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Archivi: giugno 2011

Angelicamente anarchico

Autore: liberospirito 28 Giu 2011, Comments (0)

Tutti conosciamo don Gallo. Forniamo qui di seguito la data di un’iniziativa che vedrà la sua diretta partecipazione.

 A Piacenza, venerdì 1 luglio, alle ore 21,30, presso il Palazzo Farnese, nel centro della città, avrà luogo lo spettacolo/racconto dal titolo Angelicamente anarchico. L’ingresso è libero ad offerta e il ricavato andrà alla Comunità di San Benedetto al Porto di Genova.

Sarà una nuova occasione per ascoltare i suoi racconti e condividere le sue esperienze.

Se non ora, quando?

Autore: liberospirito 15 Giu 2011, Comments (0)

…siete per sempre coinvolti

Fabrizio De Andrè

 Un capitolo, all’interno del libro del teologo tedesco Eugen Drewermann Il messaggio delle donne (pubblicato da Queriniana) fa riferimento al venerdì santo, giorno della passione di Gesù, con parole che, in questi tempi di “guerre umanitarie”, “gente clandestina”, di ipocrisie e corruzione per ogni dove, val la pena ascoltare e su cui merita riflettere. Ne riporto alcuni passi:

 “In questo mondo è mille volte meglio morire come un bambino che uccidere come un adulto. (…) Perché ci risulta così pesante fare semplicemente ciò che crediamo essere la verità? E perché ci lasciamo costantemente ficcare in testa dai giornali, dalle trasmissioni radiotelevisive, dalla propaganda che la verità non ha alcuna possibilità di successo e che non è lecito viverla – per senso di responsabilità?  Anche un uomo come Pilato non voleva giustiziare Gesù; ma credette di avere il dovere di farlo. Bisogna arrivare a capire questo freddo sadismo del calcoloAnche un uomo come Caifa non voleva eliminare Gesù, credeva semplicemente di sapere che non ci si poteva più permettere quel profeta di Nazaret. Bisogna arrivare a capire questo cinismo pragmatico. Altrimenti il venerdì santo non avrà mai fine su questa terra intrisa di sangue. (…) Ogni ordine, anche se sbagliato, ha il suo esecutore materiale. (…) I peggiori delitti non vengono compiuti per il desiderio di uccidere; è più diabolica l’obbedienza, che ha paura di riflettere per conto suo sul contenuto di determinati ordini. Il predatore più terribile di questo mondo non è la pantera o il leone bensì un tipo umano che ha rinunciato a pensare, delegando la sua responsabilità ai sistemi, ai gradi, alle gerarchie. Quelli che sono sempre innocenti, questi cronici della coscienza pura, questi notissimi attivisti del dovere, sono loro i più tremendi; hanno sempre pronto il loro pretesto, portano sempre con sé il loro bravo certificato attestante che la loro coscienza è candida come il bucato, e alla fine dei conti non sono mai stati loro. (…) Non portate il cervello all’ammasso; diventate responsabili delle vostre azioni! Se non si rischia la propria libertà, la propria competenza, la propria responsabilità, il venerdì santo tornerà sempre.”

 A queste parole desidero fare un’aggiunta, perche credo sia importante non  tirarsi fuori dal gioco e cercare di sviluppare la capacità di vedere, presenti al proprio interno, tutte le caratteristiche del nostro essere umani, comprese le peggiori.

La vita della maggior parte di noi scorre ai margini dei giochi di potere, lontanissima dai luoghi decisionali, indaffarata nel lavoro quotidiano. In questa condizione – meri osservatori dell’andar del mondo – è facile tirarsi fuori e pensare se stessi come quelli buoni e bravi che mai e poi mai…

Di questa certezza ho paura, mi inquieta il non riconoscere in sé l’ombra del male che, messi alle strette, in situazioni differenti, buie, di pericolo, può agire come non avremmo mai pensato e cambiare la nostra fisionomia. Sento importante chiamarsi in causa, fare sforzo di immedesimazione, comprensione delle ragioni dell’altro, anche se assurde. Questo non per giustificare ma perché comprendere aiuta noi stessi ad essere autenticamente noi stessi, con tutto ciò di cui siam fatti, e prendere posizione, opporsi, ribellarsi – o qualsiasi atteggiamento si ritenga giusto nel momento preciso che lo richiede – senza schieramenti fanaticamente ideologici e pericolosi, in senso magari opposto, ma uguale, a quello per cui vorremmo alzar la voce.

