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Archivi: giugno 2013

Il grande imbroglio

Autore: liberospirito 27 Giu 2013, Comments (0)

In questo post non si parlerà di “religione e libertà”, come recita il sottotitolo del blog. Si dirà solo delle libertà da cui veniamo quotidianamente e impunemente defraudati attraverso il “grande imbroglio” della macchina finanziaria. Lo facciamo pubblicando un articolo di Luciano Gallino uscito su «La Repubblica» di ieri (da leggere insieme a quello di Guido Viale comparso oggi su «Il manifesto»). E la religione – aggiungerà qualcuno – dove la mettiamo? Diceva Benjamin, nel secolo scorso, senza le cose rozze e materiali per cui si lotta non possono esistere nemmeno quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime (le cose spirituali) – ricordava sempre Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia – vivono comunque nella lotta; come fiducia, coraggio, umore e via dicendo. Se religione non è affare che riguarda il proprio privato foro interiore, ma si riversa sulla vita intera, non può restarsene in silenzio, accantucciata, ma deve alzarsi in piedi e far sentire la sua voce. Ed è il momento.

 Paperone

La macchina cieca dei mercati finanziari

 Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.
Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.
Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.
In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?
In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.
È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari.

Luciano Gallino

Luciano_Gallino 

“Teo-pro”. A chi?

Autore: liberospirito 23 Giu 2013, Comments (0)

Presentiamo un articolo apparso su “Repubblica” (il 17 giugno scorso) a firma di Paolo Rodari. Riflette sulle aperture nei confronti del nuovo papa compiute da numerosi intellettuali abitualmente critici nei confronti dei mondi vaticani: da Badiou a Zizek fino ad Agamben. Tutto ciò da motivi su cui pensare. Quanto meno andrebbero ribadite alcune elementari verità, a cominciare dal fatto che cristianesimo e cattolicesimo non coincidono necessariamente (ma in terra d’Italia molti preferiscono dimenticare) e che l’esistenza di un’autorità come quella ancora detenuta dal papa (anche se si tratta di un “papa buono”) richiederebbe una radicale rivisitazione, anzichè facili (fin troppo facili) entusiasmi. E altro, molto altro ancora…

bergoglio e ratzinger

Le neo armate del papa

Dai teo-con ai teo-pro. Le “armate” del Papa cambiano casacca. A sancire il passaggio di testimone tanti segni. Non ultimo, una pagina appositamente dedicata al tema da Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani che per anni ha dato voce a quegli intellettuali disposti a tutto pur di riconoscere un ruolo alla religione cristiana non separata dalla sfera pubblica, i teo-con appunto. “Atei devoti”, li ha chiamati qualcuno. «Importanti uomini di cultura non credenti, ma che avvertono il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà», li definì, invece, Benedetto XVI al convengo della Cei di Verona del 2006. Fu come un’investitura ufficiale, quella di Ratzinger, una chiamata alle armi per un esercito disposto a tutto pur di seguirlo.

Ma i Papi cambiano. E chi non vuole soccombere deve allinearsi. Lo scorso 9 giugno Avvenire segnala un cambio di rotta, una virata in perfetto tempismo con l’avvento del primo Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, in onore di una Chiesa diversa, umile, povera, degli ultimi. «C’erano una volta i teo-con, versione italiana dei neo-con americani molto attivi nell’era Bush», scrive Avvenire.

C’erano una volta e ora non ci sono più: «Il dizionario è da aggiornare. Perché si sta affermando a livello internazionale una corrente filosofica teo-pro: intellettuali rigorosamente non credenti e decisamente “progressisti”, i quali prendono il pensiero teologico cristiano (soprattutto quello di san Paolo) e lo trasformano in un dibattito filosofico nuovo e propositivo per l’Occidente».

Come a dire: se fino a pochi mesi fa la difesa dei princìpi non negoziabili andava di pari passo con il kerigma, l’annuncio del Vangelo, ora con Francesco le gerarchie sono ribaltate. I princìpi restano, certo, ma l’accento è anzitutto sull’annuncio della misericordia.

E così non sono più i conservatori americani alla Michael Novak, Richard John Neuhaus, George Weigel, o gli atei devoti italiani alla Marcello Pera e Giuliano Ferrara – ma il direttore del Foglio, a onor del vero, non si è mai considerato tale – a essere tenuti in auge, quanto i nomi, eterogenei fra loro, che Kurt Appel, docente di teologia alla Facoltà teologica di Milano, ha percorso in un volume a più voci dedicato a Cristianesimo e Occidente. Quale futuro Immaginare? (edizioni Glossa).

