Crea sito

Archivi: dicembre 2012

Vite in gabbia: religione senza cittadinanza

Autore: liberospirito 29 Dic 2012, Comments (0)
Pubblichiamo un contributo, apparso ieri 28 dicembre sulle pagine de “Il manifesto”,  riguardante la necessità di un riconoscimento del pluralismo religioso nelle carceri. L’autore è Massimo Rosati (docente presso l’Università di Tor Vergata). A fronte al dramma della situazione carceraria italiana è un tema, questo, pressoché ignorato da tutti, laici e religiosi, politici e società civile. Proprio per questo ci teniamo a rirpoporlo, sottolineando l’importanza.

La libertà di culto nelle carceri è ritenuto un problema privato. La sua negazione è invece lo specchio di una attitudine conservatrice nell’affrontare e gestire i mutamenti di una realtà come quella italiana, caratterizzata dal multiculturalismo e da un compiuto pluralismo religioso
La «questione carceri» in Italia rende evidente un drammatico vulnus democratico e di diritto e il perdurare di una cultura della pena lontana dall’essere all’altezza dei migliori ideali di una civiltà dell’umanesimo. Ma a ben guardare, il dibattito che su di essa viene tenuto vivo soprattutto dalla stampa e dai media in generale dice anche di alcuni coni d’ombra che riguardano persino quanti – individui, gruppi, associazioni – dei diritti in carcere fanno un punto costante di attenzione, riflessione critica, difficile impegno quotidiano, ragione di battaglie per una migliore qualità della vita. All’interno della «questione carceri» e dell’emergenza che essa rappresenta – sovraffollamento, suicidi (di detenuti e agenti di sicurezza), atti di autolesionismo, corpi violati e anime cui è negato possibilità di cambiamento e riscatto – c’è un capitolo poco o nulla indagato, poco o nulla conosciuto, poco o nulla percepito e apprezzato nella sua serietà e significatività, rispetto alla quale anche la cultura democratica e progressista è lontana dall’avere la sensibilità che sarebbe auspicabile.

Una tradizione confessionale
La questione in oggetto è quella del diritto alla libertà religiosa e al culto, in un contesto multi-religioso come quello che caratterizza oramai l’universo penitenziario italiano. A fronte di un profondo mutamento della popolazione carceraria (non poco legato alle conseguenze dell’applicazione dei principi della criminologia attuariale), segnatoda un forte aumento di reclusi non italiani (su base nazionale circa il 40%) e dunque dal «pluralismo» dell’universo religioso della medesima popolazione carceraria, il sistema penitenziario italiano per ragioni storiche e culturali continua a tarare il diritto alla libertà religiosa e al culto su un orizzonte cattolico o, ben che vada, cristiano.
Di cosa si parla? Concretamente, della possibilità in carcere di avere colloqui con ministri di culto o rappresentanti della propria confessione, non cattolici; della possibilità di vedere rispettati tempi di preghiera prescritti dalla propria tradizione, armonizzati con i tempi di vita del carcere; della possibilità di avere un luogo per il culto, individuale e/o collettivo a seconda della tradizioni, almeno dignitoso rispetto alle caratteristiche in genere proprie dei luoghi di culto; di avere la possibilità di osservare prescrizioni alimentari, così importanti in molte confessioni; di vedere trattato il proprio corpo, in relazione a cure mediche, igieniche, pratiche securitarie oltre che alimentari, in modo conforme alle norme religiose di riferimento; di avere, infine, la possibilità di disporre di testi sacri, al di là della Bibbia cristiana.
Nelle carceri italiane, pur in un universo molto variegato, manca molto spesso quasi tutto ciò, o è rimesso alla buona volontà di singoli operatori, piuttosto che essere parte di un robusto sistema di diritti. Di tutto ciò sappiamo relativamente poco: anche la ricerca – sociologica o in altri rami delle scienze sociali – è ancora agli inizi a differenza di quanto avviene in altri paesi europei, e la consapevolezza delle istituzioni (penitenziarie in primis) è significativamente bassa. Un recente studio dell’Università di Tor Vergata ha cercato di fare il punto sulla questione, almeno con riferimento alle carceri del Lazio (i materiali della ricerca sono consultabile nel sito Internet: csps.uniroma2.it/2012/10/09/assistenza-religiosa-in-carcere-diritti-e-diritto-al-culto-negli-istituti-di-pena-del-lazio-2/).
La disattenzione che su larga scala si presta a questo capitolo dell’emergenza carceraria è quanto mai significativa. In realtà, essa è la spia di questioni che vanno al di là della questione carceri e in particolare del tema «religioni in carcere» in sé (tema, quando pure affrontato, considerato solo dall’ottica dei rischi di radicalizzazione di alcune confessioni – leggi Islam – dietro le sbarre, con conseguente approccio securitario). Essa dice di un più generale atteggiamento nei confronti del pluralismo religioso, nei confronti del quale – in un Paese che fatica ad accettare l’idea della fine di un monopolio cattolico dell’universo religioso, o che in alcune sue componenti fatica ad accettare che quel monopolio venga eroso da altre tradizioni ed espressioni di religiosità, anziché da una più radicale secolarizzazione della sfera pubblica – molte componenti culturali e politiche in Italia nutrono forti sospetti e diffidenze. Come sovente nei confronti del pluralismo in sé, non solo religioso.