A questo proposito Etty Hillesum nel suo diario, scritto tra il 1941 e il ’43, diceva:

 “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. (… ) La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. (…) E fa poi gran differenza se in un secolo è l’Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. (…) Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro (…) Molti di coloro che oggi s’indignano per certe ingiustizie, a ben guardare s’indignano solo perché quelle ingiustizie toccano proprio a loro: quindi non è un’indignazione veramente radicata e profonda”.

 E’ arrivato il tempo in cui indispensabile è chiamarci in causa tutti, nessuno escluso, domandarci come e iniziare a rimboccarsi le maniche perché, come recita una frase, molto usata ultimamente ma efficace: se non ora, quando?

S.P.

Un cammino verso se stessi

Autore: liberospirito 5 Giu 2011, Comments (0)

“C’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”

Martin Buber

Una caratteristica fondante su cui si basa questo tipo di società dominante è l’omologazione dei suoi aderenti e il loro allineamento su una serie di input che provengono dal sistema stesso.

Dalla moda agli orientamenti politici, dallo stile di vita agli svaghi, gran parte della vita quotidiana delle persone è oggi irregimentata in un percorso abbastanza omogeneo e in un certo senso scontato sin dalla più tenera età.

Soprattutto ci pare di poter dire che è un cammino che concorre a creare individui che supportano l’esistente e ne procrastinano le ingiustizie, le violenze, l’ignavia, la distruzione del pianeta e la mancata distribuzione delle risorse in modo equo.

A fronte di tutto questo, però, è chiaro che dal punto di vista etico e filosofico sarebbe opportuno mettere in risalto e rilanciare l’unicità di ogni individuo che è in realtà l’essenza costitutiva dell’essere umano.

Il riappropriarsi di ciò che siamo individualmente, delle nostre reali aspirazioni e dei nostri talenti, indipendentemente dal canto delle sirene che ci ammalia dai media televisivi o dalle vetrine colorate dei centri commerciali, sarebbe un bellissimo salto evolutivo per la qualità della nostra vita e di quella degli altri.

Il cammino individuale, infatti, si allarga a una visione più ampia nel momento in cui viene a confrontarsi col cammino dell’altro, con cui intesse un dialogo arricchente fondato proprio sulle specifiche diversità e competenze. È uno scambio energetico e umano a doppio senso. L’esatto contrario di ciò che avviene solitamente oggi, dove vi è un flusso di impulsi unidirezionale da un centro (di potere: politico, religioso, economico che sia) a una vasta periferia sociale standardizzata e in attesa di costanti stimoli esistenzialmente pseudomotivanti.

È certo che intraprendere una strada già ampia e tracciata è molto più facile e una tentazione quasi impossibile da evitare per la stragrande maggioranza di tutti noi. Essere se stessi è senz’altro un suggerimento di grande difficoltà attuativa e soprattutto è una meta che può anche spaventare dato che il risultato non è chiaro né certo, c’è spesso disistima e scoraggiamento ed è tutto un percorso in salita.

Tuttavia sembrerebbe molto logico e razionale riflettere sul fatto che ad esempio Mario deve essere Mario. Non può essere Vittorio. È banale, ma oggi spesso si sentono solo persone che vorrebbero essere ciò che non sono, che vorrebbero avere i capelli riccioli se li hanno lisci, o castani se li hanno biondi, che vorrebbero essere il calciatore osannato di turno o l’attore famoso del momento. Molte persone oggi passano la vita a rincorrere il sogno di essere qualcosa di molto diverso da quello che sono realmente, trascurando la ricchezza interiore insita in ognuna di esse.

