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Archivi: novembre 2011

Quale cristianesimo per le donne?

Autore: liberospirito 21 Nov 2011, Comments (0)

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Proponiamo come elemento di riflessione sul tema un contributo della storica e teologa Adriana Valerio apparso su “NEV – Notizie Evangeliche”, pubblicazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ripreso successivamente  sul web. Certamente il tema dovrebbe essere riaffrontato e ulteriormente articolato, indagando come l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne sia un tratto che accomuna diverse confessioni religiose. Ben vengano dunque segnalazioni e apporti dalle lettrici e dai lettori di questo blog.

La tradizione cristiana per secoli ha legittimato un’asimmetrica visione antropologica: infatti, ha affermato l’uguaglianza tra uomini e donne solo davanti a Dio e non nei loro compiti familiari e sociali, perché ha considerato i due sessi sottoposti alle differenze della “natura” (biologiche e psicologiche). Tutto ciò ha comportato, da una parte, la difesa delle differenze e dunque delle contrapposte identità tra uomo e donna, da un’altra, la gerarchizzazione della società e la subordinazione della donna, relegata, per “natura”, a ruoli privati e condannata a invisibilità istituzionale e politica. Per natura le donne sono state ritenute inferiori in tre aspetti: inferiorità fisica: il corpo delle donne è stato considerato imperfetto ed impuro, inadeguato a rappresentare Dio, del quale è immagine riflessa; inferiorità morale: la donna è stata giudicata incapace di operare scelte eticamente autonome; inferiorità giuridica: la donna è stata posta sotto la tutela maschile: del padre, del marito, del confessore.

Queste tre inferiorità non hanno consentito alle donne né di svolgere all’interno del cristianesimo ruoli autorevoli, né di vivere a pieno nella società e nella Chiesa quello che oggi si definisce “cittadinanza”. (…).

Oggi, alla luce delle riflessioni portate avanti dalle donne, cristiane e laiche, ci si interroga su questioni di fondo. Cosa si intende per natura? Un concetto astorico, immutabile, che gode di uno status ontologico o, piuttosto, un criterio etico che guida il comportamento del singolo? Si intende la fissità biologica nella quale sono iscritte le identità del maschile e del femminile e, dunque, i loro rispettivi ruoli, o, piuttosto, una costruzione storica, sociale, culturale? E ancora: uguaglianza e differenze sono principi inconciliabili e incompatibili?

Riteniamo che la differenza non debba escludere i diritti dovuti all’uguaglianza. L’uguaglianza è un principio, non una descrizione fattuale: non dice che uomini e donne siano uguali, ma che, pur nella loro diversità, essi godono di uguale dignità umana e di uguali diritti. Inoltre, e qui entriamo nell’ambito di quello che oggi viene definita “cittadinanza”, il riconoscimento di tale differenza comporta anche la visibilità nello spazio pubblico che è il luogo in cui si diventa visibili, perché l’agire politico è visibile e definisce il soggetto politico: chi non c’è non può esprimersi.

Ora, riprendendo il pensiero di Kari Boeresen, che condivido,  mi domando: «se il cristianesimo si è innestato in culture patriarcali e androcentriche caratterizzate dai ruoli bio-sociali differenti, dobbiamo ritenere che esista incompatibilità tra donne – diritti umani – e Chiese?”. Mi soffermo su talune considerazioni che possono aiutare a chiarire e a superare questo conflitto.

PRIMA QUESTIONE. LA FONDAZIONE BIBLICA

Spesso si è caduti nel rischio di far dire alla Bibbia tutto e il contrario di tutto: contro la democrazia e per la democrazia, contro i diritti umani e a favore dei diritti umani, contro le donne e a favore delle donne. Per superare questo pericolo, occorre operare una rilettura critica dei testi sacri, che li veda nel loro dinamico costituirsi all’interno dei tanti contesti culturali nei quali hanno preso parola – “parola di uomini” – e interrogarsi sul senso da dare al loro essere canonici e normativi. In molte pagine della Scrittura sono presenti episodi che sembrano autorizzare la violazione di diritti elementari, come il votare allo sterminio i nemici, la vendita degli schiavi e la violenza sulle donne.

