Crea sito

Archivi: agosto 2012

Giornata dolciniana 2012

Autore: liberospirito 31 Ago 2012, Comments (0)

Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedrai lo sole in breve,
s’egli non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non sarìa lieve

Inferno, c. XXVIII, 55-60

Come ogni anno agli inizi di settembre ha luogo nel biellese la Giornata Dolciniana. Diamo di seguito il programma.

8 settembre: a Biella, alle 16,30 presso la chiesa valdese (via Fecia di Cossato 9/c), dibattito con Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, e con il pastore Maurizio Abbà sul tema «Eretici ieri ed eretici oggi – riflessioni e proposte».

9 settembre: a Trivero (BI), lungo la Panoramica Zegna, alle ore 10 si svolgerà il culto valdese a cura del pastore Luciano Deodato. Alle ore 11 seguirà la salita al cippo di fra Dolcino per l’assemblea del Centro Studi Dolciniani. Alle 13 pranzo alla locanda Argimonia e canti della tradizione operaia. Infine, alle 15 si concluderà la giornata con musiche e danze.

Per informazioni contattare Piero Delmastro (tel. 015-94271; 339-4215756).

 

Piccola qabbalah quotidiana

Autore: liberospirito 22 Ago 2012, Comments (0)

Un suggerimento di lettura. E’ uscito in libreria questa primavera un libricino di Haim Baharier, studioso di ermeneutica biblica e di pensiero ebraico. Si intitola Qabbalessico (l’editore è Giuntina di Firenze). Non esageriamo nel dire che è un piccolo gioiello: la qabbalah – antico sapere del popolo ebraico – viene presentata non in modo saccente o come un sapere esoterico rivolto a uno sparuto manipolo di prescelti, bensì ne vengono spremute alcune gocce a partire da fatti e contesti perlopiù quotidiani, prosaici (come nel testo che proponiamo sotto). Da lì, da ciò che abbiamo sotto gli occhi – e proprio per questo ci sfugge – vengono alla luce frammenti di sapienza (parola, quest’ultima, da usare oltremodo con pudore) che sanno ricollegarci a personaggi e luoghi della Bibbia, e, come se non bastasse, da lì riescono a condurci lungo sentieri inesplorati che conducono lontano, nella “consapevolezza di una sapienza inattingibile ma necessaria che sta dietro ogni luogo della verifica”.

J come … jeep

Non più mezzi da lavoro, i gipponi di oggi. Suv dal potenziale inespresso, talenti sprecati sui pavè lisci come tombe. Piacciono perchè piallano tutto, niente ostacoli imprevisti.

L’ostacolo è un’opportunità, si ripete in tempo di crisi: un trampolino dal quale spiccare il volo dopo aver sudato sangue. Così ne va della carriera, del successo. La religione invece, quando promette molto, esibisce un altare svettante.

Ci si scorda che l’ostacolo, per sua natura, appartiene all’insignificante. E non nel senso di assoluto: morire non è un incidente di percorso. Insignificante vuol dire che nell’ostacolo ci inciampi e ti imbiestalisci: infimo dislivello rilevato ma non calcolato.

Sul gippone i dislivelli non li senti. Se sbatti, è contro una montagna. Per riacquistare familiarità con il dislivello occorre lasciare la strada maestra per gli sterrati. “Per andare molto lontano, mai chiedere la strada a chi non sa perdersi” diceva il poeta Roland Giguère.

Nel racconto biblico, Mosè abbandona spesso la pista. Lo fa nel deserto quando insegue una pecorella smarrita. Lì si imbatte in un roveto che arde. Niente di miracoloso, Mosè conosce le autocombustioni.

Nel testo si dice che il roveto ardeva senza consumarsi. Sta lì il prodigio?

Prodigiosa è la spiegazione dei qabbalisti: i roveti ardono nel deserto da sempre, non significano. Mosè si ferma e si interroga. Fino a quel momento, lui la storia se l’era raccontata: che le cose vanno in un certo modo, che non si sfugge al destino. Ora è finito il tempo delle risposte, inizia quello delle domande. Davanti all’insignificante irrisolto, Mosè capisce che dovrà tornare in Egitto per liberare il suo popolo.

