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Archivi: febbraio 2013

Su Benedetto XVI, ancora

Autore: liberospirito 18 Feb 2013, Comments (0)

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato una nostra breve riflessione intorno all’abdicazione di Benedetto XVI, sottolineando la vacuità della più parte dei commenti apparsi sui media; aggiungendo anche che vi sono cose più cruciali su cui oggi discorrere. Di seguito pubblichiamo un ampio intervento di Toni Negri apparso su www.uninomade.org, largamente condivisibile per quanto concerne l’impostazione di fondo. Aveva ragione Jacob Taubes quando, negli anni Cinquanta, diceva che oggi tutto è teologia, con l’eccezione di quello che producono i teologi. Ci sono in queste righe, dal linguaggio scarno, molti più squarci profetici che nelle analisi di tanti teologi ed esperti di religione.

L’abdicazione del Papa tedesco

Più di vent’anni fa uscì l’enciclica Centesimus Annus, del Papa polacco, in occasione del centenario della Rerum Novarum – era il manifesto riformista, fortemente innovatore, di una Chiesa che si voleva ormai sola rappresentante dei poveri dopo la caduta dell’impero sovietico. A quel documento, i miei compagni parigini di Futur Antérieur ed io dedicammo un commento che era insieme un riconoscimento ed una sfida: lo intitolammo “La V Internazionale di Giovanni Paolo II”.

Ventidue anni dopo il Papa tedesco abdica. Si dichiara non solo affaticato nel corpo ed incapace di opporsi agli imbrogli ed alla corruzione della Curia romana, ma anche impotente nell’animo per affrontare il mondo. Quest’abdicazione tuttavia può stupire solo i curiali – tutti quelli che hanno attenzione alle cose della Chiesa romana sanno che un’altra abdicazione, ben più profonda, era già avvenuta, da un pezzo, già sotto Giovanni Paolo II, quando, con il fervente appoggio di Ratzinger, l’apertura ai poveri e l’impegno ad una Chiesa rinnovata per la liberazione degli uomini dalla violenza capitalista e dalla miseria, erano terminati. Era stata pura mistificazione quell’enciclica del 1991? Oggi dobbiamo riconoscere che è probabile. Di fatto, in America Latina la Chiesa cattolica distrusse ogni focolaio della teologia della liberazione, in Europa tornò a rivendicare l’ordo-liberalismus, in Russia e in Asia si trovò presto incapace di sviluppare quel proselitismo che il nuovo ordine mondiale le permetteva, e nei paesi arabi e iranici vide i musulmani, nelle loro diverse sette e frazioni, prendere il posto del socialismo arabo (e spesso cristiano) e del comunismo sciita nella difesa dei poveri e nello sviluppo delle lotte di liberazione. Lo stesso ravvicinamento ad Israele fu fatto non in nome dell’antifascismo e della denuncia dei crimini nazisti ma in nome della difesa dell’Occidente. Il paradosso più significativo fu rivelato dal fatto che la grande spinta missionaria (che si era autonomamente sviluppata dopo il Concilio Vaticano II) fu fatta rifluire verso ONG, rigidamente specializzate ed epurate da ogni caratteristica genericamente “francescana”. Queste ONG finirono per essere dedite alla pratica di quei “diritti dell’uomo” che la Chiesa (e i due Papi, quello polacco e quello tedesco) rifiutava di riconoscere nei paesi europei o del Nord America, dove ancora quei diritti esprimevano, con risonanza anticlericale e repubblicana, le istanze (residuali, comunque efficaci) della laicità umanista ed illuminista. Invece di essere a sinistra della socialdemocrazia, come la Centesimus Annus proponeva, il papato si trovò così piegato sulla destra del panorama sociale e su una destra politica spesso ammiccante ai Tea Parties (anche europei).

Ora il Papa tedesco abdica. È quasi divertente sentir parlare la stampa di tutto quel mondo che ha ancora interesse all’evento (molto limitato, tuttavia se considerato nello spazio globale). Essa chiede al nuovo Papa di riconoscere il ministero ecclesiastico delle donne, di rendere borghesemente collegiale l’amministrazione della Chiesa, di garantirle una posizione di indipendenza dalla politica… Banali richieste. Ma toccano l’essenziale? Sicuramente no: è la povertà quello che manca alla Chiesa. E sarebbe infine il momento di comprendere che il Papa non è un Re ma deve essere povero, non può che essere povero. Cercheranno di mascherare il problema promuovendo un africano o un filippino al papato? Di quale orribile gesto razzista si tratterebbe se il Vaticano e i suoi ori e le sue banche e la sua dogmatica politica a favore della proprietà privata e del capitalismo, rimanessero bianchi ed occidentali! Chiedono di concedere alle donne il sacerdozio: non è pura ipocrisia quando non gli passa neppure per l’anticamera del cervello che Dio possa essere declinato al femminile? Vogliono collegialità nella gestione della Chiesa: ma già Francesco insegnò che la collegialità poteva darsi solo nella carità. Etc., etc.

