Crea sito

Archivi: ottobre 2012

No man’s land

Autore: liberospirito 27 Ott 2012, Comments (0)

Qual è il senso della nostra esistenza, qual è il significato dell’esistenza di tutti gli esseri viventi in generale? Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi.
(Albert Einstein)

Da sempre esiste una religione prima delle religioni. Il sentire religioso dell’uomo, la sua ricerca di senso viene prima di qualsiasi istituzione religiosa e tale istanza assume oggi, nella nostra società, una sconcertante forza da cogliere e apprezzare in tutti i suoi aspetti.

Diamo qui di seguito le informazioni relative alla presentazione del saggio di Federico Battistutta, No man’s land. Elogio e critica del religioso contemporaneo, pubblicato quest’anno dall’editore IPOC di Milano:

Milano, venerdì 9 novembre: Libreria Popolare, via Tadino 18, alle ore 21.

Piacenza, sabato 10 novembre: Cantiere Simone Weil (organizzato dalla libreria Fahrenheit), via Giordano Bruno, 4, alle ore 17,30. Presentazione a cura di Franco Toscani.

Il volume può essere ordinato direttamente all’editore ([email protected]), presso i principali siti di vendita libri on line (ibs, amazon, ecc.) o nelle principali librerie.

N. B. Del libro in questione si è avuto modo di parlarne in un precedente post:  http://liberospirito.altervista.org/una-religione-senza-le-religioni/

Wangari Maathai, il potere dell’albero

Autore: liberospirito 23 Ott 2012, Comments (0)

E trascorso poco più di un anno dalla scomparsa (avvenuta il 25 settembre 2011 a Nairobi) di Wangari Maathai, ambientalista, biologa e attivista politica keniota. La ricordiamo brevemente. Wangari era  nata  nel  1940  in  Kenya, laureata  in  biologia  (la  prima  donna  nell’Africa  Centrale,  nel 1966),  fu attivista  e  fondatrice  del  Green  Belt  Movement  – GBM – (www.greenbeltmovement.org),  una organizzazione non governativa di donne provenienti dalle aree rurali che dal 1977 ha piantato più di 45 milioni di alberi in Kenya e in altri paesi africani, in Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbawe, ma anche fuori dal contiente africano (Stati Uniti, Haiti e oltre). L’idea le era venuta mentre lavorava al Consiglio Nazionale delle Donne keniota per coniugare il problema ecologico e quello occupazionale, incrementando la centralità della figura femminile nel mondo rurale. Durante l’Earth Day 1977, decise di lanciare una campagna per rimboschire il Kenya. Sperava così di bloccare l’erosione del suolo e di fornire una fonte di legname per le case e di legna per cucinare. Incoraggiò in questo modo i contadini, di cui il 70% donne, a piantate delle green belts (cinture verdi) di protezione per bloccare l’erosione del suolo, creare zone di ombra, ed essere una fonte di legname e combustibile.

Wangari ebbe anche alcuni incarichi di governo: membro del Consiglio nazionale delle donne del Kenya, assumendone la presidenza dal 1981 al 1987 (anno in cui abbandonò l’associazione) e sottosegretario nel Ministero dell’Ambiente e delle Risorse naturali, sempre nel suo Paese. Nel 2004 fu insignita del premio Nobel per la pace, prima donna dell’Africa, e nel 2009 fu nominata messaggero di  Pace per l’ONU.

In italiano sono stati tradotti Solo il vento mi piegherà (Sperling & Kupfer, 2007) e La religione della terra (Sperling & Kupfer, 2011). La  sua  educazione  religiosa  e  il  suo  radicamento  nella  cultura  della  sua gente – l’etnia  Kikuyu –  le  hanno  lasciato  una  passione  biblica  e interreligiosa  di  cui  i  suoi  testi  e  la  sua  spiritualità sono intessuti.

Proprio  agli  alberi  è  dedicato  il  suo ultimo lavoro La religione della terra da  cui abbiamo  tratto la lunga citazione riportata sotto:

