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Archivi: aprile 2013

Liberospirito: Un, due e tre!

Autore: liberospirito 30 Apr 2013, Comments (0)

soffione

Liberospirito si fa in tre! Tra il 2009 e il 2010 prendeva vita, in sordina, il sito www.liberospirito.org, con un sottotitolo programmatico: religione e libertà. L’idea era quella di creare nel mare magnum del web una piccola biblioteca on line sull’argomento, con autori e tematiche (per lo più riguardanti il nostro passato prossimo: la modernità e la contemporaneità) gravitanti intorno al nesso religione/libertà – per noi inscindibile, ma poco considerato dagli addetti di cose religiose. Decine e decine di materiali su autori (da J. Ellul a I. Illich, da L. Tolstoj a S. Weil, da M. Gimbutas a J. Krishnamurti, giusto per riportarne alcuni) o su temi (citando anche qui un po’ a caso: ecoteologia, dialogo interreligioso, teologia in lingua materna, anarchismo religioso) possono essere letti e consultati in formato pdf o comodamente scaricati.

Nell’estate del 2010 il nostro progetto raddoppiava: il sito veniva affiancato dal presente blog, in modo da dare più ampio spazio a riflessioni concernenti l’attualità e ci sembra che al momento il tutto proceda bene (ad esempio, per una piccola iniziativa come questa superare i 1700 visitatori al giorno sul blog è un risultato confortante).

Ora il “progetto liberospirito” si fa in tre. Per offrire un ulteriore visibilità a queste e altre future iniziative abbiamo creato, pur con qualche alcune esitazione, una pagina facebook (inserendo la parola-chiave “religione e libertà facebook” in qualsiasi motore di ricerca oppure direttamente: www.facebook.com/pages/Religione-e-libertà/259192924225273), così da segnalare puntualmente a chi ci segue sia gli aggiornamenti che via via compaiono sul sito e sul blog, sia appuntamenti, interventi, etc. che ci sembra opportuno portare all’attenzione. Oltre – com’è in uso su facebook – offrire l’opportunità a chi ci segue di poter lasciare qualche commento. Anche questi piccoli feedback hanno la loro importanza.

Dunque, un rinnovato grazie a chi ci segue e buona prosecuzione anche su facebook. A presto leggerci…

I nazisti dell’anno Duemila

Autore: liberospirito 23 Apr 2013, Comments (0)

Tra un paio di giorni cadrà il 25 aprile. Si terranno ancora, come ogni anno, discorsi celebrativi e commemorativi, in cui la retorica la farà, nonostante tutto, da padrona. Non per questo va dimenticata tale data. Il problema è renderla viva, restituirle forza, passione e speranza; la stessa che avevano i giovani e i meno giovani, volti noti o sconosciuti che hanno dato il loro cuore a quelle giornate. Noi qui proviamo a riattualizzarla riportando ampi stralci di un intervento di p. Ernesto Balducci, apparso sul quotidiano “Paese Sera” nel 1985 e di recente ripubblicato nel volumetto Siate ragionevoli chiedete l’impossibile (edizioni Chiarelletere, con prefazione di don Andrea Gallo), dove è possibile leggere alcuni testi significativi – alcuni ampi altri meno – di Balducci, “un gigante del pensiero cristiano del Nocevcento”, come viene descritto nell’incipit del libro. L’articolo in questione sembra proprio scritto per l’oggi.

resistenza

Tutti i 25 aprile, da anni, ho il costume di riprendere in mano il bel volume Einaudi, in tela azzurro chiaro: Lettere di condannati a morte della resistenza europea, per leggere qua e là con riverenza questo straordinario testamento dalle mille voci. La questione che la resistenza sia stata da noi un vero fatto di popolo o l’avventura di un’èlite ha poca importanza mentre leggo queste pagine: la loro universalità si impone da sé e ricorda da quale gloriosa epopea morale abbia tratto origine il nuovo ordine nato dopo la guerra. Come è vero quanto dice Tolstoj, citato da Thomas Mann nell’introduzione: “Anche il martirio è una vittoria: una vittoria nel futuro”. Quella gente, a volte umile gente, in procinto di affrontare la fucilazione o la forca pensava a noi, al nostro tempo, nella sicurezza che sarebbe stato il tempo della loro vittoria.

