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Archivi: maggio 2013

“Tu sei chi escludi”

Autore: liberospirito 29 Mag 2013, Comments (0)

Ancora su don Gallo. Per continuare a riflettere e a discutere sulle sue parole, di questi tempi sempre più necessarie. Riportiamo la testimonianza rilasciata dallo stesso don Gallo nel 2012 (presso la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova), durante le riprese di Restiamo umani – The reading movie (www.restiamoumani.com), il filmato dedicato a Vittorio “Vik” Arrigoni. Riprendiamo il testo da “Il manifesto” che lo ha pubblicato ieri sull’ultima pagina del quotidiano.

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«Restiamo Umani»: per me è diventato proprio un motto, vuol dire riconoscere la nazionalità unica di tutti gli esseri umani: noi abbiamo tutti nazionalità umana. Questo è fondamentale. Ormai per me è una specie di deformazione professionale, è la mia prima giaculatoria, come prete cattolico (sai che i preti usano molto le giaculatorie….) Ovunque io vada, e ormai giro l’Italia, e non solo, mi invitano e io incomincio e dico: «Vi dò intanto la mia giaculatoria: Restiamo Umani!». E ne faccio seguire un’altra, imparata per strada, sostituendo quel vecchio proverbio molto noto, «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», con quello che mi è stato suggerito per strada: «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Ecco quindi il mio motto, è fondamentale. Se ciascuno di noi riconosce la sua appartenenza a questa umanità, senza nessuna distinzione di razza, di religione, di sesso, superando tutte le discriminazioni, allora diventiamo veramente «uomini» e camminiamo insieme verso l’obiettivo comune di una civiltà che, grazie all’impegno personale, rendiamo a misura d’uomo.
Intanto vorrei fare una piccola premessa: quando io parlo di Vittorio Arrigoni, rivedo la mia storia, perché io a 16 anni, al termine della tragica seconda guerra mondiale, grazie a mio fratello maggiore, tenente del Genio Pontieri, disertore che aveva formato una brigata partigiana, io divento partigiano, cioè entro nella Resistenza. Ti dirò che allora la nostra era una resistenza armata, e approvata addirittura dalle gerarchie cattoliche; ma dopo gli anni ’50 ho incontrato i partigiani della Selva Lacandona, i Sem Terra, le cooperative indiane, in Africa il Burkina Faso, il Frelimo… Tutti han fatto la loro resistenza e io mi inchino… Pensa alla rivoluzione cubana! Ma la svolta epocale – e questo è Vittorio – è la scelta della non violenza. Altrimenti si andrebbe in contraddizione anche con il grande grido «Restiamo Umani». La scelta della non violenza è la svolta fondamentale dell’umanità, ma una non violenza che vuol dire pacifismo attivo; ripercorrendo le antiche radici dell’uomo, via via nei secoli, ecco che arriva Gesù di Nazareth, arrivano altri profeti, arriva Gandhi… E arriva anche la scelta dell’autentica non violenza.
Il potere ormai è onnipresente, il potere è di per sé crudele, i poteri sono diventati così (crudeli) per difendere il loro modello di sviluppo imperialistico – basato sull’assenza e sulla brama del lucro, quindi le uccisioni, gli esuberi… È chiaro che ormai il potere schiaccia tutti e poi oggi il monopolio dei mass media ha causato una perdita di coscienza, ed ecco che si accentuano le divisioni. E allora qual è l’unico valore,la sola speranza di questo nuovo terzo millennio? È la non violenza. L’umanità stessa. Però dev’essere contagiosa, cioè si deve allargare.
La democrazia è l’unico limite per un sistema economico ancora così – come dire? – da genocidio, che ricorre a tutti i mezzi, comprese le armi, per far prevalere l’imperialismo occidentale (ma il discorso vale anche per altre forme di imperialismo che si potrebbero creare); l’imperialismo si sconfigge con la democrazia partecipata, la partecipazione democratica – e pertanto anche libera, indipendente e pacifica. È un cammino duro, difficile, è un cammino faticoso, ma è questa secondo me la strada.
Qui devo citare il mio Papa Giovanni XXIII, che lascia l’ultima sua lettera del ’63, e dice: «Chi sostiene di portare la democrazia con le armi è pazzo!». Il testo latino dell’enciclica papale dice alienum est a ratione: è pazzo! Quindi la non violenza è proprio guarire da tutte le nostre malattie mentali. È chiaro che per diventare come Vittorio, e come tantissimi altri in tutto il mondo, è necessario, alla greca, una metànoia, cioè bisogna non solo migliorare, approfondire, avere sempre altre motivazioni, no: bisogna tagliare la nostra testa e metterne una nuova… Il termine greco intende proprio questo.
Devo ricordare il mio incontro con i Sem Terra del Brasile. Essi, per sopravvivere, decidono di coltivare gli immensi campi abbandonati dai padroni terrieri, e lo fanno, restando fedeli alla non violenza. Il succo di questo incontro qual è stato? «Vedi Don Gallo, noi in questi anni abbiamo avuto già 3000 morti tra i nostri ragazzi, uccisi dagli squadroni paramilitari» e, qui in questa stanzetta, ho visto brillare gli occhi di questi Sem Terra, orgogliosamente… Sì, era vero. «…almeno 3000 ce ne hanno uccisi, però noi abbiamo già 3000 iscritti alle università brasiliane, il futuro del Brasile!» Vedi, questa fiducia immensa, come dire, quasi una certezza che la non violenza è l’unica strada per vincere… Cioè praticamente dice: «Il male grida forte e tutti si accorgono della realtà, ma la speranza in un mondo migliore è ancora più forte e proprio attraverso l’umano, donando la propria vita. Perché si rischia…»
Donare la vita: io la chiamerei proprio – se così si può dire – una religione universale, che racchiude tutte le altre, nel senso che a un certo momento uno si alza la mattina, è uscito fuori dalla società dello spettacolo, dove tutto è dovuto e allora nascono nuovi consumismi e garantismi. No! Il pacifista umano si alza la mattina e dice: «Cosa posso fare per gli altri?». A cominciare dalla propria famiglia fino ad allargare lo sguardo al mondo intero.