Possiamo amare noi stessi, amando la Terra; essere grati per ciò che siamo, proprio come siamo grati per la generosità della Terra; migliorare noi stessi proprio come ci autopotenziamo per migliorare la Terra; rendere un servizio a noi stessi, proprio come facciamo volontariato per la Terra. Noi esseri umani abbiamo una consapevolezza che ci permette di apprezzare l’amore, la bellezza,  la creatività e l’innovazione, o di lamentarci della loro mancanza. Quanto più riusciamo ad andare oltre noi stessi e i nostri istinti biologici, tanto più sperimentiamo che cosa significhi essere persone e dunque diversi dalle altre forme di vita. Possiamo apprezzare la delicatezza della rugiada o un fiore sbocciato, l’acqua che scorre sulle pietre o la maestosità di un elefante, la fragilità di una farfalla, un campo di grano o le foglie agitate dal vento. E queste reazioni al mondo naturale possono ispirarci un sentimento di meraviglia e bellezza che a sua volta stimola un senso del divino. Per quanto una determinata pianta, foresta o montagna possa non essere in sè venerabile, i servizi di sostentamento vitale che essa offre – l’ossigeno che respiriamo, l’acqua che beviamo – rendono possibile la vita e pertanto meritano il nostro rispetto. E’ da questo punto di vista che l’ambiente diventa sacro, poichè ditruggere ciò che è essenziale per la vita significa distruggere la vita stessa. Allo stesso modo, i principi spirituali esaminati in questo libro sono strettamente collegati con la natura. Molti profeti di diverse tradizioni religiose furono ispirati dalla natura o vi fecero ritorno per estrarne la saggezza. Inoltre, noi umani spesso non disponiamo delle parole per esprimere i nostri pensieri e le nostre idee riguardo al divino: allora usiamo simboli, molti dei quali appartengono al mondo naturale, come l’albero, il fiume, il Sole, la Luna e gli animali.

Wangari Maathai

 

Monika Bulaj: donne e religione

Autore: liberospirito 13 Ott 2012, Comments (0)

A Piacenza, alla galleria Ricci Oddi, è possibile visitare (gratuitamente) fino a domenica 4 novembre una piccola ma significativa mostra fotografica di Monika Bulaj. Si intitola “Donne”. Sono immagini bellissime tratte dalla sua raccolta Genti di Dio (Postcart, Roma, 2012, nuova edizione ampliata). Immagini che parlano di “mondi minori, ignorati dai media e dai predicatori dello scontro globale”, immagini che sanno andare vicino all’anima. Riportiamo le parole con cui la stessa Monika (a un tempo antropologa, fotografa, reporter, documentarista) introduce il suo lavoro di esplorazione sul confine delle fedi religiose, fra minoranze, popoli nomadi, diseredati, intoccabili , in Europa, Asia e Africa. Per chi intende approfondire: www.monikabulaj.com.

Ho iniziato nell’inverno del 1985, sul confine orientale della Polonia che ho attraversato a piedi da Nord a Sud, per campi e boschi.

Ho vissuto con contadini, capaci di rompere, nell’estasi, ogni barriera di lingua e natura. Le fattucchiere mi soffiavano sulla faccia incantesimi, le monache ortodosse mi riempivano scodelle di borsc, i bisnipotini dell’Orda d’Oro mi hanno ficcato senza cerimonie sotto tre piumini e sono riuscita ancora a notare che facevano le prostrazioni allo stesso modo dei vecchi credenti.

In una foresta selvaggia ho conosciuto un poeta che sapeva a memoria Il Capitale di Marx, costruiva aspirapolveri  per pulire le mucche e aspettava l’arrivo del Messia della fine dei tempi. Il suo bosco era un’orchestra di suoni, il vento muoveva campane appese sugli alberi contro i cinghiali. Mi accolse come l’angelo mandatogli da un certo Elia, un contadino carismatico sparito nei gulag.

Da allora non mi sono più fermata. In queste terre, sotto le ceneri, languiva l’infanzia d’Europa, il nostro oblio e le nostre paure, la storia si confondeva con il mito, il vero con l’irreale, e le ombre di quelli spazzati dalla Shoah e dei deportati si mescolavano ai presenti.

Mi sono spinta, un po’ alla volta, sempre più a Est, seguendo i canti.

Ho viaggiato tra i vecchi credenti e gli armeni della Romania, i rom della Macedonia, i lemki della Polonia, tra gli hutzuli ucraini e i tartari bielorussi.

E poi gli aleviti, i donmeh, i bektashi e i rufaiti d’Albania, i priguni, i tati e i molokany del Caucaso, gli udi dell’antica Albania, i superstiti delle comunità ebraiche del Levante, i chassidim dell’Europa perduta, fino al suo limes, nei labirinti di pietra dei sami, nei fuochi sacri del Caucaso.

Viaggiando a piedi, in bicicletta, su slitte, chiatte e trattori ho imparato a scavare nei confini delle fedi, a conoscere la dolcezza dell’attesa e insieme l’impazienza di parlare con i vecchi, prima che sparissero insieme al loro carico di memorie.

