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Archivi: settembre 2012

Al di là delle religioni

Autore: liberospirito 23 Set 2012, Comments (0)

La religione al di là delle religioni è un tema – una sorta di ritornello – di questo blog. Il sentire religioso presente nella natura umana (l’homo religiosus) non è riducibile ad alcuna confessione o istituzione religiosa. Un recente libro dell’attuale Dalai Lama (La felicità al di là della religione, edito da Sperling & Kupfer) sembra riprendere questi argomenti. “Io stesso sono un religioso, ma la religione non può, da sola, fornire una risposta a tutti i nostri problemi”. Per superare i conflitti fra le religioni, così come le polemiche tra credenti e non-credenti, la diffusione del razzismo e l’intolleranza in nome di una fede, l’unica soluzione – secondo Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama – è andare al di là della religione. Oggi è sempre più necessario affidarsi a un diverso sistema etico che, trascendendo ogni credo, affondi le radici nella compassione, nella tolleranza e nel rispetto reciproco.

Riportiamo di seguito alcuni passaggi significativi presenti nel volume.

“Ora a fronte dell’oblio delle qualità interiori, nessuna risposta di matrice religiosa riuscirà a dimostrarsi universale, pertanto non rappresenta una soluzione efficace. Ciò di cui abbiamo attualmente bisogno è un approccio all’etica che non faccia riferimento alla religione e possa essere accettato sia da chi segue la fede sia da chi non ne ha alcuna; in breve, ci serve un’etica laica. Sicuramente sembrerà strano sentir pronunciare un’affermazione del genere da qualcuno che indossa, fin da giovanissimo, le vesti da monaco. Eppure, io non vi vedo alcuna contraddizione. La mia fede m’ingiunge infatti di fare ogni sforzo possibile per favorire il benessere e la felicità di tutti gli esseri senzienti, e rivolgermi anche a chi non l’ha adottata, è seguace di un’altra religione o non lo è di nessuna, è assolutamente coerente con tale principio”.

“Sebbene non possa concordare sull’idea che la fede rappresenti un ostacolo per lo sviluppo umano, comprendo bene le radici dei sentimenti antireligiosi di un certo contesto storico. La storia ci insegna una verità scomoda: le istituzioni religiose e i loro seguaci, di ogni tipo, hanno invariabilmente messo in atto uno sfruttamento del prossimo, e la fede è stata usata anche come pretesto per scatenare guerre e legittimare l’oppressione. Persino il buddismo, con la sua dottrina della nonviolenza, non può dirsi completamente alieno da pecche del genere”.

“È giunto il momento di riconoscere che la nostra vita è profondamente interconnessa con quella di tutti gli altri e di ammettere che il nostro comportamento personale ha una dimensione planetaria”.

Maledetta primavera

Autore: liberospirito 20 Set 2012, Comments (0)

Che la religione non sia esperienza intimistica, riguardante la contemplazione del proprio foro interiore lo abbiamo ripetuto innumeri volte. Se è vero – da un lato – che religione e politica non sono sovrapponibili, pena gli esiti di derive fondamentaliste vecchie e nuove, è altrettanto vero che nella religione vi siano implicazioni politiche, così come nella politica vi siano implicazioni religiose, in quanto entrambi riguardano da vicino l’uomo e il suo rapporto con la vita. L’articolo di Marco D’Eramo, uscito giorni fa su “Il manifesto” tenta una riflessione sulle “primavere arabe”, individuando appunto relazioni fra politica e religione e cogliendo riferimenti con la storia trascorsa dell’Europa, a riprova del fatto che il mondo arabo ci è molto più vicino di quanto possa sembrare.

Che fine ha fatto la Primavera araba?