( … )

E’ vero, gli uomini della Resistenza sono, per un certo verso, preistorici, come i fascisti e come le SS. Ma sarebbe un disastro se essi non riuscissero a immettere linfa nell’albero sterile! Infatti c’è un nuovo nazismo fra di noi, in noi: il nazismo dell’anno Duemila. Non dimentichiamoci che – per non parlare del fascismo, salutato sul nascere da molti soloni del nostro paese come una terapia provvidenziale – il nazismo non apparve così terribile quando la Germania si coprì delle orde delle camicie brune. Perfino in Vaticano si pensò che, quando ci vuole una diga contro il male, la Provvidenza non guarda troppo per il sottile. I nazisti nel 1934 non erano affatto le belve del 1944 e così i nazisti dell’anno Duemila sono oggi persone civilissime. Hanno già disseminato sulla terra bagnata dal sangue dei partigiani i missili della distruzione, ma nessuno di loro è un criminale. Baciano la mano alle signore e ai prelati; la sera accarezzano i bambini; a Natale cantano attorno all’albero. Vogliono la pace e la vogliono nella sicurezza! E così tutto è pronto perché la terra diventi, dal Polo nord al Polo sud, un’immensa Auschwitz.

Quando li vedo in televisione gioviali, facondi, sorridenti, i signori della guerra, che poi sono i signori della politica, destano in me un terrore infantile. I fascisti avevano sulle loro camicie nere il simbolo del teschio. Tempi belli, quelli, tempi disinibiti! Se i nostri generali portassero nel cappello il simbolo del teschio ci sarebbe un’insurrezione morale contro tanto cinismo. Ma il teschio c’è. Non è nel cappello, è nel loro intimo. E’ lì che i nazisti del  Duemila portano il distintivo di morte. Contro chi celebreremo oggi la Resistenza?  Anzi, chi è davvero degno di celebrarla? Una cosa sola io so: che oggi i veri partigiani sono coloro che hanno deciso di dire no, in tutti i modi, ai civilissimi nazisti dell’anno Duemila.

Ernesto Balducci

Ernesto_balducci

Pietà per la nazione

Autore: liberospirito 21 Apr 2013, Comments (0)

Come rapsodico commento ai recenti fatti politici (meglio: alla miseria della politica e  a tutto quello che ne consegue) di casa nostra (elezioni, consultazioni, nomina del presidente della repubblica, ecc.) proponiamo questi versi del “grande vecchio” Lawrence Ferlinghetti. Rispetto alle elucubrazioni di tanti opinion-maker, queste poche parole (invocazione, invettiva e lamento) sembrano provenire da un oceano di buon senso, se non di saggezza.

urlo-munch

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore

e i cui pastori sono guide cattive

Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi

i cui saggi sono messi a tacere

Pietà per la nazione che non alza la propria voce

tranne che per lodare i conquistatori

e acclamare i prepotenti come eroi

e che aspira a comandare il mondo

con la forza e la tortura

Pietà per la nazione che non conosce

nessun’altra lingua se non la propria

nessun’altra cultura se non la propria

Pietà per la nazione il cui fiato è danaro

e che dorme il sonno di quelli

con la pancia troppo piena

Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini

che permettono che i propri diritti vengano erosi

e le proprie libertà spazzate via

Patria mia, lacrime di te

dolce terra di libertà!

Lawrence Ferlinghetti

lawrence ferlinghetti

Un matrimonio per tutti

Autore: liberospirito 17 Apr 2013, Comments (0)

Dalla rubrica “il divino”, tenuta ormai periodicamente da Filippo Gentiloni su “Il manifesto”, riportiamo una notizia volante apparsa ieri; riguarda la forbice che si sta aprendo sempre più tra Chiesa cattolica da una parte e riconoscimento del diritto al “matrimonio per tutti” dall’altra. Fa specie, in questo caso, osservare l’ostilità omofoba da parte delle gerarchie cattoliche, la quale risulta in evidente contraddizione con la colpevole copertura garantita per anni (id est da sempre) nei confronti delle pratiche pedofile di diversi prelati.