Mondi minori, ignorati dai media e dai predicatori dello scontro globale.

Uomini e donne per i quali ero una straniera, ma che mi hanno indicato la strada, accolto, sfamato, curato, protetto, dedicandomi il loro tempo, il loro affetto e le loro storie.

Voci deboli, cui devo tutto: soprattutto il rispetto. Ed è per questo che non posso rivelare i nomi dei luoghi più fragili e arcani, nella speranza che non perdano la loro innocenza.

Monika Bulaj

Povertà Ricchezza Ecologia

Autore: liberospirito 10 Ott 2012, Comments (0)

Segnaliamo la seguente iniziativa promossa dalla federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Commissione Globalizzazione e Ambiente): Vivere nei debiti. Un seminario sul debito delle nazioni, a Roma, via Firenze 38, il 23 ottobre, con inizio alle ore 10.00.

“Attraverso la globalizzazione liberista le strutture del commercio e della finanza hanno ampliato la distanza tra arricchiti e impoveriti minacciando lo shalom sulla Terra”. Questo uno dei passaggi del documento prodotto in Indonesia a Bogor dove dal 19 al 22 giugno scorsi si è svolto il forum mondiale che raccoglieva quanto emerso nelle consultazioni del progetto del Consiglio ecumenico su Povertà, Ricchezza ed Ecologia (PWE – Poverty Wealth Ecology). Una chiamata forte ad essere comunità trasformative con il coraggio morale di costruire una economia di vita che sradichi la povertà, sfidi l’accumulazione di ricchezza e salvaguardi l’integrità ecologica.

La scelta del debito e dell’indebitamento come focalizzazione è un riconoscimento della sua centralità e delle sue implicazioni  Nel 1833, infatti,  la caduta in schiavitù per debito era stata abolita, in Inghilterra e nel 1865 negli USA. Oggigiorno il suo spettro si ripresenta in Europa a prendo anche qui il dibattito sul debito illegittimo e il debito speculativo. Attraverso il debito infatti vengono colpiti  il salario diretto, il salario indiretto  (il welfare), il salario differito (le pensioni) ed il risparmio.

Programma (provvisorio) della giornata:

Mattina:

– Saluti e introduzione

– Il debito visto da vicino (Danilo Corradi, coordinamento Rivolta il debito)

Economia di vita, giustizia e pace per tutti (Rogate Mshana, coordinatore del progetto PWE, in differita)

Dibattito con brevi interventi coordinati

Pomeriggio

– Sezione teologica. Vivere nel debito (Herbert Anders, pastore)

Raccolta di pratiche di accompagnamento diaconale di riscatto

– Discussione e approvazione documento finale

– Conclusioni

Per comunicazioni e iscrizioni: Antonella Visintin [email protected]

La polveriera dell’utopia

Autore: liberospirito 8 Ott 2012, Comments (0)

All’incirca cinquant’anni fa (per la precisione nel 1958) nasceva a Bruxelles l’avventura della Poudrière, un’esperienza comunitaria fondata da Léon Van Hoorde, missionario degli Oblati di Maria. Nel corso degli anni – pur mantenendo saldi i principi che l’hanno fondata – La Poudrière ha via via modificato la fisionomia, tenendo così il passo coi tempi e con le emergenze che di volta in volta si affacciano. E’ una testimonianza, ricca, che merita conoscere, soprattutto ai nostri giorni, con la crisi economico-finanziaria che macina le vite di molte persone, lasciandole isolate di fronte al vuoto di comunità e di speranza. Proponiamo un articolo di Angelo Mastrandrea – apparso sabato scorso sul quotidiano “Il manifesto” – che ripercorre l’intera esperienza.

