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Archivi: marzo 2013

Media e secolarizzazione

Autore: liberospirito 28 Mar 2013, Comments (0)

La Fondazione Critica liberale e l’Ufficio Nuovi Diritti della CGIL nazionale, ormai da quasi un decennio sono impegnati a realizzare ogni anno una ricerca sulla diffusione della secolarizzazione in Italia. In tale occasione viene anche elaborato un “Indice generale di secolarizzazione”. Parallelamente a ciò, la Fondazione Critica liberale da tre anni, con il contributo della Tavola Valdese e all’apporto scientifico dell’Isimm, ha aggiunto a questa prima ricerca due altri studi autonomi, uno sulla presenza delle confessioni religiose nei media televisivi privati e pubblici, e il secondo – più specifico – sui telegiornali e sul tempo di parola e di notizia  concesso al pontefice. I risultati di tali ricerche dimostrano, in maniera pressochè inoppugnabile, come venga violata la libertà religiosa in Italia e come la Chiesa cattolica di fatto goda di privilegi ingiustificati. Tutti i dossier sono pubblicati nel numero del mensile “Critica liberale” (n. 205-206) appena uscito. Di seguito riportiamo l’articolo a firma di Michele Smargiassi apparso su “La Repubblica” del 23 marzo scorso in cui viene data notizia della pubblicazione del dossier.

secolarizzazione

Cresce lo spread della laicità

Gli italiani seguono sempre meno la Chiesa. La Chiesa insegue sempre più gli italiani. In vent’ anni, la distanza fra i comportamenti di massa e gli insegnamenti delle gerarchie si è allargata come un baratro. C’ è un indice che ne misura lo spread, una sorta di Dow Jones del sentimento religioso, fondendo indicatori diversi: pratiche e riti, matrimoni e divorzi, vocazioni e donazioni.

Si chiama  “Indice di secolarizzazione” e lo calcola ogni anno, da otto anni, un rapporto elaborato dall’ Osservatorio Laico, sostenuto dalla Fondazione Critica Liberale assieme alla Cgil Nuovi Diritti. Bene, l’ ultimissimo Rapporto dà un fixing a quota 1,38. Era pressoché zero nel 2001. Era sottozero, a quota -1,64, nel 1991.

Un numero astratto, che sintetizza però decine di tendenze reali. Non tutte lineari. Tant’ è che nel 2010, ultimo anno di rilevazione, l’ indice ha fatto un lieve passo indietro. Segno che la Chiesa italiana non se ne sta con le mani in mano, combatte la sua battaglia in qualche caso con efficacia. Se prendiamo i battesimi, atto di iscrizione del singolo alla comunità dei credenti, dal 1991 al 2010 se ne sono persi per strada uno su cinque, ossia quasi centomila. Va messo nel conto anche il calo delle nascite, certo, e qualcosa si recupera con l’ apporto degli immigrati cattolici. Ma anche le prime comunioni sono calate del 20% in vent’ anni (lieve recupero nell’ ultimo anno). Ogni mille cattolici nel ‘ 91 si contavano quasi dieci prime comunioni l’ anno: ora, meno di otto.

Gli andamenti non sono però sempre lineari. Ci sono soste, controtendenze. Quelli tra il 2005 e il 2007, i primi del pontificato di Ratzinger, sembrano essere stati anni di recupero, o almeno di freno: separazioni in rallentamento (riprese poi con forza dal 2007), divorzi pressoché stabili a quota 54mila negli ultimi 3 anni (ma più che raddoppiati dal ‘ 91), matrimoni religiosi meno rovinosamente in crisi (anzi, in lieve ripresa fra 2009e 2010) anche se, nel 2011, si registra lo storico sorpasso delle nozze civili nel Nord Italia (51,7 contro 48,3%). La Chiesa, infatti, reagisce raddoppiando l’ attivismo sociale. I “centri per la vita”, nuova veste dei consultori familiari cattolici, sono quintuplicati in vent’ anni, e la controffensiva alla legge 194 ottiene significative vittorie: gli ospedali pubblici in cuiè possibile abortire sono calati di un quinto in vent’ anni, con obiezioni di coscienza strategiche. A una deriva comportamentale, insomma, la Chiesa risponde con uno sforzo istituzionale. Può farlo grazie a risorse materiali che non sembrano affatto in crisi: benché le firme per l’ 8 per mille fossero in calo costante a metà del primo decennio, il gettito fiscale trasferito dallo Stato alla Chiesa è cresciuto esponenzialmente, superando il miliardo di euro nel 2010. Dato curioso, se si considera che invece le donazioni spontanee, in vent’ anni, sono diminuite di un terzo.

Deve però arrangiarsi con risorse umane in calo: 8mila sacerdoti in meno di vent’ anni fa. I seminari soffrono, invece è un vero boom di diaconi: triplicati. Ma anche questo è un paradossale segno di secolarizzazione: non soggetti a voti, i diaconi possono sentirsi uomini di Dio senza rinunciare alla famiglia. In queste condizioni, la mappa degli interventi viene rimodulata. La sorpresaè una certa stasi nell’ educazione (scuole cattoliche ferme al 14% del totale, ma hanno perso ottantamila alunni in vent’ anni) e una ricollocazione sul sostegno alla famiglia e l’ assistenza agli anziani: l’ invecchiamento della popolazione hai suoi effetti anche nelle opere.

Infine, la Chiesa deve fronteggiare l’ erosione del suo magistero sociale in un contesto di oscuramento mediatico. La sorpresa viene da un rapporto parallelo sulla presenza religiosa in tv: i tempi di schermo dedicati alla Chiesa cattolica (che la fa comunque da padrona col 92% di presenze) si sono contratti nel 2011, soprattutto nei telegiornali: da 10 a 8 ore sul Tg1, da 6 a 3 sul Tg2, da 8 a 5 sul Tg5, ma anche nei talk show (crollo del tema religioso a “Porta a Porta”, da 49 trasmissioni a 12). Il dossier laico dà una spiegazione maliziosa: in anni di infortuni mediatici come lo scandalo pedofilia e le polemiche sull’ Ici esentata, per il bene stesso delle gerarchie era il caso di mettere un po’ la sordina alle notizie sulla Chiesa. Un cordone mediatico-sanitario rimpiazzato da un flusso corposo di fiction “benedette”, ben 268 puntate. Ma neanche le vite dei santi sembrano in grado, al momento, di invertire una tendenza di lungo periodo. La secolarizzazione lenta, a volte esitante ma progressiva del paese cardine del cattolicesimo è sul tavolo di papa Francesco.

