.

Ad esempio, i danzatori Boscimani durante la danza della trance girano intorno al fuoco, battendo le mani e cantando ritmicamente. I bozzoli di falena legati alle loro caviglie risuonano ad ogni passo. L’euforia indotta dalla danza può generare il num, un’energia febbricitante.

Feci un sogno, e la danza e la pratica della guarigione ebbero inizio. – spiega Xlarema Phuti, una donna boscimane, a Survival International – Quando mi mettevo a danzare, potevo percepire una persona dal suo sangue e dal suo odore; andavo da quella persona e cominciavo a curarla. Quando cado in trance, sento il sangue degli antenati e parlo con loro. Gli antenati parlano attraverso il mio sangue. Sento succedere qualcosa, qualcosa di spirituale. Quando danzo, riesco a vedere gli antenati con i miei occhi, e parlo con loro.

Tragicamente, i Boscimani dell’Africa meridionale sono il popolo più perseguitato della storia della regione, il Kalahari (tra Sudafrica, Namibia e Botswana). Hanno vissuto da cacciatori-raccoglitori per millenni, ma quando sono stati scoperti giacimenti di diamanti nella loro terra ancestrale, molti di loro sono stati sfrattati a forza e trasferiti in campi di reinsediamento fuori dalla riserva, dove oggi proliferano prostituzione, depressione, alcolismo e HIV – problemi che non avevano mai conosciuto prima.

Quando questi popoli indigeni vengono sfrattati dalle loro case e le loro terre vengono distrutte nel nome del “progresso”, la sofferenza che nasce è inevitabile. Le conseguenze dell’assimilazione forzata nella società dominante sono, molto spesso, alcolismo, malattie croniche, mortalità infantile e disoccupazione. Quando i popoli indigeni vengono strappati dalle terre che ispirano canti, danze, miti e memorie, cadono in una profonda, desolante depressione. Perdono i punti di riferimento creativi attraverso cui conoscono sé stessi, gli altri e il mondo, proprio perché i rituali rappresentano una delle infinite possibilità di immaginare e interpretare la vita. Senza le terre ancestrali, il tessuto della loro identità collassa. Quando i Boscimani danzano al ritmo della danza della trance intendono celebrare il legame con gli altri e con la Terra. Per questo la separazione dalle loro terre è una catastrofe, ma la soluzione a questi problemi è in realtà molto semplice, a volerla vedere: riconoscere i diritti territoriali per loro e per tutti i popoli nativi contro gli interessi delle imprese multinazionali.

La teologia non può essere una scienza

Autore: liberospirito 28 Lug 2013, Comments (0)
In questo post proponiamo una riflessione su che cosa s’intenda per teologia. L’articolo è del pastore valdese Alessandro Esposito e proviene dal blog di Micromega (http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/). Non intendiamo compiere voli pindarici. Qui la teologia non è scienza rigorosa e disciplinata (e disciplinante), asettica e talvolta bacchettona, riservata a pochi addetti ai lavori, ma è domanda incessante di senso che scaturisce dalla nuda vita dell’essere umano (non a caso la riflessione prende avvio dal Libro di Giobbe e dalle sue domande radicali). Parliamo qui di un’ulteriorità di senso in cui, però, l’interrogazione sulle cose ultime non si separa – non vuole e non può separarsi! – dal rapporto con le altre: quelle penultime, terzultime, le preoccupazioni e gli affanni che la vita quotidianamente pone agli uomini e alle donne. Parliamo qui di un’interrogazione che richiede spazio e libertà e aspira alla libertà in spazi sempre più ampi.
giobbe di william blake
«Allora Giobbe rispose a Dio e disse: […] «Ascoltami ed io parlerò; ti rivolgerò delle domande e tu insegnami» (Giobbe 42:3-4)