Esiste un luogo, oggi in Europa, in cui la proprietà privata è abolita ed è messa al bando ogni forma di individualismo. È un’oasi di resistenza al neoliberismo, un laboratorio di pratiche sociali alternative, un
esperimento radicale di vita comunitaria, una zona temporaneamente liberata dal capitalismo, come l’avrebbe definita il teorico americano Hakim Bey, dove gli abitanti come giapponesi nella foresta non si sono finora accorti della crisi che sta sconvolgendo l’Europa, o meglio il suo modello economico.
Chi pensa che stiamo esagerando, è scettico, dubbioso e vuole toccare con mano, deve solo fare lo sforzo di spostarsi fino a Bruxelles e, una volta arrivato a destinazione, spostarsi dal centro turistico e dalla Grand Place verso il quartiere dove sorgono gli edifici più antichi della città, fin quasi al ponte che separa il cuore della capitale del Belgio, geograficamente ma anche socialmente ed economicamente, dal melting pot di Molenbeek e, un po’ più a sud, di Anderlecht. Volendo, può chiedere ospitalità e un letto agli occupanti della Poudrière, l’antica polveriera oggi considerata monumento nazionale e diventata la quinta teatrale di un esperimento sociale che Riccardo Petrella, intellettuale di punta del movimento altermondialista e vecchia conoscenza dei lettori del manifesto, con entusiasmo neppure celato non esita a definire un «modello di comunismo realizzato», all’infuori del socialismo reale e a un passo dalle principali istituzioni europee.
Petrella da queste parti è di casa, non solo perché vive a Bruxelles, da anni ed è professore emerito all’università di Lovanio. In questo quadrilatero di stradine denominato le coin du diable, l’angolo del diavolo, in virtù di una leggenda risalente al XVII secolo e riguardante la costruzione del ponte che porta dall’altra parte della Senna, il professore ha sistemato un ufficio della sua Università del bene comune (con le facoltà dell’acqua, dell’alterità, della creatività, della mondialità) e ogni anno conferisce un dottorato honoris causa in Utopia a chi, singolo o collettivo, ritiene doveroso premiare per la sua visionarietà. Questo è il terzo anno in cui il riconoscimento verrà assegnato e, dopo l’avvocato calabrese Domenico Vestito, premiato per aver scelto di tornare a esercitare la professione nel paese d’origine, Locri, e per aver messo a disposizione di tutti le proprie competenze professionali, e dopo, noblesse oblige, la Poudrière, quest’anno la borsa di studio andrà a una comunità colombiana.

Comune? No, comunità

Non è una comune, la Poudrière, e nemmeno un condominio o un centro sociale occupato come quelli che conosciamo in Italia. È una comunità che, partendo da un’originaria spinta religiosa e dall’impulso di un gruppetto di preti operai, nel tempo si è trasformata in un progetto collettivo e socialisteggiante.
Tutto cominciò nel 1958, quando le numerose fabbriche costruite intorno ai canali che avevano fatto meritare a quell’area la definizione di «piccola Manchester», presero a chiudere una dietro l’altra e il quartiere divenne un piccolo cimitero industriale, con un tasso di povertà dickensiano. Fu per questo che quel pugno di missionari, guidati da padre Léon Van Hoorde, un uomo che ancora oggi, a quindici anni dalla morte, è ricordato come fondatore e leader carismatico, occupò la fabbrica dismessa, formando da subito una piccola comunità aperta al quartiere. Fu con il ’68 che l’originario spirito missionario si contaminò definitivamente con istanze laiche, senza che venissero però stravolti i suoi principi fondativi: presenza nella società senza adottare il suo stile di vita; amicizia; giustizia ed eguaglianza sociale; utopia nel cercare di costruire un mondo nuovo; crescita personale. Obiettivi da raggiungere attraverso il lavoro, la condivisione, uno stile di vita sobrio, l’aiuto reciproco tra i membri della comunità.
Chi entrava nella Poudrière doveva mettere in comune i propri redditi, «non il patrimonio» però, «per evitare di trasformarci in una setta», spiega Giovanni Morocutti, per tutti Vanni, che arrivò qui dalle Alpi friulane nel 1969 e che oggi è considerato un «saggio» della comunità, vero e proprio leader dopo la morte del fondatore padre Léon. Con il tempo, anche le case di fronte alla ex polveriera cominciarono a essere occupate, un edificio fu adibito a granaio e molti dei vecchi abitanti del quartiere, in segno di gratitudine, presero a lasciare le loro abitazioni in eredità alla Poudrière o a venderle loro a prezzi più che ridotti. Il risultato oggi, a 54 anni dall’occupazione, è che praticamente tutte le case che affacciano su rue de la Poudrière e alcune di quelle sulla tangenziale rue des Fabriques sono abitate da esponenti della comunità.

