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Archivi: febbraio 2012

Per la riforma della Chiesa

Autore: liberospirito 26 Feb 2012, Comments (0)

Abbiamo ricevuto e con piacere diffondiamo la seguente “Lettera aperta alla chiesa italiana”. Il quotidiano di Firenze “La Nazione” l’ha presentata come il messaggio degli indignati religiosi. Condividiamo gran parte di quello che compare nel testo, così come la prospettiva dialogica e il tono sommesso. Con rammarico riteniamo
che i destinatari del messaggio siano però costitutivamente refrattari a simili discorsi. A questo punto, forse sarebbe più opportuno a intraprendere autonomamente la propria strada, ponendo con costanza e con passione la domanda: cosa significa essere eretici oggi?

Lettera aperta alla chiesa italiana

Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio ” (Ef 2, 19)

Questa lettera nasce dopo l’incontro-invito con alcuni teologi e teologhe che abbiamo avuto nella comunità delle Piagge a Firenze il 20 gennaio scorso e al quale hanno partecipato tante persone credenti e non. Rifacendoci alla tradizione più antica della comunità credente, che per comunicare usava lo stile epistolare, anche noi abbiamo pensato di scrivere una lettera aperta alla chiesa italiana. Vorremmo fare una breve sintesi delle tante inquietudini e dei tanti desideri ed aspettative raccolte in quel contesto La trama principale delle nostre inquietudini, è espressa proprio dal testo della lettera alla chiesa di Efeso: Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio …

Abbiamo sempre pensato che questo fosse vero; abbiamo sempre pensato che la nostra condizione di donne e uomini credenti ci rendesse concittadini nella storia di tutti e familiari con il Mistero. Abbiamo sempre pensato che la nostra fede ci facesse responsabili nei confronti della vita di ogni creatura e dei difficili parti storici, sociali, economici, culturali e spirituali che la comunità umana vive da sempre. Abbiamo sempre pensato anche, che proprio perché siamo familiari di Dio, non siamo esenti dal vivere sulla nostra pelle le fatiche che ogni popolo fa per poter essere popolo degno e libero. Ma oramai, da molto tempo, ci sembra che questo non sia tanto vero, e soprattutto , con tristezza diciamo che forse nessuno ci chiede ed esige questa familiarità con il Mistero e questa solidarietà con la storia.

La struttura ecclesiale infatti sembra più preoccupata a guidarci che a farci partecipare e soprattutto a farci crescere. Le nostre comunità cristiane appaiono più tese a difendere una tradizione che a vivere una esperienza di fede. Noi sappiamo come diceva Paolo alla sua comunità di Corinto,che abbiamo il diritto di essere alimentati con parole spirituali … e con un nutrimento solido (Cfr. 1Co 3, 1-2),e invece ci sentiamo trattati come persone immature, come se non fossimo responsabili delle nostre comunità, ma solo destinatari chiamati a obbedire a ciò che pochi decidono ed esprimono per noi. E proprio in questo odierno contesto storico di grande fatica ma anche di grande opportunità per tutti i popoli, e dunque anche per la nostra società italiana, sentiamo che la chiesa è lontana da questa fatica quotidiana dell’umanità. E che quando si fa presente, lo fa solo attraverso analisi, sentenze e a volte giudizi, che non ascoltano e non rispettano le ricerche e i tentativi che comunque la società fa per essere più autentica e giusta. Ci sembrano sempre più vere le parole di Gesù nel vangelo Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito (Mt 23, 4). Noi non vorremmo essere collusi e complici di questo stile di vita, perché come credenti concittadini dei santi e familiari di Dio, sappiamo quanto è difficile sospingere la storia verso la pienezza della vita. Sappiamo anche che è difficile essere coerenti, ma lo vorremmo essere perché la coerenza oggi, sarà possibilità di vita per tutti. Perché condividere quello che abbiamo e non il sovrappiù, curarci dalle nostre ferite interiori,separarci da tutti quegli stili di vita che invece di includere escludono e invece di far crescere recidono, non è semplice ma è possibile, soprattutto quando nasce da una ricerca comune, dove ciascuno può suggerire qualcosa, dove ciascuno può condividere la sua visione del mondo e soprattutto la sua esperienza di Dio. Ma noi non ci sentiamo sostenuti nel far questo e l’esempio che abbiamo dalla chiesa ufficiale è, la maggior parte delle volte, quello di pretendere riconoscimenti e di difendere propri interessi,
immischiandosi in politica solo per salvaguardare i propri privilegi.