Michele Smargiassi

Habemus papam. La censura del silenzio

Autore: liberospirito 23 Mar 2013, Comments (0)

Con stupore e delusione abbiamo ascoltato alcuni commenti a caldo – largamente positivi – espressi da alcune note figure dissidenti all’interno della Chiesa in merito alla nomina di Francesco I. Ecco di seguito, invece, la riflessione di Lidia Menapace (recuperata da www.italialaica.it) sull’elezione del nuovo papa. E’ davvero una delle rare voci fuori dal coro e per questo è bene assegnarle il dovuto risalto. Per chi non la conoscesse, Lidia Menapace, già giovanissima partigiana, è una figura storica del cristianesimo del dissenso, quello orientato a coniugare religione e politica; è stata deputata al parlamento per Rifondazione Comunista e attualmente fa parte del comitato nazionale dell’ANPI.

habemus-papam

Stavo guardando il tg3 delle 19, come sempre quando sono a casa ed è arrivata la notizia e la vista della fumata bianca che ha mandato in pezzi tutti i discorsi sul nuovo papa. Sono rimasta a seguire tutta la trasmissione fino alla fine.
Il nuovo papa mi ha fatto una grande impressione per la sua prestanza e imponenza fisica, soverchiava di tutta la testa i circostanti, era fermo e non emozionato. Ha mostrato subito una grande abilità comunicativa con il parlare  semplice e le battute, ha inaugurato un simbolico gestuale  notevole, come quello di chiedere al popolo che pregasse per lui e lo benedicesse prima che il papa benedicesse il popolo, ho notato che usa abitualmente il linguaggio inclusivo fratelli e sorelle, uomini e donne.
Ma in testa mi risuonava il suo nome insieme a quello di mons. Pio Laghi, un nome infausto e da vergognarsi, mi si ripresentava la rabbia e il rifiuto di Pertini nei confronti di Videla. Mi sono ripromessa di riordinare le impressioni, ma – nelle trasmissioni ufficiali – su quell’oscuro e tremendo periodo della dittatura di Videla si scivola via con frasi a mezzabocca. Insomma vige già una specie di congiura del silenzio. Il nuovo papa ha già messo insieme molti primati, anche quello dei gesti schietti e del parlare  non aulico, ma quanto a doppiezza sembra restare  entro i confini della consuetudine per di più essendo gesuita (anche questo è un primato, non c’é mai stato finora un papa della compagnia di Gesù). Ho seguito nei giorni successivi le vicende, dato oltretutto che Francesco  ha letteralmente occupato la tv pubblica con  programmi direttamente confezionati dal servizio vaticano.
ll clou è stata  la serata del 14/15: mi sono passati davanti  due millenni di storia del cattolicesimo attraverso il racconto del pontificato e anche del Concilio Vaticano II e non ho visto né sentito se non volti nomi voci fatti eventi  interessi di uomini maschi, non una faccia di donna, non un nome di donna, non una questione che riguardasse le donne. Verremo citate quando il papa tirerà fuori il suo noto rigore etico, immagino contro divorzio, omosessualità, aborto: certamente sarà con i poveri e con l’assistenza, non con i diritti. Sembra  il metodo della comunità di S. Egidio, molta beneficenza e gesti di generosità e umiltà come quelli di servire a tavola nelle mense della Caritas, ma il più rigido fondamentalismo nei confronti della libertà.
È proprio vero che il patriarcato ha vinto su tutta la linea, dal papa a Grillo, che propone due uomini come candidati del M5S per le presidenze di Camera e Senato.  Non so se un così accentuato trionfo patriarcale potrà tirar fuori le chiese e le religioni dalla loro crisi, certamente – per la crisi capitalistica – il patriarcato portatore di barbarie non consente di predisporre né immaginare un futuro alternativo.
Lidia Menapace
lidia menapace

 

Tiziano Terzani e la decrescita

Autore: liberospirito 18 Mar 2013, Comments (0)

Riportiamo ampi stralci dell’intervista di Paolo Calabrò a Gloria Germani, saggista impegnata nel dialogo interculturale e ai temi dell’ecologia della mente e dell’educazione; inoltre fa parte della Rete italiana per l’Ecologia Profonda e del Movimento per la Decrescita Felice. Tema della conversazione è la recente ripubblicazione del saggio dell’autrice Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi (edizioni TEA).

tiziano terzani

‘Decrescita, digiuno, nonviolenza’: tre nozioni contenute ampiamente nell’edizione del 2009, ma qui presenti fin dal sottotitolo. Cosa ha voluto sottolineare?

Con questo sottotitolo volevo chiarire fin dall’inizio che nella strada tracciata da Terzani, la rivoluzione dentro di noi, non è qualcosa di intimistico od individualistico. Al contrario: si traduce in un cambiamento importante a livello collettivo e sociale: quello della decrescita e della nonviolenza. In realtà, Terzani non ha mai usato il termine ‘decrescita’ ma solo per ragioni anagrafiche. Il termine decroissance – coniato nel 1973 – in realtà ha cominciato a diffondersi solo a partire dal 2003 dopo il convegno Defaire le development, refaire le monde. Terzani usava invece la parola d’ordine ‘digiuno’ riprendendola da Gandhi, ma intendeva proprio quello che oggi intendiamo con decrescita. Nel libro ho cercato di mettere in luce nel primo capitolo, la critica radicale a una concezione esclusivamente materialistico-scientifica della vita, e nel secondo capitolo la necessità di un approccio olistico alla vita, sulla scia del pensiero orientale nonché delle scoperte delle fisica quantistica. Da queste premesse scaturisce in maniera evidente che cosa fare sul piano pratico: l’adesione verso una semplificazione della vita, verso la riduzione dei ‘bisogni’, il ritorno ad una stile di vita molto parca e naturale. E infatti ho intitolato il terzo capitolo, ‘L’etica della nonviolenza e il digiuno’. Terzani parlava di tornare al digiuno gandhiano, non nel senso di astenersi dal cibo (che Gandhi usava come arma di lotta) , ma almeno nel senso di fare a meno di tutte le cose che il consumismo vuole convincerci di aver bisogno ma di cui non abbiamo affatto bisogno! Ai giovani Terzani diceva: Il consumismo vi consumerà… e allora? Una soluzione c’è ed è quella di digiunare, digiunare oggi da una cosa, domani da un’altra…Riprendere coscienza…e, ad ogni passo che fai, domandarsi: perché lo faccio? Sfuggire dunque dal bombardamento mediatico e del marketing…Terzani voleva mettere in crisi l’idea “che la vita si riduca a lavorare a livelli frenetici per produrre cose perlopiù inutili che altra gente deve lavorare a livelli frenetici, per potersi comprare”. Dal momento che viviamo in un pianeta finito, con risorse finite, il mito della crescita economica infinita, e del consumo infinito è una pura follia.