Quindici mesi fa “Il manifesto” organizzava un convegno sulle Primavere arabe intitolato «La speranza scende in piazza». Ora ci si può chiedere dove sono finite quella speranza e quella piazza. Già allora interventi e testimonianze erano cauti, ma certo nessuno poteva prevedere la portata dell’involuzione integralista. Oggi i Fratelli musulmani governano in Egitto, loro omologhi guidano la Tunisia, mentre gli integralisti finanziati e armati dal Qatar e dall’Arabia saudita controllano la Libia e si preparano a conquistare la Siria. Senza contare derive che sembrano marginali (anche se non lo sono) come l’insurrezione islamista in Mali.
Dove regnavano dittature, ora vigono tendenziali teocrazie. Ma è davvero un’involuzione? Il saggista inglese Robin Blackburn, già direttore della “New Left Review”, sostiene da tempo due tesi. Una riguarda la prima rivoluzione democratica in Europa, quella inglese (1642-1651) di Oliver Cromwell e dei suoi puritani. Fu in nome del fondamentalismo cristiano che per la prima volta nella storia un movimento popolare ebbe la forza di tagliare la testa (nel 1648) a un re (Carlo I Stuart). C’è di più: i padri fondatori della democrazia statunitense furono i pellegrini del Mayflower (1620), altri fondamentalisti puritani che fuggivano le persecuzioni religiose.
È quindi per lo meno parziale l’immagine laica della democrazia quale è stata elaborata in occidente: quest’immagine si applica forse alla versione francese del 1789 (anche se persino a Parigi i rivoluzionari sentirono che non potevano abbattere l’ancien régime senza una nuova religione, quella della “Dea Ragione”). Come se una rivoluzione strutturale, un ribaltamento sociale radicale, avesse per forza bisogno di una dimensione escatologica, di una motivazione millenarista.
Ma se anche in Europa rivoluzioni democratiche sono nate come sommovimenti fondamentalisti religiosi, in realtà tra capitalismo e fondamentalismo religioso c’è un legame ancor più ambivalente: è quello tanto esplorato da Max Weber (Etica protestante e spirito del capitalismo) in poi. Ambivalente, perché se da un lato l’etica calvinista trapela da ogni poro del capitalismo moderno, dall’altro la mercificazione di ogni aspetto della vita contiene in sé una dirompente carica dissacratoria (ammirata da Marx).
Da qui la duplicità dell’Occidente (se questa categoria ha un senso) nei confronti degli integralismi. Persino per la laicissima Francia gli studiosi del colonialismo parlano di «paradosso francese»: i francesi difendono a spada
tratta la laicità del proprio stato, ma nelle loro colonie hanno sempre favorito la religiosità e avvantaggiato gli esponenti clericali. Sulla stessa lunghezza d’onda, il multiculturalsmo inglese si è in realtà rivelato, sostiene Amartya Sen, un «multifondamentalismo» perché ha privilegiato come interlocutori gli esponenti religiosi delle minoranze. Senza dimenticare che negli ultimi 30 anni gli Stati uniti sono stati governati per lo più da fondamentalisti cristiani, dalla Moral Majority di Ronald Reagan ai Christian Conservatives di George Bush jr.
In un’accezione più mondana, gli Stati uniti e le potenze occidentali sempre hanno privilegiato ovunque nel mondo i rapporti con i religiosi e gli integralisti rispetto ai partiti laici o di sinistra. All’inizio fu Israele a finanziare
Hamas per minare un’organizzazione allora “laica” come l’Olp. In Pakistan il generale Zia Ul Haq fu preferito al laico Ali Bhutto. In India negli anni ’90 il Bharatya Janatha Party (integralista hindu) fu giocato contro il laico Congress-I della famiglia Nehru. La stessa preferenza per l’integralismo si è manifestata nei Balcani negli anni ’90 e si dispiega oggi in tutta la sua potenza in Medio Oriente. Chi altri ha finanziato in Libia e in Siria il laicissimo Occidente se non i vari salafti, wahabiti, Fratelli Musulmani e altre genie del confessionalismo islamico? Che altro fa se non fomentare e aizzare quello «scontro di civiltà» che dice di aborrire?
Da cui la seconda tesi di Robin Blackburn: ai popoli musulmani non è stata lasciata nessuna chance si sviluppare una democrazia laica; quando ci hanno provato, sono stati mazzolati, come avvenne al borghese (nazionalista) iraniano Mossadeq nel 1953.
L’unica laicità che gli occidentali hanno mai consentito è stata quella delle dittature, militari o non: in Turchia (i generali epigoni di Atatürk), in Egitto (i militari Nasser, Sadat e Mubarak), in Siria (il generale Hafiz al Assad e suo figlio Bashir), in Iraq (il generale ad honorem Saddam Hussein), in Tunisia (Ben Ali, capo dei servizi segreti militari prima di diventare presidente), in Algeria (i generali Houari Boumedienne e Chadli Bendjedid, anche lui ex capo dei servizi di sicurezza militari), e in Libia (il colonnello Muhammar Gheddafi).
È comprensibile come i turchi abbiano avuto abbastanza della laicità tirannica e carceraria dei loro generali e si siano consegnati a un partito islamico. Anche perché tutti questi regimi erano spietati nei rapporti sociali, e l’unica forma di assistenza veniva delle associazioni benefiche islamiche che fornivano – modello Caritas – una rete di protezione alla disperazione dilagante.
È così meno misterioso perché egiziani e tunisini abbiano votato islamico. Il problema è sapere se il presidente Mohamed Morsi (ex leader dei Fratelli musulmani) sarà il Cromwell egiziano oppure un Khomeiny versione araba e sunnita. Se i nuovi regimi confessionali riusciranno a riequilibrare le scandalose sperequazioni economiche e sociali o se invece riannoderanno l’antica alleanza tra clero e feudalesimo; insomma se proietteranno il Medio oriente in una post-modernità islamica o se soppianteranno un corrotto sottosviluppo occidentaleggiante con un bigotto sottosviluppo coranico.