Vogliamo essere popolo che cerca davvero di fare esperienza di Gesù, di quel Gesù che ispirava sogni di vita, che ispirava desideri di cambiamento. Quel Gesù che riusciva a far sognare anche chi conosceva solo disprezzo, o chi comunque veniva giudicato peggio di altri ed emarginato. Ci domandiamo come mai ci dicono di essere obbedienti al magistero senza chiederci di essere fedeli a questo sogno bellissimo di una umanità composta da ogni lingua, razza, popolo, nazione …. (Cfr. Ap 7,9). Perché ci viene chiesto di essere credenti che devono obbedire e difendere la verità e non ci dicono invece che la Verità è più grande di noi e per questo va ricercata costantemente, ovunque e con tutti? Allora è per questo che vorremmo offrirvi queste nostre riflessioni, vorremmo che la chiesa ripensasse le sue strutture di comunità, e soprattutto la propria struttura gerarchica e i suoi rapporti con la società.

Noi vorremmo che si rifiutasse ogni privilegio economico e soprattutto vorremmo che l’economia delle strutture ecclesiali non fosse complice della finanza e delle banche che speculano con il denaro a scapito del sudore e del sangue di individui e intere comunità, praticando un indebito sfruttamento, non solo delle risorse umane, ma anche di quelle naturali. Queste, in breve, sono alcune delle nostre inquietudini che condividiamo con tutti i credenti, perché la Vita si è manifestata e noi l’abbiamo contemplata, vista, udita, toccata con le nostre mani … (Cfr. 1Gv 1,1-4) e di questo vorremmo rendere testimonianza. Partendo da questo primo incontro, ci
impegniamo a cominciare un processo di autocritica e critica costante, per aiutarci a vivere e crescere insieme, come comunità credenti ma anche come compagni e compagne di cammino di tutti coloro che – tra evoluzioni, rivoluzioni e rivelazioni- fanno di tutto per rendere la storia più bella, solidale e giusta.

Alessandro Santoro – prete della Comunità delle Piagge (Firenze), Antonietta Potente – teologa domenicana, Benito Fusco – frate dei Servi di Maria (Bologna), Pasquale Gentili – parroco di Sorrivoli (Cesena), Pier Luigi Di Piazza – parroco Centro Balducci di Zugliano (Udine), Paolo Tofani – parroco di Agliana (Pistoia), Andrea Bigalli – parroco di Sant’Andrea in Percussina (Firenze).

Taglia le ali alle armi

Autore: liberospirito 18 Feb 2012, Comments (0)

Ne abbiamo già parlato su questo blog, riprendendo l’appello di Alex Zanotelli. Volentieri ritorniamo sul discorso, sostenendo la campagna “Taglia le ali alle armi!” promossa da Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Tavola della Pace per contrastare l’acquisto del caccia Joint Strike Fighter.

Quindici miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35, prima della riduzione prevista dal Ministro. Ma saranno ancora un sacco di soldi spesi male. A cui occorre davvero rispondere con un “terremoto” di indignazione, con un coro di proteste. É quello che la società civile è chiamata, ora più che mai, ad esprimere visto che l’attuale governo
sembra deciso a non cambiare idea di fondo sul “Programma pluriennale relativo all’acquisizione del sistema d’arma Joint Strike Fighter JSF”, il faraonico progetto di aereo militare (il più costoso della storia) a cui partecipa anche l’Italia. Forse non compreremo più 131 cacciabombardieri JSF completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico e basi operative come inizialmente previsto. Ma per quanto possano ridurre l’acquisto, saranno sempre di troppo. Anche uno solo equivale a 180 asili nido. E con l’ovvia crescita del costo per singolo aereo anche questo taglio ci potrebbe fare spendere (solo per la fattura) almeno dodici miliardi.

In un momento di tagli drastici agli stipendi, alla sanità, alla scuola, al supporto per il lavoro, etc., occorre eliminare del tutto le spese per gli armamenti che servono solo a produrre lutti e distruzioni di cui l’umanità non ha proprio alcun bisogno.

Per ulteriori info: www.disarmo.org/nof35 e www.facebook.com/taglialealiallearmi

 

Ontonomia

Autore: liberospirito 5 Feb 2012, Comments (0)

Proponiamo un contributo di Fabrice Olivier Dubosc, tratto dal blog da lui stesso curato (http://quelcherestadelmondo.wordpress.com), dove, prendendo spunto dal pensiero di Raimon Panikkar, viene proposta una riflessione sulle possibilità riguardanti la coscienza collettiva (e individuale). E’ un tema pregnante per il nostro vivere interculturale e interreligioso e quanto mai vicino all’ordine di considerazioni del blog e del sito del liberospirito.

Raimon Panikkar ha proposto una griglia che permette di contestualizzare i ‘sintomi’ psicosociali in relazione a tre dimensioni della coscienza collettiva e in una prospettiva che aspira a una costruzione dell’umano. Panikkar definisce questi momenti come kairologici più che cronologici. Detto altrimenti si tratta di qualità della coscienza che non coincidono linearmente con mere fase ‘evolutive’ della storia anche se nei ‘sintomi storici’ si esprimono.