Un bisogno negato
Per una cultura di sinistra, tuttavia il pluralismo culturale non è un disvalore, ma al contrario un bene prezioso da coltivare. Alle differenze culturali a sinistra non si oppone lo scontro di civiltà, ma il dialogo, il confronto, l’apprendimento reciproco, l’apertura alla contaminazione e all’ibridazione. Ma se il pluralismo religioso è un tassello del pluralismo culturale, perché per quest’ultimo ci si batte e invece una piena implementazione di quello religioso – negli spazi in cui si dà, nel sociale e nelle istituzioni – non suscita la stessa attenzione e non chiama allo stesso impegno? In altri termini, e per tornare alla questione carceri, perché la negazione dei diritti dei detenuti indigna e mobilita a campagne di protesta e azione, mentre della negazione dello specifico diritto al culto in un contesto pluralista poco o nulla sappiamo e poco o nulla ci curiamo?
La risposta sta nella implicita tendenza a stabilire gerarchie tra i diritti. Ci sono diritti che riteniamo più importanti di altri, beni la cui protezione riteniamo essenziale e beni che valutiamo come meno significativi. In carcere si ritiene per lo più che la dignità della persona abbia a che fare con la disponibilità di spazi decenti, con un trattamento non ulteriormente degradante al di là della restrizione della libertà in sé, ben più che con il rispetto del diritto al culto. Implicitamente crediamo che pregare secondo certi canoni, mangiare secondo specifiche norme religiose, disporre di oggetti per il culto, avere contatti con rappresentanti della propria comunità religiosa, sia di secondaria importanza (nel migliore dei casi) rispetto al poter avere almeno vestiti, sigarette, tempi di giudizio certi, non subire vessazioni fisiche, poter avere contatti con avvocati e famigliari.
Dietro questo atteggiamento c’è l’implicita gerarchizzazione tra beni materiali e beni «postmateriali» e l’assunzione di una logica secondo cui dei beni «postmateriali» ci si può preoccupare solo una volta soddisfatti quelli materiali. L’emergenza carceri si ritiene per lo più che abbia a che fare con la negazione di beni materiali: quelli «postmateriali» sono ben lungi dal poter essere ragione di preoccupazione, o almeno non fintantoché ci saranno ben più pressanti questioni da risolvere. Solo a partire da una gerarchizzazione tra beni e diritti di questo genere si può spiegare il disinteresse, all’interno dell’emergenza carceri, per la questione in oggetto. Bisogna però dire, forte e chiaro, che una simile gerarchia tra beni e diritti, e la stessa dicotomia tra beni materiali e «postmateriali» con cui si sono letti processi di mutamento culturale in Occidente, è appunto figlia di una visione dell’uomo e della società fondamentalmente etnocentrica e segnata, fosse anche reattivamente, da un certo sapore «materialista». Inoltre, per quanto riguarda il pensiero democratico e progressista, una gerarchia di quel tipo non può non essere anche figlia di un pregiudizio nei confronti delle religioni e della questione religione in sé duro anche solo da mettere pacatamente a tema.