Giobbe: testo potente, meraviglioso; libro vertiginoso della disputa dell’essere umano con Dio, delle rivendicazioni espresse dal giusto sofferente, della protesta che non si cela dietro il velo dell’ipocrisia ma si volge sincera, ai limiti dell’irriverenza, al presunto creatore di quella vita che, non di rado, appare inaccettabile all’innocente che patisce. Giobbe, che non tollera una ragione ossequiosa e ritiene legittima ogni domanda di fede, conosce però l’umiltà e, di fronte a un Dio che finalmente dialoga con lui e gli risponde, evita che l’interrogazione onesta e radicale diventi arroganza, presunzione, protervia. Fa un passo indietro, Giobbe: non lascia che l’orgoglio prevalga sulla comprensività e, dopo aver a lungo esposto la sua causa con ardore e convinzione, tace per far spazio a quanto Dio ha da dirgli. In tal modo Giobbe fa due volte teologia, nel senso più autentico: una prima volta parlando con Dio, anziché di lui; una seconda volta, lasciando che sia Dio a prendere la parola e ad istruirlo. Entrambe queste modalità, nobili, di fare teologia, sono da tempo, se non da sempre, in disuso: assai più sovente noi – spesso soltanto sedicenti – teologi amiamo scattare delle «istantanee» di Dio, che ne determinano e ne imprigionano un’immagine che contrabbandiamo poi, indebitamente, come l’unica in grado di restituire il suo volto. Di qui le violente aggressioni verbali ai danni di chi, del tutto legittimamente, da questa immagine dissente.

Tali atteggiamenti derivano, con ogni probabilità, da un fraintendimento originario relativo a che cosa sia la teologia: non pochi «teologi di professione», difatti, continuano a sostenere – ma meglio sarebbe dire ad illudersi – che la teologia sia una scienza, parola che deriva dal verbo latino scio e che rimanda al sapere, inteso però, nel nostro caso specifico, come possesso o, comunque, come «consolidamento» di convincimenti acquisiti e radicati, assai più che come ricerca. Si è così sviluppata una complessa, benché in verità del tutto approssimativa, «scienza di Dio», che ci viene generosamente elargita da solerti «addetti ai lavori», i quali, a donne e uomini comuni, concedono appena lo spazio di una tacita e possibilmente obbediente ammirazione, giacché la teologia, quella seria, s’intende, è opera dell’elaborazione scientifica di professionisti.

Ora, che teologi non ci si improvvisi è senz’altro vero e, senza dubbio, opportuno: i rischi legati all’estemporaneità esistono anche in quest’ambito ed il proliferare dei fondamentalismi sta lì a ricordarcelo. La superficialità rimane sempre e comunque la migliore alleata di una logica del dominio che ha tutto l’interesse a mantenere nell’ignoranza la gente comune, poiché chi ignora non si sente in diritto di esprimersi ed è dunque più facile da manipolare.

Diverse sono le realtà ecclesiastiche che, ancora oggi, prediligono questa strada, preferendo fedeli succubi a credenti adulti, meno gestibili ma senz’altro più fecondi. La proposta di una teologia come scienza rigorosa, però, rappresenta una via altrettanto rischiosa, non soltanto per l’inverificabilità del suo oggetto, ma, prima ancora, perché genera anch’essa meccanismi di esclusione e, soprattutto, perché snatura il cuore stesso del messaggio biblico, che non è in alcun modo messaggio accademico. Il limite fondamentale di questa prospettiva, assai diffusa nei luoghi in cui noi teologi generalmente veniamo formati, lo illustra assai bene il filosofo e psichiatra Karl Jaspers che, in una pagina assai illuminante, ammonisce:

«Per giungere ad una autentica comprensione, è necessario oltrepassare la scissione di soggetto e oggetto in cui le scienze costantemente si trattengono e che altro non è se non il risultato dell’adozione di un metodo impropriamente assunto come unico (…) Circoscritta nel suo metodo, la scienza si illude che il volto della realtà sia quello da lei percepito» (Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio, Roma, 1950).