Tra i due estremi – usare la Bibbia per giustificare tutto, rifiutarla perché contraria alle nostre sensibilità –  va percorsa un’altra via, una via che porti all’uso delle fonti bibliche e della Tradizione conferendo ad esse un carattere fondativo o rivelativo, ma non giustificativo: esse (Bibbia e tradizione) orientano una fede in cammino e non dogmaticamente definita. In tal modo si eviterebbero, da una parte, proiezioni anacronistiche di problemi odierni su testi antichi e, dall’altra, si opererebbe una importante differenza tra l’ideale messaggio della fede salvifica e i limiti contingenti umani, legati alle specifiche epoche storiche nelle quali quei testi sono stati elaborati.

SECONDA QUESTIONE. LE TESTIMONIANZE STORICHE

Alexandre Faivre chiama «la istituzionalizzazione per inferiorizzazione» la forma che si è affermata nel cristianesimo attraverso un lungo processo di assimilazione e di adattamento con le categorie gerarchiche e politiche delle culture che lo hanno attraversato (giudaismo, filosofia greca, diritto romano). Le dimensioni istituzionali che le Chiese hanno assunto quanto devono alle culture patriarcali che hanno incontrato e che hanno assimilato? La struttura androcentrica, seppur storicamente legittima, è l’unica scelta possibile di organizzazione ecclesiale? 

Queste domande spingono verso una rilettura delle testimonianze storiche relative ai tentativi di “democratizzazione” della Chiesa da parte dei cristiani, uomini e donne, chierici e laici, teologi e semplici battezzati. Penso alle posizioni “eretiche medievali”, che spingevano verso una più egualitaria distribuzione di compiti fra tutti i credenti – ad esempio, i montanisti, i guglielmiti, i valdesi -; alle teorie conciliariste, indirizzate verso una collegialità nell’esercizio dell’autorità; alla riscrittura delle regole monastiche nel senso di partecipazione fraterna; a tutte quelle esigenze di renovatio che attraversano la storia cristiana – cattolica e riformata (evangelismo, movimento quacchero, i vetero cattolici …) – come istanze di quella che oggi chiameremmo “partecipazione democratica”. Potremmo e dovremmo ripercorrere la storia cristiana dalle origini ai giorni nostri, evidenziando la ricerca di soluzioni proposte più attinenti a un’ispirazione di fondo legata alla uguale dignità di tutti i battezzati, uomini e donne, chiamati tutti alla sequela e al servizio reciproco.

TERZA QUESTIONE. IL MODELLO ECCLESIOLOGICO

Quale Chiesa? La comunità cristiana si è declinata diversamente nella storia e non tutti i modelli hanno uguale valore. L’opzione del modello che è stato assunto dalle singole Chiese non comporta necessariamente che esso sia da considerarsi assoluto; si tratta, infatti, di un modello analogico e, pertanto, inadeguato e perfettibile. La Chiesa cattolica è stata considerata immutabile e permanente, dalla forma stabile e monolitica. Oggi assistiamo, però, alla rottura dei sistemi rigidi. Ci muoviamo in contesti fluidi, segnati da fragilità, debolezza, limite, vulnerabilità, cambiamento. L’orizzonte ecclesiale è variegato. I modelli ecclesiologici sono diversamente modulati.

Occorre considerare le interconnessioni tra organizzazione istituzionale, visione di Dio e presupposto antropologico. Bisogna chiedersi se, cambiando lo spazio culturale o il paradigma antropologico, si possano rivisitare tanto i testi sacri quanto la Tradizione (o le tradizioni) e la vita delle stesse Chiese, non limitandosi a meri adattamenti di superficie, ma aprendo i tradizionali modelli ecclesiologici secondo i principi della comunione e della corresponsabilità apostolica, inclusiva delle donne.

LE ASIMMETRIE TRA VANGELO, DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI

Troppo spesso le religioni hanno fatto ricorso a Dio per legittimare diseguaglianze. Come conciliare l’annuncio del Vangelo e la codificazione dei diritti umani?