matrimonio-gay

Più nozze per tutti

In un momento di grandi cambiamenti in tutti i campi, sembra che invece la religione sia immobile, specialmente quella cattolica, più che soddisfatta per il cambiamento del papa. Ma non è così: anche per il cattolicesimo è tempo di cambiamenti, anche radicali. Basti pensare al matrimonio, uno degli argomenti per il cattolicesimo di massima rilevanza mondiale, ricco di ripercussioni sociali e anche politiche, nazionali e mondiali.
È di pochi giorni fa la notizia: la Francia approva le nozze e le adozioni omosessuali. Una notizia bomba, che viene da un grande paese cattolico. L’articolo 1 del progetto di legge sul «matrimonio per tutti» dichiara: il matrimonio è contratto da due persone di sesso differente o dello stesso sesso. L’iter legislativo è veloce: i primi matrimoni omosessuali si celebreranno in Francia ai primi di luglio. D’altronde Hollande aveva inserito il «matrimonio gay» fra le proposte del nuovo governo, sostenuto dal 60 per cento dei francesi. Il governo non vuole perdere tempo, anche perché le posizioni contrarie, come era prevedibile, si sono radicalizzate.

Filippo Gentiloni

La multifiorita stagione

Autore: liberospirito 15 Apr 2013, Comments (0)
L’aspettavamo tutti, chi nelle città chi in campagna. Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando proprio dell’arrivo della primavera che, senza rispettare i tempi ufficiali, finalmente è arrivata. Non rubrichiamo un pensiero del genere come futile considerazione rispetto ai gravi problemi che incombono, più o meno minacciosi. La preoccupazione e la denuncia per l’alterazione degli ecosistemi e la violazione del mondo naturale percepito come terra mater (ciò che gli indios in America chiamano pachamama) non può prescindere da una partecipazione affettiva ai suoi ritmi, grandi e piccoli. Il breve scritto di Lidia Menapace che proponiamo (proveniente da www.ildialogo.org) esprime proprio una simile gioiosa condivisione che ci piace far circolare.
primavera
Sembra più fine ottobre che inizio aprile, ma per fortuna i fiori hanno un loro orologio interno fedele, e così viaggiando viaggiando ho letto la solita bellissima trafila: prima spuntano i fiori gialli, col loro colore squillante e fresco, primule, forsizie, ginestre; poi arrivano i fiori bianchi che staccano dal primo verde che spunta da terra, il biancospino, i mandorli, il sambuco; poi il rosa dei peschi incomincia a sfoggiare sfumature più sofisticate e leggiadre e dopo viole, tulipani, garofani, camelie, rose e si avvia quella che Mimnermo chiamava poluanthemos ore, la multifiorita stagione.
Tutto ciò mi trasmette un grande senso di bellezza e di ordine vitale, di sicurezza: la ripetizione stagionale è una rassicurazione; immagino la paura delle prime creature intelligenti, che forse temevano che il sole fuggito non tornasse più; e il miracolo dell’alba arrivava come un patto sicuro e sereno stipulato con la madre Terra.
Ero sul Gargano una delle scorse mattine, mi sono svegliata presto e ho visto con eterno stupore il sole sorgere all’orizzonte dal mare, sfumando di rosa le nuvole prima grigie e cancellando via via con la sua luce potente una sottile mezzaluna argentea, che prima campeggiava, una meraviglia.
Lidia Menapace

Gente perbene

Autore: liberospirito 8 Apr 2013, Comments (0)

Non ci sono parole per dirlo. Questa frase, al limite del luogo comune, esprime bene la condizione in cui ci si trova alla notizia – scandolosa notizia – delle tre morti per suicidio avvenute a Civitanova Marche, alcuni giorni fa, a causa di una situazione economica divenuta insopportabile. Questo è un altro esempio della crisi (non solo economica) che attraversiamo e della gestione della stessa fornita dai vari governanti, al servizio più di quella troika (Ue, Bce e Fmi) che comanda in Europa e nel mondo che dei propri cittadini. C’è di che indignarsi, hanno detto in molti, ed è vero. “Omicidio di Stato”, gridavano al funerale. Ma è altrettanto vera la necessità di smettere di aspettare aiuti dall’alto e iniziare a praticare forme orizzontali di cooperazione e di solidarietà. Su quanto accaduto pubblichiamo qui sotto un’interessante testimonianza scritta da Renata Morresi e apparsa su Nazione Indiana.