Il roveto finalmente brucia e si consuma.

Il suv fonde il motore e ti senti di colpo un ammiraglio sul K2.

Haim Baharier

Pussy Riot: il re è nudo!

Autore: liberospirito 19 Ago 2012, Comments (0)

Colpevoli di teppismo a sfondo religioso. Così per i giudici di Mosca è la performance anti-Putin delle Pussy Riot nella cattedrale di Mosca. Molti media, oltre a documentare l’avvenimento, hanno dato spazio alla denuncia, da parte delle più diverse figure (politici, intellettuali, pop-star), di questa sentenza che limita spaventosamente la libertà di espressione. A noi qui interessa cogliere una contraddizione (in realtà solo apparente, di fatto ben congeniale al funzionamento del sistema-Russia) tra uno stato, formalmente laico, che si erge a difensore della Chiesa (secondo il principio che tutti sono uguali davanti alla legge ma alcuni lo sono più degli altri) e una Chiesa – quella ortodossa nello specifico – la quale trova motivo di indignazione per l’esibizione delle giovani punk ma non per l’indecente amministrazione del potere sul territorio russo, con tutte le commistioni fra politica, economia e organizzazioni mafiose, le quali con l’introduzione dell’economia di mercato hanno finalmente potuto compiere il salto di qualità. Hanno ragione le Pussy Riot a dire che – nonostante tutto e tutti – hanno vinto loro. Come nella fiaba di Andersen hanno mostrato al mondo che il re è nudo! Pubblichiamo di seguito la riflessione di Alberto Piccinini, apparsa ieri sul quotidiano “Il manifesto”  (www.ilmanifesto.it).