Credo che Terzani si inserisca a pieno titolo in coloro che sono definiti i precursori della decrescita. Anzi, a mio avviso, la sua posizione è tra le più profonde e lucide nel panorama internazionale. I trent’anni trascorsi da Terzani lontano dall’Europa, in Asia – gli hanno fatto capire che l’ossessione per l’avere piuttosto che l’essere, l’ossessione per l’economia e la crescita, nascono da un immaginario ben preciso. In primo luogo nascono dalla concezione materialistica della vita – che è inseparabile dalla concezione scientifica del mondo. A partire dalle fine del ‘600, con Galileo, Newton, Cartesio, Bacone, Hobbes tanto per citare alcuni, si è consolidata una visione del mondo materialista che si diffusa insieme al metodo scientifico e che ha invaso fino ad oggi tutte le maniere con cui interpretiamo e gestiamo la vita.

Questa visione materialistica vede il mondo e l’uomo come una grande macchina, considera gli aspetti quantitativi e misurabili  (ignorando gli altri) e infatti è chiamata anche visione meccanicistica o riduzionistica. Non c’è dubbio comunque che la tecnoscienza è nata in base a questo approccio e che la modernità è possibile solo perché c’è la tecnoscienza. Siamo sicuri che la nostra civiltà moderna sia la più evoluta o la civiltà superiore, oppure questa civiltà – che ha prodotto fenomeni mai visti nella storia dell’umanità come l’inquinamento, la globalizzazione, l’esaurimento dei combustibili fossili non rappresenta altro che una deviazione pericolosa?

Trent’anni vissuti in Asia, tra la gente dell’Asia, avevano inesorabilmente tolto a Terzani quella sorta di occhiali che Latouche chiama la ‘colonizzazione dell’immaginario’. Dal ‘600 in poi, insieme alle flotte mercantili e ai commerci, noi abbiamo esportato in tutto il mondo l’immagine che la modernità potesse essere solo del nostro tipo: tecnologica, portatrice di comfort e sfruttatrice della natura. Terzani era dolorosamente consapevole di tutto questo e sapeva che il nostro strapotere tecnologico-mediatico avrebbe condotto questi antichi e saggi popoli “all’allegro suicidio dell’Asia a favore di un modello di sviluppo che non è il loro”.

Quanto conta Gandhi nella riflessione di Terzani?

Tantissimo, a mio avviso. Anzi si potrebbe dire che tutta l’epopea di Terzani può essere condensata nel passaggio da lui compiuto da Mao a Gandhi. Quando era giovane, negli anni 60, le sue simpatie andavano tutte verso la rivoluzione maoista e il progetto maoista di fare l’uomo nuovo, comunista, giusto. La spinta a voler andare in Asia nasceva proprio dalla voglia di essere testimone della grande esperimento sociale cinese.

Nel 1971 Terzani scrisse una introduzione a La vita di Gandhi di Fischer, che è esemplare del suo percorso. A 33 anni, e prima di mettere piede in Asia, Tiziano criticava lo spirito conservatore del mahatma, che si traduceva, in sintesi, nella sua ostilità alla lotta di classe, nella sua opposizione alle macchine e alla tecnologia, e nella sua fede nel rapporto fiduciario tra ricchi e poveri. All’epoca, il confronto tra Mao e Gandhi gli appariva schiacciante. La posizione di Gandhi significava «rimandare all’infinito il problema dell’ingiustizia della società indiana». Terzani avrà il coraggio e soprattutto l’onestà intellettuale di ribaltare completamente questa posizione. Le sue esperienze in presa diretta del comunismo in Cina, in Vietnam ma anche in Russia, insieme alle sue esperienze del liberismo economico in Europa e in Giappone, lo portarono ad abbracciare sempre di più la posizione gandhiana. Terzani aveva capito in maniera radicale che né il comunismo, né il capitalismo potevano costituire una via per il futuro dell’uomo. Terzani scrive: «Tutte e due erano fondate sulla stessa fiducia nella scienza e nella ragione: tutte e due erano impegnate nella dominazione del mondo esteriore senza alcun riguardo per quello interiore della gente e senza nessun riferimento a un ordine metafisico. Sia il marxismo che il capitalismo si basano sulla fondamentale nozione ’scientifica’ che esista un mondo materiale separato dalla mente, dalla coscienza, e che questo mondo può essere conquistato e sfruttato al fine di migliorare le condizioni di vita dell’uomo». Capitalismo e comunismo sono legate alla vecchia concezione scientifica newtoniana-cartesiana, non sono capaci di afferrare la realtà più complessa della vita. Quindi a differenza di tutti gli altri intellettuali europei anche pacifisti, Terzani non abbraccia Gandhi come il principe della nonviolenza e basta. Gandhi va preso in toto come splendido esponente di una civiltà millenaria che ha ancora molto da insegnarci riguardo all’indagine del mondo interiore, alla nostra felicità, al rapporto con la natura. L’avvicinamento di Terzani a Gandhi è progressivo a partire dalla svolta segnata da Un indovino mi disse. Nella pagine finali del suo ultimo libro-testamento, esso raggiunge una totale compenetrazione che mi ha commossa fino alle lacrime quando l’ho letta. Terzani racconta: «Io leggevo Gandhi religiosamente per vedere di trovarci, non una chiave che aiutasse l’India dei villaggi, delle mucche e così via, ma un messaggio per la nostra civiltà (…)Pensa, questa sua idea di risolvere i problemi a livello di villaggio, questo negare la modernità. C’è un discorso che Gandhi fa nel 1909, un discorso che dovremmo riprendere oggi in cui si chiede “Cos’è la vera civiltà? La civiltà nasce da un tipo di comportamento che indica all’uomo il sentiero del dovere, l’osservanza della moralità. Raggiungere la moralità significa raggiungere la padronanza della nostra mente e delle nostre passioni”. E’ civiltà quella inglese, occidentale, si chiede, che misura il progresso in quanto più abiti la gente ha? In quanto più velocemente si sposta? Non bastano all’uomo un tetto sopra la testa, un pezzo di stoffa attorno ai fianchi? Parole durissime. Lui voleva prendere la via dei villaggi, anziché quella delle fabbriche che riducono l’uomo a schiavo. Perché distruggere i villaggi? Villaggio vuol dire comunità, vuol dire spartire le risorse».