 don Andrea Gallo

Il profeta di strada

Autore: liberospirito 24 Mag 2013, Comments (0)

Come ci eravamo proposti nel dare tempestiva notizia della morte di don Gallo, intendiamo a distanza ravvicinata (un paio di giorni…) proporre una riflessione sulla sua testimonianza. Tra i numerosi articoli usciti, quello di Moni Ovadia apparso l’altro giorno su “Il manifesto”, ci sembra quello che brilla maggiormente per forza e intensità, in grado di trasmettere la grande tensione di don Gallo, la sua personale aspirazione a coniugare – con coerenza e partecipazione – religione e libertà.

don gallo moni ovadia

 

Don Andrea Gallo, mio fratello, ci ha lasciato. Io che non credo ma che conoscevo la sua forte fibra e resistenza, pure fino all’ultimo ho sperato che il suo sorriso potesse fare il miracolo. Prete da marciapiede come si è sempre definito, è stato uno dei sacerdoti più noti e più amati del nostro sempre più disastrato Paese. Non solo per me, siamo in centinaia di migliaia di persone che da sempre lo abbiamo sentito come un fratello, una guida, un maestro, un compagno.

Ma il «Gallo» è stato prima di tutto e soprattutto un essere umano autentico. Che in yiddish si dice «a mentsch». La nostra nascita nel mondo come donne e uomini, è un evento deciso da altri anche se la costruzione in noi del capolavoro che è un essere umano autentico, dipende in gran parte dalle nostre scelte. Il tratto saliente di questo percorso, è l’apertura all’altro laddove si manifesta nella sua più intima e lancinante verità ovvero nella sua dimensione di ultimo, sia egli l’oppresso, il relitto, il povero, l’emarginato, il disprezzato, l’escluso, il segregato, il diverso.

L’apertura all’altro, sia chiaro, non si manifesta nel melenso atto caritativo che sazia la falsa coscienza e lascia l’ingiustizia integra e perversamente operante, ma si esprime nella lotta contro le ingiustizie, nell’impegno diuturno per la costruzione di una società di uguaglianza, di giustizia sociale in una vibrante interazione di pensiero e prassi con una prospettiva tanto laicamente rivoluzionaria, quanto spiritualmente evangelica. Il «Gallo» è stato radicalmente cristiano, sapendo che il messaggio di Gesù è un messaggio rivoluzionario, radicale e non moderato ed è per questo che l’hanno messo in croce, per la destabilizzante radicalità del cammino che indicava. «Beati gli ultimi perché saranno i primi» non è un invito a bearsi in una permanente condizione di minorità per il compiacimento delle classi dominanti, ma è un’incitazione a mettersi in cammino per liberare l’umanità dalla violenza del potere, per redimerla con l’uguaglianza.
La parola ebraica ashrei, tradotta correntemente con beato, si traduce meno proditoriamente con in marcia come propone il grandissimo traduttore delle scritture André Chouraqui.

È questa consapevolezza che ha fatto di don Gallo un profeta e non nell’accezione volgare e stereotipata con cui spesso si vuole sminuire o sbeffeggiare il ruolo di questa figura, ma nel senso più profondo di uomo che ha incarnato la verità dei grandi pensieri ripetutamente e capziosamente pervertiti dai funzionari del potere, siano essi i soloni del regno terreno, siano essi i chierici del cosiddetto regno celeste. Questa è la ragione per la quale il profeta trasmette la parola del divino e il divino del monoteismo ha eletto come suo popolo lo schiavo e lo straniero, l’esule, lo sbandato, il fuoriuscito, il diverso, il meticcio avventizio perché tali erano gli ebrei e non un popolo etnicamente omogeneo come oggi vorrebbe uno sconcio delirio nazionalista.

Nella sua fondamentale opera «Se non ora adesso» (pubblicata da Chiarelettere) che deve essere letta da chiunque voglia capire le parole illuminate di questo prete da marciapiede, Gallo ci ha ricordato che l’etica è più importante della fede, come il filosofo e grande pensatore dell’ebraismo Emmanuel Lévinas suggerisce nel suo saggio «Amare la Torah più di Dio». Come già il profeta d’Israele Isaia dichiara con parole infiammate, il Santo Benedetto stesso chiede agli uomini di praticare etica e giustizia perché disprezza la fede vuota e ipocrita dei baciapile:

«Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco… Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Il profeta autentico non predice il futuro, non è una vox clamans nel deserto, è l’appassionata coscienza critica di una gente, di una comunità, di un’intera società, ed è questa coscienza che si incide nella prole perché le parole diventino fatti, azioni militanti ad ogni livello della relazione interumana e per riconfluire in parole ancora più gravide di quella coscienza trasformatrice.
Questo è a mio parere il senso che don Gallo attribuisce al Primato della Coscienza espresso mirabilmente nel documento conciliare «Nostra Aetate» uscito dal Concilio Vaticano Secondo voluto da Giovanni XXIII, il «papa buono», ma buono perché giusto.

