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Archivi: marzo 2012

Proponiamo la lettura di questo articolo di Giorgio Agamben apparso tempo fa su “La Repubblica” (16 febbraio 2012). Ci pare un valido contributo per comprendere le vicende presenti, mettendo in relazione l’attuale crisi economico-finanziaria, che tutto inesorabilmente macina, col senso religioso delle cose.

Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un’altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c’ è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos’è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, “fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.

Ma la nostra, si sa, è un’ epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un’ epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest’epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? Perché, a ben guardare, c’è ancora una sfera che gira
tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci- sull’euro), c’ è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l’organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini. Ma ciò significa, anche, che l’ ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese. Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L’ archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente.

Giorgio Agamben

Per una storia delle eresie libertarie

Autore: liberospirito 19 Mar 2012, Comments (0)

All’interno del “progetto liberospirito” è uscito recentemente in libreria, ad opera di Valerio Pignatta, il saggio Storia delle eresie libertarie. Dai testi sacri al Novecento, edito da Odoya.

Di che cosa tratta il libro, qual è il suo filo conduttore? La domanda di giustizia e l’insofferenza verso i centri di potere sono stati una caratteristica costante del divenire storico. In alcuni casi, queste richieste sono arrivate a rasentare o a mettere in pratica veri rivolgimenti sociali ed economici. Nei secoli dominati dall’autorità ecclesiastica, queste forme di disobbedienza e di rivolta hanno assunto la forma di eresie che hanno messo in discussione la visione teologica, le gerarchie ecclesiastiche, nonché il concetto di peccato e di vita evangelica.
Attraverso i secoli è pertanto possibile individuare un filo rosso di movimenti e personaggi che nella loro proposta hanno immaginato o tentato di costruire, talvolta con lotte sanguinose o sofferenze personali atroci, una società libertaria che per certi versi ricorda da vicino quelle che saranno le posizioni anticapitaliste e antiautoritarie del movimento anarchico di fine Ottocento e primi Novecento.
Dalle prime comunità cristiane agli spirituali francescani, dai dolciniani agli hussiti, dai fratelli del Libero Spirito agli anabattisti, dai diggers al movimento tolstoiano, è tutto un movimento sotterraneo di ribellione religiosa che emerge nel fiume della storia a illuminare le coscienze dei diseredati e dei ricercatori di verità.

Riprendiamo dal testo: “Dopo la morte di Francesco i due gruppi di discepoli che si formarono, con intenti filosofici e religiosi abbastanza contrastanti, entrarono in lotta. Gli Spirituali, che volevano seguire la regola primaria del fondatore, si opposero con convinzione ai Conventuali, che propendevano per una maggiore elasticità di interpretazione della vita ascetica e di povertà predicata dal santo. Questi ultimi optarono anche per un rapporto più morbido e compromissorio col potere, la proprietà eccetera. Gli Spirituali furono dichiarati eretici nel 1317. In parte ritrattarono in seguito alle persecuzioni della Chiesa, e in parte confluirono nel movimento che sarà poi detto “dei Fraticelli”. Anche questo gruppo – che cercò di mantenersi, comunque e nonostante le persecuzioni, fedele alla regola originaria – fu dichiarato eretico e smembrato nel 1323, sebbene alcuni adepti e gruppuscoli resistettero sino alla metà del XV secolo. I Fraticelli, che non riconoscevano gerarchie, si opposero con tendenze gioachimite al potere politico e religioso. Un tentativo di sostegno gli “eretici” Francescani lo ebbero solo dal papa Celestino V, salito al soglio pontificio nel 1294, che però abiurò alla carica in breve tempo proprio a causa della sua insofferenza nei riguardi di una gerarchia ecclesiastica corrotta e ben lontana dallo spirito evangelico.”