Marco D’Eramo

Tra ecologia e teologia

Autore: liberospirito 18 Set 2012, Comments (0)

Il rapporto strettissimo tra religione (con relative prospettive teologiche) ed emergenza ecologica è stato messo in luce in  maniera cristallina da un recente documento dell’Ecumenical Association of Third World Theologians (EATWOT), un’associazione di teologi e teologhe del terzo mondo impegnata nel campo della liberazione dei popoli, la giustizia sociale e il pluralismo religioso (www.eatwot.org), che ha fra i suoi esponenti Josè Maria Vigil, conosciuto in Italia per alcuni importanti saggi. Fra i campi di interesse dell’EATWOT – oltre alla teologia delle donne e la teologia indigena – c’è proprio l’ecoteologia. Pubblichiamo di seguito la parte iniziale e quella conclusiva di un documento su questo tema. La versione completa del testo – di cui consigliamo vivamente la lettura – si può trovare e scaricare dalle pagine del nostro sito www.liberospirito.org.

Visione ecologica e salvezza planetaria

L’attuale sistema economico e produttivo mondiale e lo stile di vita proprio della civiltà capitalista costituiscono le cause principali della “sesta grande estinzione di vita” in questo pianeta. Se non cambiamo radicalmente, andremo incontro a una catastrofe ecologica planetaria e forse alla nostra stessa estinzione come specie vivente. A partire da questa visione che qui diamo per scontata – e i cui dati si incontrano ovunque – passiamo a
giudicare teologicamente questa situazione.

La nostra tesi è che a questo destino di distruzione verso cui pare ci stiamo incamminando non potranno porre rimedio da soli né il capitale né la politica né le religioni istituzionali: potranno farlo solo se accompagnati da un cambiamento di mentalità religiosa, compito che è proprio della teologia.

Oggi la religione continua ad essere la più profonda fonte di ispirazione per la popolazione mondiale. Neppure quanti si dichiarano estranei alle religioni istituzionali sono liberi da una visione religiosa di base che condiziona in maniera essenziale il loro modo di vedere il mondo e di vedere se stessi. Quello che sosteniamo è che solo un cambiamento di questo modo “profondo” (religioso) di vedere, solo un cambiamento di questa “visione”, può
permettere la sopravvivenza dell’umanità, perché smetteremo di distruggere la natura solo quando scopriremo la sua dimensione divina e il nostro carattere naturale.