Questo è ciò che accade anche alla teologia quando la si voglia concepire alla stregua di una scienza: essa finisce per fare di Dio un oggetto che, come tale, risulta circoscrivibile, individuabile, definibile. Ma Dio, secondo il variopinto e creativo pensiero biblico, non è mai oggetto del nostro conoscere, ma soggetto che, come tale, chiama alla relazione: ed è la relazione, con la sua unicità e personalità, l’unico luogo in cui Dio, consegnandovisi ma non esaurendovisi, si dà a conoscere. La relazione, infatti, salvaguarda l’ulteriorità di Dio, la molteplicità dei suoi volti, l’inesauribilità delle sue rivelazioni; e, al contempo, attribuisce a noi donne e a noi uomini un ruolo insostituibile. La teologia, in questo modo, è chiamata a diventare luogo dell’approfondimento delle molteplici ed irripetibili relazioni che ciascuna e ciascuno intrattiene (o, per l’esattezza, è convinto di intrattenere) con Dio: a questo scopo, un linguaggio narrativo, che non a caso è quello predominante nei testi biblici, si rivela assai più adatto rispetto ad un approccio di tipo scientifico, che definisce ma non soddisfa, esplicita ma non rende ragione di quel mistero che resiste ad ogni – velleitario – tentativo di risoluzione definitiva. Con estremo acume, Karl Jaspers prosegue nella sua riflessione, osservando: «È possibile, difatti, spiegare qualcosa senza comprenderlo» (Karl Jaspers, Psicopatologia generale, Il Pensiero Scientifico, Roma, 2000).

Dio, come soggetto (ipotetico, va da sé), si può soltanto incontrare e conoscere, ma non spiegare: al contrario, ogni tentativo che tenda a volerlo esplicitare, in maniera tale da risultare pienamente trasparente al nostro sguardo, è destinato a fallire miseramente. L’incontro rende la conoscenza mobile, intimamente legata all’esperienza e, per ciò stesso, concreta ed umile: Dio posso conoscerlo soltanto nella misura in cui mi dichiaro disponibile ad incontrarlo di nuovo.

Come tutto ciò che appartiene alla nostra umanità, anche la conoscenza che possiamo avere di Dio è necessariamente e fortunatamente provvisoria, oltre che ipotetica, aperta al cambiamento e alla maturazione. Di fronte a Dio, proprio come dinanzi all’altra donna e all’altro uomo, siamo chiamati a ricorrere alla nostra capacità di lasciarci sorprendere, evitando di sbarrare gli orizzonti che ogni relazione, al contrario, consente di dischiudere ed ampliare. Di Dio restiamo in attesa, perché un volto nuovo, sino a prima sconosciuto di lui, di lei, venga ad infrangere gli schemi sempre troppo angusti delle nostre convinzioni, che spesso hanno la pretesa di spiegare senza, però, comprendere.

Alla comprensione, autentica perché umile, ci sprona invece Giobbe attraverso quell’atteggiamento al quale egli dimostra di non rinunciare sino alla fine e che ripropone imperterrito a quel Dio che, finalmente, si mostra disponibile al dialogo: l’interrogazione. Giobbe sa che nel domandare sincero non si cela mai il rischio della presunzione: chi rivolge un interrogativo lo fa perché resta in attesa di una risposta che, per quanto chiara e diretta, non può né deve essere conclusiva. Giobbe pone domande perché Dio possa istruirlo: la relazione con Dio, difatti, non può in alcun modo essere passiva, arrendevole, inerte. L’attesa di noi donne e noi uomini, al contrario, è attiva, persino provocatoria. Giobbe sollecita letteralmente Dio al dialogo: gli promette che lo ascolterà ma, al contempo, gli ricorda che non gli risparmierà le domande. Ammette il proprio limite Giobbe, riconosce la propria umanità e lo scacco a cui ogni nostra conoscenza è inevitabilmente esposta: ma questa condizione non lo spinge alla rinuncia, all’abdicazione, spesso identificate – ma in realtà confuse – con l’umiltà. Giobbe continua a domandare, ritiene realmente umile e radicalmente onesta soltanto questa espressione di insoddisfazione, di insaziabilità: vuole abitare la domanda, Giobbe, e non accetta né da noi, né da Dio, che la eludiamo accontentandoci di quelle risposte che hanno la pretesa di spiegare senza che, in realtà, ci aiutino a comprendere.

Perché comprendere, in verità, significa continuare a domandare: chi domanda, infatti, resta disponibile a conoscere, mantiene aperti gli spazi dell’interiorità senza saturarli ma dando, piuttosto, ascolto a quell’inquietudine che ci abita e ci determina. In tal modo possiamo apprendere a riconoscere e rispettare la nostra natura più profonda, che è quella del viandante, in cui, come ci ricorda il filosofo e psicologo Umberto Galimberti, «si succedono le esperienze del mondo, che sfuggono ad ogni tentativo che cerchi di fissarle [in maniera definitiva]; perché il viandante sa che la totalità e sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sempre il reale e che ogni progetto che cerca la comprensione come abbraccio totale è pura follia» (La casa di psiche, Feltrinelli, Milano, 2005).