I non luoghi spirituali
Su questo punto è necessario introdurre una apparente, parziale digressione. Il problema del rispetto del pluralismo religioso, del diritto alla libertà religiosa in un contesto pluralista, non investe solo la «questione carceri», che pure ha le sue specificità naturalmente; la battaglia per il pluralismo religioso intesa come battaglia per l’estensione dei diritti e delle libertà, come battaglia per il pluralismo, si pone quale sfida anche per la sinistra in molti altri spazi e ambiti della vita sociale: nelle scuole, negli ospedali, nei non-luoghi così tipici della modernità contemporanea (aeroporti, stazioni), insomma in tutti quegli spazi in cui religioni «de-privatizzate», come ormai dovremmo sapere sono una buona parte delle religioni (che per loro «natura» sono in maggioranza costitutivamente non-private), tornano a punteggiare il panorama contemporaneo.
A sinistra possiamo fare finta di nulla, continuare a dire che se proprio devono esistere che siano almeno un fatto privato e di coscienza (cadendo irriflessivamente vittime di un bias cristiano-centrico), oppure possiamo assumerne almeno alcune rivendicazioni come parte di battaglie per una società pluralista, e possiamo mobilitarle ad un comune impegno per cause progressiste, dalla pace all’ambiente, dalla lotta alla povertà a quella alla pena di morte o alle nuove forme di schiavitù, giusto per fare alcune esempi. La sola sottolineatura degli aspetti regressivi delle religioni è non solo spesso unilaterale ma anche frequentemente improduttiva, oltre che risolversi nell’oscuramento di battaglie per i diritti.

Lo scoglio dei pregiudizi
Non c’è modo, credo, per creare le condizioni per una più compiuta implementazione del diritto al culto nelle carceri – che rappresenterebbe una risposta progressista ai rischi di radicalizzazione delle religioni dietro le sbarre, oltre ad essere parte del rispetto della dignità della persona come tale e a maggior ragione nella condizione di privazione della libertà – come in altri spazi sociali nel nostro Paese se non varando una legge sulla libertà religiosa capace di riordinare in modo complessivo e ispirato a principi di eguaglianza i rapporti tra lo Stato italiano e le diverse confessioni.
La storia dell’iter parlamentare della legge sulla libertà religiosa in Italia è non breve e travagliata, ma non si può non chiedere di nuovo alla cultura di sinistra e alle forze politiche che ad essa si ispirano di farsi carico – certo cercando consensi altrove – responsabilmente e senza ambiguità di questa battaglia. Dall’approvazione di una legge organica sulla libertà religiosa dipende la rimozione di molti (sebbene non tutti certamente) degli ostacoli alla piena implementazione del diritto al culto in carcere come altrove, e dunque una estensione dei margini di libertà e pluralismo nel Paese. Ma un simile passo richiede come è ovvio anche un cambiamento culturale, il superamento di alcuni pregiudizi e conservatorismi: se il mondo cattolico può fare resistenza per non vedere eroso il proprio monopolio sulla religiosità nel paese, la cultura di sinistra deve superare antichi pregiudizi che le impediscono di assumere il diritto ad una libertà religiosa de-privatizzata come un diritto al pari di altri, anziché come una questione di importanza solo residuale.