Con il poderoso strumento della sua coscienza cristiana, antifascista, critica, militante, laica ed evangelicamente rivoluzionaria, il prete cattolico Gallo, è riuscito a confrontarsi con i temi socialmente più urgenti ed eticamente più scabrosi smascherando i moralismi, le rigidità dottrinarie, le ipocrisie che maldestramente travestono le intolleranze per indicare il cammino forte della fragilità umana come via per la liberazione.

Quest’ultima e intima verità dell’uomo, Andrea Gallo la sapeva, la sentiva e la riconosceva nelle parole più impegnative delle scritture perché istituiscono l’umanesimo monoteista ma anche l’umanesimo tout court nella sua dirompente radicalità: «Ama il prossimo tuo come te stesso, ama lo straniero come te stesso, ciò che fai allo straniero lo fai a Me».
La passione per l’uomo, per la vita e per l’accoglienza dell’altro, si sono così coniugate in questo specialissimo uomo di fede con un folgorante humor che dissìpa ogni esemplarità predicatoria per aprire la porta del dialogo fra pari a chiunque voglia entrare, crisitano o mussulmano, ebreo o buddista, credente o ateo.

In don Gallo si è compiuto il miracolo dell’ubiquità: lui è stato radicalmente cristiano e anche irriducibilmente cattolico, ma potrebbe anche essere ricordato come uno tzaddik chassidico, così come è stato un militante antifascista ed un laicissimo libero pensatore.
Per me il Gallo resta un fratello, un amico, una guida certa, un imprescindibile e costante riferimento.
Per me personalmente, la speranza tiene fra le labbra un immancabile sigaro e ha il volto scanzonato di questo prete ribelle.

Moni Ovadia

Con don Andrea Gallo: ora più che mai

Autore: liberospirito 22 Mag 2013, Comments (0)

È morto don Andrea Gallo, il “prete di strada” impegnato in mille battaglie, tutte comunque mirate a coniugare il Vangelo con la vita quotidiana di tutti gli uomini e le donne. È morto a 84 anni, nella sua Genova, nella sua comunità di San Benedetto al Porto che aveva fondato lui stesso a metà degli anni’70. Nei giorni a venire avremo modo di leggere ogni tipo di commento. Alcuni sicuramente li riporteremo. Solo una cosa, ora: non crediamo di sbagliare aggiungendo che probabilmente gli stessi che sino all’altrieri lo dileggiavano impunemente, ora saranno i primi ad incensarlo, elevando lodi improprie, utilizzandolo a proprio uso e consumo; come è accaduto ad altri, come è accaduto a don Milani, ad esempio. Per questo è importante non limitarsi a celebrare con belle parole la figura di don Gallo, ma proseguire concretamente lungo la medesima strada. A seguire pubblichiamo la cronistoria della sua vita, così come la si può leggere dal sito della comunità San Benedetto (www.sanbenedetto.org).

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Andrea nasce a Genova il 18 Luglio 1928 e viene immediatamente richiamato, fin dall’adolescenza, da Don Bosco e dalla sua dedizione a vivere a tempo pieno “con” gli ultimi, i poveri , gli emarginati, per sviluppare un metodo educativo che ritroveremo simile all’esperienza di Don Milani, lontano da ogni forma di coercizione.
Attratto dalla vita salesiana inizia il noviziato nel 1948 a Varazze, proseguendo poi a Roma il Liceo e gli studi filosofici.
Nel 1953 chiede di partire per le missioni e viene mandato in Brasile a San Paulo dove compie studi teologici: la dittatura che vigeva in Brasile, lo costringe, in un clima per lui insopportabile, a ritornare in Italia l’anno dopo.
Prosegue gli studi ad Ivrea e viene ordinato sacerdote il 1 luglio 1959.
Un anno dopo viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori: in questa esperienza cerca di introdurre una impostazione educativa diversa, dove fiducia e libertà tentavano di prendere il posto di metodi unicamente repressivi; i ragazzi parlavano con entusiasmo di questo prete che permetteva loro di uscire, poter andare al cinema e vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall’unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell’espiazione della pena.
Tuttavia, i superiori salesiani, dopo tre anni lo rimuovono dall’incarico senza fornirgli spiegazioni e nel ’64 Andrea decide di lasciare la congregazione salesiana chiedendo di entrare nella diocesi genovese: “la congregazione salesiana, dice Andrea, si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”.
Viene inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere: due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine dove rimarrà fino al 1970, anno in cui verrà “trasferito” per ordine del Cardinale Siri.
Nel linguaggio “trasparente” della Curia era un normale avvicendamento di sacerdoti, ma non vi furono dubbi per nessuno: rievocare quel conflitto è molto importante, perché esso proietta molta luce sul significato della predicazione e dell’impegno di Andrea in quegli anni, sulla coerenza comunicativa con cui egli vive le sue scelte di campo “con” gli emarginati e sulle contraddizioni che questa scelta apre nella chiesa locale. La predicazione di Andrea irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso Cardinale perché, si diceva, i suoi contenuti “non erano religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”.