Dal francese Alain Badiou all’italiano Giorgio Agamben, fino allo sloveno Slavoj Zizek, sono diversi gli intellettuali che, riscoprendo san Paolo come alternativa al relativismo assoluto e mettendo al centro del proprio pensare uno sguardo verso l’altro anzitutto di misericordia, entrano di diritto nelle file dell’“esercito” bergogliano.

Del resto il filosofo francese Rémi Brague l’aveva predetto. Nel volume del 1992 Il futuro dell’Occidente (Bompiani), introdusse la distinzione che tra cristiani e “cristianisti”, prevendendo i pericoli per la Chiesa della corrente che successivamente si sarebbe chiamata teo-con, ma non solo di quella: «Cristianista – scrive Brague -, è chi s’interessa, del (proprio) cristianesimo e non di Cristo. Vede il cristianesimo, astraendolo, come una “tavola di valori”.

E ci sono i cristianisti identitari e i cristianisti del e nel “cattolicesimo democratico”. Il cristianista identitario insiste sul tema dell’Occidente e del suo valore. Richiamando il cristianesimo come uno strumento per il persistere di una “purezza”!». Mentre «il cristianista cattolicodemocratico pratica e impone un cristianesimo come faccenda individuale e socialmente irrilevante e/o arrendevole. Irreprensibile sul piano della vita privata finisce per asservirsi al “volontarismo politico” delle sinistre riconoscendogli, con la sconfessione pratica dell’antropologia cristiana, una presunta superiorità etica».

Esiste una sintesi? Difficile rispondere. Di certo, i cosiddetti teo-pro, nonostante l’endorsement di Avvenire, non sembrano riuscire a stare nel mezzo. Anche loro rivalutano il cristianesimo, però soltanto in chiave culturale. Non c’è conversione in loro, c’è soltanto un riscatto culturale, da sinistra, del cristianesimo. La differenza fra loro e i nuovi atei, insomma, (da Richard Dawkins a Sam Harris fino a Christopher Hitchens) risiede soltanto nel fatto che per questi ultimi il cristianesimo è falso e insano. Mentre per i teo pro è un qualcosa da valorizzare ma non a cui aderire. Avvenire li prende, invece, a modello. Ma cosa diranno i settori più conservatori del cattolicesimo in merito? E cosa i teologi più illuminati del cattolicesimo oggi?

Pierangelo Sequeri, preside della facoltà teologica dell’Italia settentrionale, vede note positive. Dice, infatti, che «la corrente teo-pro è interessante perché marca una distanza netta dal pensiero debole e rappresenta una via per ridare vita all’autentico umanesimo».

Di autentico umanesimo, in effetti, parla Zizek quando in La mostruosità di Cristo (Transeuropa) spiega con San Paolo che è questo il tempo di «una vita vera nell’amore, accessibile a tutti noi attraverso la grazia». È il tempo, dice, di «un cristianesimo focalizzato sull’agape».

Eppure i rischi ci sono, come Brague insegna. Dice in proposito il sociologo Luca Diotallevi, fresco autore di La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale ( Rubbettino). «Da una parte esistono nostalgie di cristianesimo giocate come avversione alla modernità avanzata. In un certo senso la versione originale dei teo-con è la declinazione di destra di questo fenomeno. Ma ne esiste anche una di sinistra, speculare, affine alla prima.

Nella direzione opposta, è invece presente, e robusta, nel mondo anglosassone ma anche in quello francese, l’idea di un cristianesimo come vettore di un cammino che accetta e sfida la modernità avanzata per una società in cui il primato dell’amore non contrasti con una prospettiva sociale ancora più libera e aperta.

L’alternativa principale è quella tra un cristianesimo che rifiuta e uno che affronta e attraversa la modernità avanzata. Quando Tony Blair si converte al cattolicesimo dice proprio che una civitas aperta ha bisogno del cristianesimo. Nel mondo francofono è il filosofo Jean-Luc Nancy, erede di Jacques Derrida, a dire che la decostruzione, e dunque il principio dell’apertura, sono un prodotto del cristianesimo e che vive di cristianesimo.

In questo prevalere della speranza sulla nostalgia, che è anche lo spirito del Vaticano II, si può cogliere l’eco della patristica e di una lettura liberante di Agostino. Per lui, nel secolo della civitas terrena permixta alla civitas celeste l’amore alimenta la libertà e conosce e non teme il conflitto. Il filone che è stato chiamato teo-pro è esso stesso attraversato da un alternativa più profonda, intorno alla conciliabilità o meno di libertà e amore».