Tra immigrati e «gentrification»

Anche se in tutta l’area è ben visibile quella che gli americani chiamerebbero gentrification, vale a dire la risistemazione innanzitutto urbanistica del quartiere al prezzo di un aumento del valore degli immobili e
della progressiva espulsione dei ceti più poveri, che va di pari passo con la riconversione delle ex industrie abbandonate e la sistemazione dei ponti sul canale, il resto del coin du diable è ancora oggi in larga parte abitato da immigrati, in stragrande maggioranza nordafricani. Sono quelli che vediamo affollarsi nel mercato della Poudrière per acquistare gli oggetti usati ma rimessi a nuovo dagli occupanti o i prodotti delle fattorie che la comunità ha fondato a Rummen, nelle Fiandre, e che garantiscono loro l’autosufficienza alimentare. È aperto tre pomeriggi a settimana e, anche in questo senza timore di esagerare, possiamo garantire che con cifre che si discostano poco dal centinaio di euro si riesce ad arredare una casa intera.
Un altro mercato, più grande, è stato aperto in un ex cementificio a Peruwelz, alla frontiera con la Francia, e tutto ciò, grazie all’arte del riciclo e nonostante i prezzi a dir poco competitivi, ha fatto della Poudrière una comunità che tutto sommato riesce a vivere bene, con una gran cura di tutto ciò che è collettivo. Agiata ma ispirata alla sobrietà, e soprattutto con un principio: chi ne fa parte deve lavorare, in base alle proprie capacità, e i frutti del proprio lavoro devono essere messi in comune. «Noi non facciamo assistenza», ci tengono a precisare, «chi chiede di venire fra noi deve contribuire con il suo lavoro in base alle sue possibilità e gli sarà dato a seconda dei suoi bisogni». A decidere, con il metodo della democrazia consensuale, faticoso per loro stessa ammissione perché basta un solo veto a produrre ulteriori discussioni e slittamenti, è l’intera comunità: un’assemblea mensile, denominata «riunione spaghetti», è destinata alle decisioni più importanti, poi ci sono quelle settimanali o quotidiane per le cose minori. L’argent de poche, una sorta di mini salario di 25 euro a persona ogni settimana, serve invece per le piccole spese, che non necessitano di un’assemblea per essere decise. Al resto provvede la comunità, in base a un’analisi dei bisogni: cosa comprare? Il richiedente ne ha davvero necessità? Il consumismo non abita certo qui. Non che tutto sia totalitariamente collettivo: gli spazi personali sono garantiti, a cominciare dalla casa, l’importante è che vengano rispettate le regole della vita comunitaria.

Il pastore e la giovane infermiera

Gli abitanti della Poudrière, oltre al mercatino, svolgono un’attività ormai consolidata di traslocatori. «All’inizio non chiedevamo soldi ma ad ognuno di darci quello che poteva. Poi ci siamo accorti che i più ricchi spesso erano quelli che pagavano meno e così siamo stati costretti a mettere delle tariffe, variabili a seconda del committente. Per i più poveri traslochiamo gratis», dicono. La maggior parte di loro lavora nelle attività della «polveriera», alcuni invece hanno un lavoro esterno e versano il reddito alla comunità.
Gli utili vengono utilizzati per le necessità degli abitanti, reinvestiti nelle attività o utilizzati per finanziare azioni di solidarietà o la rete di Emmaus, l’associazione francese contro la povertà fondata dall’Abbè Pierre della quale fanno parte. Tra i sessanta membri effettivi che la comunità attualmente può contare (ma sono arrivati fino a 150 negli anni ’90) ci sono oggi un pastore protestante, una ragazza, Marise, che rappresenta ormai la terza generazione, quella dei nipoti dei primi occupanti, e che lavora all’ospedale come infermiera, alcuni immigrati musulmani, persone in difficoltà economiche o senza casa che vengono ospitate temporaneamente, ma anche chi ha deciso di sperimentare un modello di vita alternativo, come il friulano Vanni. Lui, che in Italia lavorava per una ditta di spedizioni, per trent’anni ha montato tensostrutture in Belgio e condiviso i proventi della sua attività con i compagni della Poudrière. Voleva andare a Cuba per vivere la revoluciòn, si è invece fermato a Bruxelles. «Sono venuto per una decina di giorni nel ’69 in attesa del visto cubano, in seguito ho chiesto di tornare perché affascinato dalla radicalità di questo laboratorio di vita comunitaria, più umana, che non esclude nessuno e dove l’individualismo non ha diritto di esistere», dice. Alla Poudrière ha incontrato la donna della sua vita, una studentessa che come lui era ospite per provare a vedere come si viveva senza essere proprietari individualmente delle proprie cose. Era l’epoca della trasformazione da comunità religiosa a laica, e così quando i due annunciarono di volere sposarsi, ma solo in forma civile, ci fu una lunga discussione in cui alla fine la loro volontà fu accettata. Oggi alla Poudrière la maggioranza non ha più molto a che vedere con la religione, ma rimane una «spiritualità comunitaria» fusa in un originale impasto con un socialismo autogestionario e antistatalista («dal governo non vogliamo nulla, né sussidi di disoccupazione né pensioni minime») e con un anticapitalismo radicale.

