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Archivi: marzo 2011

Guerra libica. Di nuovo

Autore: liberospirito 20 Mar 2011, Comments (0)

L’altro giorno sono iniziati i bombardamenti contro la Libia. Anche l’Italia è della partita. C’è chi ha parlato (il presidente Napolitano) di offrire il nostro aiuto a un popolo che sta vivendo il suo personale “Risorgimento”: l’azione umanitaria (sic!) dovrebbe avere come obiettivo quello di liberare il popolo libico dal despota Gheddafi, che sta tiranneggiando e trucidando la sua stessa gente. Ma più di una voce ha sollevato la domanda: perché, tra tutti Paesi in cui vengono regolarmente violati i diritti umani, interveniamo soltanto in Libia e proprio adesso? Forse la risposta sta nel provare a mettere in relazione la crisi della centrale nucleare in Giappone con questo intervento militare: cioè, la necessità di avere sempre più energia a disposizione hic et nunc, considerando i rischi connessi alla produzione di quella nucleare; ma anche la volontà di sovradeterminare le recenti rivolte scoppiate nelle aree geopolitiche ricche di petrolio, di cui il “caso Libia” è l’esempio più attuale e drammatico. Non si può restare zitti di fronte a tali avvenimenti. Anche questo blog prende parola, riportando di seguito l’appello scritto da Giulietto Chiesa, Alex Zanotelli, Massimo Fini e altri, apparso un paio di giorni fa.

No all’intervento militare contro la Libia

Mi proponevo di scadenzare i miei interventi a ritmi più lunghi, ma la crisi mondiale galoppa a tale velocità che non si può restare indietro. Poiché temo che siamo alla vigilia di una guerra, questa volta alle nostre porte, ritengo mio dovere dire cosa sta succedendo. Lo faccio non da solo, ma insieme ad altre persone che stimo. Forse contiamo poco, ma, per quel poco, abbiamo deciso di far sentire la nostra voce. Per un dovere non solo politico ma soprattutto morale. Noi non usiamo due pesi e due misure. E ricordiamo, per esempio, il silenzio che accompagnò l’eccidio dei palestinesi della striscia di Gaza. Allora nessuno gridò all’intervento militare contro i massacratori e contro uno stato sovrano quale Gaza era già divenuto.
Adesso ci risiamo con gl’interventi “umanitari”. Stare zitti non si può. Quello che segue è il parere comune di un gruppo di privati cittadini. Altri, se vorranno, potranno aggiungersi.
Dopo il voto, inaccettabile, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha autorizzato, insieme alla no-flight zone, il ricorso a “tutte le misure necessarie” (di fatto il via libera ai bombardamenti), si moltiplicano le notizie di un imminente intervento militare anglo-francese (con una misera foglia di fico araba) sulla Libia.
Noi, che siamo cittadini di un paese che porta responsabilità grandi per la situazione che storicamente si è creata in Libia, ci dichiariamo disponibili a sostenere ogni azione legittima che contribuisca a fermare lo spargimento di sangue e a trovare una soluzione politica alla crisi, mentre dichiariamo la nostra ferma contrarietà ad ogni azione bellica condotta dall’esterno contro un paese sovrano.
Quale che sia il regime, quale l’ordinamento che lo regge, la Libia resta un paese sovrano. Un paese diviso, in preda a una guerra civile assai grave, che ha già prodotto migliaia di vittime, ma non vi sono tribunali esterni, tanto meno armati, che potranno sciogliere legittimamente i nodi che vi si sono aggrovigliati. Non c’è alcuna legittimità in questa impresa, se verrà tentata.
L’obiettivo dei sostenitori dell’intervento è consegnare la Libia a un partner affidabile in qualità di fornitore di materie prime energetiche.
Sappiamo già che la no-flight zone sarà presa come pretesto per bombardamenti, come al solito “chirurgici”, di cui altri morti, militari e civili, saranno il prezzo che il popolo libico dovrà pagare.
Ironia della sorte, toccherà di nuovo a Francia e Inghilterra il ruolo infausto che assunsero nella lontana crisi di Suez. Allora agirono apertamente nel loro interesse. Oggi fingono di farlo per “ragioni umanitarie”.

Giulietto Chiesa, Marino Badiale, Maria Bonafede, Gennaro Carotenuto, Angelo Del Boca, Tommaso Di Francesco, Massimo Fini, Maurizio Pallante, Fernando Rossi, Alex Zanotelli.