Massimo Rosati

Si fa presto a dire Natale

Autore: liberospirito 24 Dic 2012, Comments (0)

Davvero, si fa presto a dire Natale, troppo presto. Pubblichiamo di seguito un video proveniente da youtube (il primo nella storia di questo blog; è preceduto – ahinoi – da una pubblicità; noi non c’entriamo, ovviamente, comunque si può tranquillamente saltare). La musica e le parole provengono da una celebre canzone di John Lennon. Il motivo per cui proponiamo il video è che colpisce il contrasto con le immagini, purtroppo di sconcertante attualità e alle quali non ci si abituerà mai. Merita vederlo.

Gesù disse: “Un uomo carico d’anni non esiterà a interrogare un bambino di sette giorni sul luogo della vita, ed egli vivrà. perchè molti dei primi saranno ultimi e diverranno uno”. (Vangelo di Tommaso)

Cliccare sulla scritta a fianco: John Lennon – Happy Xmas

Natale: qualcosa che verrà

Autore: liberospirito 22 Dic 2012, Comments (0)

Pubblichiamo un testo di Giacomo Zanga dedicato al Natale – apparso in un primo tempo nel dicembre 1977 sul quotidiano milanese “Il Giorno” e ripubblicato nel 1981, unitamente ad altri contributi, nel volume Le viscere del presente, per conto della scomparsa casa editrice La Salamandra (sempre di Milano) nella collana “Biblioteca di an-archos”. Abbiamo già pubblicato in passato un altro testo del medesimo autore. Per chi è interessato può trovarlo qui: http://liberospirito.altervista.org/?s=giacomo+zanga

Nel mese di novembre del 1858 un giovanissimo collegiale scrisse alla madre: Mi mette di buon umore il pensiero che domani è la prima domenica d’avvento; ancora quattro domeniche e poi canteremo: o beato, o lieto tempo di Natale, dispensatore di grazie!” Nelle sue lettere ai familiari il ragazzino parlava spesso di biancheria sporca e pulita, di compiti e di lezioni, di dolci, di crampi allo stomaco, di disturbi agli occhi e (preludio al disastro supremo della sua esistenza, la follia)di forti mal di testa. Nel brano citato alludeva invece, come s’è visto, all’imminenza del Natale. Per un lungo periodo egli sarebbe tornato ogni anno a esprimere nelle sue lettere la propria aspettativa di questa ricorrenza eccezionale. In lui, privato presto del padre e lontano dalla famiglia, si manifestava, evidentemente, il bisogno del calore domestico e, soprattutto, di quel tempo sospeso che è la festa.

Il bambino di cui stiamo parlando è Nietzsche, destinato a diventare il grande filosofo che per tutta la vita avrebbe aspirato a una stupenda aurora. Natale: giorno che molti, non completamente imbarbariti, celebrano con gioia, ritrovando in sé la religiosità pura dei fanciulli. Esistono, su questo tema della religiosità infantile, diverse pubblicazioni, ma in genere poco convincenti. Parecchi anni fa si pretendeva di rischiarare l’argomento comparando (colossale errore di metodo) la psiche dei bambini a quella dei “selvaggi” o “primitivi”. Meno assurdo fu invece il criterio di raccogliere e interpretare brani letterari in cui illustri scrittori avessero esposto ricordi intorno a stati d’animo della loro prima adolescenza. Attualmente ci si giova di mezzi più scientifici, cominciando da quello della selezione statistica.

Ma i risultati non sono plausibili. Perché? Innanzitutto perché si indaga non già sulla religiosità infantile, ma sulle rudimentali nozioni teologiche di questo o quel bambino, e limitatamente alla sola area occidentale. E’ naturale che domandando a un ragazzino: “Chi è Dio?”, si ottengano risposte (ad esempio, “Dio è l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra”) fondate su catechismi digeriti in fretta o mutuati dai discorsi degli adulti.

