Crea sito

Archivi: febbraio 2011

Su la testa… e su le maniche

Autore: liberospirito 23 Feb 2011, Comments (0)

Il vero volto del potere

Le gestione del potere è uno dei veri noccioli della disuguaglianza e dell’infelicità nel mondo.

Nelle nostre società il potere è messo in relazione con persone umane o giuridiche del mondo dell’economia, della finanza e della politica.

In realtà la lotta per il potere è ormai diffusa a ogni livello della società, dalla scuola materna al ricovero per gli anziani. È un tarlo che corrode l’essere umano, talvolta proprio per poca cosa.

È una catena di reazioni ed emozioni per il dominio del proprio orticello o per il controllo dell’altro (familiare, dipendente, collega ecc.) che falcia ogni giorno migliaia di vite con la sua violenza e la sua ipocrisia che si ispirano brutalmente all’esempio “formativo” e illuminante della nostra casta di governo.

Come è giusto che sia, in quanto simpatizzanti di ogni forma di eresia, invitiamo qui a una presa di coscienza di quello che sono veramente il potere e la gerarchizzazione sociale e di come le sosteniamo inconsciamente anche nelle nostre piccole scelte quotidiane.

Queste dinamiche societarie inique sono le stesse da sempre. Il cavallo senatore di Caligola non è propriamente dell’altro ieri. Oggi però il tutto è mascherato da un velo di “democrazia” illusorio che si avvale della potenza dei mass media che, come ha mirabilmente dimostrato Noam Chomsky, riscrivono costantemente la realtà ad uso e consumo dei potenti di turno.

Oggi la pillola viene indorata con l’offerta ecumenica dell’ostia elettorale, porta sul piattino d’argento al cittadino ad ogni rissa tra i ladroni della gestione della cosa pubblica.

Ma votare, a destra o a sinistra che sia, ormai è chiaro a tutti, significa quasi sempre solamente prendere parte all’edificazione della falsa democrazia voluta dai satrapi occulti o meno del potere e dalle classi dominanti. Votare significa strutturare una società gerarchicamente e voler partecipare al potere, corruttore per definizione anche biblica([1]). Gli esempi di gruppi politici che dal momento in cui hanno accettato la competizione politica e l’ingresso nel sistema si sono depotenziati o sono degenerati sono numerosi([2]). È lo stesso processo che nei secoli ha interessato tutti i gruppi antagonisti al sistema di potere una volta giunti ad accaparrarselo.

Il potere devasta se stesso e gli altri checché ne dica qualcun altro. E più è vasto e sovranazionale e peggio è. La tendenza è all’accentramento dispotico. Basta vedere cosa sono in grado di fare organismi internazionali come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.

L’antica connessione potere-stato-violenza-oppressione è stata ben illustrata in un’opera di Mario Stoppino([3]). Lo studioso afferma che «Tra due partiti politici, uno di destra e l’altro di sinistra, vi possono essere grosse differenze, se si guarda ai programmi politici che essi intendono mettere in pratica una volta conquistato il governo([4]); ma essi appartengono entrambi alla stessa famiglia di animali politici, se si guarda alle strategie e alle tattiche che l’uno e l’altro utilizzano, nell’ambito di date regole del gioco, per cercare di riuscire vittoriosi nella lotta per il potere»([5]). Inoltre «Un individuo o gruppo può elaborare e coltivare un programma o una dottrina politica generale; ma non diventa perciò un attore propriamente politico (come parte della “classe politica”), e resta invece quel che si dice un “profeta disarmato”, se non si impegna nella lotta per il potere al fine di mettere effettivamente in pratica quel programma o quella dottrina. Per attuare un programma o una dottrina politica, occorre conquistare il potere politico di farlo: il che equivale a dire che occorre conquistare il potere politico, e dunque impegnarsi nella lotta per il potere»([6]). Ma la lotta per il potere «è la lotta per conquistare o per conservare le posizioni e i ruoli stabili dai quali si esercita il potere politico, cioè il potere associato al monopolio tendenziale della violenza»([7]). Dunque: programma politico = lotta per il potere = violenza = oppressione.

Coloro che vogliono aderire a un nuovo patto sociale di tipo libertario che si prefigura come auspicabile e inevitabile se vogliamo sopravvivere a questa catastrofe ecologica e socio-politica devono rompere definitivamente con questo meccanismo diabolico.