Chi è il tuo Dio?

Autore: liberospirito 14 Mar 2011, Comments (0)

L’immagine che possiamo osservare qui sopra è opera di William Blake. Si tratta di un’incisione del grande visionario inglese che ha come tema Dio. Sul numero di febbraio di quest’anno del mensile “Tempi di Fraternità” (http://www.tempidifraternita.it/) è apparso un questionario dal titolo Chi è il tuo Dio? rivolto ad alcuni collaboratori della rivista. Si tratta di cinque domande a bruciapelo (quanto meno impegnative) a cui veniva chiesta una risposta sintetica (pure questo esercizio impegnativo). Nel numero precedente erano state rese pubbliche le risposte al medesimo questionario fornite da un gruppo di studenti.

Proponiamo di seguito gli interrogativi posti e le risposte formulate da Federico Battistutta. Il lettore interessato alle questioni potrà considerare il tutto come un invito e, a sua volta, provare a entrare nel vortice delle domande, rispondendo e coniugando le domande in prima persona: potrà essere un’occasione per confrontarsi con quesiti mai incontrati o che non si è mai voluto toccare o, se ci si è misurati, si è rimasti magari ancorati a formule prefabbricate. Buon viaggio.

1) Che idea hai di Dio?

Non posso dire di avere un’idea di Dio. Al contrario, quello che con gli anni si è venuto formando in me è una sorta di ‘ateismo religioso’, che non significa l’affermazione della non esistenza di Dio, tutt’altro, cerca di essere un tentativo di purificare il sentire religioso da ogni ombra di idolatria (“Non ti farai idolo né immagine alcuna…”). A questo proposito, il silenzio di Buddha in materia teologica è davvero un grande insegnamento. L’idea di fondo è che in ogni teismo espresso si annidi il pericolo di idolatria. (E, pensando a tutta la tradizione apofatica, sento di trovarmi in buona compagnia).

 2) Come te lo raffiguri?

“Dio nessuno l’ha mai visto”. Così come cerco di non avere un’idea di Dio, ugualmente tendo a non raffigurarmelo. Su ciò condivido l’opinione che espresse il vecchio Max Horkheimer: Dio non può essere oggetto di dimostrazione o rappresentazione, ma solo di una nostalgia sconfinata verso un senso di piena e perfetta giustizia. Sento che qualsiasi tipo di raffigurazione sia – volente o nolente – una forma di antropomorfismo culturalmente determinato (come diceva Feuerbach: volta la carta e dietro ogni teologia trovi un’antropologia).

 3) E’ presente nei tuoi pensieri?

Nel buddhismo zen si parla di meditare su di un kōan, vale a dire trovare la soluzione a un’affermazione paradossale che contrasta con i più comuni principi della logica. Per me dire-Dio significa più o meno questo: andare alla radice di quelle domande di senso e di quei problemi per i quali sembra non esserci soluzione alcuna, e sostare, rimanendo con costanza, in silenzio, di fronte ad essi, proprio nella loro insolubilità.

 4) Interviene nella tua vita quotidiana?

Come disse una volta Jack Kerouac – il quale non era certo teologo, ma era comunque abitato da una forte tensione di ricerca – “voglio vedere Dio in faccia”. E’ stato coniato ormai da diversi anni, in campo psicologico, il termine ‘transpersonale’ che nella sua neutralità vuole indicare un’esperienza concreta che eccede i confini abituali dell’io e della persona. Ecco, più che avere un’idea o una rappresentazione di Dio trovo sia importante fare esperienza di Dio (senza per questo essere necessariamente mistici di professione) e comportarsi conseguentemente all’oltrepassamento della sfera del proprio piccolo io, nelle azioni verso i propri simili e verso gli altri viventi, affinché “Dio sia tutto in tutti”. 

 5) Che cosa puoi dire a proposito di Dio?

Prestiamo attenzione al secondo comandamento del decalogo che dice: non nominare il nome di Dio invano. Giacché il più delle volte lo facciamo proprio invano (quante guerre e carneficine sono state combattute in nome di Dio, per scopi umani, fin troppo umani!), forse sarebbe il caso se non lo nominassimo del tutto. Potremmo così autoinvitarci ad un piccolo esercizio di ascesi, astenendoci dal nominarlo per un certo periodo di tempo; sarebbe una sorta di moratoria rispetto ai pericoli di qualsivoglia appropriazione indebita del nome di Dio.