Un’aggravante, per la Curia è che Andrea non si limita a predicare dal pulpito, ma pretende di praticare ciò che dice e invita i fedeli a fare altrettanto: la parrocchia diventa un punto di aggregazione di giovani e adulti, di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà per i più poveri, per gli emarginati che trovano un fondamentale punto di ascolto.

Per la sua chiara collocazione politica, la parrocchia diventa un punto di riferimento per molti militanti della nuova sinistra, cristiani e non.
L’episodio che scatena il provvedimento di espulsione è un incidente verificatosi nel corso di una predica domenicale: lo descrive il settimanale “Sette Giorni” del 12 Luglio 1970, con un articolo intitolato “Per non disturbare la quiete”.
Nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l’episodio aveva suscitato indignazione nell’alta borghesia del quartiere: Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nella propria predica che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”.
Qualcuno disse che Andrea era oramai sfacciatamente comunista e le accuse si moltiplicarono affermando di aver passato ogni limite: la Curia decide per il suo allontanamento dal Carmine.
Questo provvedimento provoca nella parrocchia e nella città un vigoroso movimento di protesta ma, la Curia, non torna indietro e il “prete scomodo” deve obbedire: rinuncia al posto “offertogli” all’isola di Capraia che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato.
Lasciare materialmente la parrocchia non significa per lui abbandonare l’impegno che ha provocato l’atteggiamento repressivo nei suoi confronti: i suoi ultimi incontri con la popolazione, scesa in piazza per esprimergli solidarietà, sono una decisa riaffermazione di fedeltà ai suoi ideali ed alla sua battaglia “La cosa più importante, diceva, che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola: i poveri, cioè la gente che non conta mai, quella che si può bistrattare e non ascoltare mai.
Ecco, per questo dobbiamo continuare a lavorare!”
Qualche tempo dopo, viene accolto dal parroco di S. Benedetto, Don Federico Rebora, ed insieme ad un piccolo gruppo nasce la comunità di base, la Comunità di S. Benedetto al Porto: quest’anno festeggiamo trentadue anni: se il nostro progetto con tanti compagni e compagne non fosse un poco riuscito, potremmo essere ancora qui? Dopo tanti anni, la nostra porta è sempre aperta!

Riguardo al dramma del femminicidio, fra i numerosi interventi che di recente sono usciti sui giornali e sul web, riportiamo la riflessione proposta da Ileana Montini – recentemente apparsa sul sito www.ildialogo.org – che prende spunto da un pubblico sermone di papa Francesco.

femminicidio

Domenica 12 maggio all’Angelus, papa Francesco affacciandosi alla finestra, non si è limitato al solito saluto da parroco di campagna. Ha voluto rivolgersi esplicitamente ai partecipanti (sindaco Alemanno in testa) alla processione in favore della “famiglia naturale” e in “difesa della vita dall’embrione alla morte”. Il suo stile di vita francescano che è piaciuto a tutti/e meno, sicuramente, ai curiali romani e ai monsignori di tutto il mondo cattolico, ha permesso di ignorare il suo pensiero dottrinale che corrisponde in tutto e per tutto, a quello del suo predecessore e a quello del papa polacco.

Chi ha letto il primo libro immediatamente tradotto e pubblicato all’indomani della sua elezione, se n’è reso conto subito. Il cielo e la terra è un dialogo con il rabbino Abraham Skorka, entrambi argentini. A proposito del matrimonio, per esempio, d’accordo con il rabbino, Bergoglio, spiega che l’unione dell’uomo e della donna è la base del diritto naturale. E che “la natura ha in sé una normativa che regola il comportamento umano. Ne discende che Dio stesso ha infuso questo messaggio nella Creazione.”.

La sociologa Chiara Saraceno ha scritto un saggio dedicato alle trasformazioni storiche del fare coppia e famiglia per dimostrare che la presunta natura è un non senso (Coppia e famiglie, non è questione di natura, Feltrinelli, 2012).

E quindi che è un non senso sancire le differenze di ruolo sessuale tra maschi e femmine che ben conosciamo come, appunto, secondo natura. Tra ruolo di accudimento e affettività da un lato e autorevolezza dall’altro, per Bergoglio e per i laici tradizionalisti, c’è una contrapposizione precisa e irriducibile che sottende all’essere femmina e maschio.

Alle donne tocca e toccherà sempre il ruolo (materno) dell’accudimento e agli uomini il ruolo (paterno) del trasmettere la legge e proteggere la prole.

Alle suore riunite in San Pietro, il Papa argentino ha raccomandato di essere madri e non zitelle. Le zitelle, termine obsoleto in lingua italiana postmoderna, indicava le “signorine” che avevano superato i 25/30 anni senza “trovare marito”. Le suore “madri” non inacidite zitelle possono sopportare meglio l’esclusione dal sacerdozio, cioè dal potere vero nella Chiesa. La donna nella Chiesa, scrive Bergoglio non può diventare presbitero perché Gesù, sommo sacerdote è un maschio. Nel cristianesimo la donna “ha un’altra funzione, che si riflette nella figura di Maria. E’ quella che accoglie la società, che la contiene, la madre della comunità. La donna ha il dono della maternità, della tenerezza”.