[…]

La sopravvivenza nostra e delle molte specie di questo pianeta è a rischio, e il pericolo diventa sempre più vicino. In sostanza, è stata una determinata visione religiosa a condurci fin qui ed è stata la stessa visione religiosa a rendere possibile il capitalismo, oggi egemonico nel sistema economico globalizzato.

È indispensabile un’altra visione religiosa che ci distolga dal nostro attuale cammino verso il disastro. Sono le religioni, e più concretamente la teologia, ad avere la maggiore responsabilità riguardo al passato, e al tempo stesso la capacità di affrontare l’urgente compito di cambiare visione.

Smetteremo di distruggere la natura e di autodistruggerci solo quando ci doteremo di una nuova visione che ci renda coscienti della dimensione divina della natura e del nostro carattere pienamente e inevitabilmente naturale. E tutto questo è un compito urgente di educazione teologican planetaria.

Per leggere il documento integrale vai qui: http://www.liberospirito.org/Testi/Ecoteologia/VISIONE%20ECOLOGICA%20E%20SOPRAVVIVENZA%20PLANETARIA.pdf

Ricordando l’11 settembre

Autore: liberospirito 13 Set 2012, Comments (0)

Un paio di giorni fa  – l’11 settembre, appunto – ricorreva l’anniversario dell’attentato alle torri gemelle. Qui da noi, in Italia, la data è passata sotto tono,  a differenza del clamore mediatico di qualche anno fa; evidentemente per giornali e televisione non fa più notizia… Noi vogliamo ricordare quei fatti riproponendo la riflessione di Leonardo Boff, apparsa in italiano sul “Manifesto” all’incirca un anno fa.

Se lo Stato si fa terrorista

Per approvare il nefasto crimine terrorista compiuto da al Qaeda l’11 settembre 2001 a New York, uno deve essere nemico di se stesso e contro i valori umanitari minimi.

Ma è inaccettabile che uno Stato, il più forte del mondo sul piano militare, per rispondere al terrorismo si sia trasformato anch’esso in uno Stato terrorista. È quello che ha fatto Bush, limitando la democrazia e sospendendo a tempo illimitato alcuni diritti in vigore nel paese. E ha fatto di più, ha scatenato due guerre, una contro contro l’Afghanistan e l’altra contro l’Iraq, dove ha devastato una delle culture più antiche dell’umanità e in cui più di centomila persone sono state uccide e più di un milione costrette a fuggire. Bisogna ripetere la domanda che quasi a nessuno interessa fare: perchè si sono compiuti questi atti di terrorismo?

Il vescovo Robert Bowman, di Melbourne Beach in Florida, che prima era stato pilota di cacciabombardieri durante la guerra in Vietnam, ha risposto con chiarezza, sul National Catholic Reporter, con una lettera aperta al presidente: «Siamo bersaglio dei terroristi, perchè, in buona parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento dell’uomo. Siamo bersaglio dei terroristi perchè ci odiano. E ci odiano perchè il nostro governo fa cose odiose». Richard Clarke, responsabile anti-terrorismo della Casa bianca, in una intervista a Jorge Pontual diffusa da Globonews il 28 febbraio 2010 e ritrasmessa il 3 maggio scorso, ha detto sostanzialmente le stesse cose. Aveva avvertito la Cia e il presidente Bush che un attacco di al Qaeda a New York era imminente. Non lo avevano ascoltato. Subito dopo successe quel che successe e questo lo riempì di rabbia. Una rabbia contro il governo che aumentò quando sentì che Bush, con menzogne e falsità dettate dalla pura volontà imperiale di mantenere l’egemonia mondiale, proclamò una guerra contro l’Iraq, che non aveva nessuna connessione con l’11 settembre. La rabbia arrivò al punto tale che per salute e decenza si dimise dalla carica.