Paolo Rodari

Dal Chiapas a Istanbul

Autore: liberospirito 20 Giu 2013, Comments (0)

Su quanto sta succedendo in Turchia, ancora: Istanbul, piazza Taksim, Gezy park, etc. I tempi son quelli che sono; ma da sempre la solidarietà è una risorsa unica per gli ultimi della fila di tutti i tempi e di ogni risma, i paria, gli untermenschen, i “dannati della terra” e via dicendo. Per questo motivo ci piace contribuire a rendere noto il messaggio di solidarietà che dal lontano Chiapas giunge sino alle porte dell’antica Bisanzio. E’ un invito a resistere e a continuare. Estensore di questa appassionata dichiarazione di solidarietà è il subcomandante Marcos. Vale la pena leggere e – nella forma che ci è possibile – solidarizzare.

gezi park

A tutti i cittadini del mondo, fratelli, sorelle, donne, uomini, persone senza fissa dimora, persone povere,

ci hanno chiesto quanti sono gli zapatisti, e abbiamo sempre detto loro che sono centinaia di migliaia di persone là fuori che lottano per i loro diritti e le libertà.
Ora, oggi, sentiamo che sulle terre anatoliche, la terra dei turchi, curdi, circassi, armeni, laz, e molti di più di quanto io possa contare, ci sono migliaia di persone in maschera che vogliono vivere con onore per salvare la libertà.
Come i fratelli curdi, compagni che hanno combattuto una lotta onorevole.
Sapevamo che non eravamo isolati, eravamo milioni di noi là fuori e oggi non siamo soli da quando abbiamo iniziato a combattere. Oggi ci stiamo moltiplicando.
Sentiamo che la gente in Turchia urla “Ya Basta!” e sono in rivolta per difendere la loro dignità contro l’oppressiva sentenza del governo turco.
La grande Istanbul, capitale di grandi maestri nel corso della storia, è oggi la capitale della rivolta, ed è diventata la voce degli oppressi. Vediamo per le strade della grande Istanbul una città di donne, bambini, uomini, omosessuali, curdi, armeni, cristiani e musulmani.
Quelli che sono stati umiliati, oppressi, ignorati per decenni dal loro governo ora dicono “siamo qui.”
Siamo entusiasti!
Non abbiamo mai voluto un nuovo governo, un nuovo governo o un nuovo primo ministro.
Abbiamo solo chiesto rispetto.
Volevamo che il governo rispettasse le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia.
Per questo in Turchia resistono da giorni: ora partendo da quello in carica, e a seguire tutti i governi che saranno al potere, noi vogliamo che tu rispetti le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia!
E se non lo fai, noi, che siamo i proprietari dei diritti e delle libertà, staremo contro di te, ci batteremo per le strade fino a quando non impari a rispettarci.
Non vogliamo troppo, vogliamo solo che siano rispettati i nostri diritti.
Perché sappiamo come vogliamo vivere, sappiamo bene come vogliamo governare e essere governati.
Noi vogliamo governare noi stessi e decidere di noi stessi.
E noi da qui accogliamo i cittadini turchi che si battono per una vita onorevole, e vogliamo dire che il fuoco della rivolta si è riscaldato in Chiapas.
Solidarietà a quelli che hanno salvato la storia del passato e del futuro e che sono indotti a salvarla dal presente.

Subcomandante Marcos

subcomandante-marcos

“Non sono che animali”

Autore: liberospirito 19 Giu 2013, Comments (0)

C’è un cimitero in fondo al mare, dalle parti di Lampedusa. L’altro giorno, nella notte tra sabato e domenica sette migranti sono annegati, inghiottiti dal mare mentre tentavano di aggrapparsi a una gabbia di tonni. Non bisogna assuefarsi a questo genere di notizie, anche se gran parte degli organi di informazione fanno di tutto per presentarle come normali. Riportiamo di seguito l’articolo di Annamaria Rivera, apparso su “Il manifesto” di ieri.  “Non sono che animali”, s’intitola il pezzo. Lasciando intendere che dietro tutto ciò c’è un’orrenda offesa nei confronti di coloro a cui, nei fatti, viene negata l’appartenenza al genere umano. Tale offesa viene poi doppiata con l’implicita ammissione che agli animali non umani è lecito compiere ogni tipo di maltrattamento.