Alessandro Esposito

Lettera dal carcere di una Pussy Riot

Autore: liberospirito 24 Lug 2013, Comments (0)

Come alcuni ricorderanno (ne abbiamo parlato su questo blog all’incirca un anno fa) Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alyokhina, membri del gruppo Pussy Riot, sono state condannate a due anni di colonia penale per una “preghiera punk” pronunciata nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca. Si trattava di una sorta di invocazione a Theotókos (Madre di Dio, la Beata Vergine Maria), affinché “cacciasse Putin”. Il ritornello era su una musica di Rachmaninov; la canzone menzionava anche il patriarca russo Cirillo I, definendolo come colui che crede più a Putin che a Dio.

E’ dell’altro giorno la notizia di un appello (coordinato da Amnesty International) sottoscritto da un centinaio di personaggi dello spettacolo in favore delle Pussy Riot imprigionate. Si va da Joan Baez a Yoko Ono,dai Clash a Bono, da Angelique Kidjo a Youssou N’Dour, da Peter Gabriel a Björk, passando per Madonna.

Sempre Amnesty International ha reso noto una lettera dal carcere scritta da Nadezhda Tolokonnikova che, qui sotto, riproduciamo in base al principio di difendere la libertà ovunque.

Tolokonnikova, a member of the female punk band "Pussy Riot", is escorted to a police van after a court hearing in Moscow


Cari amici!

Grazie per il vostro sostegno! So che la vita è diventata molto difficile, il che mi fa apprezzare tanto più che abbiate trovato il tempo, la forza e la volontà di sostenerci.
Voglio credere che la mia prigionia e quella di Maria non siano inutili e che aiuta coloro che vedono e capiscono la situazione della Russia odierna.
Mi sento in debito con tutti coloro i quali in un certo momento sono intervenuti in nostro favore. Sappiate che, nonostante la condanna illegale, le vostre azioni non sono state inutili. Ogni parola – anche se non in modo immediato – porta cambiamenti, ha una certa influenza sul processo politico. Che cosa succede a noi prende senso da ognuna delle vostre azioni. Sono immensamente grata per questo.
Cordiali saluti,

Nadya

Ius soli/Diritto di cittadinanza. L’appello

Autore: liberospirito 22 Lug 2013, Comments (0)

Diamo spazio all’appello promosso dal Forum anti-razzista della Campania (primo firmatario p. Alex Zanotelli) sullo Ius soli/Diritto di cittadinanza, invitando a leggerlo, sottoscriverlo (collegandosi a questo link: http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1370695991.htm) e, se possibile, a diffonderlo. Non aggiungiamo commenti di sorta perchè ci paiono superflui, rispetto a quanto già scritto nell’appello.

ius soli

Il Forum anti-razzista della Campania è grato alla neo-ministra dell’integrazione, Cécile Kyenge, di aver proposto all’opinione pubblica italiana il tema della cittadinanza italiana, per tutti coloro che sono nati sul suolo italiano, il cosidetto principio dello ius soli. Il Forum è fiero che , per la prima volta in un governo italiano, ci sia una ministra di origine africana, Cécile Kyenge. E’ un evento storico per il nostro paese.

Per il Forum, il principio dello ius soli è una questione di civiltà ed è uno snodo cruciale per il futuro dell’Italia. Si tratta, fra l’altro, di 600 mila ragazzi/e, nati in Italia da genitori stranieri e che vivono nel limbo dei diritti umani. E’ da vent’anni che si discute su questo tema in questo paese, senza mai arrivare a nulla!

Ci sono decine di proposte di legge che giacciono negli uffici del Parlamento. La più avanzata è quella portata avanti dalla campagna: ”L’Italia sono anch’io”, sostenuta da 230 mila firme, che prevede l’applicazione del principio ius soli . Il comitato promotore “L’Italia sono anch’io”, si è incontrato il 3 maggio scorso con la Presidente della Camera, Laura Boldrini, che si è impegnata a calendarizzare la discussione su questa proposta di iniziativa popolare.

