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Archivi: gennaio 2013

La settimana scorsa a Londra, il rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani e il contro-terrorismo, Ben Emmerson, ha annunciato ufficialmente l’avvio di un’inchiesta dell’Onu relativa all’impatto sui civili dell’uso dei droni e degli «omicidi mirati». Con questa inchiesta l’Onu ha finalmente deciso di affrontare la tattica adottata dagli Stati Uniti nella «guerra al terrorismo», verificando la legalità e la stessa legittimità del ricorso agli omicidi mirati, effettuati con droni (gli aerei senza pilota comandati a distanza). Tra il 2004 e il 2013, secondo le ricerche condotte dal Bureau of Investigative Journalism, gli attacchi con droni in Pakistan da parte della Cia hanno ucciso 3.461 persone, di cui almeno 891 civili (tra cui circa 140 bambini). Su tutto ciò riportiamo un intervento di Norman Solomon, co-fondatore di RootsAction.org e fondatore e direttore del Institute for Public Accuracy. Solomon coordina la campagna Healthcare Not Warfare organizzata da Progressive Democrats of America. Il testo originale è reperibile su http://www.normansolomon.com

Per pura e semplice combinazione il secondo discorso inaugurale del presidente Obama è capitato nello stesso giorno del discorso di Martin Luther King jr alla festa nazionale.

Obama non ha menzionato King durante l’inaugurazione di due anni fa, ma, da allora, con le parole e nei fatti, il presidente ha fatto molto per distinguersi dall’uomo che disse “Io ho un sogno”.

Dopo il suo discorso alla marcia su Washington per il lavoro e la libertà nell’agosto del 1963, King ha continuato a correre grossi rischi pur di difendere appassionatamente le istanze di pace.

Dopo il suo discorso inaugurale nel gennaio del 2009, Obama ha perseguito politiche che incarnano proprio l’avvertimento severo di King del 1967: “Quando il potere scientifico surclassa il potere morale, finiamo con missili guidati e uomini fuorviati”.

Ma Obama non ha ignorato l’eredità di King contro la guerra. Al contrario, il presidente ha fatto di tutto per distorcerla e sminuirla. Nel suo undicesimo mese di presidenza – mentre aumentava l’impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan, processo che ha triplicato la presenza delle truppe americane – Obama viaggiava verso Oslo per ritirare il Premio Nobel per la Pace. Nel suo discorso ha denigrato la difesa pacifista di un altro Nobel per la Pace: Martin Luther King.
Il presidente ha finto un tono rispettoso, mentre affondava un retorico fendente prima del colpo finale. “So che non c’è niente di inutile, di passivo e niente di ingenuo, nel credo e nell’esistenza di Gandhi e di King”, ha detto proprio prima di lasciar intendere che esattamente i due paladini della non-violenza furono inetti e ingenui.
“Io affronto il mondo per come è, e non posso restare inerme di fronte alle minacce rivolte al popolo americano”, ha aggiunto Obama.
Alcuni momenti più tardi ha tentato di giustificare l’assetto bellico dell’America: passato, presente e futuro. “Affermare che l’esercito talvolta è necessario non significa inneggiare al cinismo, ma riconoscere la storia; le imperfezioni umane e i limiti della ragione”, ha detto Obama”. “Io sostengo questa visione, incomincio con questa visione poiché in molti paesi esiste una profonda ambivalenza riguardo alle attuali azioni militari a prescindere dalla causa. E talvolta, a questo si aggiunge uno strisciante sospetto nei confronti dell’America, l’unica superpotenza militare nel mondo”.
Poi è arrivata la frase sciovinista: “Qualunque errore abbiamo fatto, il fatto è questo: gli Stati Uniti d’America hanno contribuito a garantire la sicurezza mondiale per più di sei decenni con il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostre braccia”.
Cantando le virtù morali dell’attività bellica, considerandola il prezzo da pagare per la pace, sembra un po’ strano, ma la retorica di Obama è paragonabile al pensiero chiave di Orwell: “Chi controla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato”.
Tendendo a minimizzare l’attività pacifista del passato, innalzando il passato stile Zio Sam (pur riconoscendo gli errori), classico eufemismo retrospettivo per giustificare le future carneficine della sua presidenza.
Due settimane prima del secondo mandato di Obama, il quotidiano britannico “The Guardian” ha scritto che: “L’uso di droni da parte degli USA è stato incrementato durante il ministero di Obama, laddove la Casa Bianca ha autorizzato attacchi in almeno quattro paesi: Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia. Si stima che la CIA e le forze armate statunitensi abbiano portato avanti più di 300 attacchi di droni e ucciso 2.500 persone”.
Il quotidiano ha riferito che un ex membro del team antiterrorismo di Obama durante la campagna del 2008, Michael Boyle, sostiene che la Casa Bianca stia sottostimando il numero di vittime civili dovute agli attacchi di droni, allentando la stretta sugli standard previsti sul dove e come attaccare: “Le conseguenze si possono riscontrare nella presa di mira delle moschee o processioni funebri che hanno ucciso molti civili ed hanno lacerato il tessuto sociale delle regioni in cui gli attacchi si sono concentrati. Nessuno conosce con esattezza il numero dei morti causati dai droni in queste terre distanti, talvolta ingovernate”.
Sebbene Obama alcuni anni fa abbia criticato l’approccio di Bush definendolo “guerra del terrore”, Boyle fa notare come egli sia stato “altrettanto spietato e indifferente allo Stato di diritto come il suo predecessore”.
Boyle – in coerenza con le conclusioni di molti altri analisti politici – ritiene che l’uso di droni che l’amministrazione Obama sta perpetuando “incoraggi una nuova corsa agli armamenti, che consentirà ai futuri rivali di gettare le basi per un sistema internazionale sempre più violento”.
Nelle ultime settimane più di 50.000 americani hanno firmato la Petizionie per bandire i droni armati nel mondo (Petition to ban Weaponized Drones from the World). La petizione sostiene che “i droni armati non sono più accettabili delle mine antiuomo, delle armi a grappolo o delle armi chimiche”. Chiede al presidente Obama di “abbandonare l’uso di droni armati e di cancelalre il suo “programma di assassinii, a prescindere dalla tecnologia impiegata”.
Esempio di facile retorica dal podio dell’inaugurazione. Lo spirito di M.L. King sarà altrove.
Norman Solomon