Occorrono nuovi modelli di sviluppo, dirà Terzani poche pagine più avanti: parsimonia,resistenza, digiuno. «Questa sarà secondo me, la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite, la battaglia per il ritorno ad una forma di spiritualità a cui la gente possa ricorrere. Occorre perciò un grande sforzo spirituale, un grande ripensamento, un grande risveglio. Che poi ha a che fare con la verità di cui nessuno più si occupa. Lì Gandhi è di nuovo stupendo. Cercava la verità, quello che sta dietro a tutto». Non mi pare che ci sia molto da aggiungere. Terzani riconosce in Gandhi un altro possibile orizzonte di senso, quella ricerca della verità, quel risveglio di cui abbiamo disperatamente bisogno per raggiungere una nuova concezione della realtà. Questi brani inoltre dimostrano di per sé che tanto Gandhi che Terzani sono assolutamente all’avanguardia per quanto riguarda i movimenti della decrescita, i movimenti ambientalisti e pacifisti contemporanei.

Rileggere Terzani per tornare a parlare di rivoluzione: cosa significa oggi ‘rivoluzione’?

Terzani negli ultimi mesi diceva di aspettarsi «una silenziosa rivoluzione interiore che passa a volte persino attraverso il mondo musulmano, che passa attraverso l’Asia, l’Africa. Dai no global – che nella loro simpatica diversità, nel loro potpourri di esistenza, fanno convivere la difesa delle balene con l’idea della bicicletta a cinque ruote – arriva un anelito al nuovo, al quel cercare il come. Io dico, per esempio, il prossimo premio Nobel dovrà essere dato a qualcuno che troverà un sistema economico più consono al benessere dell’uomo. Allora, piccoli passi, piccoli passi. L’assalto al Palazzo d’inverno [rivoluzione russa], l’assalto alla alla Bastiglia [rivoluzione francese], la vittoria a Saigon [rivoluzione vietnamita] alla fine non hanno risolto niente. Allora aspettiamoci una rivoluzione silenziosa a lungo termine, l’umanità ha una grande storia, e forse un lungo futuro a cui lavorare». Questo appello è importantissimo. Significa non arrendersi al pensiero dominante che invece ovunque ci assorda con l’idea che there is no alternative in questo mondo – che, che questo è il risultato necessario ed inevitabile dell’evoluzione. Ma quale evoluzione? Come dice Helena Norberg Hodge questo mondo globalizzato si basa su una serie di giustificazioni false. L’appello alla rivoluzione è fondamentale; è un appello al cambiamento, a cercare soluzioni più giuste, un richiamo all’umanità, un atto di lealtà verso la parte più nobile e più alta che è insita in ogni uomo.

www.filosofiatv.org

 

Il papato come simbolo

Autore: liberospirito 13 Mar 2013, Comments (0)

A margine dell’inizio del conclave per l’elezione del nuovo papa (e dei vari commenti scaturiti dalla precedente decisione di Benedetto XVI di abdicare) pubblichiamo una riflessione di Maciej Bielawski, tratta dal suo blog http://maciejbielawski.blogspot.it. Le parole di Maciej risultano spiazzanti rispetto ai diversi discorsi che ci tocca sentire, per lo più appiattiti su una lettura giornalistica dei fatti, i quali, nell’incapacità di gettare lo sguardo oltre la contingenza della cronaca, finiscono impoveriti.

ponte monet

Immaginate un punto in cui si incrociano le circonferenze di molti cerchi; sembrano agganciati a questo punto come i petali al ricettacolo di un fiore. Questo punto è il papato, invece i cerchi sono diversi modi di percepirlo e comprenderlo.  In altre parole il papato è un simbolo e proprio perché è un simbolo, e funziona come un simbolo, è percepito e compreso in modi molto diversi.