Marx e la demonologia

A Bruxelles ci si chiede da un secolo e mezzo quanto il fatto che Karl Marx abbia vissuto qui per tre anni, tra il 1845 e il 1848, e vi abbia scritto il Manifesto del partito comunista, possa avere influenzato la società e la politica belga. O, al contrario, quanto il Belgio, che per la sua politica «liberale» nel diciannovesimo secolo divenne rifugio di tanti intellettuali (non solo il barbuto di Treviri, ma pure Victor Hugo e Charles Baudelaire, tanto per fare un esempio) abbia influenzato l’estensione del Manifesto, e quanto abbia influito sul pensiero marxiano la visione del proletariato in quell’area industriale dove qualche anno prima, tra il 1830 e il 1837, aveva soggiornato un celebre demonologo, Jacques Collins de Plancy, che non aveva scritto alcun proclama politico né elaborato teorie rivoluzionarie ma pubblicato un dizionario infernale in cui raccontava la leggenda della costruzione del ponte che avrebbe collegato finalmente le due sponde del canale. La prima pietra, secondo il demonologo, fu opera del diavolo, da qui il nomignolo del quartiere. Poi arrivò Marx il quale, considerando la religione, e figuriamoci la demonologia, «l’oppio dei popoli», fece altro. Non avrebbe potuto immaginare che centocinquant’anni dopo tutto sarebbe cambiato ma proprio lì, in quel quadrilatero di stradine oggi affollato di immigrati nordafricani, sarebbe rimasto un piccolo germoglio di quello che aveva seminato.

Angelo Mastrandrea

Scuola, religione e interculturalità

Autore: liberospirito 3 Ott 2012, Comments (0)

Il primo intervento (un post, per adoperare il linguaggio del settore) su questo blog – risalente al luglio 2010 – verteva sull’annoso dibattito sull’ora di religione a scuola. Dibattitto annoso, appunto, sfinente addirittura. A riprova di ciò vi sono le dichiarazioni da parte cattolica in merito all’opinione espressa dall’attuale ministro dell’istruzione sulla necessità di rivedere l’insegnamento della religione a scuola, alla luce dei mutamenti sociali e culturali in corso. Un commento condivisibile sull’argomento è stato quello di Paolo Mottana, apparso sul quotidiano “Il manifesto”, ieri, martedì 2 ottobre. Lo riproduciamo volentieri.