La Chiesa del Papa polacco e di quello tedesco ha concluso il processo di annientamento del Concilio Vaticano II, e questa liquidazione purtroppo non ha mai rappresentato una “guerra civile” all’interno della Chiesa di Roma ma solo una gara di fioretto tra prelati – anche sanguinosa, come nel caso della neutralizzazione del cardinal Martini, ma sempre di scherma si trattò. Così, mettendo una pietra sopra a quel Concilio, questi due ultimi Papi hanno bloccato un impetuoso movimento di rinnovamento religioso. Soprattutto hanno confuso la Chiesa e l’Occidente, il cristianesimo e il capitalismo: era quello che la Centesimus Annus prometteva di non far più, una volta usciti dall’isteria antisovietica.

Non bastava tuttavia proclamare la povertà, per subordinare al cristianesimo le forme di vita dell’Occidente capitalista: occorreva praticare la povertà, nutrirla, come una rivoluzione. Davanti alle crisi monetarie, produttive e sociali, i cristiani avrebbero desiderato dalla Chiesa una nuova ed adeguata definizione della “carità”, dell’“amore per il prossimo”, della “potenza di povertà”. Non l’hanno ottenuta. Eppure molti militanti cristiani rifiutano il declino che il Vaticano e l’Occidente sembrano percorrere insieme.

Alcuni pensano allora che “la rinuncia di Benedetto potrebbe finalmente condurre la Chiesa fuori dal XIX secolo”, altri che essa produrrà una riflessione profonda ed il riconoscimento della necessità di una riforma. Ma non hanno invece ragione coloro che pensano che ci si trovi davanti “all’agonia di un impero malato”? E che quel gesto di Benedetto non sia altro che un opportunistico alibi, un estremo tentativo per sfuggire alla crisi? L’unica cosa della quale siamo certi è che qualsiasi riforma dottrinale sarà del tutto inutile se essa non è preceduta, accompagnata e compiuta attraverso una riforma radicale delle forme di presenza sociale della Chiesa, delle sue donne e dei suoi uomini. Solo se essi riusciranno a collegare la speranza celeste a quella terrena. E allora a parlare nuovamente della “resurrezione dei morti” occupandosi dei corpi, del cibo, delle passioni degli uomini che vivono. Questo significa rompere con la funzione che l’Occidente capitalista ha confidato alla Chiesa – quella di pacificare, con vuote speranze, lo spirito di chi soffre, quello di rendere colpevole l’anima di chi si ribella. La discontinuità prodotta dall’abdicazione di Benedetto susciterà effetti di rinnovamento quando ad essa si accompagnerà il rifiuto di rappresentare la “Chiesa dell’Occidente”. E’ forse giunto il momento di distruggere quest’identità sulla scia di quanto aveva proposto la Centesimus Annus più di vent’anni fa, e di riconoscere ai lavoratori l’identità di sfruttati, in Occidente, dall’Occidente. Ma se il Papa polacco di allora non ci riuscì, è dubbio che possa riuscirci un suo allievo dal debole carisma. L’opera è dunque affidata ai cristiani. E a tutti noi.

Toni Negri

Per la libertà religiosa, sempre

Autore: liberospirito 17 Feb 2013, Comments (0)

Il 17 febbraio 1848 l’allora re di Sardegna Carlo Alberto poneva fine a secoli di discriminazione nei confronti dei valdesi e degli ebrei riconoscendo ai sudditi del regno i diritti civili e politici. Poco più di un editto di tolleranza che concedeva una libertà assai limitata, restando in vigore le restrizioni dell’età controriformista. Ripensando quella giornata, la Chiesa Valdese ha proposto la data del 17 febbraio come occasione per ricordare e rivendicare la pratica della libertà religiosa in Italia. Tale data, almeno fino ad ora, non è stata ancora investita dai crismi dell’ufficialità ed è bene – così pensiamo – che tale rimanga, al di fuori quindi di paludate e retoriche celebrazioni istituzionali, le quali finiscono per snaturare quanto di vivo e presente sa risuonare ancora dal passato. Diverse iniziative sono state pensate. In molte valli valdesi (a cominciare dalla Val Pellice) vengono accesi falò in memoria di quel giorno.