La traccia di rossetto colpisce ancora

Qualcosa come trent’anni fa lo storico americano Greil Marcus ci aveva spiegato che il punk era in realtà una «percorso segreto» inscritto nel cuore della cultura occidentale. Un filo rosso che univa gli eretici medievali al movimento Dada, i situazionisti a Johnny Rotten dei Sex Pistols e ai suoi due versi d’esordio vomitati in un disco del 1976: «Sono un anticristo/ sono un anarchico».
Roba da museo. Il punk che conosciamo bene era nato in Inghilterra tra il 1976 e il 1977, una vita fa. La cronaca dell’epoca ci restituisce una specie di esperimento di laboratorio compiuto da gente come Malcolm Mc Laren e Vivenne Westwood (che creò i vestiti e le spille), e Bernie Rhodes, il manager trotskista dei Clash. Erano sufficientemente cresciuti per aver visto il maggio francese, aver letto di fretta Debord e Vaneigem, conosciuto il teatro, la guerriglia di strada e il rock’n’roll. Provato a «creare situazioni ovvero momenti della vita, concretamente e deliberatamente costruiti mediante
l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco d’avvenimenti». C’è scritto tutto, anche su Wikipedia.
Nel frattempo, in mancanza di meglio, ci eravamo abituati a cercare il punk nei posti più strani del pianeta: tra i metallari perseguitati dalle autorità religiose e politiche in Medioriente o tra i rockers cinesi, laddove una presa di parola, un gesto, una smorfia, potesse rappresentare una sorpresa e un rischio. E adesso in un collettivo politico-artistico come le Pussy Riot, che ci rimandano ancora a un’intera antologia delle (nostre) buone letture: La società dello spettacolo, Judith Butler e il femminismo radicale, le fanzine delle Riot Girls americane anni ’90, la maglietta «No pasaran» col pugno chiuso disegnato sotto, vista ieri in televisione durante la lettura della sentenza.
A parte questo, noi un gruppo di ragazzine così mascherate le avremmo viste suonare in un piccolo club. E dopo qualche tempo le avremmo beccate in televisione, più probabilmente su youtube,
scambiato da migliaia o milioni di pagine facebook. Le avremmo apprezzate a teatro, alla Biennale d’arte. Ci sarebbero state polemiche. Pazienza. Ma se invece quel gruppo fosse entrato in una grande
chiesa di Roma a mimare un crudo pezzo punk il cui ritornello proclamava: «Maria Vergine, madre di Dio, liberaci di Berlusconi», o di Monti o di chi altro volete, potrei scrivere per filo e segno le dichiarazioni di Giovanardi, Casini e i distinguo di Bersani, il giorno dopo. Difficile immaginare per loro tanta solidarietà come quella attirata dalla Pussy Riot da tutto il mondo. Non l’avrebbero passata liscia, in tribunale.
«Pensavamo che la Chiesa amasse tutti i suoi figli – ha dichiarato durante il processo una delle Pussy Riot – non solo quelli che votano Putin». Se dicono che hanno vinto il processo in cui le hanno condannate a due anni è perchè le uniche che hanno saputo condurre il gioco della comunicazione fino in fondo, sono loro. Resteranno come un «istantaneo classico nella storia della dissidenza», ha commentato il giornalista David Remnick, biografo di Obama e autore di un monumentale e recente pezzo su Bruce Springsteen e la coscienza politica di un ricco musicista, pubblicato dal “New Yorker”. E dissidenza è un vocabolo esotico, ma preciso. L’esotismo delle Pussy Riot, combattenti contro Putin, ce le rende troppo lontane. Ma il punk non è una questione lontana. E’ una questione
Nostra.
In serata la Rete, attraverso il sito del “Guardian”, diffonde le note della loro nuova canzone: «Putin accendi la luce», più o meno. Il juke box si fa globale. Quando le Pussy Riot dichiarano che non faranno mai un vero concerto in un club o in una sala (le loro performance, oltre che la chiesa, hanno avuto come location il piazzale di una prigione e la Piazza Rossa), rileggono per l’ennesima volta il rapporto arte/politica sul quale ci si è rotti la testa in tanti, e qualcuno la vita ce l’ha pure lasciata. Dedicato ai rivoluzionari che hanno lasciato nella storia anche soltanto una «traccia di rossetto». Come il titolo di quel vecchio libro di Greil Marcus.

Alberto Piccinini

 

Liturgical design

Autore: liberospirito 17 Ago 2012, Comments (0)

Sicuramente i nostri venticinque lettori ne saranno all’oscuro. Diamo pertanto notizia di cessata attività della ditta Tridentinum (www.tridentinum.com), la quale però segnala sul suo sito che gli ordini sin qui inevasi verranno consegnati entro dicembre di quest’anno. Ma di cosa si occupava la Tridentinum? Qualcuno ricorderà le scene del film Roma di Fellini, dove si assisteva a una sfilata di moda ecclesiastica. La realtà a volte supera la fantasia. Abbigliamento liturgico (liturgical design, così si autodefinisce la ditta) è (o meglio: era) il suo settore merceologico. Dal catalogo (risalente però al 2010) possiamo evincere prodotti e prezzi relativi. Qualche esempio: mitria a 30.000 euro; pianeta a 18.000 euro; casula a 10.900 euro; scarpe alla modica cifra di 1.500 euro, così come i guanti. Aggiungiamo che le cifre (del 2010) sono quelle “riservate ai venditori”, per cui il prezzo al dettaglio subisce ulteriori incrementi.

Non ci è dato sapere se la cessata attività della ditta sopraindicata sia imputabile alla crisi economica o altro. Ben attiva risulta invece la ditta Annibale Gammarelli (www.gammarelli.com) di Roma, la quale – come viene segnalato nella homepage del sito – «è conosciuta in tutto il mondo ecclesiastico (…). Sei generazioni di Gammarelli hanno avuto l’onore di servire migliaia di sacerdoti e centinaia di Vescovi e Cardinali e oggi la sartoria Gammarelli si onora di servire Sua Santità Benedetto XVI».