Ancora più contundente è stato Chalmers Johnson, uno dei principali analisti della Cia, in una intervista del 2 maggio scorso a Globonews. Lui conosceva dal di dentro i malefíci effetti prodotti dalle oltre 800 basi militari Usa sparse in tutto il mondo, in quanto provocano rabbia e rivolta nelle popolazioni e sono il brodo di coltura del terrorismo. Cita il libro di Eduardo Galeano «Le vene aperte dell’America latina» per dare esempi delle barbarità compiute dagli organismi della intelligence Usa nei nostri paesi. Denuncia il carattere imperiale dei governi, fondato sull’uso dei servizi per fomentare colpi di stato, organizzare l’assassinio di leader e insegnare i metodi di tortura. Per protesta si dimise e diventò professore di storia all’università della Califórnia. Ha scritto tre volumi «Blowback» (rappresaglia) dove prevedeva, con qualche mese di anticipo, le rappresaglie contro la prepotenza Usa nel mondo. Lui fu come il profeta dell’11 settembre. Questo è il quadro di fondo per capire la situazione attuale, culminata nell’esecuzione criminale di Osama bin Laden. Gli organi della intelligence Usa hanno fatto clamorosamente fiasco. Per dieci anni hanno messo sottosopra il mondo per dar la caccia a bin Laden. Senza risultato. Solo usando um metodo immorale, la tortura di un messaggero di bin Laden, sono riusciti ad arrivare al suo nascondiglio. Senza nessun merito proprio.

Tutto in questa caccia è sotto il segno del’immoralità, della vergogna e del crimine. Per prima cosa il presidente Barak Obama, come se fosse un «dio» ha decretato l’esecuzione/assassinio di bin Laden. Questo è contro il principio etico universale di «non uccidere» e degli accordi internazionali che prescrivono la prigione, il processo e la punizione dell’accusato. Così si è fatto con Hussein in Iraq, con i criminali nazisti a Norimberga, con Eichmann in Israele e con altri accusati. Con bin Laden si è preferita la esecuzione sommaria, crimine per cui Barak Obama dovrà un giorno rispondere. Poi si è invaso il territorio del Pakistan, senza nessun preavviso dell’operazione. Infine si è sequestrato il cadavere che è stato buttato in mare, un crimine contro la pietà familiare, il diritto che ogni famiglia ha di seppellire i suoi morti, criminali o no, che per pessimi che siano restano sempre esseri umani.Non è stata fatta giustizia. Si è praticata la vendetta, sempre condannabile. «Mia è la vendetta», dice il Dio delle scritture delle tre religioni abramiche. Ora resteremo sotto il potere di un Imperatore su cui pesa l’accusa di assassinio. E la necrofilia delle folle ci rende più piccoli e ci fa vergognare tutti.

Leonardo Boff

Free Pussy Riot

Autore: liberospirito 10 Set 2012, Comments (0)

Pubblichiamo la dichiarazione tenuta da una delle appartenenti al gruppo Pussy Riot – di cui abbiamo già parlato in un precedente post – in chiusura del processo tenutosi nei loro confronti a Mosca e concluso con la condanna a due anni per tutte e tre le imputate, con l’accusa di “teppismo e istigazione all’odio religioso”. Per il prossimo primo ottobre è previsto l’avvio del processo d’appello. L’intervento è apparso in inglese su http://chtodelat.wordpress.com e ripreso in italiano da http://uninomade.org.