04062013-CRO-FUNERALE TRIPLICE SUICIDIO CIVITANOVA MARCHE

Sono appena tornata dai funerali di Civitanova, Marche, Italia. L’ho saputo proprio all’ultimo, dopo due giorni in giro fuori, senza connessione, non capisco perché nessuno m’abbia telefonato per dirmelo, un messaggio, niente. L’ho saputo solo sabato, nel primo pomeriggio, mentre me ne sto ancora in pigiama a trafficare davanti al computer. Prima m’imbatto in questo status di Eleonora – siamo in classe insieme nello stesso corso, nella speranza di trovare uno straccio di lavoro reale – :

Ecco, io ieri sera mi sono allungata sul divano, pensando di lasciarmi alle spalle la prima parte di un qualcosa che dentro di me so essere un’ennesima sanguisuga attaccata sulla pelle di gente perbene. Ecco, io sul quel divano ho preso il telecomando, ho acceso la televisione e mi ha travolto il silenzio di una silenziosa disperazione, quella che ti fa credere che essere perbene sia una maledizione, quella che ti fa pensare che magari c’è un altro posto in cui nessuno potrà calpestarti mai più.

Bevo il mio caffè e non capisco, mi piace e non capisco, funziona un po’ così su Facebook, arriva sempre prima la pelle e a volte solo quella. “Mi piace”, e passo oltre. Dopo due minuti Alessandra mi tagga a una manciata di suoi versi, una poesia agile e stretta, che fa scivolare veloce il cursore, un solo verso più lungo, repentino: “oggi muoiono in tre a Civitanova”. Si vede che una cosa non capìta passa, ma la somma di due cose non capite e uguali smuove. Figuriamoci tre.

Dopo un secondo sono su Google News. Dopo un secondo infilo i jeans e il giubbetto. Dopo un secondo sono in macchina che scendo verso la costa. Sto andando ai funerali, non so bene perché, a che titolo, secondo quale fede, cosa cerco, cosa offro, ma dentro la testa sto già scrivendo questo. Sto guidando, sto guardando, sto scrivendo di queste cose attorno. Eccola la primavera marchigiana, mezzo sole e mezzo freddo, le molte strade che la rigano da est a ovest, quasi tutte lasciate a metà a ridosso dei monti azzurri, riasfaltate quando passa un papa per i santuari qua intorno, di qua e di là i campi a rotazione, scacchi di terra che alternano grano, granturco, barbabietole, girasole, i campi fotovoltaici, i vivai, e più vai verso il mare, le zone industriali, i capannoni abbandonati, le enormi scritte Vendesi sui pacchiani centri commerciali mai finiti, le sale scommesse e le villette a schiera, dove in ogni cucina per decenni le donne cucivano tomaie per le fabbrichette della zona, la miriade di piccole ditte e officine dismesse, la mega-villa di Della Valle qui a due passi. Appena arrivi in una nuova cittadina t’accolgono le rotonde affittate ai grandi marchi, coi loro insulsi logo-monumenti. Una caterva di cartelloni pubblicitari t’annuncia una animazione che vedrai solo nei motorini. Giro a destra, poi a sinistra, sono sul lungomare, con le lunghe file di palme straprotette da giunte comunali di ogni colore, per creare quell’effetto caraibico che pare piaccia tanto alla famiglia-tipo in vacanza. Eccomi qui, in questo ex-borgo marinaro, ex-centro del boom della scarpa, ex-salottino buono dei modaioli, dove all’ultimo giro il movimento 5 stelle ha stravinto. Questa è la riviera Adriatica, coi lounge bar fichetti e a pochi metri le prostitute sulla statale, le vetrine stilose in centro, che cambiano gestione una volta l’anno, i Suv parcheggiati sul marciapiede, i pescatori a rezzaglio alla foce del fiume, i capannelli di badanti ai giardinetti, i pakistani che giocano a cricket al primo spiazzo che riescono a trovare, quelli di Forza Nuova ad attaccare manifesti. Non è né Nord, né Sud, e ha grossomodo i difetti e le virtù di entrambi, con la goffa scontrosità e la grezza vitalità di ogni provincia, con l’improvvisazione e il tira’ a campa’ di tutta Italia.