Resistere alle lusinghe dell’impero

Autore: liberospirito 22 Gen 2013, Comments (0)

Sempre dal sito www.ildialogo.org pubblichiamo l’editoriale di Giovanni Sarubbi, apparso poco meno di una decina di giorni fa. Queste considerazioni sull’imperialismo religioso sono di grandissima attualità, sia per le considerazioni sul rapporto tra messaggio religioso e istituzionalizzazione del medesimo, sia – non ultimo – per gli evidenti rimandi alla recente e disastrosa guerra in corso nel Sahel.

C’è dibattito, nel piccolo mondo del cristianesimo di base italiano, su temi che, dal nostro modesto punto di vista, dovrebbero essere assolutamente superati dalla storia e dalle idee che sono maturati in Italia e nel mondo da 50 anni a questa parte, cioè dal Concilio Vaticano II in poi.

Si ricomincia a parlare di “fermenti spirituali”, dei “fondamenti della nostra fede”, della necessità di avere “buoni pastori” e della “pastoralità”, con annesso loro riconoscimento e crescita da parte delle comunità, con il contorno di “bibbia al centro”, del “credere in Dio”, o se sia giusto o meno privilegiare il “sociale-politico” a scapito “della ricerca e testimonianza più specificamente di fede”. Ragionamenti partiti dalla affermazione che le comunità muoiono appena viene a mancare la figura fondatrice, sia esso un prete o un laico.

Crediamo si tratti di un discorso antico quanto il cristianesimo, che ha interessato con tutta probabilità anche le prime comunità dei seguaci di Gesù. Anche quelle comunità si trovarono a fare i conti con la morte dei primi apostoli, di coloro cioè che avevano iniziato a percorrere la via indicata da Gesù. Anche le prime comunità misero mano alla raccolta dei loro racconti, scrivendo i Vangeli. Alcuni di loro produssero lettere o testi apocalittici, si costituì in ogni comunità un gruppo di persone a cui si affidò il compito di proseguire il cammino iniziato dagli apostoli. I testi scritti cominciarono a circolare e ad essere letti e commentati nelle comunità. Iniziò la formazione di un vero e proprio “canone di riferimento” valido per tutte le chiese sparse nel mondo allora conosciuto.

Quelle scelte hanno segnato poi la vita delle generazioni successive. Nell’arco di due-tre secoli si è giunti alla istituzionalizzazione delle figure di riferimento delle chiese, presbiteri, diaconi, vescovi, che da servitori delle comunità si trasformarono in padroni assoluti delle comunità. Padroni che aumentarono a dismisura il loro potere a partire dall’editto di Costantino, di cui quest’anno ricorre il 1700mo anniversario, e dalla realizzazione di numerosi concili che codificarono i dogmi ancora oggi vigenti e considerati inamovibili. Servitori (questo il significato della parola “ministero” da cui deriva quello di “ministro”) che divennero man mano “funzionari di Dio”, con proprie regole e dottrine da diffondere e imporre anche con l’uso della forza.