Saraceno nel suo libro scrive anche che “nel resoconto psicoanalitico classico basato sul modello ideale della famiglia borghese, intima ma strutturata attorno a una forte divisione delle competenze delle attività e del potere tra i sessi, questo mandato è rappresentato dall’intervento paterno che rompe la fusionalità madre bambino…”. In altri termini lo transita nel mondo, nella realtà per l’assunzione di responsabilità. Si tratta del figlio maschio. La figlia può restare nella stretta relazione con la madre per imitare, da adulta, la funzione di contenimento emotivo e affettivo, del tipo “riposo del guerriero”.

Le tre religioni monoteiste, le grandi agenzie del sapere come la psicologia, la psicoanalisi, la pedagogia e, dunque i corollari istituzionali come l’università e le scuole, sono, in genere, ancora ancorate al principio dell’ eterna natura che genera le modalità dell’esistere. Per i credenti si tratta di un disegno divino, come recita anche il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica.

A fronte delle svariate storiche forme delle relazioni sessuali e del fare famiglia, persiste un pensiero tradizionale fondato sulla divisione sessuale tra i sessi “secondo natura”.

Scrive la psicologa Daniela Benedetto: “Il ruolo della figura materna è stato più volte delineato e sembra avere certezze ed essere maggiormente ancorato a una cultura condivisa a dinamiche di accadimento, affettive e di sostegno, di scambi emotivi e comunicativi ritenuti validi per tutti, soprattutto nei primi mesi di vita, come rilevanti ai fini di una sana crescita fisica e psicologica del bambino”.

Scrive la psicologa Mariangela Corrias: “Il codice materno è fondamentalmente affettivo, protegge e aiuta il bambino ad acquisire quella sicurezza di base che gli permette di affrontare la vita con equilibrio. Il codice paterno definisce limiti e regole ed è altrettanto importante per la sicurezza del figlio, gli fornisce strumenti per confrontarsi con la realtà e interagire con essa, gli dona maggiore sicurezza e gli permette di acquisire la capacità di comunicare le emozioni, di costruire un’identità stabile, responsabile e autonoma”. Come dire: se ci si discosta da questo modello naturale ed eterno, le derive psicologiche saranno inevitabili.

Se ci discostiamo dalla massa di psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti formati dall’università e dalle scuole di formazione, incontriamo (qualche volta) un pensiero diverso, come si evince leggendo ciò che scrive la psicoanalista Simona Argentieri che auspica una ridefinizione delle identità di genere “in modo da arrivare a permettere lo svolgimento di ambedue i ruoli, e di entrambi le funzioni di entrambi i sessi: perché i maschi non dovrebbero svolgere anche una funzione materna nei confronti dei figli? Anche la funzione paterna va distribuita equamente tra uomini e donne, se per funzione paterna (io per lo meno così la intendo) il poter esercitare un’autorità, dare dei limiti, essere protettivi, favorire la crescita”.

Manuela Fraire, autorevole psicoanalista femminista, fornisce una lettura nuova rispetto al modo di essere, tradizionale e sostenuto dalla psicologia, della donna: “L’amore di sé ancora passa per una donna innanzitutto attraverso la cura dell’altro.(…) La salute mentale di una donna è ancora misurato – da lei stessa – dalla capacità di prendersi cura in tutti i suoi significati privati e pubblici del mondo in cui vive.”

Una psicanalista, in visita a un amico in un condominio, leggendo le targhette dei nomi, lesse anche quella di una sua paziente. Quando la paziente si recò in seduta, l’analista le fece notare con evidente disappunto, che non era giusto il suo cognome e quello del marito, perché avrebbe dovuto –per la sua sanità psichica- omettere il suo per quello del marito preceduto dal solito “fam.” per famiglia; anche se si trattava di due coniugi senza figli.

Una giovane dice alla strizzacervelli che, una volta sposata, sa che dovrà sobbarcarsi “naturalmente” la cura della casa, ma spera che il marito resti con lei qualche sera e condivida anche qualche sabato e domenica sottraendolo ai suoi hobby. Ancora oggi persino i giovani e le giovani danno per scontati i ruoli praticati da genitori e nonni. L’educazione di genere, in altre parole il modellamento di genere, si configura dunque come pressione omologatrice alla tradizione.

Bambine e bambini assimilano la tradizione attraverso processi di osservazione e identificazione con le figure genitoriali, imparando le richieste a loro rivolte di rispetto dei confini in ordine a ciò che si deve o non si deve fare per essere accolti, accettati e autorizzati a vivere da “normali”.

L’educazione di genere è proprio un insieme di comportamenti, di azioni e d’intenzioni circa esplicitate da chi ha la responsabilità educativa in merito al vissuto di genere e alle relazioni di genere. Cioè, i gruppi sociali e culturali – dalla scuola, alle istituzioni universitarie, alle chiese, alle televisioni, alle istituzioni psicoanalitiche ecc., praticano un’educazione di genere che influenza i soggetti.