Sto per arrivare in piazza, alla chiesa dei funerali, non c’è tanto traffico e trovo subito posto e allora mi prende un magone, la paura che la città non sia venuta, che non saremo che quattro gatti, che la solitudine abbia infettato tutti e non importi a nessuno di questa cosa pazzesca: di essere soli anche se non in uno, di essere succubi non solo in coppia, di essere impotenti in così tanti, una famiglia di tre che s’ammazza. Penso e cammino e quasi corro per fare più in fretta e tre mi sembra un numero così enorme, tre persone adulte che si siedono a tavola ogni giorno e il loro tavolo si squaglia, tutto quello che li unisce e separa si squaglia, e si scivolano addosso, l’uno sull’altro fino a essere uno stesso corpo, e poi uno stesso posto vuoto, il corpo affondato nella solitudine nera, nera, nera. Solo lei mangia.

Giro l’angolo finalmente, la città è venuta, la piazza è piena. Adesso rallento, mi sento un po’ storta e ridicola, sono arrivata di corsa, sono arrivata tardi, vado più piano e giro lenta in mezzo alla folla, e non solo perché so che non entrerò nella chiesa che oramai è troppo piena, ma perché voglio sentire, ho la stupida fame di sapere cosa si sta dicendo la gente. E cosa vuoi che si dicano, che è una tragedia, che ogni giorno ne muore un altro, che il comune doveva sapere, doveva intervenire, che è uno schifo, c’è chi dorme col cane nel letto, chi va alla messa ogni giorno, che mio nonno operaio andava a roma a fare le lotte, che nessuno ha mosso un dito, che i delinquenti non si suicidano mai, che il sindaco s’è portato a casa i rom e noi adesso, che i grillini però, che è colpa della banca, è colpa di equitalia, che è perché loro non hanno chiesto, che perché loro si vergognavano, che è una vergogna, che vergogna, vergogna, vergogna, assassini, assassini, assassini – quando escono gli amministratori locali – omicidio di stato, e, alla fine, uccido un politico! uccido un politico!
La cosa più strana che ho sentito è questa: È che non avevano figli – e questa frase mi sembra così assurda, così vera. Mi illumina d’un tratto sul nostro nuovo proletariato, su un’Italia che ha affondato la borghesia senza liberarsi del borghesismo, un paese dove non avere figli non solo è, come volevano i tradizionalisti, contro natura, ma è anche, quando invecchi, fatale.

Adesso sto sulla soglia della chiesa, scivolata su un fianco del portale d’ingresso. I carabinieri si sono girati verso l’interno per la benedizione. La messa è finita, la gente s’addensa per uscire, ma non c’è calca, solo una gran confusione di voci, tra chi parla sommessamente, chi parlotta nervosamente, chi piange. Si fa silenzio quando una signora bionda raggiunge il microfono, a leggere un messaggio che le amiche hanno scritto ad Anna Maria Sopranzi: Ti ricorderemo che leggevi il giornale sul tuo terrazzino, ricorderemo il tuo sorriso buono. Non eri tu a doverti vergognare della tua povertà.

Sono parole semplici, quelle sulla bontà. Sono, dicono i cinici, le parole di rito pronunciate sempre ai funerali. Ma come fai a non credere alla bontà di queste persone, tre che si organizzano insieme per tirare a campare, non sanno chiedere aiuto ai servizi sociali, ma uno si fa un orticello, uno, lasciato a piedi dal fallimento della ditta, s’arrabatta a cercare lavori, a pagare debiti e arretrati, una pensa all’affitto con la pensioncina da artigiana, come fai a non crederci? a questi pensionati indigenti, a questi licenziati dal presente, al loro esodo da ogni diritto? a una coppia di sessantenni che lascia un biglietto ai vicini con su scritto “scusateci”? a un fratello che capisce d’un tratto di essere solo e non ha un’esitazione, va dritto giù al porto? a un uomo che a quelli che accorrono e s’arrampicano sugli scogli e gli gridano “fermati”, “nuota”, con la mano fa cenno di no, che vuole morire? Ah, lo so, lo so, sto scrivendo con tutto questo pathos e mi scordo di dire che così sta facendo l’Italia, un paese che per anni invece di protestare, resistere e pretendere diritti e rispetto, s’è lasciato affondare.

O forse, forse non è anche questa disobbedienza civile?