 Per alcuni il papato simboleggia la presenza di Dio sulla terra – per altri esso è il simbolo di un potere che non ha niente a che fare con Dio.
Per alcuni il papa è vicario di Cristo – per altri l’Anti-Cristo.
Per alcuni il papato è una infallibile garanzia di verità – per altri è una minaccia per la libertà, simbolo dell’ipocrisia e della falsità.
Per alcuni il papa è scelto dallo Spirito Santo – per altri la sua elezione è il risultato di meccanismi politici puramente mondani.
Per alcuni il papato con la sua continuità ormai bimillenaria è simbolo della stabilità – per altri esso è solo un susseguirsi di varie figure nel flusso della storia.
Per alcuni il papa è un simbolo di speranza e di luce – per altri causa di disperazione e fonte di incubi.
Per alcuni è oggetto di amore e di venerazione – per altri è oggetto di odio e disprezzo.
Per alcuni il papato è molto importante – per altri non significa nulla.
In qualche modo nell’umanità, forse in ogni uomo, convivono e confluiscono tutti questi, e tanti altri, significati del papato.
A prescindere da tutta questa pluralità di significati, il papato, almeno all’interno della nostra cultura religiosa, è simbolo della comunicazione tra il divino e il mondo nell’uomo. Per questa ragione il papa è chiamato anche pontefice (pontifex, ma lasciamo la discussione sull’origine imperiale del titolo, perché l’etimologia è solo uno dei modi per comprendere un significato); insomma il pontefice lo si può immaginare come un ponte che unisce le due sponde: il divino e il mondo. Questo, nel fondo, è il simbolo che il papato simboleggia per coloro che ci credono.
Soffermiamoci sull’immagine del ponte legata col “simbolo pontefice”. Nella nostra immaginazione ci figuriamo il papato come un collegamento che unisce due sfere quella di dio e quella in cui siamo noi; ci sembra di poter avere l’accesso al divino solo grazie a questo ponte e che il divino per arrivare a noi debba per forza attraversarlo. Per questo motivo il papato suscita tale interesse, tali emozioni e le interpretazioni positive fino all’idolatria (papolatria) e negative (rifiuto, vendetta, caricatura).
A mio parere noi oggi viviamo un radicale cambiamento di questo tipo di immaginario legato al papa e la così detta “crisi del papato” non riguarda solo gli scandali e il funzionamento obsoleto dell’istituzione ecclesiale, ma il nostro modo in cui il papato è pensato sia dalla gerarchia ecclesiale sia dai laici. La crisi, qualsiasi, è sempre e principalmente causata dalla mancanza di un grande disegno, progetto o ideale.
Il simbolo non esiste in sé, esiste per me e in relazione con me. Il simbolo mi lega con sé, io mi riferisco ad un simbolo perché mi ritrovo in esso e lo ritrovo in me. Per questo il simbolo è percepito personalmente e lo si difende quando non è rispettato.
Io non solo “ho un simbolo”, ma io sono il mio simbolo; mi ritrovo in esso e lo ritrovo in me. Per esempio: un fiore visto in modo simbolico parla della vita, della gratuità, del dono, della bellezza e quando qualcuno me lo regala, quando lo do a qualcuno, quando lo coltivo nel mio orto, nel fondo ricevo la vita, do la vita, coltivo la vita che scorre in me e intorno a me. Mi fa male vederlo calpestato da un piede arrogante, insensibile ed ignorante.
Tornando al papato, come simbolo, bisogna dire che esso non esiste in sé né esclusivamente per me, ma anche in me. Per farla breve: il papato come simbolo ci dice che ognuno di noi è un ponte, un mediatore, tra il divino e il mondo.
E’ importante realizzare questo legame tra il papato e noi. Bisogna cambiare il modo di rapportarsi a noi stessi; se io sono il ponte e non uno che deve attraversare un ponte, cambia il modo di percepire la realtà. Il ponte che devo attraversare sono io!
Maturare in sé tale pensiero è molto più importante di tutte le speculazioni a proposito del futuro papa; se potessi parlare al futuro papa oserei suggerirgli di riflettere profondamente sul simbolo che simboleggia. Dovrebbe realizzare profondamente in sé il fatto che lui è “solo”  un simbolo di ciò ogni uomo è. Quindi dovrebbe semplicemente comunicarlo, non con una enciclica, ma con un gesto… simbolico, perché nel mondo simbolico non tanto contano tanto  i discorsi, ma i gesti simbolici. Confrontate i due gesti: i fedeli che baciano il piede di Pio XII – Paolo VI che si inginocchia e pubblicamente bacia il piede di Atengora. Non so quale gesto dovrebbe essere fatto oggi da un papa, ma sono convinto che la persona se vive profondamente il simbolo che simboleggia, prima o poi lo comunica in modo talmente efficace che avrà la forza di cambiare le menti e la storia.
Il papa non è una monarca assoluto, ma un simbolo del ponte tra il divino e l’umano, ciò che ogni donna e ogni uomo già è. Il papa non dovrebbe appropriarsi di questo simbolo, ma suscitare in ognuno la responsabilità di essere pienamente un ponte tra il divino e il mondo.
Maciej Bielawski
maciej bielawski

Terra ferita

Autore: liberospirito 11 Mar 2013, Comments (0)

geotermia

Il monte Amiata, fra le altre cose, viene ricordato come la terra di David Lazzaretti, il profeta o il Cristo dell’Amiata (per riprendere il titolo di un brutto libro di Arrigo Petacco), uno degli ultimi eretici dell’Ottocento. Luogo dunque di insorgenze religiose e sociali, di utopie alla ricerca di un’incarnazione – o di una resurrezione della carne.

Ma sul Monte Amiata, antico vulcano nel sud della Toscana, vi sono anche siti in cui, fino da epoche remote, fuoriescono dal terreno esalazioni di gas. Un tempo, simili punti potevano essere considerati sacri, luoghi in cui il numinoso aveva la possibilità di svelarsi, manifestazione della temibile potenza di divinità ctonie. Tutto ciò oggi non è più. Gli déi si sono ritirati o, per dirla in altro modo, l’uomo non sente più la necessità di simili rappresentazioni. Questo processo di emancipazione non sempre è stato volto al servizio delle comunità umane e non umane, bensì è stato ben presto sottomesso al principio di sfruttamento dell’uomo sulla terra, la quale è divenuta sostanza inerte, mera composizione chimica di elementi.

Ma lo sfruttamento dell’uomo sulla terra va di pari passo con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. I danni arrecati alla terra sono danni arrecati anche agli esseri umani. Questo è proprio quanto sta accadendo oggi sul monte Amiata, come in tantissimi altri luoghi. Lo sfruttamento geotermico di quei luoghi rischia oggi di compromettere  la salute della popolazione che lì risiede, oltre a danneggiare in maniera irreversibile preziose risorse ambientali della montagna.

Per questo è nato, con il sostegno del WWF, il Progetto Salviamo il monte Amiata di cui forniamo il link per tutti gli approfondimenti del caso: https://wwf.it/client/render.aspx?root=8445&content=0

Sia chiaro: quello del monte Amiata è un esempio fra i tanti. Noi lo menzioniamo qui solo perché alcuni collaboratori al ‘progetto liberospirito’ risiedono laggiù. Facciamo quindi circolare l’informazione, ben consapevoli dunque che ci troviamo dinanzi nient’altro che a una delle numerose offese e ferite arrecate alla terra.

Psico-fenomenologia del santo

Autore: liberospirito 9 Mar 2013, Comments (0)

Il contributo che segue, a cura di un collaboratore del ‘progetto liberospirito’, è una riflessione semiseria in materia di santità. In cui – come avviene nell’opera semisera italiana – convivono personaggi, forme e stili tratti sia dall’opera buffa che da quella seria. Lo pubblichiamo anche per smorzare l’atmosfera, a tratti greve, che da un po’ di tempo sembra incombere impietosa su tutti noi.