migranti

È atrocemente simbolica la fine degli ultimi sette o dieci migranti annegati nel Canale di Sicilia.
Ingoiati dai flutti mentre cercavano disperatamente di aggrapparsi a una gabbia ove si agitavano dei tonni: sette o dieci, non importa, ma altrettanto terrorizzati e come loro destinati alla morte. Sebbene troppo citato, l’aforisma di Theodor W. Adorno è perfettamente calzante: il «non è che un animale» si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli umani.
Secondo il racconto dei novantacinque superstiti salvati dall’intervento della Guardia costiera, i sette o dieci migranti sarebbero finiti in mare dopo che l’equipaggio del motopeschereccio tunisino aveva tagliato il cavo che trainava la tonnara. Avrebbero anche tentato di salire a bordo, i sette o dieci, ma sarebbero stati respinti brutalmente.
È una gara di crudeltà quella che si gioca sulla pelle dei nuovi dannati della terra: una catena gerarchica volta alla negazione dell’umano, non diciamo dei diritti umani fondamentali. Con alcune eccezioni rilevanti, come quelle di coloro che prestano soccorso in mare, è una catena che si snoda dai decisori, europei e nazionali, agli esecutori delle stolide politiche proibizioniste; dai gestori dei lager per migranti a non pochi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Fino, in tal caso, ai pescatori tunisini incrudeliti da leggi crudeli contro i «clandestini» e chi ne sia «complice». Basta dire che nella Tunisia post-rivoluzione è ancora in vigore una legge che punisce con pene detentive comprese fra i tre e i venti anni di prigione chiunque sia implicato, direttamente o indirettamente, anche per mera solidarietà, in un episodio di migrazione illegale o solo in un tentativo o azione preparatoria. Un tal genere di leggi nazionali -tuttora in vigore, ripetiamo, malgrado le «primavere arabe» – è stato a sua volta imposto, favorito, indurito, legittimato dagli accordi bilaterali per il contrasto dell’immigrazione illegale: fino ai più recenti, stipulati dalla ex ministra dell’Interno Cancellieri con i suoi omologhi dell’altra sponda del Mediterraneo.
La realtà di questi giorni – si parla di un migliaio di migranti giunti sulle coste italiane in appena ventiquattr’ore – conferma una verità lampante: il «mondo-frontiera» (per usare la formula di Paolo Cuttitta), dai confini sempre più infittiti, complessi, variegati, disseminati, è più poroso che mai. Esso non ce la fa a competere con la forza degli esodi, con le ragioni che spingono gli esseri umani a cercare altrove salvezza, speranza, avvenire.
Il proibizionismo, il pessimo trattamento dei migranti, la clamorosa violazione del diritto umanitario nei confronti dei rifugiati non valgono a «scoraggiare gli arrivi», come recita un luogo comune. Servono, invece, a incrementare l’ecatombe mediterranea nonché a rendere un inferno la vita di chi riesce ad approdare. Fino all’istigazione al suicidio. Pochi giorni fa, a Firenze, Mohamud Mohamed Guled, rifugiato somalo di trent’anni, si è congedato da un’esistenza senza prospettive di dignità e serenità, lanciandosi da un edificio occupato da suoi connazionali e compagni di sventura. In seguito alla chiusura del progetto «Emergenza Nord Africa», era stato allontanato con 500 euro di mancia dalla struttura di accoglienza, a Pisa, gestita dalla Croce Rossa. Così, per avere almeno una tana, non aveva potuto far altro che raggiungere Firenze: a condurre in realtà una vita da reietto, sempre più deprimente e intollerabile.
Sono anni e anni che le associazioni per la difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati rivendicano canali d’ingresso legali, permanenti, realisticamente percorribili, meccanismi di regolarizzazione ordinaria, la chiusura dei lager per migranti, una legge organica sull’asilo che finalmente dia corpo all’articolo 10 della Costituzione, un programma nazionale d’integrazione dei rifugiati rispettoso almeno degli standard internazionali. E altre misure – come la riforma della legge sulla cittadinanza e il diritto di voto – che rendano più dignitosa la vita dei migranti e dei rifugiati, meno inferiore il loro status.
Oggi s’invoca la crisi economica per dire che non è il momento propizio per queste pretese. Ma, come si sa, per le rivendicazioni dei migranti e rifugiati, come d’altre categorie di subalterni, un momento propizio non c’è mai. Perciò insistiamo caparbiamente. Non rinunciamo a immaginare «uno stato di cose migliore» in cui, per citare ancora Adorno, «si potrà essere diversi senza paura»: umani e nonumani.

Annamaria Rivera

Don Gallo: elogio di un rompiscatole

Autore: liberospirito 15 Giu 2013, Comments (0)

Ritorniamo a parlare di don Gallo. Della sua eredità. Un’eredità lasciata non a qualcuno in particolare, ma a chiunque sente vivo il richiamo a una vita un po’ meno dominata dal principio della miseria (e non ci riferiamo solo a quella economica). L’intervento di Pier Aldo Rovatti che riportiamo (proveniente da www.psychiatryonline.it) ragione proprio su ciò: al di là delle enfasi celebrative, proviamo a individuare alcune possibili, concrete tracce da percorrere, con partecipazione, passione e possibilmente minore incoerenza.