A Roma, invece, l’associazione nazionale di libero pensiero “Giordano Bruno”  (www.periodicoliberopensiero.it) ha indetto , in Campo dei Fiori, alle ore 17, un convegno dal titolo “Nel nome di Giordano Bruno. Il diritto alla dignità”. Infatti  il 17 febbraio è anche la data del rogo del filosofo nolano da parte del tribunale dell’inquisizione.

Riportiamo di seguito – dal sito della Chiesa Valdese (www.chiesavaldese.org)  – il testo con le riflessioni sul 17 febbraio.


Il 17 febbraio

E’ da sempre presente nella società umana l’abitudine di segnare il tempo con scansioni precise, date significative: l’inizio dell’anno, festività religiose e in tempi moderni ricordo di avvenimenti del passato che hanno segnato l’identità nazionale, da noi il XX settembre, il 25 aprile, il 2 giugno.

Di recente si è introdotto nei nostri passi una nuova categoria di date significative: i giorni della memoria. Momenti che dovrebbero costituire punti fermi nella presa di coscienza della nostra identità collettiva perché fissano avvenimenti che hanno segnato le generazioni passate, di cui è essenziale mantenere il ricordo.

Mentre le feste nazionali del passato rinnovavano ricordi di vittorie o di gloria (sia pur glorie effimere come tutto ciò che è umano) i giorni della memoria rievocano sofferenze, dolore. Forse perché il nostro secolo è stato segnato da tragedie immani e ha assistito ad un salto di qualità nel male di tipo quantitativo e qualitativo? O perché inconsciamente reagisce all’immagine falsa e irreale del benessere che il consumismo diffonde attorno a noi? Tutti belli, giovani, ricchi, sportivi, aitanti e sorridenti figli però dell’Olocausto e delle foibe?

Anche la nostra piccola comunità evangelica ha elaborato nel corso degli ultimi anni il suo giorno della memoria: la giornata della libertà. A metà febbraio, non a caso, perché la data viene da lontano, ha un secolo e mezzo di vita. Il 17 febbraio, giorno a cui si fa riferimento, ricorda le Lettere Patenti con cui Carlo Alberto, nel 1848, poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. Un editto di tolleranza che concedeva libertà molto limitata, per quanto concerne infatti quella religiosa “nulla era innovato” e restavano perciò in vigore tutte le restrizioni dell’età controriformista.

Quella che è stata per decenni la festa dei valdesi è diventata, a ragione, la giornata degli evangelici per due motivi.

Anzitutto per ricordare un problema, quello della libertà, in questo caso religiosa, di coscienza, il fatto che la espressione della religione deve essere libera in una società moderna e il potere civile, lo Stato, non ha alcuna competenza in questo campo e tanto meno ha da privilegiarne una. La libertà religiosa non è l’appendice delle libertà civili ma la matrice, prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero.

In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di essere liberi è il risultato di una lunga battaglia. Gli uomini infatti, ed anche quelli che hanno responsabilità nella gestione della comunità civile, dello Stato, troppo spesso portati a identificare la libertà con il proprio interesse sono, per natura, restii a riconoscere la libertà altrui. La liberà religiosa nel nostro paese è stata una lunga conquista che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta sino alla Costituzione del dopo guerra e permane impegno attuale.
Un giorno della memoria positivo dunque, quello degli evangelici, che ricorda fatti lontani ma proiettati sul presente, impegni costruttivi, battaglie vinte, pagine ricche di umanità. Memoria non tanto di se sessi quanto di ideali, di conquiste, come il Vangelo.

 

 

 

Ricordo di Sankaralingam

Autore: liberospirito 15 Feb 2013, Comments (0)

Non è facile parlare di politica con le elezioni politiche alle porte, con tutta la buriana mediatico-spettacolare in corso e il profilo basso o bassissimo di molti candidati. Invece proprio l’altro giorno è deceduto in India uno dei gandhiani della prima ora, Sankaralingam Jagannathan, il quale ha saputo agire il senso autentico del volto politico dell’essere umano. A riprova che – al di là di ogni disfattismo, qualunquismo, ecc. – è possibile e praticabile una politica giusta.  Unico quotidiano a darne notizia è stato “Il manifesto” da cui riprendiamo l’articolo a firma di Marinella Correggia. Ulteriori informazioni si possono trovare sul sito inglese di Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Krishnammal_Jagannathan).