tuttisanti

In origine il santo diventava tale squisitamente per meriti terreni. E anche oggi, checché se ne dica, la prova inconfutabile per dichiarare la santità del santo, è una sola: il miracolo. Quindi qualcosa di terreno, di materiale, qualcosa che si può vedere e toccare. Se la figura del santo ricalca quella del dio, anche la funzione è, nei fatti, la stessa: vedere e provvedere alle necessità materiali di chi, gli uomini e le donne di questo mondo, non sa e non può farcela da sé.
Non a caso si è parlato di ‘vedere’: affinché il santo (o la sua rappresentazione in effigie o in figura, come dipinto o come statua) abbia la possibilità di ‘rendersi conto di come stanno le cose’, è necessario che non se ne stia chiuso nella chiesa o nel santuario, ma che, periodicamente, faccia un giro in mezzo alla gente e alle case, stia a diretto contatto con la vita vissuta quotidianamente da chi ne invoca l’aiuto. Quindi, veda e provveda di conseguenza.
Ora, le cose hanno più o meno funzionato così per secoli. Cambiano i santi, o meglio: cambiano i loro nomi e le loro raffigurazioni, ma rimane tale e quale la ‘capacità’ di operare efficacemente in risposta alle preghiere dei fedeli. Insomma, la sostanza è sempre la stessa.
Qualcosa però, ultimamente, è cambiato. Oggi i santi si sono installati in mezzo ai palazzi e ai condomini, in pianta stabile, con tanto di piedistallo e contorno di fiori e lumini. Quasi a fare da alter-ego sacro agli eroi del Risorgimento e della Resistenza, o ai vari dantealighieri che hanno ormai la sola funzione di dare il nome alla piazza in cui li hanno messi.
E i santi stanno lì, e tengono d’occhio la strada, l’incrocio, la rotonda. Quindi, si dirà, che cosa è cambiato? Che prima in mezzo alla gente ci passavano solo una mezza giornata all’anno e poi di nuovo in chiesa, al sicuro, mentre adesso praticamente ci abitano, fra la gente? In un certo senso, sì, ma, a ben guardare, probabilmente, la maggior ‘frequentazione’ non corrisponde a uguale attenzione da parte della gente e nei confronti del santo, e viceversa.
Perché, se è vero che il santo che sta sempre nello stesso posto è, in un certo senso, sempre presente e attento a ciò che gli succede attorno (oddio, magari finisce che si annoia pure…), a lungo andare finisce per diventare, come gli eroi di cui sopra (eccezion fatta naturalmente per gli assidui fedeli, per i quali però non è che averlo in chiesa o sotto casa cambi granché), un immobile come gli altri, che fa ormai parte del paesaggio come l’albero o il palazzo di fronte.
Ma un santo che se ne sta immobile dalla mattina alla sera dopo un po’ viene il dubbio che si sti semplicemente facendo gli affari suoi, che, alla lunga, anche lui si stia abituando a vedere sempre le stesse facce, la stessa gente, e che non ci faccia nemmeno tanto più caso, a quel che succede.
Perché se il santo ha qualcosa di speciale, qualcosa che lo fa apparire dotato di poteri che le persone normali se li sognano, consiste proprio nel fatto che lui se ne sta tutto il (santo) giorno in chiesa, a respirare incenso, a tu per tu con Dio dalla mattina alla sera. E la volta che se ne esce, che va in mezzo a quelli che di solito invece lo vanno a trovare, allora prova l’emozione, vivida, forte, della vita ‘fuori’, quella fatta di suoni, di voci, di luce e di pioggia, di caldo e umido, di sole e di sguardi, di corpi liberi di muoversi oltre l’ordinato ‘in piedi/in ginocchio/seduti’. Lì, e solo lì, il santo capisce di stare in un posto dove Dio si fa vedere di rado, e allora tocca a lui, al santo, riportare la calma e la serenità, dare qualche buona risposta a tutte quelle preghiere. Ma per fare questo il santo deve, appunto, prendere su e andare, darsi una mossa.
Se il santo, come invece oggi sempre più succede, se ne sta immobile, potrà anche farlo in mezzo a tutto il resto, ma sempre immobile sta. E chi crede e ha creduto che fosse una buona idea, portare i santi fuori dalle chiese e metterli fra le case, non ha poi considerato che i santi non sono persone come le altre, e che hanno bisogno, per non perdere i loro punti di riferimento, di frequentare solo determinate compagnie. Per il semplice motivo che il santo non è uno come gli altri: il santo è uno eccezionale! Ma, una volta ogni tanto, gli uomini hanno bisogno di sentirlo come uno di loro, come uno che sa come sono fatti, li conosce e li capisce. E il santo può fare tutto questo solo andando in mezzo a loro, passando fra le loro vite. In quel momento, gli uomini toccano e sentono la semidivinità del santo, e il santo vede, ascolta e percepisce l’umanità degli uomini. Ma poi il momento
finisce.
Se non finisce, se il santo rimane fra gli uomini, un po’ alla volta, lui che ha il compito di portare un pezzetto di cielo sulla terra, diventa via via sempre meno divino e sempre più umano. Ma un santo ‘troppo umano’, tanto santo non lo è più.

Andrea Babini

Ecclesia casta et meretrix?

Autore: liberospirito 3 Mar 2013, Comments (0)

 

Pubblichiamo un recente intervento di Leonardo Boff (risalente al febbraio scorso, dal sito http://leonardoboff.wordpress.com) riguardante gli ultimi (e penultimi) fatti che interessano la vita della Chiesa cattolica, su cui abbiamo già pubblicato materiali. Le riflessioni di Boff sono – come sempre – di grande interesse e sulle quali non si può non trovarsi in lieto accordo. Coltiviamo delle riserve circa alcune considerazioni conclusive. Laddove si esprime una valutazione storica complessivamente positiva nei confronti della Chiesa-istituzione (pur aggiungendo che “essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei”). Massima comprensione e solidarietà, dunque, verso chi aspira e lotta affinché si affermi “il sogno di Gesù” all’interno della Chiesa di Roma, ma, al contempo, salda convinzione che il novum radicale custodito in quell’antico sogno da tempo ha preso altre strade…


La Chiesa-istituzione come “casta meretrix”

Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. (Mc 10, 42-44)

Chi ha seguito le notizie degli ultimi giorni sugli scandali dentro al Vaticano, portati a conoscenza dai giornali italiani “La Repubblica” e “La Stampa”, che parlano di una relazione di trecento pagine e elaborata da tre cardinali provetti sullo stato della curia vaticana, deve naturalmente, essere rimasto sbalordito. Immagino i nostri fratelli e sorelle devoti, frutto di un tipo di catechesi che celebra il Papa come “il dolce Cristo in Terra”. Devono star soffrendo molto, perché amano il giusto, il vero e il trasparente e mai vorrebbero legare la sua immagine a notorie malefatte di assistenti e cooperatori.