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“Sono un rompiscatole”, aveva detto di sé don Gallo, il “prete di strada” più amato d’Italia, una vita intera dedicata concretamente ai deboli e ai diversi, ai tossicodipendenti, alle prostitute e a tutti quelli che stanno ai bordi della società o ne vengono rifiutati.

E chissà quante volte questa espressione è stata pensata e usata nei suoi confronti anche dall’istituzione cui apparteneva, ovvero la Chiesa, che di fatto lo ha emarginato e ignorato.
Non è l’unico, né si tratta solo di preti battaglieri: il “rompiscatole” è una figura emblematica del mondo in cui viviamo, uno che sa rompere gli equilibri e non si presta mai a essere disciplinato, perciò diventa un corpo estraneo, temuto sia da chi ha il compito di governare e raffreddare le istituzioni, sia dalla massa opaca di coloro che credono di poter barattare la propria servitù volontaria con il mantenimento di privilegi acquisiti e pallide promesse di carriera.

Quando un grande e produttivo rompiscatole muore, l’istituzione tira finalmente un sospiro di sollievo che maschera a fatica con onoranze postume e perfino riti di beatificazione. Quando, invece, sono i tanti piccoli rompiscatole a lasciare il terreno, il cinismo ovunque trionfante non ha neppure bisogno di cerimonie riparatrici e fa calare in fretta un pesante sipario di silenzio. L’etica minima, in questi casi, è surclassata da una convinta e completa assenza di moralità civile.

Avrei voluto esserci, sabato scorso, dentro la chiesa del Carmine a Genova, durante le esequie di don Gallo, in mezzo a quel popolo che ringraziava, insieme dolente e battagliero. Si era mosso perfino, a officiarle, il cardinal Bagnasco, il capo dei vescovi; e poiché l’encomio riparatore da lui pronunciato aveva evitato qualunque accenno di autocritica, allora qualcuno ha cominciato a tossire e in breve la tosse pur sommessa ha prodotto una cascata assordante e la cerimonia si è bloccata diventando un caloroso e irrituale omaggio. Il funerale si è così trasformato in un inno alla vita.

Si parla tanto dello spirito critico di cui avvertiamo distintamente la mancanza. Ognuno di noi vorrebbe averne un poco o magari di più, ma poi quasi sempre ci si arresta ai buoni propositi, ci si appaga di parole e discorsi gratificanti. Questi ultimi, sì, non mancano e in essi circola soprattutto la lamentazione.
Ci lamentiamo di continuo delle storture e delle ingiustizie, stigmatizziamo i comportamenti dei potenti, i cattivi modelli dei politici, e abbiamo un’imponente materia per farlo. Ma non basta. Infatti, bisognerebbe superare la linea e osare rischiare qualcosa. Lo spirito critico avvista innumerevoli “scatole” che imprigionano i comportamenti individuali e sociali, inanella denunce su denunce, ma finché non tenta di “rompere” questi involucri ingabbianti, non comincia davvero a farlo, resta solo la voce di un’anima bella, intellettualistica e inerte. Ciascuno, là dove vive, nell’ambiente che gli è proprio, in quel pezzo di sociale che frequenta, può scendere giù tra la gente. Uno spirito critico che rinuncia a “questa” politica è un falso spirito critico, addormentato, già cadaverizzato.

L’esempio dei grandi rompiscatole – cui dedico questo modestissimo elogio – ci insegna che ciascuno di noi può incrinare, dovunque e in qualsiasi momento, la pellicola delle convenienze che continuiamo ad accettare per quieto vivere o per qualche astuta viltà.

Il rompiscatole è il contrario del furbo, cioè di quello che sembra essere ormai diventato il nostro abituale stile di vita. Il furbo calcola cosa è più profittevole per lui, misura vantaggi e svantaggi personali di ogni suo minimo atto. Il rompiscatole se si limitasse a calcolare, non esisterebbe neppure. Così, ciascuno di noi, se non fosse anche un po’ rompiscatole (nei confronti degli altri ma anche di se stesso), non agirebbe mai.

I grandi rompiscatole (come don Gallo) sono molto rari, forse inimitabili. Noi, normalmente, siamo un misto in cui la furbizia conserva la sua parte e dove, però, il rischio di rompere le uova nel paniere del “così fan tutti” potrebbe avere – sempre – uno spazio proprio.
Quello che possiamo fare, quotidianamente, è cercare di comprimere al massimo la parte dell’egoismo individuale e di dare una dimensione sempre più ampia alla parte di noi che si avventura a infastidire l’accettazione acritica di ogni scatola sociale, dai luoghi di educazione dei bambini alle case di riposo, dal mercato del lavoro alle forme del welfare, per non parlare di tutti gli scomparti in cui viene rinchiusa normalmente ogni diversità.