La stessa cosa vale per la religione islamica soprattutto nell’emigrazione. Sono numerosi i libri e gli interventi in Internet volti a dare indicazioni al popolo credente musulmano, dalle varie istituzioni come l’UCOOI. Si può leggere che “Per una donna musulmana la casa è dunque al centro dell’attenzione, ed il benessere del marito e dei figli la sua prima preoccupazione, subito dopo i suoi doveri verso Dio. Questo ruolo non le impedisce, col consenso del marito, di intraprendere un lavoro fuori di casa, di continuare la propria educazione, e di prestare un servizio volontario nella comunità. Ma deve far sì che le proprie responsabilità, verso la casa e a famiglia, siano sempre assolte, nel timore che la famiglia stessa, la struttura base della società islamica, sia trascurata, con la sua assenza, a mancare la sicurezza e l’esempio necessari al marito ed ai figli.”

Modelli multipli di mascolinità e femminilità, multipli e flessibili esistono nella pratica, ma la loro legittimazione istituzionale è perlomeno equivoca. La pubblicità deve tenere conto del punto di arrivo dell’evoluzione dei costumi, ebbene, ecco che un nuovo prodotto per la pulizia della casa è spiegato da un uomo alla “inesperta” o superficiale moglie/madre allieva attenta e disponibile. Perfino quando si tratta della cucina, è il marito a indicare alla moglie il nuovo modo di cucinare rapido e appetitoso e a ricevere la conferma di ruolo da lui e dai figli.

Forse occorrerebbe chiedersi quanto influisca in Italia il pensiero della naturalità della divisione dei ruoli, sull’aumento esponenziale del femminicidio.

Loredana Lipperini e Michela Murgia hanno dato alle stampe un libretto denso di concetti intorno al problema del femminicidio (“L’ho uccisa perché lo amavo”. Falso!, Laterza, 2013). Scrivono che nella maggioranza dei casi le donne uccise, sono donne abbandonanti e che occorre partire proprio da qui, “da quel racconto deviato che riporta tutto a un concetto ‘naturale’ (si è maschi e femmine per natura e non per ’cultura’) ancora non scalfito nonostante i secoli (…) Il femminicidio si chiama così proprio perché definisce un tipo di delitto che avviene all’interno di relazioni impregnate di una struttura culturale arcaica, che ancora, non si dissolve.”

Le donne, appunto, non devono in nome del diritto alla propria libera realizzazione, decidere di separarsi, di abbandonare il figlio/marito. Devono, le donne, rispettare il principio (naturale e divino) che: “L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio”. Murgia e Lipperini riportano le parole di Costanza Miriano, giornalista e scrittrice che ha dato alle stampe il libro Sposati e sii sottomessa.

Il femminicidio può allora essere considerato la reazione naturale – scrivono ancora Murgia e Lipperini- la reazione naturale all’indebita pretesa di instaurare un ordine non naturale.

Ileana Montini

ileana montini

Occupy. Dalle piazze alla terra!

Autore: liberospirito 17 Mag 2013, Comments (0)
L’associazione Navdanya International  ha come scopo la realizzazione di una rete internazionale per la diffu­sione di sistemi alimentari sostenibili; si propone in questo modo di concorrere all’affermazione di un nuovo paradigma che attraverso l’agricoltura possa ricon­ciliare economia ed ecologia, difendendo l’ambiente e la biodiversità, suggerendo al contempo una nuova cultura alimentare e un’economia al ser­vizio delle persone e del pianeta.
Sul portale dell’associazione (http://www.navdanyainternational.it) è stato affrontato l’argomento con un intervista a Vandana Shiva, la quale insiste su un argomento: questa crisi dimostra che i governi hanno fallito il loro compito di rispondere ai bisogni della popolazione: i giovani, così come stanno occupando le piazze, debbono occupare la terra per prenderne possesso e da lì ripartire.
In questo modo il prendersi cura della terra non solo è ecologia, vale a dire un comportamente rispettoso nei confronti dell’ambiente; ma al tempo stesso diventa economia,  fonte di nutrimento e benessere; politica, cioè luogo di socializzazione; e – attraverso questo sentimento di riverenza – anche un momento di espressione religiosa nei suoi confronti.
Ecco, di seguito, il testo di Vandana Shiva.
via campesina
La terra sostiene la nostra vita sulla Terra, e la terra non discrimina tra giovani e vecchi, ricchi e poveri, per lei tutti i figli sono uguali.
Noi siamo legati alla Terra dal momento che ognuno riceve una giusta, equa e sostenibile parte di risorse: la biodiversità e i semi, il cibo che i semi ci procurano, la terra su cui possono crescere i cibi, l’acqua che scorre nei nostri fiumi e anche l’aria dell’atmosfera che respiriamo. La più grande sfida che dobbiamo fronteggiare oggi è quello che ho chiamato la rapina dei nostri beni comuni da parte delle multinazionali. I semi come beni comuni sono stati sottratti tramite la privatizzazione e brevettazione, l’acqua è stata privatizzata tramite leggi, la terra è stata privatizzata e rubata nei paesi poveri, in India, in Africa, ma anche nei paesi ricchi a causa dell’aggravarsi della crisi economica. Le vere forze che hanno generato la crisi, tramite una morte finanziaria, ora vogliono appropriarsi del benessere reale della società e del futuro, vogliono appropriarsi dell’acqua e della terra.
Penso che in questo momento di crisi,  di crisi economica, la terra è l’unico luogo in cui possiamo ritornare per ricostruire una nuova economia; e ogni governo alle generazioni future dovrebbe dire: “non abbiamo molto altro da darvi: abbiamo perso la capacità di darvi lavoro, sicurezza sociale e garantirvi un decente tenore di vita. Ma la terra ha ancora questa capacità, noi consegniamo le terre pubbliche agli agricoltori del futuro: provvedete a voi stessi”. Questo è un obbligo, visto il fallimento dei governi, nell’attuale sistema economico, nel prendersi cura dei bisogni della gente; la terra può prendere cura dei nostri bisogni, la comunità può prendersi cura dei nostri bisogni. E se vogliamo avere un’economia viva, e dobbiamo averla, e se vogliamo avere una viva democrazia, la terra deve essere al centro di questo rinnovamento: dalla morte e distruzione alla vita.
Mettere la terra nelle mani delle generazioni future è il primo passo, e se non lo faranno, seguendo la strada giusta, invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze; voi dovete fare un dono al futuro dell’umanità.
Vandana Shiva
vandana shiva