E poi: un fanciullo buddhista non ha – come non ha suo padre, perché il buddhismo è ateo – il concetto di alcun Dio; oseremo affermare che il buddhismo non è una religione ed escluderemo i piccoli buddhisti dall’ambito d’una ricerca sulla religiosità infantile? E’ da prendere allora un’altra strada, convincendosi che per definire ciò che è religione bisogna adottare parametri universali. L’aspirazione religiosa può si giovarsi d’un determinato tipo di filosofia, ma senza identificarsi mai perfettamente con essa. Religione è essenzialmente (e l’animo del bambino ce lo dimostra e garantisce) capacità di incentrare i propri sentimenti e pensieri sulla categoria del diverso, sulla continua attenzione verso quello “spaccato” escatologico che seziona dall’alto la realtà; in parole più povere: religione è capacità e volontà di vivere lo spirito dell’attesa, colorata di magia nell’adolescente, sorretta dalla ragione nella persona adulta.

Qui occorre una precisazione. La cosiddetta assoluta innocenza del bambino non esiste, e corrisponde a un’idea falsa e retorica del medesimo. Il bambino porta con sé scorie fisiche e psichiche dei genitori, degli avi, e le rivela ben presto. (V’è una pagina di Sant’Agostino in cui il grande pensatore africano parla dell’egoismo e dell’ira con cui due neonati si contendono il seno della balia).

La religiosità del bambino non si fonda su una sua presunta, totale purezza, ma sul suo spontaneo apprezzamento dell’amore (verso uomini, animali, oggetti) sulla sua stuporosa apertura verso il nuovo. Per questo l’artista somiglia al fanciullo, per questo nell’arte è infusa tanta carica di metafisicità alta e sublime. E’ ovvio che la considerazione in cui dev’essere tenuto il bambino non ha nulla a che fare con quel culto dell’infanzia e della giovinezza che tanti guai ha procurato e procura – soprattutto dal romanticismo in poi – all’Occidente. Il rispetto per i piccoli concerne un modello ideale che deve imporsi anche ai grandi: la modestia, l’ingenuità, la mansuetudine di molti – perfino uomini di genio – sta a provare che ciò non è impossibile.

La prodigiosità del fanciullo consiste nel fare il vuoto intorno a ogni inerte sapienza; perciò l’atto dei parenti che inseriscono la propria letizia in quella dei bambini, raccolti intorno ai doni del Natale, può essere un principio di liberazione, uno di quei momenti sembra stiparsi tutta la luce del mondo.

Giacomo Zanga

Diamo notizia di un appuntamento. Si tratta di un incontro che avrà luogo presso il centro culturale “Koinobion” di Gropparello (sull’appennino piacentino), tenuto da Federico Battistutta dal titolo: Eden. Nostalgia delle origini o attesa del futuro a venire? Riportiamo di seguito la presentazione:

Presso diversi popoli e diverse culture ricorrono narrazioni in cui si parla di un luogo e di un tempo in cui si dispiega un armonico sviluppo tra l’uomo e la donna, tra giovani e vecchi, tra l’essere umano e il mondo minerale, vegetale e animale. Cosa possono ancora raccontare a noi contemporanei, in questi tempi di crisi, tali racconti? Si tratta di favole per adulti o custodiscono una profezia, una speranza o un desiderio verso quella “nuova innocenza” a cui da sempre gli uomini e le donne – nel segreto più intimo dei loro cuori – non hanno mai rinunciato?

L’incontro si terrà domenica 16 dicembre, alle 10,30 presso il centro “Koinobion”, in località Iachini 13, a Gropparello, in provincia di Piacenza. Al termine, chi lo desidera, si può fermare presso il centro per condividere il pasto.

Per un’informazione diretta potete consultare la seguente pagina: http://www.koinobion.it/?page_id=1096 oppure scrivere a: [email protected]