Il contenuto gravissimo di queste relazioni rafforza, a mio parere, la volontà del papa di rinunciare. E’ la riprova di un’atmosfera di promiscuità, di lotta per il potere tra “monsignori”, di una rete di omosessuali gay dentro al Vaticano e disvio di denaro attraverso la banca del Vaticano come se non bastassero i delitti di pedofilia in tante diocesi, delitti che hanno profondamente intaccato il buon nome della Chiesa-istituzione.

Chi conosce un poco la storia della Chiesa – e noi professionisti dell’area dobbiamo studiarla dettagliatamente – non si scandalizza. Ci sono state epoche di vera rovina del Pontificato con Papi adulteri, assassini e trafficanti di immoralità. A partire da Papa Formoso (891-896) sino a Papa Silvestro (999-1003) si instaurò, secondo il grande storico cardinale Baronio, l’“era pornocratica” dell’alta gerarchia della Chiesa. Pochi papi la passavano liscia senza essere deposti o assassinati. Sergio III (904-911), assassinò i suoi due predecessori, il Papa Cristoforo e Leone V.

La grande rivoluzione nella Chiesa come un tutto è avvenuta, con conseguenze per tutta la storia ulteriore, col papa Gregorio VII, nel 1077. Per difendere i suoi diritti e la libertà della istituzione-Chiesa contro re e principi che la manipolavano, pubblicò un documento che porta questo significativo titolo Dictatus Papae che tradotto alla lettera significa “la dittatura del Papa”. Con questo documento, lui assunse tutti poteri, potendo giudicare tutti senza essere giudicato da nessuno. Il grande storico delle idee ecclesiali Jean-Yves Congar, domenicano, la considera la maggior rivoluzione avvenuta nella chiesa. Da una chiesa-comunità è passata a essere una istituzione-società monarchica e assolutista, organizzata in forma piramidale e che arriva fino ai nostri giorni.

Effettivamente il canone 331 dell’attuale Diritto Canonico si connette a questa lettura, con l’attribuzione al Papa di poteri che in verità non spetterebbero a nessun mortale se non al solo Dio: “in virtù del suo Ufficio, il Papa ha il potere ordinario, supremo, pieno, immediato, universale” e in alcuni casi precisi, “infallibile”.

Questo eminente teologo, Congar, prendendo la mia difesa davanti al processo dottrinario mosso dal cardinale Joseph Ratzinger in ragione del libro Chiesa: carisma e potere ha scritto un articolo su “La Croix” (08.09.1984) su “Il carisma del potere centrale”. Scrive: “il carisma del potere centrale è non aver nessun dubbio. Ora, non aver nessun dubbio su se stessi è, nello stesso tempo, magnifico e terribile. È magnifico perché il carisma del centro consiste precisamente nel rimanere saldi quando tutto intorno vacilla. E è terribile perché a Roma ci sono uomini che hanno limiti, limiti nella loro intelligenza, limiti del loro vocabolario, limiti delle loro preferenze, limiti nei loro punti di vista”. E io aggiungerei ancora limiti nella loro etica e morale.

Si dice sempre che la Chiesa è “Santa e peccatrice” e deve essere “riformata in continuazione”. Ma questo non è successo durante secoli e neppure dopo l’esplicito suggerimento del concilio Vaticano II e dell’attuale papa Benedetto XVI. L’istituzione più vecchia dell’Occidente ha incorporato privilegi, abitudini, costumi politici di palazzo e principeschi, di resistenza e di opposizione che praticamente impediscono o distorcono tutti i tentativi di riforma.

Solo che questa volta si è arrivati a un punto di altissimo degrado morale, con pratiche persino criminali che non possono più essere negate e che richiedono mutamenti fondamentali nella struttura di governo della Chiesa. Caso contrario, questo tipo di istituzionalità tristemente invecchiata e crepuscolare languirà fino a entrare nel suo tramonto. Scandali come quelli attuali sempre ci sono stati nella curia vaticana, soltanto non c’era quel provvidenziale Vatileaks per renderli di pubblico dominio e far indignare il Papa e la maggioranza dei cristiani.

La mia percezione del mondo mi dice che queste perversità nello spazio sacro e nel centro di riferimento di tutta la cristianità – il papato – (dove dovrebbe primeggiare la virtù e persino la santità) sono conseguenze di questa centralizzazione assolutista del potere papale. Questo rende tutti vassalli, sottomessi e avidi perché stanno fisicamente vicino al portatore del supremo potere, il Papa. Un potere assoluto, per sua natura, limita e perfino nega la libertà degli altri, favorisce la creazione di gruppi di anti-potere, fazioni di burocrati del sacro contro altre, pratica largamente la simonia che è compravendita di favori, promuove adulazioni e distrugge i meccanismi di trasparenza. In fondo tutti diffidano di tutti. E ognuno cerca la soddisfazione personale nella forma migliore che può. Per questo è sempre stata problematica l’osservanza del celibato all’interno della curia vaticana, come si sta rivelando adesso con l’esistenza di una vera rete di prostituzione gay. Fino a quando questo potere non sarà decentralizzato e non permetterà maggior partecipazione di tutti gli strati del popolo di Dio, uomini e donne, alla conduzione dei cammini della Chiesa, il tumore che sta all’origine di questa infermità continuerà a durare. Si dice che Benedetto XVI consegnerà a tutti i cardinali la suddetta relazione perché ciascuno sappia che problemi dovrà affrontare nel caso che sia eletto papa. E l’urgenza che avrà di introdurre radicali trasformazioni. Dal tempo della Riforma che si sente il grido: “Riforma nel capo e nelle membra”. E siccome mai è avvenuta, è nata la Riforma come gesto disperato dei riformatori di compiere tale impresa per conto proprio.

Per spiegare meglio ai cristiani e a tutti gl’interessati di problemi di Chiesa, torniamo alla questione degli scandali. L’intenzione è di sdrammatizzarli, permettere che se n’abbia una nozione meno idealista e a volte idolatrica della gerarchia e della figura del Papa e liberare la libertà a cui il Cristo ci ha chiamati (Gal 5,1). In questo non c’è nessun cattivo gusto per le cose negative né volontà di aumentare sempre di più il degrado morale. Il cristiano deve essere adulto, non può lasciarsi infantilizzare né permettere che gli neghino conoscenze teologiche e storiche per rendersi conto di quanto umana ed smodatamente umana può essere l’istituzione che ci viene dagli apostoli.