Sono in mezzo alla folla e non vedo più niente, mi alzo sulle punte e scorgo solo le telecamere alte sulle braccia dritte degli operatori, inquadrano qualcuno là in mezzo, c’è chi dice il sindaco, chi la presidente Boldrini. Che diritto avete di stare qui, urla qualcuno. Escono le bare, tutti applaudono. C’è una signora semplice vicino a me, continua a parlare da sola, perché applaudite, bisogna piangere, perché applaudite, bisogna piangere. Un altro, sottovoce: ci vuole un grande forza, un grande coraggio. Penso che voglia dire che occorre grande forza per tirare avanti, farsi coraggio per vivere, ma ora che lo scrivo non ne sono più così certa. Vorrei dire qualcosa anch’io, ma sarei solo un’altra voce.

*

Sono tornata a casa, davanti ho una poesia di Massimo Gezzi, “Sul molo di Civitanova”.

A un certo punto dice:

Non è mai finita, penso mentre guardo
i tuoi capelli rovistati dal grecale
finché non muore tutto
c’è speranza di risolverlo il dilemma
che mette il segno uguale tra vita
e non vita, in quest’angolo di porto occidentale
che ogni volta è se stesso ma insieme
è anche altrove, e per caso non coincide
con il luogo dove gli uomini
vendono tutto per fame

Mentre la leggo mi pare incredibile che questi versi di qualche anno fa traccino così bene la geografia della disperazione di oggi: il salto veloce tra vita e non vita, il caso che gira e fa di questo luogo un altrove, quello degli ultimi. Sono i versi di un giovane uomo, pieno di sentimento del mondo, sì, del suo dolore, ma anche di fede.

Di lì a poco tornerò in rete, riscriverò a Eleonora:

Ciao, sono appena uscita dal funerale, ovvero, non sono mai entrata visto che la chiesa traboccava di gente – gente in lacrime, gente incredula, gente arrabbiata, e tanti hanno urlato, sì, molti urlavano anche contro, e a stare insieme, ho notato, l’urlo, lo sfogo, persino il pianto vengono meglio, liberano veramente – ma come liberarsi dalla solitudine quando sei solo, dalla disperazione quando sei disperata, quella è la cosa difficile davvero, tanto da sembrare, a volte, addirittura eroica. Non so bene cosa mi ha portato qui, di certo non la fede, d’istinto mi viene da dire la fede in questa gente semplice, come dicevi tu, semplicemente perbene.

Renata Morresi

www.nazioneindiana.com

Hic Rhodus, hic salta…

Autore: liberospirito 5 Apr 2013, Comments (0)

Abbiamo già parlato degli apprezzamenti nei confronti di Francesco I (espressi anche da figure solitamente critiche nei confronti delle gerarchie vaticane) e delle rare voci dissonanti riguardo a ciò. Riportiamo un articolo di Luca Kocci, apparso un paio di giorni fa su “Il manifesto”, in cui vengono messe sul tappeto alcune decisioni cruciali che dovranno essere prese dal nuovo papa. Come dire: Hic Rhodus, hic salta. Lì, proprio lì, lo vederemo alla prova e allora si potrà comprendere se quei segni manifestati al momento dell’insediamento di Francesco I – che alludevano a un cambio di orientamento – preannunciavano il novum che tanti desiderano oppure tutto ciò a cui abbiamo assistito era solo marketing, null’altro che un’astuta operazione cosmetica.

francesco I

Francesco alla prova di governo

La luna di miele è terminata, adesso comincia il vero pontificato di papa Francesco. Concluse le celebrazioni della Pasqua, esauriti i bagni di folla – l’ ultimo lunedì: in piazza San Pietro ad ascoltare il Regina Coeli, che nel tempo pasquale sostituisce l’ Angelus, c’erano 40mila fedeli –, finita l’ abbuffata mediatica, Bergoglio dovrà ora dare l’ avvio all’ azione di governo della Chiesa.

I punti all’ ordine del giorno, alcuni dei quali particolarmente spinosi, sono numerosi: la sostituzione del card. Bertone alla guida della Segreteria di Stato, le nomine dei capi dei dicasteri curiali – ovvero i ministri del governo vaticano –, lo Ior e altre questioni finanziarie. Da queste decisioni si capirà meglio se quello di Bergoglio sarà un pontificato realmente riformatore oppure se il papa venuto «dalla fine del mondo» si limiterà ad innovare le forme e le apparenze lasciando però immutata la sostanza e le strutture dell’istituzione ecclesiastica.