Dichiarazione di chiusura al processo delle Pussy Riot

Nella dichiarazione di chiusura ci si aspetta che l’imputato si penta, provi rimorso per quello che ha fatto o elenchi le circostanze attenuanti. Nel mio caso, così come in quello delle mie compagne del gruppo, è completamente inutile. Voglio invece dar voce ai miei pensieri rispetto alle ragioni che stanno dietro a ciò che ci è successo. Che la Cattedrale del Cristo Salvatore sia diventata un simbolo significativo nella strategia politica delle autorità era chiaro a molte persone pensanti quando il precedente collega [nel KGB] di Vladimir Putin, Kirill Gundyayev, è diventato capo della Chiesa ortodossa russa. Dopo di che la Cattedrale del Cristo Salvatore ha iniziato a essere apertamente utilizzata come uno sfondo appariscente per la politica delle forze di sicurezza, che costituiscono la principale fonte di potere [in Russia].
Perché Putin sente il bisogno di sfruttare la religione ortodossa e la sua estetica? Dopo tutto, egli avrebbe potuto impiegare i suoi strumenti di potere, decisamente più secolari – per esempio, le imprese controllate dallo Stato, o il suo minaccioso sistema poliziesco, oppure il suo obbediente sistema giudiziario. Può darsi che le dure e fallimentari politiche del governo Putin, l’incidente del sottomarino Kursk, il bombardamento di civili alla luce del giorno e altri spiacevoli momenti della sua carriera politica lo abbiano costretto a riflettere sulla possibilità che fosse venuto il momento di dare le dimissioni; altrimenti, i cittadini russi lo avrebbero aiutato a farlo. Apparentemente, è stato allora che ha sentito il bisogno di garanzie più persuasive e trascendenti per la sua lunga permanenza al vertice del potere. É stato allora che è diventato necessario fare uso dell’estetica della religione ortodossa, che è storicamente associata al massimo splendore della Russia imperiale, quando il potere veniva non dalle manifestazioni terrene come le elezioni democratiche e la società civile, ma da Dio stesso.

Come ha fatto? In fondo noi abbiamo ancora uno Stato laico e ogni intersezione delle sfere religiose e politiche dovrebbe essere trattato con severità dalla nostra società vigile e dotata di spirito critico, non è vero? Qui, apparentemente, le autorità hanno approfittato di un certo deficit dell’estetica ortodossa in epoca sovietica, quando la religione ortodossa aveva un’aura di storia perduta, qualcosa che era stata schiacciata e danneggiata dal regime totalitario sovietico, e dunque rappresentava una cultura di opposizione. Le autorità hanno deciso di appropriarsi di questo effetto storico di perdita e di presentare un nuovo progetto politico di restaurazione dei valori spirituali russi smarriti, un progetto che ha poco a che fare con una genuina preoccupazione per la preservazione della storia e della cultura ortodosse in Russia.

É stato anche abbastanza logico che la Chiesa ortodossa russa, visti i suoi legami mistici e di lunga data con il potere, emergesse come il principale esponente del progetto sui media. É stato deciso che, diversamente dall’era sovietica, quando la chiesa si è opposta innanzitutto alle brutalità delle autorità verso la storia stessa, la Chiesa ortodossa russa dovrebbe ora confrontarsi con tutte le perniciose manifestazioni della cultura di massa contemporanea e con il suo concetto di diversità e tolleranza.

La realizzazione di questo progetto interamente politico ha richiesto considerevoli quantità di illuminazione professionale e di attrezzature video, lunghe ore di diretta sulle televisioni nazionali, e numerosi sfondi per nuove storie moralmente ed eticamente edificanti dove poter presentare i discorsi ben costruiti del Patriarca, aiutando così i fedeli a fare la scelta politica corretta durante i tempi difficili che Putin ha attraversato prima della elezioni. Inoltre, il film deve essere continuativo, le immagini necessarie devono essere bruciate nella memoria, bisogna dare l’impressione di qualcosa di naturale, costante e obbligatorio.

La nostra improvvisa apparizione nella Cattedrale del Cristo Salvatore con la canzone “Madre di Dio, caccia Putin” ha violato l’integrità dell’immagine mediatica che le autorità hanno speso così tanto tempo a fabbricare e mantenere, e ha rivelato la sua falsità. Nella nostra performance abbiamo osato, senza la benedizione del Patriarca, unire l’immaginario visuale della cultura ortodossa e quello della cultura di protesta, suggerendo così alle persone intelligenti che la cultura ortodossa appartiene non solo alla Chiesa ortodossa russa, al Patriarca e a Putin, e che potrebbe anche allearsi con la ribellione civile e con lo spirito di protesta in Russia.

Forse l’effetto sgradevole e di vasta portata della nostra incursione mediatica nella cattedrale è stata una sorpresa per le stesse autorità. All’inizio hanno provato a presentare la nostra performance come uno scherzo giocato da atei militanti e senza cuore. É stato un grave errore da parte loro, perché a quel punto eravamo già conosciute come un gruppo punk femminista anti-Putin che effettua i suoi assalti mediatici contro i principali simboli politici del paese.