Niente Profumo di sacrestia

Per una volta il ministro Profumo, che si è rivelato insolitamente attento ai mutamenti sociali degli ultimi decenni, si è lasciato sfuggire una cosa sensata, l’idea di abolire, o meglio di trasformare l’ora di religione a scuola in un’occasione di riflessione interculturale sulle religioni o addirittura in un tempo dedicato all’etica. Immediatamente le sirene cattoliche, sempre all’erta, si sono fatte sentire. In questo paese notoriamente fondamentalista, affermare che è venuta l’ora (questa sì) di finirla con la necessità di proporre la religione cattolica come un contenuto dell’insegnamento pubblico, suona sempre come una bestemmia meritevole di fatwa. Dopo le risposte seccate di monsignor Ravasi e dei numerosi politici, da Lupi alla Binetti, Giuseppe Della Torre, che firma l’articolo sull’Avvenire, non riesce a trattenersi dal formulare le solite giaculatorie intorno all’identità cattolica del popolo italico. Non manca il riferimento alla fatidica sentenza crociana sul «non possiamo non dirci cattolici» (sempre poco approfondita), e infine lo sproloquio sul fatto che, in assenza di una preparazione adeguata in merito alla religione cattolica, i giovani rischiano di non essere in grado di «intendere appieno le sue (dell’Italia) bellezze artistiche» (per via, spiego a chi provasse un moto di legittimo stupore, che le nostre chiese e i nostri musei sono ricchi di opere d’arte che hanno come fonte quella teologia e i suoi manuali). Insomma, l’ora di religione al posto dell’ora di storia dell’arte. Potrebbe essere un’ipotesi interessante, specie dal momento che le ore di storia dell’arte e di cultura artistica paiono sempre più erose nel piano industriale di riforma delle scuole e delle università.
Ahimè, quanto tempo occorrerà per superare il destino già drammatico che ci ha fatto italici, con tutti i difetti che dobbiamo scontare a prescindere, e poi, per giunta, cattolici fino al midollo?
Sottoscriviamo dunque per una volta l’uscita ministeriale, con qualche raccomandazione. Non credo che a scuola ci si debba sbarazzare della religione, ma dei religiosi, dei preti e delle suore, anche quando travestiti da laici, che si insinuano da sempre nei luoghi dell’educazione, siano essi cattolici o islamici, ebrei o induisti. A scuola si deve insegnare la religione sì ma con lo sguardo dell’antropologo, dello storico delle religioni, del mitologo, del filosofo, come peraltro in molte sperimentazioni già si fa (al Liceo Virgilio di Milano, a quello Valdese di Torre Pellice e in altri istituti). Che si restituisca alla religione il suo grande valore culturale, inoppugnabile ma a partire da una sua riconduzione nell’alveo della grande tradizione di riflessione che la cultura moderna è in grado di offrire. La musica sacra, di ogni latitudine, i testi sacri e mistici, di ogni provenienza, il sermo mithicus, devono entrare nella scuola ma non i suoi sacerdoti in funzione evangelizzatrice, di cui francamente un’esperienza come quella scolastica, in uno stato sedicente laico, deve solo disfarsi. In ore dedicate alla cultura religiosa, alla sua storia, ai suoi riti, si potrebbe pensare piuttosto di farli intervenire ma in quanto testimoni delle diverse credenze. Non più ammaestratori dell’unica fede quanto esponenti di diversi punti di vista intorno alle domande di fondo che assillano da sempre l’uomo, accanto a filosofi e maestri di discipline spirituali. In secondo luogo, in un’auspicabile osmosi con il mondo esterno, sarebbe opportuno organizzare non più solo le visite ai templi e alle opere in essi conservate, ma l’esplorazione e il contatto con i rituali, che vi si assista, laddove possibile, ma sempre
nell’intento di approfondire, di confrontare, di riflettere criticamente intorno ad una dimensione vitale non certo facilmente rimuovibile.
Ovviamente tutto questo appare assai improbabile. C’è il Concordato, ci sono migliaia di insegnanti dallo statuto incerto, statali ma approvati dalla Curia, che si troverebbero improvvisamente senza collocazione. C’è una campagna elettorale già in corso. Tutto ciò rema contro quella che si rivelerà forse solo una boutade poco meditata. Inoltre, i mutamenti profondi intervenuti nella nostra società richiederebbero provvedimenti radicali nei confronti della scuola, ben più di quelli che possono avere di mira l’ora di religione o quella di geografia.
Eppure, eppure sarebbe un piccolo ma significativo sollievo vedere uscire i preti dalla scuola, farla finita con l’imperialismo cattolico nell’educazione (e dei finanziamenti alle loro scuole) e, per contro, aprire le porte ad una formazione ampia e plenaria che renda conto, oltre che dei miti e delle tradizioni profonde, anche della grande cultura religiosa diffusa nel mondo in senso sincronico e diacronico, delle sue forme, dei suoi linguaggi, assecondando quell’impeto necessario all’interculturalità che informa, almeno a parole, da qualche tempo, le migliori intenzioni dei nostri riformatori.

Paolo Mottana

Immaginario, decrescita e spiritualità

Autore: liberospirito 1 Ott 2012, Comments (0)

Si è svolta la settimana scorsa a Venezia la Terza conferenza internazionale sulla decrescita. All’interno di tale iniziativa ha avuto luogo un dibattito su “Immaginazione e spiritualità: per una conversione ecologica della società”, che ha visto la partecipazione di Serge Latouche, Alex Zanotelli e Marcelo Barros. Riportiamo la sintesi dell’incontro così come è stata illustrata sul sito www.ilcambiamento.it, nell’augurio di poter disporre, prima o poi, della trascrizione integrale degli interventi.

Nella basilica dei Frari di Venezia, Serge Latouche, tra i massimi esponenti della teoria della decrescita, era seduto tra padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, ora al rione Sanità di Napoli, noto per il suo impegno sociale e nei movimenti, e Marcelo Barros, brasiliano, teologo della liberazione, priore del monastero de la Annunciation Goìas Veldho. Gli oratori si sono detti subito meravigliati della grande affluenza in una chiesa “finalmente luogo pubblico di confronto” ha detto padre Zanotelli.

L’incontro, organizzato da Bilanci di Giustizia, è stato introdotto da don Gianni Fazzini, della Pastorale degli stili di vita e moderato da una donna, la teologa e pastora valdese Elisabetta Ribet che ha sollecitato gli ospiti sui temi più vari, dalla fede al cambiamento, dall’immaginario all’ecologia, dalla speranza alle azioni concrete che non si possono più rimandare.