Pier Aldo Rovatti

pier-aldo-rovatti

hopi

L’etnia Hopi conta circa 18.000 individui, che vivono in alcuni villaggi nel nord-est dell’Arizona, all’interno della grande nazione Navajo. Chiamano la loro terra Hopituskwa. Sono un popolo con una profonda religiosità; la spiritualità permea ogni aspetto della loro esistenza ed è fondamentale per la salvaguardia della loro identità. In breve: il loro sistema di credenze abbraccia le continue interconnessioni del mondo naturale e quelle della vita e della morte. Con le parole di un vecchio Hopi: «La natura è tutto ciò che c’è di importante per gli Hopi. E’ la terra, tutti gli esseri viventi, l’acqua, gli alberi, le rocce – è tutto. Sono la forza e il potere che derivano da queste cose a tenere insieme il mondo». Tutte le loro narrazioni mitologiche sono state trasmessa alle diverse generazioni in maniera esclusivamente orale.

E’ recente la notizia dell’intenzione di un’importante casa d’aste parigina di tenere un’asta in cui sarebbero stati messi in vendita alcuni oggetti Hopi di grande importanza spirituale per loro, chiedendone l’immediata restituzione. Con le parole di Leigh Kuwanwisiwma, direttore dell’Hopi Tribe’s Cultural Presevation Office: «Il semplice fatto che sia stato posto un cartellino con il prezzo su oggetti così importanti a livello culturale e religioso è più che offensivo. Non hanno un valore di mercato. Punto». Per queste ragioni l’associazione Survival International aveva incaricato alcuni avvocati per sostenere la richiesta Hopi di sospendere l’asta, ma un giudice ha respinto tale istanza, sentenziando che «nonostante siano sacre agli Hopi, queste maschere non rappresentano nessuna creatura, né viva né morta».

Bizzarra argomentazione, come se i vari oggetti cultuali cattolici, per fare un esempio, rappresentassero con indubbia certezza «creature vive o morte». Qui non c’è solo di mezzo la volontà di mercificare ogni umana produzione, di per sé offensivo della dignità della persona o di un popolo, ma è all’opera un razzismo, tanto più odioso proprio perché implicito e strisciante. Per questo non si può tacere.

Qui si può leggere la lettera originale degli Hopi inviata alla casa d’aste Neret-Minet Tessier & Sarrou.

Qui si può leggere un dossier, elaborato da Survival, dedicato agli Hopi e gli Arhuaco (popolo indigeno della Colombia).

Scriblerus

La battaglia di Istanbul

Autore: liberospirito 7 Giu 2013, Comments (0)

Lo sanno tutti. A Istanbul, in piazza Taksim, da giorni si sta combattendo una battaglia importante. L’origine di questa battaglia è stata la decisione del governo di demolire un parco che possiede una storia secolare, sradicando circa seicento alberi che costituiscono uno dei rari spazi verdi del centro della città, per costruire un ennesimo centro commerciale e un parcheggio interrato. “Dubaizzazione” è stata definita questa iniziativa. La protesta è inizata con un gruppo di persone che hanno occupato il parco per difendere gli alberi dallo sradicamento. La crescente partecipazione popolare e la loro decisione di continuare l’occupazione e la protesta fino al ritiro del progetto ha dato luogo a una feroce repressione. Tutto ciò ha creato una vasta indignazione e i resistenti non cessano di ricevere ogni giorno nuove adesioni. La manifestazione sta diventando un simbolo intorno al quale cresce una vasta protesta contro il clima di repressione e di violazione dei diritti. E’ stata anche aperta una petizione internazionale (http://www.avaaz.org/en/petition/Erdogan_End_the_crackdown_now/?tbKdZcb*) affinché cessi subito la repressione. A questa protesta lo scrittore Erri De Luca ha dedicato una poesia.

Tensions Grow As Demonstrations Against The Government Continue In Istanbul

La battaglia d’ Istanbul in difesa di seicento alberi,
novecento arresti, mille feriti, quattro accecati per sempre,
la battaglia d’ Istanbul
è per gli innamorati a passeggio sui viali,
per i pensionati, per i cani,
per le radici, la linfa, i nidi sui rami,
per l’ ombra d’ estate e le tovaglie stese
coi cestini e i bambini,
la battaglia d’ Istanbul è per allargare il respiro
e per la custodia del sorriso.

Erri De Luca

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Su Re. Un film

Autore: liberospirito 5 Giu 2013, Comments (0)

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Questa primavera, in prossimità della Pasqua è uscito nella sale un film insolito rispetto ai canoni estetici della cinematografia contemporanea. Si intitola Su Re e il regista è Giovanni Columbu. Qualcuno ha scritto che Su Re è una sorta di quinto evangelo, dopo quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, un evangelo parlato (scandito) in sardo. Anche per questo ha le sembianze di un film tellurico, strappato alle viscere della Sardegna, ambientato fra le pietre di questa terra aspra e bellissima che risuona delle parole di una lingua arcaica altrettanto aspra e bella.