Non ci dovrebbe essere opposizione tra diritti umani e Vangelo: l’annuncio di salvezza è rivolto indistintamente a tutti gli esseri umani, legati da comunione di amore fraterno. Tuttavia, voglio spingere oltre la mia riflessione.

Diritti e Vangelo sono due realtà asimmetriche: l’etica della fratellanza, infatti, non è riducibile alla democrazia e lo stile di vita evangelico non è modulato su di un criterio di pura giustizia retributiva. Ci troviamo in presenza di due diversi piani concettuali.

Se è vero, per fare un esempio, che la giustizia non dovrebbe escludere i valori della solidarietà, e della benevolenza, è altrettanto vero che l’etica dell’amore proposta nei Vangeli segue la regola dell’asimmetria nello spingersi al di là delle esigenze della giustizia: pensiamo all’amore gratuito che si spinge fino all’amore per i nemici. Il Vangelo è motore di trasformazione e di promozione di diritti sempre nuovi.

Le Beatitudini si pongono al di sopra della Legge, in quanto poste ad un livello diverso da quello giuridico; esse sollecitano diritti “altri”. Le convinzioni derivanti dalla Rivelazione – l’essere stati creati ad immagine di Dio, l’annuncio della salvezza rivolto a tutti senza distinzione, l’appello alla responsabilità – hanno spinto e spingono verso una ricerca dinamica di modi di attuazione concreta dei valori annunciati.

Il cristianesimo è a fondamento dei diritti umani, ma non si esaurisce in essi, in quanto fa riferimento a un universo normativo situato al di fuori delle norme giuridiche, le quali non riescono a regolare tutta la ricchezza delle relazioni umane. In tal senso l’annuncio evangelico, attento alle singolarità incarnate, interpella tutte le politiche di uguaglianza, senza ridurle all’assimilazione o all’omologazione; spinge a contestualizzare la soggettività etica del credente senza fare discriminazioni circa la sua identità sessuale o la sua appartenenza etnica.

Dobbiamo riformulare le domande sul rapporto tra lo stile di vita radicale e alternativo di Gesù e la costruzione della religione cristiana e delle Chiese e chiederci se non dobbiamo superare le sedimentazioni storiche per recuperare, attraverso quell’annuncio del Regno che trasforma la vita, un modo diverso di vivere la vita nella comunità ecclesiale. Questa, al di là dell’organizzazione democratica, non dovrebbe, infatti, separare i laici dal clero, né gli uomini dalle donne. Il messaggio di Gesù è rivolto in egual modo a tutti gli esseri umani. Centrando l’essenzialità della fede nei rapporti di amore e di condivisione che si instaurano tra le persone, Gesù esce dall’ambito del sacro e riconsegna a ciascuno un’identità aperta che è chiamata, nella sequela della sua persona, ad una umanità integrale. Il sovvertimento delle gerarchie e dei poteri del mondo, il rifiuto del sistema di puro/impuro, la centralità della persona chiamata a rispondere in prima persona all’annuncio del Regno, il superamento di caste e discriminazioni, tutto ciò ha innestato ineludibili dinamiche di trasformazione nella storia della società occidentale, che hanno contribuito all’affermarsi dei diritti umani e della democrazia, al riconoscimento della dignità della donna,  nonostante le spinte contrarie presenti all’interno dello stesso cristianesimo. Per questo il cristianesimo può contribuire ad allargare gli orizzonti delle società contemporanee e diventare un arricchimento per il pluralismo e per la vitalità culturale degli ordinamenti democratici.

INFINE: UNA CHIESA PER QUALI DONNE?

Voglio chiudere con una riflessione che nasce dallo studio e dall’esperienza di vita. Mi sono occupata di un caso di monacazione forzata, esattamente di Enrichetta Caracciolo, monaca in S. Gregorio Armeno, uno dei più antichi e prestigiosi monasteri napoletani. Alla morte del padre, Enrichetta rimase sotto la tutela della madre che, desiderosa di risposarsi, la costrinse ad entrare in monastero. Lei non voleva vivere in monastero e fece di tutto per uscirne finché non riuscì a scappare, a unirsi a Giuseppe Garibaldi e a combattere per l’Unità d’Italia. Enrichetta racconta la sua storia in un libro, Misteri del chiostro napoletano, pubblicato nel 1864, dove esprime giudizi molto severi contro gli uomini di Chiesa (confessori, padri spirituali, vescovo) che la tengono prigioniera e che non comprendono la sua ansia di libertà.