Credo si tratti di una vicenda capitata più volte nella storia degli ultimi 2000 anni, sia in campo religioso che sociale. Basti guardare a ciò che è capitato al movimento di Francesco di Assisi, o a ciò che è successo con la Riforma del XVI secolo, nata per combattere la vendita delle indulgenze e trasformatasi via via in sostegno ai poteri dei principi e ad un sistema sociale, quale quello capitalistico, basato sul “beati i ricchi” anziché sul “beati i poveri”. Ma la stessa cosa si può dire ad esempio per il marxismo. La costruzione di apparati, la codifica di norme, di dottrine che delimitano “ciò che è giusto” da “ciò che è sbagliato” in modo netto, fanno parte della vita stessa dell’umanità dal suo sorgere ai giorni nostri, ma guai a lasciarsi imbrigliare dalle norme e dalle dottrine e a non saper comprendere i limiti e gli errori che ogni norma e ogni dottrina ha insito in se. Questo perché ogni norma o dottrina è figlia di un determinato livello di conoscenza dell’umanità, e quando le conoscenze dell’umanità cambiano quelle norme mostrano i loro limiti che bisogna essere in grado di riconoscere e cambiare.

Le comunità, religiose o meno che siano, muoiono quando non c’è più nessuno che, gratuitamente e senza imporre nulla a nessuno, si faccia carico personalmente del loro messaggio senza la necessità che questo si trasformi in qualcosa di codificato o strutturato attraverso norme o apparati burocratici che, questi si, stravolgono quasi sempre lo spirito originario dei fondatori. Chi ha dato il via ad una comunità ha compiuto una scelta personale, quasi sempre sofferta, mai imposta a chicchessia. Chi lo vuole seguire deve fare altrettanto mettendoci dentro la propria sofferenza ed il proprio impegno, senza stipendi o cariche o poteri piccoli o grandi che siano, perché dove c’è un potere li c’è anche il pericolo dell’abuso.

Le prime comunità cristiane passarono man mano dalla cura dell’uomo, alla speculazione ontologica, alla pura e semplice metafisica, dal “beati i poveri” al sostegno alle guerre imperiali e alla conquista di territori e potere, dal “dio umanità” di Gesù al dio posto nel settimo cielo, irraggiungibile lontano e terribile. Basta mettere a confronto le Beatitudini (Mt 5,1-12) con il testo del Credo Niceno-Constantinopolitano: da un lato una serie di impegni finalizzati all’umanità che i seguaci di Gesù sono chiamati a praticare, dall’altro una serie di affermazioni finalizzate al potere di una casta sacerdotale sull’umanità. Da un lato la gioia e le libertà di riscoprirsi fratelli e sorelle e vivere senza oppressioni reciproche, dall’altro l’oppressione la violenza la morte. Da un lato l’umanità da riscoprire e amare, dall’altra la “fede in Dio”. Si perché quando si parla di quali siano i “fondamenti della nostra fede” si fa riferimento inevitabilmente ad un corpus di norme e di comportamenti che da duemila anni a questa parte (Bibbia, preghiere, liturgie, sacramenti ecc.) hanno stravolto completamente l’originario spirito del movimento iniziato da Gesù, che certo usava il linguaggio e le idee allora comprensibili (Dio, preghiere, pastori, pecore e quant’altro), ma che inequivocabilmente invitava i propri discepoli a scegliere di stare dalla parte dell’umanità e dell’umanità debole e oppressa.

Non ci sono “preghiere, liturgie, o fondamenti della fede” da trasmettere a qualcun altro e per il quale ci sia bisogno di costituire “pastori”. C’è una umanità da amare, c’è un impegno da assumere, questo si, ed è quello che è il motivo conduttore del libro dell’apocalisse: resistere alle lusinghe dell’impero, combattere tutti gli imperi, liberare l’umanità dalla oppressione dell’uomo sull’uomo. Queste sono le cose per le quali vale la pena di impegnarsi e dare anche la propria vita.

Giovanni Sarubbi

Fuoco nonviolento

Autore: liberospirito 16 Gen 2013, Comments (0)

E’ veramente difficile – meglio: è quasi impossibile – riuscire a seguire ingiustizie e soprusi che accadono nel mondo, dando altresì conto delle forme di ribellione in corso. Così, anche se in ritardo, mettiamo on line un articolo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, apparso il mese scorso su “La Stampa”. Il testo riguarda le autoimmolazioni compiute da persone  – monaci e monache, ma non solo – che hanno maturato la decisione di darsi fuoco per manifestare, in maniera estrema e ultimativa, la loro radicale protesta contro le autorità centrali cinesi che da anni occupano la  loro  terra e  le loro vite.

Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nell’apposita “giornata mondiale per il Tibet”, un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione.
Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla? In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena lasciarci interrogare da questo monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso.
Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati come i loro governi di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le Olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo.
E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli anni sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. E’ pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddhisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. E’ come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio.
Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la “accolgono” dagli altri – eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «Vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.

“La Stampa”, 16 dicembre 2012

Enzo Bianchi


Oggi, 1 gennaio 2013, riprendiamo dal sito www.dialogo.org – fonte di contributi di notevole interesse – la seguente meditazione di Eugenio Melandri, già missionario saveriano e successivamente fondatore e coordinatore dell’associazione  “Chiama l’Africa”.

In questi giorni, nell’attesa del Natale, nella liturgia si leggono brani profetici struggenti:

“O se squarciassi i cieli e scendessi…”

“Vieni, Signore, non tardare”…

“Si apra la terra e germogli il Salvatore”.

Un’accorata implorazione di speranza, di vita, di solidarietà, di giustizia, di pace. Fotografa da una parte la nostra inquietudine. “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non trova requie, finchè non riposa in te”. La ricerca di vita, di felicità, di pace che ci portiamo dentro e che ci mette in cammino e non ci fa star fermi. La voglia di una vita piena, colma di significato, ricca di contenuto. La voglia di poter vivere in un mondo in cui ognuno abbia la possibilltà di essere se stesso, confrontandosi, non mettendosi in contrapposizione con i suoi compagni di viaggio. In una società che esclude i deboli in nome del merito. Che non rispetta i diritti; che rifiuta le diversità, da quella di genere a quella di cultura.

Dall’altra parte fotografa un mondo dove ogni giorno ci scontriamo con drammi che sembrano irrisolvibili. Con l’ingiustizia che regola le relazioni tra persone; con una società diseguale che esclude i poveri e i deboli; con i ricchi che diventano sempre più ricchi a spese dei poveri che diventano sempre più poveri. Con una politica che è ancella della finanza e dei poteri forti; che compra gli F35 e aumenta le spese militari, mentre taglia le pensioni e attenta ai diritti dei lavoratori; che fa pagare le tasse fino all’ultimo centesimo ai più poveri e non riesce o, meglio, non vuole riuscire a farle pagare ai ricchi. Con un’Europa che condanna la Grecia alla fame, in nome del pareggio di bilancio. Con un sistema che si regge sulla forza e sulle armi. Che contrabbanda la l’uso dell’esercito con la bufala delle cosiddette missioni di pace. Che volge gli occhi dall’altra parte di fronte a situazioni di ingiustizia e di morte. Che sfrutta le miniere di coltano in un’area del mondo dove una serie di guerre hanno provocato oltre cinque milioni di morti.
Fotografa la nostra nostalgia, quella “nostalgia del totalmente altro” che Horkheimer definiva come la nostalgia di un mondo “dove finalmente le vittime abbiano ragione dei propri carnefici”.

“O cieli, stillate rugiada e le nubi facciano piovere il giusto”.

Stretti in questa morsa, inevitabilmente guardiamo in alto. Forse perchè sappiamo che da soli non riusciamo a farcela. Perchè abbiamo bisogno di avere un orizzonte, un sogno, una utopia. Per colmare la nostra sete di felicità e il nostro bisogno di giustizia. Per questo gridiamo: “Oh se squarciassi i cieli e scendessi” Perchè, ce ne accorgiamo bene, abbiamo bisogno di altro. O, meglio, dell’Altro, del totalmente Altro: dell’inatteso, dello sconosciuto.

C’è chi chiama questo Altro, inatteso e indicibile, con il nome di Dio. Ma, al di là della fede tutti noi sentiamo il bisogna che ci sia “un Dio da qualche pate”. Che faccia giustizia . Che dia speranza. Ma nelle profezia bibliche ci si augura anche che “si apra la terra e germogli il Salvatore”. A significare che, se sappiamo rompere la crosta di questa terra, da essa stessa nasce il Salvatore. Vive nelle viscere della terra, del mondo. E’ impastato della nostra storia. Per dirci che anche dentro di noi, nel suolo che calpestiamo ogni giorno, abita il germe della salvezza. Per dirci che se cerchiamo la pace, essa già c’è, ma dobbiamo saperla scoprire, rimuovendo la terra che la copre, perchè essa possa germogliare. Così come la giustizia, la solidarietà, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità.

Ed è in questa tensione tra il qui della terra e il non-ancora del cielo; tra il conosciuto e lo sconosciuto, tra l’immanente e il trascendete che si gioca la nostra vita. Una tensione che può divenire feconda se ognuno di noi sa viverla come nostalgia di quel mondo in cui finalmente le vittime avranno ragione dei loro carnefici”.

Una nostalgia che si fa ricerca, ma anche indignazione e seme di rivoluzione.

Eugenio Melandri