“De-colonizzare l’immaginario”, come ha più volte scritto nei suoi testi, significa per Latouche “prendere coscienza che le nostre menti sono colonizzate dall’idolatria dell’economia alla quale l’Occidente si è convertito con la
modernità. Ora è tempo di de-economicizzare la nostra mente”. Marcelo Barros si è detto convinto che movimenti come quello della decrescita e dei Bilanci di giustizia possono cominciare questa opera di “conversione”, possibile “tornando a parlare la lingua del Vangelo. Io vengo da un paese dove gli indios sono stati schiavizzati, quindi, quando ci chiediamo se il cristianesimo può decolonizzare l’immaginario, dobbiamo intenderci su quale cristianesimo”. Per Zanotelli siamo un po’ tutti prigionieri del sistema e “solo quando ne esci ne vedi i limiti”. Il missionario ha accennato alla sua esperienza a Korogocho, baraccopoli di Nairobi, in Kenya: “Per me ci sono voluti dodici anni di lavoro lì per capire: il futuro del Cristianesimo dipende della abilità dei cristiani di assumersi le proprie responsabilità nei confronti della Terra, perché salvare la Terra, la prima Bibbia che abbiamo, è parte essenziale del salvare la presenza divina nel mondo. Se la tribù bianca non si converte, non c’è speranza per nessuno”.

Quanto alla speranza, ciascuno la invoca nella propria religione, con evidenti trasversalità: la sacralità della natura accomuna il pensiero della decrescita (“abbiamo perso la capacità di meravigliarci della bellezza della natura – ha detto Latouche – come delle opere dell’uomo: il computer è un oggetto straordinario, ma come possiamo meravigliarci di qualcosa che dopo sei mesi è già obsoleto?) a quello cristiano, anche se, ha aggiunto Zanotelli “in tanti anni mai nessuno mi ha confessato un peccato contro l’ambiente”. Zanotelli intravede segni di speranza in tante piccole esperienze che, se diventano mobilitazione, come è successo per i referendum sull’acqua, producono risultati. “La speranza nasce dal basso, dall’alto non aspettiamoci più nulla”, ha chiosato il missionario.

Ampio il confronto sul Sud del mondo, che per ragioni diverse ha plasmato il pensiero dei tre interlocutori. Latouche ha ricordato che è stata la sua esperienza professionale e di vita prima in Congo poi nel Laos a fargli abbandonare la fede nella religione dello sviluppo che negli anni Sessanta permeava tutta la cultura occidentale. “Nel Laos non c’era né sviluppo né sottosviluppo. C’era piuttosto la grande gioia di vivere di questo popolo che non aveva bisogno di lavorare tanto per la propria sussistenza e aveva molto tempo da dedicare allo svago. Lì ho capito che il mio lavoro di ‘sviluppista’ era quello di distruggere l’equilibrio di una società tradizionale e creare dei bisogni in funzione del mercato. Allora sono tornato in Francia e ho cominciato il mio percorso di critica allo sviluppo che ho poi approfondito ancora in Africa dove si può vivere bene anche fuori dall’economia, fuori dalla società dei consumi che genera solo frustrazione”. Barros ha invece sottolineato l’importanza della rinascita dei movimenti delle popolazioni indigene in America Latina che ha dato nuova dignità a popoli che negli anni Settanta venivano dati per estinti che invece “stanno dimostrando grande vitalità”.

“La rivoluzione bolivariana non è di Chavez, ma del popolo. Un giorno, in uno stadio affollato con 28 mila persone, un soldato indio mi ha chiesto “sei tu il prete che benedice la nostra rivoluzione? In quel momento ho avuto una rivelazione: non è la rivoluzione che va benedetta, è la rivoluzione che benedice noi, la rivoluzione è sana, spirituale”.

Tante le indicazioni sulle azioni da non procrastinare: non perdere la gioia, la convivialità, l’affetto, la fratellanza per Barros; chiedere perdono ai giovani per lo scempio ambientale che è stato fatto negli ultimi decenni e dare loro fiducia, ha detto padre Zanotelli, mentre l’ecologista Zanotelli ha chiesto la riduzione degli imballaggi (“in Germania gli stessi prodotti in vendita in Italia li trovate con meno incartamenti”) e delle bottiglie di plastica;
Latouche invita a buttare la televisione (“il vero strumento della colonizzazione dell’immaginario”) e a fare un po’ di tecno-digiuno: vivere senza cellulare, senza automobile, senza computer “è un atto politico”.

www.ilcambiamento.it