Alla fine, considerando tutte le irreversibili sconfitte politiche e simboliche causate dalla nostra innocente creatività, le autorità hanno deciso di proteggere il pubblico da noi e dal nostro pensiero non conformista. Così è finita la nostra complicata avventura punk nella Cattedrale del Cristo Salvatore.

Ora ho sentimenti contrastanti su questo processo. Da una parte, ci aspettiamo un verdetto di colpevolezza. Rispetto alla macchina giudiziaria noi non siamo nessuno, e abbiamo perso. Dall’altra parte, abbiamo vinto. Il mondo intero adesso vede che il procedimento penale contro di noi è stato fabbricato. Il sistema non può nascondere la natura repressiva di questo processo. Ancora una volta, il mondo vede la Russia in modo differente da come Putin cerca di presentarla nei suoi quotidiani incontri internazionali. Chiaramente, nessuno dei passaggi che Putin aveva promesso verso lo stato di diritto sono stati fatti. E la sua affermazione secondo cui questo tribunale sarà obiettivo ed emetterà un verdetto giusto è l’ennesimo inganno verso il paese e la comunità internazionale. Questo è tutto. Grazie.

Yekaterina Samutsevich

http://uninomade.org

Ma cos’è questa crisi?

Autore: liberospirito 3 Set 2012, Comments (0)

“Ma cos’è questa crisi?” è il titolo di una canzonetta in voga negli anni Trenta. Col medesimo titolo ecco una brevissima riflessione sulla crisi finanziaria in corso. A volte non servono molte parole per andare al cuore del problema, anzi. Lo scritto è un contributo proveniente dalla rivista “Tempi di Fraternità” (www.tempidifraternita.it), i cui testi ci è capitato più di una volta di segnalare con interesse.

Da perfetto analfabeta (anche) in cose politiche, mi chiedo: la speculazione è l’origine di tutti i nostri mali. La speculazione chi è? Una volta per dare un nome agli anonimi si diceva Satana, che andava bene per tutto,  poi è venuto uno “che chiamava i demoni per nome”, ed è stato eliminato come sovversivo.
Tutto il piangere che si fa sulla crisi (altro nome di Satana) da parte dei “poteri forti” è una bufala colossale, perché tutti sanno benissimo chi sono gli speculatori e dove nascondono i soldi, cioè le banche
“off shore”. Si potrebbe bloccarle tagliando i fili di una decina di telefoni e oscurando altrettanti computer, poi mandando i finanzieri a fare la raccolta, con grosse borse. Soprattutto Oltretevere, senza andare troppo lontano.

Non si deve, perché il segreto bancario è un tabù: come il segreto del confessionale e il diritto d’asilo e il Concordato. “Di caldo sangue rosseggianti strisce /seguono invan dell’assassino l’orme: /sacro Portier seguirle ti inibisce”(Vittorio Alfieri, Satira V).
Chiunque ami la Patria e ami la Chiesa dovrebbe trovare del tutto normale questo procedimento. (“Si, si – no,no”, oggi si dice “senza se e senza ma”) Tutto il resto viene dal Maligno, che questa volta ha il nome e il cognome di chiunque esiti o si opponga. Diogene (il saggio) quando Alessandro Magno (il politico) gli chiese in che cosa avrebbe potuto essergli utile, gli rispose di togliesi dalla porta della sua roulotte per non levargli il sole. Non è antipolitica, è chiarezza. Sarebbe stata antipolitica se non gli avesse risposto nulla. Il che significa che l’atteggiamento di chiunque si metta in politica deve essere valutato sul suo atteggiamento nei confronti dei paradisi fiscali, che sono appunto quelli che ci tolgono il Sole, cioè la fonte energetica di base a cui abbiamo diritto, prima dei segreti bancari, dei concordati e di tutto l’armamentario del Maligno con cui ci vogliono imbambolare.

Gianfranco Monaca

www.tempidifraternita.it