Esiste una lunga tradizione teologica che si riferisce alla Chiesa come casta meretrix, tema abbordato dettagliatamente da un grande teologo, amico dell’attuale Papa, Hans Urs von Balthasar (vedere in Sponsa Verbi, Einsiedeln, 1971, pp. 203-305). In varie occasioni il teologo Joseph Ratzinger è ritornato su questa denominazione.

La chiesa è una meretrice che tutte le notti si abbandona alla prostituzione; è casta perché Cristo, ogni mattina ne ha compassione, la lava è la ama.

L’habitus meretricius, il vizio del meretricio, è stato duramente criticato dai santi padri della Chiesa come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gerolamo e altri. San Pier Damiani arriva chiamare il suddetto Gregorio VII “Santo satanasso” (D. Romag, Compendio di storia della Chiesa, vol. II, Petropolis, 1950, p. 112). Questa denominazione dura ci rimanda a quella di Cristo diretta Pietro. Per causa della sua professione di fede lo chiama “pietra”, ma per causa della sua poca fede e di non capire i disegni di Dio lo qualifica come “satanasso” (Matteo 16,23). S. Paolo pare un moderno quando parla ai suoi oppositori con furia: “magari si castrassero tutti quelli che vi danno fastidio” (Gal, 5,12).

C’è pertanto un luogo per la profezia nella Chiesa e per le denunce delle malefatte che possono capitare in mezzo agli ecclesiastici e persino in mezzo ai fedeli.

Vi riporto un altro esempio tratto dagli scritti di un santo amato dalla maggioranza dei cattolici per il suo candore e bontà: Sant’Antonio da Padova. Nei suoi sermoni, famosi all’epoca, non appare niente affatto dolce e gentile. Fa una vigorosa critica ai prelati corrotti del suo tempo. Dice: “i vescovi sono cani senza nessuna vergogna perché il loro aspetto ha della meretrice e per questo stesso non vogliono vergognarsi” (uso l’edizione critica in latino pubblicata a Lisbona in due volumi nel 1895). Questo fu pronunciato nel sermone della quarta domenica dopo Pentecoste (pagina 278). Un’altra volta chiama i prelati “ scimmie sul tetto, da lì presiedono alle necessità del popolo di Dio”. (Op. cit p. 348). È continua: “Il vescovo della Chiesa è uno schiavo che pretende regnare, principe iniquo, leone che ruggisce, orso affamato di rapina che depreda il popolo povero” (p.348). Infine nella festa di San Pietro alza la voce e denuncia: “Attenzione che Cristo disse tre volte: pasci e neanche una volta tosa e mungi… Guai a quello che non pasce neanche una volta e tosa e munge tre o quattro volte…lui è un drago a fianco dell’arca del Signore che non possiede altro che apparenza e non verità” (vol. II, p. 918).

Il teologo Joseph Ratzinger spiega il senso di questo tipo di denunce profetiche: “il senso della profezia risiede in verità meno in alcune previsioni che nella protesta profetica: protesta contro l’autosoddisfazione delle istituzioni, l’autosoddisfazione che sostituisce la morale con il rito e la conversione con le cerimonie” (Das neue volk Gottes, Düsseldorf 1969,250, esiste traduzione italiana Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971).

Ratzinger critica con enfasi la separazione che abbiamo fatto in riferimento alla figura di Pietro: prima della Pasqua, il traditore; dopo la Pentecoste, il fedele. “Pietro continua a vivere questa tensione del prima e del dopo; lui continua ad essere tutte due le cose: la pietra e lo scandalo…Non è successo lungo tutta la storia della Chiesa che il Papa era simultaneamente il successore di Pietro e la pietra dello scandalo?” (p.259).

Dove vogliamo arrivare con tutto questo? Vogliamo arrivare a riconoscere che la Chiesa-istituzione di papi, vescovi e preti è fatta di uomini che possono tradire, negare e fare del potere religioso un affare e uno strumento di auto-soddisfazione. Tale riconoscimento è terapeutico dato che ci cura di ogni ideologia idolatrica intorno alla figura del Papa, ritenuto come praticamente infallibile. Questo è visibile nei settori conservatori e fondamentalisti del movimento cattolico laici e anche di gruppi di preti. In alcuni è ancora viva una vera papolatria, che Benedetto XVI ha sempre cercato di evitare.

La crisi attuale della Chiesa provocato la rinuncia di un Papa che si è reso conto che non aveva più il vigore necessario per sanare scandali di tale portata. Ha buttato la spugna con umiltà. Che un altro più giovane venga e assuma il compito arduo e duro di pulire la corruzione nella curia romana e dell’universo dei pedofili, eventualmente punisca, deponga e invii i più renitenti in qualche convento per far penitenza ed emendare la propria vita.

Soltanto chi ama la Chiesa può farle le critiche che gli abbiamo fatto noi citando testi di autorità classiche del passato. Se tu hai smesso di amare una persona un tempo amata, ti diventano indifferenti la sua vita e il suo destino. Noi ci interessiamo come fa l’amico e fratello di tribolazione Hans Kung (è stato condannato dalla ex inquisizione), forse uno dei teologi che più ama la Chiesa e per questo la critica.

Non vogliamo che i cristiani coltivino questo sentimento di poca stima e di indifferenza. Per quanto gravi siano stati gli errori e gli equivoci storici, l’istituzione-Chiesa custodisce la memoria sacra di Gesù e la grammatica dei Vangeli. Essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei.

Anche così vale stare dentro la chiesa, come ci stavano S. Francesco, dom Helder Camara, Giovanni XXIII e noti teologi che hanno aiutato a fare il concilio Vaticano II e che prima erano stati tutti condannati dall’ex inquisizione, come de Lubac, Chenu, Congar, Rahner e altri. Dobbiamo aiutarla a uscire da quest’imbarazzo, alimentandosi di più col sogno di Gesù di un regno di giustizia, di pace e di riconciliazione con Dio e di sequela della sua causa e destino, piuttosto che di semplice giustificata indignazione che può scadere facilmente nel fariseismo e nel moralismo.

Altre riflessioni del genere si trovano nel mio libro Chiesa: carisma e potere (ed. Record, 2005), specialmente in appendice con tutte gli atti del processo celebrato all’interno dell’ex inquisizione nel 1984.

Leonardo Boff
(Traduzione di Romano Baraglia)