Insegnamenti maya per una civiltà in crisi

Autore: liberospirito 6 Mag 2013, Comments (0)

A parziale integrazione a quanto riportato sul precedente post (Difendere gli Awà, difendere la terra, difendere la vita) riportiamo un breve intervento di Leonardo Boff (autore molto frequentemente su questo blog) dove si parla dell’ecocidio in corso ad opera dell’attuale modello globalizzato e sviluppista e della possibilità di trovare fonti di ispirazione di saggezza ecologica presso antiche civiltà amerinde. In questo caso non si parla dei popoli amazzonici ma della civiltà maya.

calendario-maya

Il modello globalizzato di civiltà, che implica una guerra contro la natura, sta portando tutto il sistema di vita ad una crisi. Ci sono segnali di crisi inequivoci per cui la Terra non sopporta questo esasperato sfruttamento delle sue risorse, l’offesa alla dignità dei suoi figli e figlie e l’esclusione di milioni di esseri umani condannati a morire di fame. Come osservava Eric Hobsbawm nella sua nota opera L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del secolo breve, Roma, Carocci, 1998: “Il futuro non può essere la continuazione del passato; il nostro mondo corre il rischio di esplosione o di implosione. Deve cambiare, visto che l’alternativa ad un cambiamento della società è l’oscurantismo”.

Come evitare questo oscurantismo che può significare la demolizione del nostro tipo di civilizzazione ed eventualmente l’Armageddon della specie umana? E’ imperativo che ci ispiriamo ad altre civiltà che possano essere fonti di sapienza ecologica. Ce ne sono molte, ma scelgo la civiltà maya, perché ho visitato recentemente per venti giorni le regioni dell’America Centrale dove abitano i discendenti di quello straordinario esempio di civiltà e ho conversato con il suoi saggi, sacerdoti e sciamani.

Da quella ricchezza immensa, riprendo solo tre punti centrali che corrispondono a grandi assenze nel nostro modo di vita: la visione cosmica in armonia con tutti gli esseri, l’affascinate antropologia centrata nel cuore e nel senso del lavoro umano. L’antica sapienza maya si è conservata mediante la trasmissione orale di padre in figlio. Essendosi tenuti al margine della cultura moderna, i maya custodiscono fedelmente le antiche tradizioni e gli antichi insegnamenti, che si trovano anche in opere scritte, come il Popol-Vuh e i libri di Chilam Balam. L’intuizione che sta alla base della loro visione cosmica si avvicina molto alla moderna cosmologia e alla fisica quantica.

L’universo è costituito ed è mantenuto da energie cosmiche, dal Creatore e Formatore del tutto. Quello che esiste in natura è nato dall’amore tra il Cuore del Cielo e il Cuore della Terra. La Madre Terra è un essere vivo che vibra, sente, intuisce. lavora, genera e alimenta tutti i suoi figli. La dualità di base tra formazione e disintegrazione (diremmo tra caos e cosmos) conferisce dinamismo a tutto il processo universale. Il benessere umano si ottiene con il sincronizzarsi con questo processo e con il coltivare un profondo rispetto per ogni essere. Così l’essere umano si sente parte consustanziale della Madre Terra e gode di ogni sua bellezza e protezione. La morte non è nemica, è una immersione più profonda nell’universo.

Gli esseri umani sono visti come “gli illuminati, gli indagatori e ricercatori dell’esistenza”. Un testo del Popol-Vuh merita di essere citato per la bellezza e la solennità con la quale descrive la nascita dell’essere umano: “Che rischiara, che fa sorgere il sole nel cielo e sulla terra; non ci sarà gloria né grandezza nel creato oltre l’ esistenza della creatura umana”. Per giungere alla loro pienezza, gli esseri umani passano per tre fasi, un vero processo di individualizzazione, nel senso del pensiero di C. G. Jung. La “persona di argilla” ha la capacità di parlare, ma non ha consistenza poiché l’acqua la dissolve. Si sviluppa e può diventare “persona di legno”: può intendere ma non ha anima perché, come quella materia, è rigida e insensibile. Infine raggiunge la fase di “persona di mais”: “Che conosce quello che sta vicino e che sta lontano”, ma la sua caratteristica principale è l’aver Cuore: per questo “sente perfettamente, percepisce l’Universo, la Fonte della Vita” e batte al ritmo del Cuore del Cielo e della Terra.