Molti dei gesti compiuti e delle parole fin qui pronunciate sono un evidente segno di discontinuità con il recente passato: la rinuncia ai paramenti distintivi del potere papale; la scelta di appellarsi «vescovo di Roma» piuttosto che pontefice; la prima messa nella Cappella sistina celebrata dall’ altare rivolto verso i fedeli (che nell’ occasione erano i cardinali elettori) e non da quello preconciliare addossato alla parete, quindi dando le spalle ai fedeli, come invece fece Ratzinger; un seggio al posto del trono papale durante le udienze; la lavanda dei piedi ai detenuti del carcere minorile di Casal del Marmo, fra cui due ragazze, che tanto ha fatto infuriare i tradizionalisti; l’ incontro con il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, prima sistematicamente ignorato e tenuto a debita distanza dai sacri palazzi; l’ uso di espressioni come «popolo» e «Chiesa povera e per i poveri» (ma non «Chiesa dei poveri», come disse il Concilio).

Si tratterà ora di vedere se tale discontinuità riguarderà anche l’ azione di governo, a cominciare dalla scelta della nuova Segreteria di Stato, fin’ ora guidata da Bertone, il quale, complice anche la fiducia assoluta in lui riposta da Ratzinger, ha concentrato nelle sue mani un potere enorme – non sempre ben digerito dagli altri cardinali di Curia: non a caso molti documenti del Vatileaks riguardavano proprio la gestione Bertone – e ha piazzato i suoi uomini nei gangli vitali del potere vaticano, dai dicasteri economici (l’ Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, la Prefettura degli affari economici, il Governatorato) allo Ior. Bertone ha superato l’ età della pensione (ha 78 anni, si lascia a 75), è stato riconfermato «donec aliter provideatur» (fino a che non si provveda altrimenti) ma ha le settimane contate. La scelta del suo successore sarà decisiva per capire la direzione del pontificato di Bergoglio, che da giorni ha avviato le consultazioni con diversi cardinali latinoamericani e alcuni capi dicastero.

Capitolo Ior. Bertone sembra averlo “blindato” per i prossimi 5 anni: è stato appena nominato il nuovo presidente (il tedesco Von Freyberg, che però non è un bertoniano), confermato il Consiglio di sovrintendenza (un Consiglio di amministrazione laico) e rinnovata la Commissione cardinalizia di vigilanza (dove uno dei cardinali “ostili” al segretario di Stato, Nicora, è stato sostituito con il fedelissimo Calcagno), di cui lo stesso Bertone è presidente. E circola la notizia secondo cui lo Ior potrebbe essere posto sotto il controllo della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, il dicastero che insieme al Governatorato amministra lo Stato vaticano, guidata da un altro fedelissimo di Bertone, il card. Bertello. Sembrerebbe che non ci siano grandi possibilità di manovra. Ma il nuovo papa, se vorrà, potrà rimescolare le carte, tenendo anche conto che entro l’estate Moneyval, l’organismo di controllo antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, dovrà decidere se ammettere il Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi.

Nel rinnovo potranno avere un peso anche due vicende giudiziarie che stanno coinvolgendo, come persone informate sui fatti, due pesi massimi della Curia: il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, mons. Vincenzo Paglia (vicino alla Comunità di sant’Egidio) e lo stesso Bertone. La diocesi di Terni, amministrata da Paglia fino a pochi mesi fa, è sotto osservazione dai magistrati della Procura per un buco di bilancio di 18-20 milioni di euro in seguito ad alcune operazioni immobiliari spericolate. Bertone invece, forse già in settimana, sarà sentito dai giudici del Tribunale civile di Roma che stanno dirimendo la contesa sull’eredità del marchese Alessandro Gerini (uno dei grandi palazzinari romani degli anni ’50-’70) fra i salesiani – la congregazione religiosa di Bertone, beneficiaria del lascito milionario – e gli eredi Gerini, che ne contestano la regolarità: se venisse confermata la condanna, i salesiani dovrebbero sborsare una cifra di 99 milioni di euro.