Per questo siamo grati alla ministra Cécile Kyenge di aver riaperto il dibattito sullo ius soli. Un dibattito che ha scatenato subito il putiferio con toni razzisti e fascistoidi da far rabbrividire. Esprimiamo totale solidarietà alla ministra Kyenge per gli attacchi razzisti di cui è stata oggetto. Purtroppo dobbiamo constatare che il razzismo è un fenomeno in crescendo nel nostro paese.

Per questo sentiamo il bisogno di rilanciare oggi un dibattito pubblico su questo tema così fondamentale: il diritto di cittadinanza italiana per chi nasce sul suolo italiano, un principio già praticato in molti altri paesi. Perché tanta difficoltà ad accettarlo in Italia?

Il Forum antirazzista vuole promuovere un largo dibattito sullo ius soli nella regione Campania e in questa città di Napoli che ospita tanti giovani nati qui , ma che non sono cittadini italiani.

Ci appelliamo al mondo universitario e della ricerca perché riprenda in mano questo tema in dibattiti pubblici e conferenze.

Ci appelliamo al mondo della cultura: scrittori, artisti, musicisti, attori perché sostengano attraverso il loro lavoro il tema dello ius soli.

Ci appelliamo al mondo della scuola perché gli insegnanti con gli studenti approfondiscano i temi della cittadinanza e dell’interculturalità.

Ci appelliamo alle Chiese e alle diverse fedi perché evidenzino che siamo tutti figli di un unico Padre.

Soprattutto chiediamo a tutti (singoli e gruppi) di mettersi insieme per fare rete e così avere più forza per pesare sulle istituzioni e sul governo.

Per questo chiediamo a tutti i cittadini campani di firmare questo appello , memori di quelle parole di Nelson Mandela: ”La libertà non è solo spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri. La nostra fede nella libertà deve essere ancora provata”.

Forum Antirazzista della Campania

 

Razzolando nel cortile

Autore: liberospirito 16 Lug 2013, Comments (0)

Questa volta diamo il comunicato di un’iniziativa che si svolgerà lungo l’arco dell’estate. Chi si trova in zona può venire a vedere di cosa si tratta.

Inizia sabato 20 luglio, a Bore (sull’appennino parmense, al confine con quello piacentino)  la terza edizione di “Razzolando nel cortile: otto incontri tra Natura e Cultura”, organizzata dall’associazione Psiche e Natura (www.psichenatura.it/).

razzolando nel cortile

E’ una rassegna estiva dedicata al rapporto tra natura e cultura, con un ciclo d’interventi che, come negli anni precedenti, cercheranno, attraverso variegate argomentazioni, di stimolare la riflessione e il pensiero critico. Il programma toccherà diversi temi: arte, industrializzazione, etica animale, storia, antropologia culturale, filosofia, religione, psicologia, per concludersi il 7 settembre con un concerto di musica antica.

Per tutto il ciclo sarà presente nel salone espositivo una mostra d’arte e un banchetto librario.

Questo il calendario degli incontri:

Sabato 20 luglio, ore 18.00

La ragazza mela e altre storie

pitture di carta di Silvia Papi

(in mostra tutti i sabati dal 20 luglio al 7 settembre, dalle ore 17 alle 20)

L’inaugurazione sarà preceduta da una conversazione di Federico Battistutta: Sulla fiaba. Significato e attualità

Sabato 27 luglio, ore 18.00

Natura e industrializzazione: La natura oltraggiata. Fabbriche sataniche e nuova ruralità

a cura di Edoardo Bricchetti

Sabato 3 agosto, ore 18.00

Natura ed etica animale: Antispecismo. Il dovere nei confronti della diversità

a cura di Adriano Fragano

Sabato 10 agosto, ore 18.00

Natura e Popoli: Berberità. I berberi tra natura, cultura e islam

a cura di Cesaria Zaccarini

Sabato 17 agosto, ore 18.00

Natura e filosofia: I luoghi del pensiero. I filosofi e la natura

a cura di Franco Toscani

Sabato 24 agosto, ore 18.00

Natura e religione: Religiosità naturale. Nostalgia delle origini o“nuova innocenza”?