Se ne va il “papà” nonviolento dei combattenti per la libertà

Aveva da poco compiuto cento anni Sankaralingam Jagannathan («Appa», papà), morto il 12 febbraio alla «Dimora dei lavoratori» nell’università rurale Gandhigram, stato indiano meridionale del Tamil Nadu.
Grande seguace di Gandhi ha percorso l’India nello spazio e nel tempo a partire dagli anni 1940 insieme alla moglie Krishnammal («Amma», mamma), del 1926, tuttora attivissima. Lui era nato benestante di casta alta, lei intoccabile e povera: per la feroce tradizione indù non avrebbero nemmeno dovuto sfiorarsi. Prima militarono come freedom fighters nonviolenti a fianco del mahatma Gandhi nel Quit India Movement, la lotta di massa per l’indipendenza, poi si dedicarono all’impegno nonviolento per i senzaterra che costò ad Appa altro carcere. Non ebbero mai una casa loro, vissero in diversi ashram, dimore comunitarie, dove Appa ogni alba filava per un’ora all’arcolaio i suoi abiti di cotone e Amma cucinava con semplicità vegetariana.
Per rendere produttivi i quattro milioni di acri che i poveri avevano ottenuto in seguito all’appello al bhoodan (dono della terra), Jagannathan creò il movimento Assefa per l’autosufficienza dei villaggi gandhiani.
Nel 1968 quarantadue donne e bambini senzaterra in sciopero vengono rinchiusi e bruciati vivi da ricchi possidenti nel distretto di Tanjavur. Amma e Appa decidono di concentrare là il loro lavoro sulla terra e per la terra. Nasce il movimento Lafti: «Terra per la liberazione dei braccianti». Con scioperi, marce, raduni, digiuni e petizioni; vincendo anche ostacoli burocratici, tredicimila famiglie ottengono infine altrettanti acri da coltivare. Parallelamente il Lafti opera per lo sviluppo dei villaggi, con attività edili di autocostruzione, artigianali, educative.
Nel 1993 le comunità costiere del Tamil Nadu dove lavorano Amma e Appa subiscono l’aggressione dei nuovi latifondisti, i grossi imprenditori del gamberetto per l’esportazione. Risaie salinizzate e mangrovie distrutte.
Jagannathan ricorre alla Corte Suprema dell’India che nel 1996 vieta l’acquacoltura intensiva entro i 500 metri dalla costa. Ma la distruzione non si ferma, in un’India ben diversa dal sogno di Appa.
Come l’economista gandhiano J.C. Kumarappa, Jagannathan sosteneva un’economia di villaggio egualitaria basata su agricoltura, artigianato e «lavoro per il pane». Il volto locale di un’India che doveva essere autonoma, pacifica, resistente contro l’imperialismo.

Marinella Correggia

Sull’abdicazione di Benedetto XVI

Autore: liberospirito 12 Feb 2013, Comments (0)

A proposito della comunicazione di papa Benedetto XVI di abdicare al suo ruolo ci limitiamo qui a tre brevi considerazioni con coda finale.

Prima considerazione: ieri non esisteva notiziario televisivo, radiofonico o via web che non divagasse su questo tema, preso e macinato negli ingranaggi della megamacchina informativa che altro non fa che spettacolarizzare ogni avvenimento, impoverendolo e svuotandolo di senso, riducendolo ad anonimo bit informativo, uguale e contrario a quelli che l’hanno preceduto e che lo seguiranno.

Seconda considerazione: gli opinion-maker di turno e i vari uomini di potere interpellati, pur di provenienza differente hanno concordato tutti nel sottolineare l’altissimo profilo della decisione papale e l’umiltà implicita in una scelta del genere. Nessuno considerava che oggigiorno è esclusiva prerogativa dei dittatori la prospettiva di un esercizio di governo di durata virtualmente illimitata. Con l’innalzamento della durata media della vita da una parte e la complessità nella gestione di un mondo globalizzato, un pensionamento in età ragionevole dei capi di stato denota solo un misurato buon senso. Così ieri non abbiamo assistito null’altro che a un accodamento tardivo da parte della Chiesa rispetto a consuetudini largamente consolidate.

Terza considerazione: è allora solo questione di età, salute e buon senso? Ogni dietrologia sarebbe inopportuna? Mettere in relazione questo fatto con intrighi nei palazzi vaticani o conflitti di corte sarebbe solo l’adesione paranoica a una qualche teoria del complotto? Un tale, il secolo scorso, aveva detto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Probabilmente anche in questo caso.

In coda una breve domanda: ma si è poi così sicuri che l’abdicazione di Benedetto XVI sia poi così vitale per il destino se non del pianeta ma dell’umanità intera, come i media intendono convincerci? Non vi sono magari questioni più urgenti (anche solo circoscritte all’ambito religioso), di cui, proprio per questo, si preferisce non parlare?

Scriblerus