La griglia di Panikkar include dunque molteplici differenze a partire da un vertice di osservazione che distingue tre momenti della coscienza collettiva (e individuale): eteronomia, autonomia e ontonomia.

Per eteronomia si intende un livello antropologico della coscienza che contempla il mondo secondo una struttura monarchica o piramidale della società. In questa prospettiva si suppone che le leggi che regolano le varie dimensioni della vita procedono dall’alto verso il basso secondo narrazioni religiose o secolari fortemente gerarchizzate. Una supposta ‘entità superiore’ (o un discorso interpretativo ‘superiore’) darebbe conto del funzionamento di tutto ciò che esiste. È la narrazione dell’ordine e del ‘pensiero unico’ ed è quella delle prospettive monoteiste, moniste, monoculturali, monodisciplinari. Un buon esempio del fatto che la questione non è cronologica si coglie da  un bell’articolo di Barbara Spinelli sulla rivoluzione in corso nel mondo arabo.

«Tutti i Paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s’accoppia a quell’inettitudine, radicale, di interrogare sé stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio , anche da noi fosse, di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge, quella del capo. Una l’opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pazzi oltre il Mediterraneo ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi.» [2011]

L’autonomia è l’altra faccia della medaglia: è il momento dell’auto-determinazione in cui ognuno fa da sé la propria legge. E’ anche il momento di una necessaria differenziazione individuale delle personalità e delle coscienze. Ogni precetto che viene da fuori o dall’ ‘alto’ viene considerato un’imposizione illecita. Ogni disciplina, come ogni sfera dell’esistenza, definisce le proprie regole e non vuole interferenze: le nazioni sono sovrane, la ragione è arbitro supremo, nessun individuo può avere più autorità di un altro e deve essere maestro del proprio destino. Il fare dell’uomo diventa centrale. La metodologia scientifica stabilisce paradigmi di democratica replicabilità, ma tende a ignorare le eccezioni. La narrazione storica e sociologica si afferma in contrasto a quella religiosa. La secolarità afferma come valore la vita vissuta da ogni uomo senza cedimenti all’immaginario. L’autonomia è in effetti una reazione contro le incongruenze della concezione eteronoma e tuttavia è animata dalla medesima forza assolutizzante perché tende ancora al monismo della propria ragione superiore, proietta facilmente il ‘male’ sugli altri e tende, all’interno di ogni singola sfera, alla monocultura.

Un piano ulteriore è l’ontonomia, un livello di coscienza in cui si è andati oltre le visioni eteronome della realtà ma anche oltre l’atteggiamento individualista. Panikkar la chiama anche la fase dell’ inter-in-dipendenza. Ognuno prende parte a partire dalla sua libera singolarità ma con attenzione alla processualità emergente nella comunità. Cominciamo ad accorgerci dell’altro. Il cuore della prospettiva ontonomica è per certi versi la comunicazione. In questa fase si riconosce che l’esperienza umana è contingente e relazionale, che la realtà è un intricata rete di relazioni e interdipendenze a cui ognuno contribuisce aderendo alla propria intrinseca vocazione, ma scoprendo che l’ordine emergente non deriva né da una mera imposizione superiore, né dalle leggi che un individuo ha stabilito per sé ma da una processualità in cui il sistema e gli individui che ne fanno parte gradualmente scoprono la realtà mentre la immaginano e mentre inventano insieme il loro destino. L’ontonomia equivale insomma a pensare che esista una relazione costituiva in fieri tra ogni elemento della realtà. Panikkar dice esplicitamente che l’ontonomia è la realizzazione del nómos (la legge) dell’ón (essere) su quel piano profondo in cui l’unità non nega né la diversità né il pluralismo ma in cui l’una è manifestazione dell’altra. L’ontonomia  descrive quella caratteristica speculare della realtà per cui ogni aspetto rispecchia – senza saperlo –  il tutto in una forma particolare.

La categoria dell’ontonomia ci permetterebbe dunque di ragionare su temi che ci stanno a cuore in una prospettiva che rifonda in termini inediti una terapia dell’umano. La dimensione ontonomica ci consente  inoltre di dar conto delle creolizzazioni inaspettate nell’incontro tra sistemi e culture. Se la contaminazione è sempre stata un tratto costitutivo delle culture, in un’epoca in cui l’ibridazione è in gran parte animata dal bisogno di circolazione e consumo delle merci e dal prevalere di istituzioni mortifere, la capacità di ritrovare sentimenti autentici di partecipazione alla vita sociale diventa un fattore cruciale.

Fabrice Olivier Dubosc

http://quelcherestadelmondo.wordpress.com