a cura di Federico Battistutta

Sabato 31 agosto, ore 18.00

Natura e psiche: Aspetti psicologici nel rapporto uomo animale

a cura di Maurizio Corsini

Sabato 7 settembre, ore 21.00

Natura e musica: Un Satyre Cornu. Giochi di corte: ninfe, pastori, satiri, e boschi nell’immaginario francese tra Cinquecento e Seicento concerto con l’ensemble Silentia Lunae

L’ingresso è libero per tutti gli incontri e con offerta libera per il concerto.

L’indirizzo completo è il seguente: “Razzolando nel cortile” – loc. Ferrari 24/A – Bore PR

Per informazioni: Emilio Bibini  [email protected] – tel. 0525 79593 – cell. 333 4859 671

Reinvenzione del fascismo

Autore: liberospirito 8 Lug 2013, Comments (0)
Johan Galtung, sociologo norvegese e gandhiano, è uno dei fondatori della peace research (gli studi sulla pace). Ha fondato nel lontano 1959 l’International Peace Research Institute. Proponiamo quest’articolo, uscito alcuni giorni fa su “Il manifesto”, in cui elabora un’interessante analisi della situazione attuale, leggendola nei termini di una riproposizione, sotto altre forme, del fascismo: “Se la libertà è utilizzare denaro per guadagnare più denaro, la sicurezza è poter uccidere i nemici, la democrazia è ridotta al rito delle elezioni, siamo alla reinvenzione del fascismo”.
donnefasciste

Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale hanno lasciato dietro di sé danni permanenti, abbassando i nostri standard su quello che è accettabile. La guerra è male; ma se non è una guerra nucleare, non siamo oltre il limite. Il fascismo è male; ma se non è accompagnato dalla dittatura e dall’eliminazione di un’intera categoria di persone, non siamo oltre il limite. Hiroshima, Hitler e Auschwitz sono profondamente radicati nelle nostre menti, deformandole.
La bomba di Hiroshima ci porta a trascurare il terrorismo di stato contro le città tedesche e giapponesi, che ha ucciso cittadini di ogni età e genere. Hitler e Auschwitz ci fanno trascurare il fascismo, inteso come il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza e la minaccia della violenza. Ci vogliono due soggetti per fare la guerra, di qualunque tipo. Ma ne basta uno per realizzare il fascismo, contro il proprio popolo e/o contro gli altri.
Qual è l’essenza del fascismo? La definizione è il connubio tra il perseguimento di obiettivi politici e l’uso di una violenza smisurata. Proprio per evitare questo abbiamo la democrazia, un gioco politico in cui si perseguono obiettivi politici attraverso mezzi nonviolenti, in particolare attraverso l’ottenimento della maggioranza da parte di un soggetto politico, in elezioni libere e giuste o nei referendum. Un’innovazione meravigliosa, con una conseguenza logica: l’utilizzo della nonviolenza quando la stessa maggioranza oltrepassa i limiti, come è ad esempio scritto nei codici dei diritti umani.
Lo stato forte, capace e disposto a mostrare la sua forza, anche nella forma della pena di morte, appartiene all’essenza del fascismo. Questo vuol dire un monopolio assoluto del potere, anche quello che non viene dalle armi, incluso il potere nonviolento. E vuol dire una visione della guerra come un’attività ordinaria dello stato, rendendola normale, eterna addirittura. Vuol dire una profonda contrapposizione con un nemico onnipresente, come gli ariani contro i non ariani, la Cristianità contro l’Islam, glorificando il primo e demonizzando il secondo. Ovunque, il fascismo fa del dualismo, del manicheismo e di Armageddon – la battaglia finale – un tutt’uno.
Va da sé che tutto questo vuol dire una sorveglianza illimitata sul proprio popolo e sugli altri; la tecnologia postmoderna rende tutto ciò possibile, o almeno plausibile. Quello che conta è la paura; conta che le persone abbiano timore e si astengano dalla protesta e da azioni nonviolente, per la minaccia di essere individuate per la punizione estrema: l’esecuzione extragiudiziale. Che ci sia davvero un controllo su e-mail, attività su internet e telefonate, è meno importante rispetto al fatto che le persone credano che ciò stia accadendo sul serio.
Il trucco è farlo in maniera indiscriminata, non concentrandosi solo sugli individui sospetti, ma facendo sentire ciascuno un potenziale sospetto; spingendoli a stare al sicuro per la paura, trasformando i potenziali attivisti in cittadini passivi sottomessi al governo. E lasciando così la politica nelle mani dei Big Boys – gli uomini di potere con i muscoli, sia in patria che all’estero.
Il trucco più semplice è rendere il fascismo compatibile con la democrazia. Una recente notizia colpisce: «Ammettendo che le forze inglesi torturarono i kenyoti che combatterono contro il dominio coloniale negli anni ’50, il governo risarcirà 5,228 vittime» (International Herald Tribune, 7 giugno 2013). Un numero drammatico, più di 5,000 – ma sicuramente il numero delle vittime è maggiore. Dov’era la «Madre dei Parlamenti» durante una simile manifestazione di fascismo? Si avverte una formula: «era per la sicurezza degli inglesi in Kenya», dove sicurezza è la parola-ponte tra fascismo e democrazia, sostenuta da quella paranoia istituzionalizzata a livello accademico che sono gli «studi sulla sicurezza».
Ci sono anche altri modi. Innanzi tutto ridurre la definizione di democrazia alla presenza di elezioni nazionali con più partiti. In secondo luogo, far diventare i partiti praticamente identici sulle questioni della «sicurezza», pronti all’uso della violenza a livello nazionale o internazionale. Terzo, privatizzare l’economia nel nome della libertà, l’altra parola-ponte, lasciando al potere esecutivo essenzialmente le questioni giudiziarie, militari, e di polizia, sulle quali già esiste un consenso manipolato.
Arrivare a una crisi permanente, con un nemico permanente e pronto a colpire, è utile, ma ci sono anche altri modi. Proprio come una crisi che viene definita «militare» catapulta al potere i militari, una crisi definita «economica» catapulta al potere il capitale. Se la crisi è che l’Occidente ha perso la competizione nell’economia reale, allora al potere arriva l’economia finanziaria, le grandi banche, che gestiscono migliaia di miliardi in nome della libertà. Corrompere alcuni politici finanziando le loro campagne elettorali è roba da niente, e può perfino non essere necessario, dato il consenso generale.
Una via d’uscita c’è, e prima o poi verrà presa. Le persone pagano intorno al 20% di imposte – negli Stati Uniti è la metà – quando acquistano beni o servizi di consumo nell’economia reale. La finanza invece fa ogni pressione con le sue lobby per non pagare l’1%, o neanche lo 0,1%. Un compromesso al 5% (di tassazione della finanza) basterebbe a risolvere il problema dei paesi occidentali: l’economia reale non produce un surplus sufficiente per governare uno stato se non con la forza.
Se la libertà è definita come la libertà di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, e la sicurezza come forza per uccidere il nemico designato ovunque esso sia, allora abbiamo un «complesso militare-finanziario», il successore del «complesso militare-industriale», nelle società in via di deindustrializzazione. I movimenti pacifisti e ambientalisti sono i loro nemici: una minaccia alla sicurezza e alla libertà non solo perché mettono in dubbio le uccisioni, la ricchezza e la disuguaglianza, ma perché vedono gli effetti opposti di tutto questo: la produzione di insicurezza e dittatura. I movimenti operano alla luce del sole, sono facilmente infiltrati da spie e provocatori, le voci indispensabili sono facilmente eliminate.
Siamo a questo punto. La tortura come metodo rafforzato per le indagini, i campi di concentramento de facto come a Guantanamo, la cancellazione dell’habeas corpus. E un presidente americano che racconta a chi vuol crederci favole progressiste che non diventano mai realtà, che sia un ipocrita o un velo messo da qualcuno su una realtà fascista. Chi quel velo lo strappa, un Ellsberg, un Assange, un Manning o uno Snowden è considerato un criminale. Non coloro che costruiscono il fascismo. Un antico adagio: quando c’è più bisogno di democrazia, aboliscila.

Johan Galtung

johan galtung