Ma mi chiedo: siamo sicure che le tutte le colpe siano degli uomini? Non è stata forse la madre a metterla in monastero contro la sua volontà? E non sono forse le consorelle monache ad ostacolarla con le loro gelosie e inimicizie, come lei stessa ci racconta nel suo libro denuncia?

Le donne sono spesso nemiche delle donne. È una riflessione che dobbiamo fare con serenità e impegno e che tocca anche noi donne, teologhe dell’Afert. Sono a conoscenza delle fratture all’interno del gruppo spagnolo, di inimicizie nel gruppo di lingua tedesca, di tensioni nel gruppo italiano. Se non riusciamo a creare reti di solidarietà, di condivisione, di aiuto reciproco, di comprensione, di sostegno, di appoggio… e l’elenco può continuare ancora, non potremmo difendere i nostri diritti, costruire la democrazia, vivere la comunità dei redenti in Cristo.

Aiutiamoci. Non cerchiamo solo di inventare “parole nuove”, come disse Virginia Woolf (nell’opera Le tre Ghinee) nell’opporsi alla guerra, ma mettiamo in atto “pratiche nuove”. Non ripetiamo dinamiche di potere, ma, con un nuovo spirito creativo, attuiamo modi veri di convivialità. Fondiamo “Ordini della Sororità”, come ha fatto in Italia Ivana Ceresa, una laica, amica della filosofa Luisa Muraro, che nel 2002 ha dato vita a una esperienza di sororità, «per mettere al mondo la Chiesa madre». Cerchiamo di avere, infine, una grande visione utopica, che dia respiro a questo mondo asfittico, che apra orizzonti a questa miopia dei cuori, che sappia trascinare le nostre passioni nella costruzione di società e di Chiese dove regnino giustizia e diritto, ma anche misericordia e comunione, tra donne e uomini, tra uomini, tra donne.

Adriana Valerio

Religione e anarchia

Autore: liberospirito 9 Nov 2011, Comments (0)

Una breve segnalazione. Per chi fosse interessato comunichiamo che sabato 12 novembre, alle ore 17,30, presso la sede dell’Ateneo degli Imperfetti, in via Bottenigo 209 a Marghera (Venezia), si terrà un incontro con Federico Battistutta sul tema “Religione e anarchia”.

In ricordo di Enzo Mazzi

Autore: liberospirito 6 Nov 2011, Comments (0)

Per ricordare don Mazzi, il “prete dissidente” dell’Isolotto recentemente scomparso, pubblichiamo un suo intervento critico riguardante il libro scritto dall’attuale pontefice su Gesù. Il testo è apparso sul quotidiano “Il manifesto” ed è stato poi riportato sul web. Noi l’abbiamo recuperato dal sito di “Tempi di Fraternità”. Tra i suoi testi ricordiamo Il valore dell’eresia (2010) e Cristianesimo ribelle (2008), entrambi pubblicati da Manifestolibri.

Il nuovo libro di Ratzinger. Il Gesù «storico» e le verità della Chiesa
Enzo Mazzi

Rivela un affanno il nuovo libro su Gesù con cui papa Ratzinger si adopera a mostrare e dimostrare la storicità di Cristo e in particolare della morte-resurrezione di lui. Lo ammette chiaramente quando scrive: “la barca della Chiesa … spesso si ha l’impressione che debba affondare”. Ed ecco l’importanza della realtà pienamente divina e pienamente umana del Salvatore Gesù.
E’ Gesù Cristo l’unico salvatore e la chiave della salvezza universale. Ed è la Chiesa cattolica governata dal papa e dai vescovi uniti al papa la custode unica e universale per tutti i secoli della chiave affidatale da Gesù. Tutta la ricerca umana di senso della vita e di salvezza materiale e morale sarebbe completamente inutile senza il Dio che si fa uomo e offre in sacrificio la sua vita.