Come primo passo, sarebbe forse interessante prendere coscienza del fatto che il messaggio che oggi viene veicolato dai mass media e dai vari supporti del regime consumistico (cartelloni pubblicitari ecc.) e diffuso in ogni momento della nostra vita quotidiana, non è l’unica e assoluta verità. Sull’altare degli ipermercati non c’è nessun dio. Tanto meno su quello delle patrie.

La grandezza morale dell’essere umano si misura nel suo discernimento di fronte all’esistente. Il suo discernimento, la sua singola capacità di fare delle scelte secondo la propria coscienza. Anteporre la coscienza all’obbedienza di cattolica memoria è un insegnamento spirituale antico. Sebbene possa non sembrare tale. Non siamo assolutamente obbligati a innestare nella nostra vita i principi cristiani snaturati che ci sono stati inculcati e che caratterizzano anche inconsapevolmente le nostre azioni e i nostri dogmi interiori nelle società occidentali.

La storia, ad esempio, dei cosiddetti “fraticelli”, i monaci francescani spirituali del Duecento che si discostarono dai più omologati “conventuali” ne sono una dimostrazione chiara. La vicenda del papa del “grande rifiuto”, Celestino V, e dei suoi seguaci, i celestini appunto, ne sono un’altra [1]. Tanto per citarne solo due di chiara appartenenza cattolica e che ne rappresentano in un certo senso una summa.

Oggi direi che alla necessaria adesione all’affermazione per cui “l’obbedienza non è più una virtù” di milaniana memoria vada aggiunta anche una diffida da qualsiasi omologazione distruttiva della dignità e della creatività umane.
 
La fratellanza, infatti, alla fin fine, non si materializza nel fare tutti la stessa cosa, ma nella dinamica per cui ognuno dà all’altro il proprio tesoro interiore. Proprio per questa nostra diversità individuale abbiamo a disposizione un’infinità di percorsi per raggiungere la sorgente della realizzazione. La ricerca e l’esperienza di un cammino personale dovrebbero dare all’uomo il senso di pienezza in tutti i suoi aspetti.

Per arrivare a questa meta occorre cominciare dunque da se stessi. Un buon processo comportamentale concreto di aiuto a questo intento di camminare nella verità (ossia di raggiungere ciò che si è veramente) potrebbe consistere nello sforzo costante di unire il pensiero, la parola e l’azione. Dire ciò che si pensa e fare ciò che si dice richiede un grande impegno e una assidua attenzione, ma ciò crediamo sia uno dei pochi percorsi per noi disponibili per diventare degli esseri unici senza il dolore di provare continui conflitti interiori ed esteriori. Questi nascono, molte volte dalla nostra incapacità di essere prima in pace con noi stessi.

Chi ha trovato un certo equilibrio e armonia con la sua vera essenza, sicuramente riesce a gestire meglio i conflitti propri e quelli altrui. Lavorare sulla connessione e coerenza tra pensiero, parola e azione è certamente il modo di essere veramente noi stessi e coerenti. Se scrostiamo la nostra vera natura delle varie impurità che vi si sono incollate potremmo fare delle grandi scoperte.

Il filosofo Martin Buber ha dedicato alcune sue riflessioni a questo tipo di percorso avvalendosi anche della potenza evocativa delle parabole yiddish. In un suo noto libretto egli racconta una storiella con cui ci piace concludere queste considerazioni:

“Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. [2].

Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!”. E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”.

‘Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare’”

Dentro di noi c’è la potenzialità del cambiamento e di una realizzazione nostra e del mondo. Indipendentemente dal mobbing quotidiano del sistema cui siamo assoggettati. Basta credere ai sogni.

Valerio Pignatta

1. Si veda ad esempio Silone, Ignazio, L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, Milano, 1974, dove la sua vicenda viene narrata in maniera davvero affascinante.

2. Buber, Martin, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano, 1990, pp. 57-58.

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