Luca Kocci

 

L’UBI, il piccolo orto e il Concordato

Autore: liberospirito 2 Apr 2013, Comments (0)

buddha

La “Gazzetta ufficiale”, n.14 del 17 gennaio 2013, ha dato pubblicazione della legge n.245 del 31 dicembre 2012 intitolata “Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione Buddhista Italiana, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione”. Si conclude così il lungo, tormentato iter legislativo che ha portato al riconoscimento ufficiale del buddhismo come confessione religiosa in Italia. Tutto bene, allora? Un altro passo avanti nell’affermazione dei principi del pluralismo e della tolleranza nel Bel Paese (l’Italia, tradizionalmente “una d’arme, di lingua, d’altare”) e nel processo di coniugazione di religione e libertà?

Scorrendo i vari punti della legge in questione possiamo apprendere ciò che la sostanzia. In breve, lo Stato italiano riconosce l’Unione Buddhista Italiana (UBI) come unica rappresentante dei buddhisti in Italia, attribuendo agli affiliati a tale organismo una serie di diritti. Ad esempio: l’assegnazione al servizio civile in caso di ripristino dell’obbligo di leva (art.3), l’assistenza spirituale (art.4), l’insegnamento religioso nelle scuole (art. 5), il riconoscimento dei propri ministri di culto (art.7), il riconoscimento dei propri enti (art. 10), la tutela degli edifici di culto (art.15), e – forse la più appetibile delle conquiste – la partecipazione alla ripartizione della quota dell’otto per mille del gettito IRPEF (art.19). E via dicendo. Chi sia interessato può leggere on line il testo integrale (http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2013/20130014/13G00015.htm).

A margine, proponiamo qualche riflessione pacatamente critica.

In primis: l’UBI, pur comportandosi come una sorta di Chiesa (quella buddhista, appunto), nella realtà non lo è. Altro non è che un organismo che riunisce un certo numero di centri buddhisti italiani. E quei buddhisti che non si riconoscono o non sono affiliati all’UBI a quale destino saranno consegnati? Questa è una prima discriminazione anche se, in qualche modo, tangenziale alle nostre riflessioni.

Da questa riflessione ne emerge un’altra, di più ampia portata: i buddhisti abbisognano di una propria Chiesa? E, allargando il discorso, gli uomini e le donne che intendono seguire un cammino religioso nella vita, hanno necessità di una Chiesa, cioè di una gerarchia, di un’istituzione che li rappresenti di fronte allo Stato? Non è forse questa una maldestra e mediocre (per usare due eufemismi) declinazione dell’evangelico “Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo” – “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”? Il binomio Chiesa/Stato non rischia di essere, anziché la soluzione, il vero problema?

Non solo. Questa legge di fatto conferma e avvalora il concordato stipulato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano (con l’allora capo del governo Benito Mussolini) nel 1929, nell’ambito dei cosiddetti Patti Lateranensi, recepito poi nella Costituzione nel 1948 (e successivamente ritoccato nel 1984). Ma i Patti Lateranensi costituiscono un monstrum giuridico-legislativo in quanto contrastano con l’articolo 3 della stessa costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»).

Altra cosa sarebbe invece richiedere il riconoscimento e l’applicazione a pieno titolo dell’articolo 3, sopra citato (id est la libertà religiosa) attraverso la richiesta di abrogazione del concordato e dei Patti Lateranensi. Nel 1977 il Partito Radicale ci provò, raccogliendo le firme necessarie per un referendum abrogativo, ma la Corte Costituzionale lo dichiarò inammissibile, in quanto riguardava un “trattato” con uno Stato estero. Ma questa richiesta di abolizione non è patrimonio esclusivo del mondo laico e laicista, è sostenuto pure da alcune associazioni religiose, anche cattoliche (vedi, ad esempio, Noi Siamo Chiesa, associazione italiana affiliata all’International Movement We Are Church). Per tutti questi motivi stupisce vedere l’UBI attestarsi su posizioni di retroguardia, accontentandosi di recintare e coltivare il proprio piccolo orto, invece di porre in grande la questione della religione e della libertà religiosa. Forse, la via di Buddha sta proprio lì, fuori da steccati e recinzioni, in campo aperto: “Siate luce a voi stessi; siate rifugio a voi stessi”.

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