L’essenza dell’essere umano sta nel cuore, che è quello che molti pensatori come Michel Maffesoli, Daniel Goleman, Adela Cortina e io stesso affermiamo da anni. Risiede nell’intelligenza cordiale e nella ragione sensibile. Non si tratta di abdicare alla ragione analitica e calcolatrice, ma di completarla e allargarla perché la nostra capacità di comprendere sia più ampia e feconda. Dando centralità a queste altre forme di esercizio della razionalità, creiamo spazio perché emergano l’attenzione, l’amore, la compassione e il rispetto, valori senza i quali non salveremo il sistema minacciato della vita.

Un terzo aspetto, il lavoro, è illuminate per la nostra cultura. Per noi il lavoro è fondamentalmente la produzione di beni e ricchezza. Le migliori ore del giorno sono dedicate al lavoro, molto spesso deludente e poco creativo. Per i maya lavorare è aiutare la Madre Terra che ci dà tutto quello che serve per vivere. Quando manca qualcosa, la aiutiamo a produrre quello che è sufficiente per tutti. Raggiunti questi fini, essi si occupano di altre cose, come la convivenza comunitaria, gli affari collettivi, le cure per la casa, strade e templi o attività artistiche. Il lavoro è per i Maya qualcosa che non schiavizza l’essere umano, ma che permettere di esprimere le sue abilità e plasmare la sua vita. Questa sapienza pratica è un esempio valido per questa fase critica della nostra storia. Tutto quello che aiuta a mantenere l’equilibrio della terra e ad alimentare la sua vitalità deve essere valorizzato e assunto come forma di rigenerazione e via di salvezza.

Leonardo Boff

 

Traduzione e adattamento di Tiberio Collina per l’Associazione Eco-Filosofica

http://www.filosofiatv.org

awa

Siamo un po’ noiosi, molte volte ci ripetiamo. L’abbiamo detto: è lavoro improbo dare conto delle ingiustizie diffuse oggi sulla Terra (quelle di una certa dimensione, intendiamo dire…). Noi, ben consapevoli di centrare appena marginalmente l’obiettivo, ma che non si può  restare zitti dinanzi a certi accadimenti, passiamo qui una nuova notizia. La ricaviamo dal sito di Survival (http://www.survival.it/awa). Riguarda una delle tribù oggi più minacciate, gli Awà, uno degli ultimi popoli incontattati. Difendere loro significa difendere anche la Terra, gli animali, le piante, provare quel rispetto e quella reverenza nei loro confronti che qualsiasi sensibilità religiosa dovrebbe coltivare. L’organizzazione Survival International da tempo si sta mobilitando con diverse iniziative in difesa degli Awà e chiede sostegno e collaborazione. Invitiamo pertanto a visitare il loro sito e appoggiare le iniziative volte a proteggere e tutelare questo popolo.

Gli Awá, che vivono nella foresta brasiliana, conoscono il loro ambiente intimamente. La loro terra ancestrale viene chiamata “Harakwà”, “il luogo che conosciamo”. Infatti ogni valle, corso d’acqua e sentiero è inciso nella loro mappa mentale. Sanno dove trovare il miele migliore, quali dei grandi alberi della foresta stanno per dare frutti e quando la selvaggina è pronta per essere cacciata. Per loro, la foresta è perfezione pura: non sognano di vederla “sviluppata” o migliorata!

Essendo nomadi, le famiglie portano con sé solo quello di cui hanno bisogno, come archi e frecce, e gli animali piccoli. Ciò che possiedono proviene tutto dalla foresta: i cesti sono di foglie di palma, le funi di vite servono per scalare gli alberi e bruciano la resina per farsi luce. Come cacciatori-raccoglitori nomadi, gli Awá sono sempre in movimento. Ma non vagano senza scopo; il loro nomadismo è un preciso stile di vita, che alimenta un legame fondamentale con le loro terre. Non possono concepire di spostarsi, di lasciare il luogo dei loro antenati. Ma oggi gli Awà sono la tribù più minacciata del pianeta.

Alcuni geologi americani hanno scoperto nelle loro terre giacimenti di ferro immensi, forse il più ricco giacimento di ferro mai rinvenuto sulla Terra. Da lì è nato il “Progetto Gran Carajàs”, finanziato da USA, Giappone, Banca Mondiale e UE, con l’idea di far nascere la più grande miniera a cielo aperto del pianeta, con dighe, fonderie di alluminio, ferrovie e allevamenti di bestiame. Come prevedibile tale progetto sta avendo un effetto devastante sull’ambiente della regione e sui suoi popoli tribali.

Per questo gli Awà si trovano minacciati, almeno fino a quando il loro territorio non sarà dichiarato protetto e verrà concretamente rispettato. Loro non desiderano altro che poter vivere in pace, di poter decidere da soli della loro vita, al riparo dalle violenze degli invasori. Per questo è bene aiutarli.