Nonostante il cinema italiano (ma non solo) annoveri opere che hanno portato sullo schermo con intensità e passione la vita e la morte di Gesù (ricordiamo qui Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senz’altro il più accostabile a Su Re), questo film si segnala davvero come un esperimento di rara audacia formale, al contempo attraversato da una commozione sincera e altissima.

Giovanni Columbu gira le scene come in preda a una furia inebriata ma senza cadute, sempre sotto controllo; la stessa macchina da presa, accompagnata dal rumore delle nubi incombenti, sembra partecipare alla vertigine del dramma, le inquadrature le vediamo infatti tagliate, montate e rimontate a dispetto di qualsiasi obbedienza ai principi formali di un ordine lineare e progressivo. Qui ci si congeda dalla linearità narrativa riguardante la passione e morte di Gesù; la storia viene smontata progressivamente, per lasciare spazio a un’altra procedura del raccontare, più vicina alla dimensione del sogno: le varie sequenze che compongono la vicenda emergono e scompaiono, acquistando un andamento spezzato (come accade, del resto, nella pratica della memoria rituale e collettiva all’interno della messa, nel corso della lettura di passi scelti dai Vangeli). Dinanzi a ciò lo spettatore può solo abbandonarsi alle immagini e alle scarne parole che le accompagnano, in quanto si trova privato di un qualsivoglia punto di riferimento stabile per orientarsi lungo il dipanarsi della storia.

Alla fine si ha la sensazione che la passione di Gesù il Cristo non può venir detta se non così, a frammenti e brandelli, da una parola che, riconoscendo i limiti del linguaggio, si arrende al mistero. D’altro canto il personaggio di Gesù non emette quasi mai parola, la sua è una lingua muta. Ed è davvero un povero Cristo, quello che compare in Su Re, piccolo, scuro, peloso, in una parola: brutto; stellarmente distante da certe iconografie edulcorate al punto da divenire stucchevoli (come quella zeffirelliana, per esempio) o dalla martirologia pornografica di Mel Gibson, ma vicino all’annuncio profetico («Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere», Isaia 53, 2). Alla fine, il suo è il sacrificio dell’agnello, dell’animale muto e sofferente, è il sacrificio di ogni animale, umano e non, è il sacrificio di tutta la terra che, in un gemito, chiede e invoca redenzione. E diventa poesia.

Scriblerus

 

Armi e tangenti

Autore: liberospirito 2 Giu 2013, Comments (0)

Riportiamo l’appello lanciato da p. Alex Zanotelli dal titolo: TANGENTI SULLA VENDITA D’ ARMI : QUANTO VA AI PARTITI? L’appello si propone due scopi dichiarati: 1) Una richiesta al parlamento affinchè istituisca  una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica che elimini il Segreto di Stato su tali intrecci. 2) Un appello a tutti i gruppi, associazioni, reti, impegnati per la pace, a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come è stato fatto per l’acqua. Per sottoscrivere tale appello (vivamente invitiamo i nostri lettori a farlo)  si può cliccare sul seguente link: http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm Ecco qui sotto il testo integrale.

finmeccanica

L’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli su Finmeccanica, il colosso italiano che ingloba una ventina di aziende specializzate nella costruzione di armi pesanti, mi costringe a porre al nuovo governo Letta e al neo-eletto Parlamento alcune domande scottanti su armi e politica. Questa inchiesta, condotta dai pm. V. Piscitelli e H. John Woodcock della Procura di Napoli (ora anche da altre Procure), ci obbliga a riaprire un tema che nessuno vuole affrontare: che connessione c’è tra la produzione e vendita d’armi e la politica italiana? E’ questo uno dei capitoli più oscuri della nostra storia repubblicana.

Le indagini della Procura di Napoli hanno già portato alle dimissioni nel 2011 del presidente e dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, nonché di sua moglie, Marina Grossi, amministratrice delegata di Selex Sistemi Integrati , una controllata di Finmeccanica. Anche il nuovo presidente di Finmeccanica, G.Orsi, è stato arrestato il 12 febbraio su ordine della Procura di Busto Arsizio e verrà processato il 19 giugno, per la fornitura di 12 elicotteri di Agusta Westland al governo dell’India, del valore di 566 milioni di euro, su cui spunta una tangente di 51 milioni di euro. Sale così di un gradino l’inchiesta giudiziaria per corruzione internazionale e riciclaggio che ipotizza tangenti milionarie ad esponenti politici di vari partiti.