Sono due millenni che queste “verità”, questi assoluti, vengono ripetuti identici, declinati in codici espressivi diversi tradotti in tutte le lingue del mondo ma sempre nella sostanza uguali a se stessi: è Gesù l’unico salvatore universale attraverso il suo sacrificio perenne.
Di fatto del Gesù storico non si sa quasi nulla. Ormai è un dato acquisito nella teologia biblica non servile. I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo in ambiente pagano. Inoltre è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non sono i Vangeli canonici. Sono le tradizioni dei cosiddetti “loghia”, cioè dei “detti” di Gesù.
Che prima sono stati tramandati oralmente nell’ambiente palestinese e poi sono stati inseriti nei Vangeli. Quei “detti” di Gesù sono “il Vangelo prima dei Vangeli”. Poi il Vangelo dei detti di Gesù è andato perso perché gli scribi smisero di farne copie in conseguenza della fissazione autoritativa del canone. Oggi si direbbe sbrigativamente che ha subito una censura.

E’ stato recuperato o riscoperto nel 1838, attraverso un delicato lavoro di filologia, incastonato nei Vangeli canonici. E’ stato pubblicato solo nel 2007 in italiano dalla Queriniana in un volume a cura di un grande specialista, James M. Robinson: I detti di Gesù. Questo ritardo di quasi due secoli la dice lunga sulle resistenze poste dall’autorità ecclesiastica alla pubblicazione di un testo storico che mette in crisi le certezze dogmatiche.

Perché è importante questo “Proto-Vangelo”? Perché l’immagine di Gesù che se ne ricava è molto diversa da quella fissata nelle narrazioni canoniche dei Vangeli. E soprattutto è diversa l’immagine che si ricava del cristianesimo nascente. Non ci sono che nel sottofondo racconti di miracoli e soprattutto non c’è notizia dei fatti della nascita, della morte e della resurrezione. Questa assenza di eventi così fondamentali per i Vangeli canonici e poi per il dogma è impressionante.

L’accento è posto non sulla persona di Gesù ma sul messaggio e sul movimento messianico di impegno per la realizzazione del “Regno di Dio”. Il quale tradotto in termini moderni si potrebbe definire come movimento per un “mondo nuovo possibile”. Il Gesù del “Proto-Vangelo” è soprattutto un “figlio dell’uomo” che alla lettera può significare “Figlio dell’umanità”, parte di un movimento storico di liberazione radicale.
C’è in quel documento solo un’eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. E’ assente l’essere divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l’umanità peccatrice. Il quale invece sarà poi offerto soprattutto dalla Chiesa di Paolo al mondo pagano avido di sacro e di salvezza mistica.

Ovviamente le persone all’origine di questo Proto-Vangelo, che di bocca in bocca si tramandavano i detti di Gesù, conoscevano la morte di Gesù. Ma per loro la morte del profeta non aveva il significato di sacrificio. Non si sentivano impegnati ad annunciare la morte. “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” – è un’affermazione fondamentale del Proto-Vangelo.

Non la morte né il sacrificio né il miracolo aveva cambiato la loro vita. Ma il messaggio culturalmente rivoluzionario di Gesù aveva dato un senso nuovo alla loro esistenza; in quello e non nel miracolo trovavano il senso della resurrezione; quel messaggio e l’esperienza di vita che c’era dietro si sentivano impegnati ad annunciare perché cambiasse la vita di molti e trasformasse radicalmente la società dando vita a un mondo nuovo.
La teologia sacrificale del Cristo che salva in quanto Figlio di Dio morto e risorto verrà dopo, quando il cristianesimo dovrà rivolgersi al mondo pagano. Sarà tale teologia la carta vincente, il fulcro del trionfo della nuova religione. Un trionfo però contestato da persone, anche sinceramente credenti, con senso critico, lungo tutta la storia, dall’antichità fino ad oggi, quale tradimento e devitalizzazione del Dna generativo del movimento di Gesù.

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