Ai Gammarelli e ad altri sarti romani ricorrono i porporati di tutto il mondo perché solo qui trovano i tessuti del colore giusto. «Il rosso cardinalizio si chiama rosso ponsò», sottolinea Annibale Gammarelli in un’intervista, «e non esiste in commercio. Il tessuto di questo colore viene creato da ditte italiane su nostra commissione. Idem il colore per i vescovi, che è il paonazzo romano».

Il catalogo della benamata ditta Gammarelli è consultabile on line e risulta assai ricco; il lettore curioso potrà ammirare la gamma dei prodotti. Purtroppo non troverà i prezzi. I Gammarelli sono discreti e rimandano all’area riservata o a contatti diretti da parte dell’acquirente. Pertanto non sapremo se i prezzi si trovano allineati al catalogo della Tridentinum o meno.

Ci fermiamo qui e ce n’è d’avanzo. A questo punto sarebbe quasi d’obbligo una qualche riflessione sulla povertà religiosa, l’umiltà, la modestia e via dicendo. O un paragone, quantomeno rapsodico, con il rabbi di Nazareth e tutto il suo seguito. Ma vogliamo risparmiare simili esercizi ai frequentatori del nostro blog. Senza essere dotati di poteri telepatici, siamo convinti che, senza nulla aggiungere,
ci intendiamo alla perfezione circa il giudizio sul liturgical design e gli abituali fruitori di tali prodotti. (Solo una breve citazione in coda: «Osservate come crescono i gigli dei campi: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro»).

Scriblerus

«Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi?», diceva Gregory Bateson, formulando con un lessico scientifico una delle domande di fondo che si pongono da sempre le religioni. Questa frase è riaffiorata – per contrasto – apprendendo la notizia di una gratuita mattanza delle balene che annualmente si verifica presso un piccolo arcipelago del Nord Europa. Ciò illustra – se ci fosse ancora la necessità di una prova – la lontananza stellare in cui l’evoluzione dell’orientamento sociale umano viene a trovarsi per una costruzione (meglio: una co-costruzione) di un legame capace di fondare una relazione vitale tra la diversità degli elementi minerale, vegetale, animale ed umano.

In breve. Alcuni quotidiani nei giorni scorsi (noi la riprendiamo dal “Corriere della Sera” e dal web) hanno fornito la notizia dell’annuale massacro delle balene presso le isole Far Oer, un arcipelago che sta nel mezzo dell’Oceano Atlantico tra la Scozia, la Norvegia e l’Islanda, divenuto ormai quasi del tutto indipendente dalla Danimarca. Tutto è nato dall’iniziativa di un aderente di Sea Shepherd (impegnati, fra le altre cose, nelle azioni di contrasto alle baleniere giapponesi), il quale ha documentato con fotografie la mattanza dei cetacei.  I mammiferi vengono sospinti in un piccolo golfo da cui non potranno scappare e poi sterminati, con coltelli, arpioni e lame affilate. Si tratta di pilot whale, i globicefali, conosciuti anche come balene dalle pinne lunghe, anche se in realtà sono mammiferi  odontoceti, hanno cioè i denti, e  appartengono dunque alla famiglia dei delfini. Le pilot whales sono classificate come «rigorosamente protette» dalla Convenzione per la Conservazione della natura e degli habitat naturali. Ciò nonostante la caccia e la successiva mattanza si ripetono ogni anno. Un intero branco che fino a qualche giorno fa poteva nuotare libero nelle acque del Nord Atlantico è stato sterminato in un unico bagno di sangue. Non solo. Tra gli animali uccisi c’erano anche femmine gravide e balenotteri ancora non nati e attaccati al cordone ombelicale delle loro madri.

Noi qui, oltre a far circolare la notizia (oltreché l’orrore e l’indignazione), possiamo limitarci a fornire il link per sottoscrivere la petizione per la cessazione immediata di questo massacro: http://www.unleashed.org.au/take_action/petitions/stop-the-faroe-islands-whale-slaughter/. Non è molto, ce ne rendiamo conto.

Scriblerus