Nell’altra indagine della Procura di Napoli spunta una presunta maxitangente di quasi 550 milioni di euro (concordata, ma mai intascata) su una fornitura di navi fregate Fremm al Brasile ,del valore di 5 miliardi di euro. Per questa indagine sono indagati l’ex-ministro degli Interni, Claudio Scajola e il deputato PDL M. Nicolucci .

Un’altra ‘commessa’ sotto inchiesta da parte della Procura di Napoli riguarda l’accordo di 180 milioni di euro con il governo di Panama per 6 elicotteri e altri materiali su cui spunta una tangente di 18 milioni di euro. Per questo, il 23 ottobre il direttore commerciale di Finmeccanica, Paolo Pozzessere è finito in carcere.

La Procura sta indagando anche su una vendita di elicotteri all’Indonesia su cui spunta ‘un ritorno’ tra il 5 e il10%.

E’ importante sottolineare che il 30% delle azioni di Finmeccanica sono dello Stato Italiano.

Dobbiamo sostenere la Procura di Napoli ,di Busto Arsizio e di Roma perché possano continuare la loro indagine per permetterci di capire gli intrecci tra il commercio delle armi e la politica.

Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere la verità su questo misterioso intreccio. E’ in gioco la nostra stessa democrazia. Soprattutto ora che l’Italia sta investendo somme astronomiche in armi. Secono il SIPRI di Stoccolma, l’Italia, nel 2012, ha speso 26 miliardi in Difesa a cui bisogna aggiungere 15 miliardi di euro stanziati per i cacciabombardieri F-35.

Ecco perché diventa sempre più fondamentale capire la connessione fra armi e politica.

E’ stata questa la domanda che avevo posto al popolo italiano come direttore della rivista Nigrizia negli anni ‘85-’87, pagandone poi le conseguenze.

All’epoca avevo saputo che alla politica andava dal 10 al 15 per cento, a seconda di come tirava il mercato.

Tutti i partiti avevano negato questo.

Noi cittadini italiani abbiamo il diritto di sapere se quella pratica è continuata in questi ultimi 20 anni. In questi anni l’industria bellica italiana è cresciuta enormemente. Abbiamo venduto armi, violando tutte le leggi, a paesi in guerra come Iraq e Iran e a feroci dittature da Mobutu a Gheddafi, che hanno usato le nostre armi per reprimere la loro gente.

Noi chiediamo al governo Letta e ai neo-eletti deputati e senatori di sapere la verità sulle relazioni tra armi e politica.

Per questo chiediamo che venga costituita una commissione incaricata di investigare la connessione tra vendita d’armi e politica. Non possiamo più accettare che il Segreto di Stato copra tali intrecci!

Ci appelliamo a voi, neodeputati e neosenatori ,perché abbiate il coraggio di prendere decisioni forti, rifiutandovi di continuare sulla via della morte(le armi uccidono!) e così trovare i soldi necessari per dare vita a tanti in mezzo a noi che soffrono.

E’ immorale per me spendere 26 miliardi di euro in Difesa come abbiamo fatto lo scorso anno, mentre non troviamo soldi per la sanità e la scuola in questa Italia.

E’ immorale spendere 15 miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35 che potranno portare anche bombe atomiche, mentre abbiamo 1 miliardo di affamati nel mondo.

E’ immorale il colossale piano dell’Esercito Italiano di ‘digitalizzare’ e mettere in rete tutto l’apparato militare italiano, un progetto che ci costerà 22 miliardi di euro,mentre abbiamo 8 milioni di italiani che vivono in povertà relativa e 3 milioni in povertà assoluta.

E’ immorale permettere sul suolo italiano che Sigonella diventi entro il 2015 la capitale dei droni e Niscemi diventi il centro mondiale di comunicazioni militari, mentre la nostra costituzione ‘ripudia’ la guerra come strumento per risolvere le contese internazionali.

Mi appello a tutti i gruppi, associazioni, reti, impegnati per la pace , a mettersi insieme, a creare un Forum nazionale come abbiamo fatto per l’acqua. Cosa impedisce al movimento della pace, così ricco, ma anche così frastagliato, di mettersi insieme, di premere unitariamente sul governo e sul Parlamento?

E’ perché siamo così divisi che otteniamo così poco.

Dobbiamo unire le forze che operano per la pace, partendo dalla Lombardia e dal Piemonte come stanno tentando di fare con il convegno a Venegono Superiore(Varese) , fino alla Sicilia dove è così attivo il movimento pacifista contro il MUOS a Niscemi.

Solo se saremo capaci di metterci insieme , di fare rete, credenti e non, ma con i principi della nonviolenza attiva, riusciremo ad ottenere quello che chiediamo.

Alex Zanotelli