E senza aspettarsi alcuna tutela o dono della provvidenza nemmeno da parte di istituzioni giuridiche di qualsiasi tipo come tendenzialmente si tende a fare oggi aggrappandosi a petizioni, cause legali e battaglie in tribunale di ogni tipo. Infatti: «Chi dice diritto dice interesse»([8]). Prendiamone coscienza. La legge esprime gli interessi di chi l’ha formulata e sostiene la stabilità dell’intero sistema che opprime noi stessi e la natura.

Lo scrittore russo Lev N. Tolstoj, già più di un secolo fa, sottolineò l’importanza della coerenza e della necessità «di non tradire le proprie idee con la propria vita, di non tradire la propria dignità umana sottomettendosi a un’istituzione»([9]). Per Tolstoj «nessuna forma di governo, né elettiva, né ereditaria, né per diretta unzione divina, è stata fin oggi in grado di salvarsi dalla corruzione e dall’abuso del potere per fini privati. Al contrario, è risaputo che proprio le cariche rovinano gli uomini, e il miglior privato cittadino diventa inevitabilmente tanto più corrotto quanto più alta è la carica che viene a ricoprire»([10]). Anzi, la partecipazione a qualsiasi titolo alle istituzioni statali da parte di uomini intelligenti ed onesti ottiene come risultato solo quello di attribuire autorità morale a un organismo che di per sé non potrebbe mai averne. Senza quelle persone l’essenza brutale dello Stato sarebbe sotto gli occhi di tutti([11]). E in merito a quest’ultima Tolstoj fu esplicito: «Ogni governo, per poter essere un governo, deve essere composto dagli individui più insolenti, più brutali, più corrotti»([12]). E calcando la mano: «A queste associazioni a delinquere chiamate governi viene interamente rimessa la violenza contro la proprietà, contro la vita, contro il naturale sviluppo spirituale e morale di ogni individuo»([13]). Dalla scomparsa di queste istituzioni “criminali” ne sarebbe derivata secondo il nobile russo la scomparsa stessa o la diminuzione della violenza, che era la base organizzativa su cui esse si fondavano([14]). La fine di tutti i governi non avrebbe comunque significato anche l’estinguersi degli aspetti positivi delle norme di coesistenza sociale, dell’istruzione pubblica e della giustizia che avrebbero continuato ad esistere in una forma purificata dai mali del potere centralizzato([15]).

La percezione comune della politica e dei partiti è quindi così bassa per una ragione ben chiara ormai da quasi un secolo e mezzo.

L’indignazione popolare di fronte alle orge del potere di cui oggi vediamo alcune immagini sui media lascia a questo punto quindi abbastanza perplessi.

Ma davvero nel profondo c’è ancora qualcuno che si stupisce di fronte alla sostanza del potere e alle dinamiche che ingenera? Davvero ancora possiamo ritenere che la delega della propria esistenza ottenga risultati positivi che vanno nell’interesse di tutti? Davvero pensiamo che la comodità del teledivano sia così emancipante? Davvero pensiamo che possiamo proseguire come stiamo facendo lottando accanitamente per accaparrarci la presidenza del circolo bocciofila? Noi siamo lo specchio. Se non rinunciamo noi alla nostra fetta di micropotere quotidiano possiamo pensare veramente di cambiare le cose a livello societario? Deleghiamo ad altri come noi?

La debolezza è umana… ma anche  la forza. È una questione di volontà e di cooperazione. Non c’è molto da indignarsi. Su la testa… e su le maniche. 

Ⓐmen


[1]    Cfr. il libro dell’Ecclesiaste, Per un’analisi politica dettagliata dello stesso si veda Ellul, Jacques, La raison d’Être, Seuil, Paris, 1987.

[2]    Jacques Ellul riporta l’esempio dei Verdi tedeschi che negli anni ’80 del XX secolo espressero una potenzialità rivoluzionaria veramente notevole e che dopo l’accettazione dei seggi in Parlamento declinarono irrimediabilmente sia dal punto di vista ideologico che etico. Ellul, Jacques, Anarchia e cristianesimo, Elèuthera, Milano, 1993, p. 38.

[3]    Stoppino, Mario, Potere e teoria politica, ECIG, Genova, 1982, e in particolare pp. 153-183.

[4]    Oggigiorno questa differenza tra programmi di destra e di sinistra è in pratica scomparsa e tutto va uniformandosi alle esigenze del “libero mercato”.

[5]    Stoppino, Mario, Potere e teoria politica, cit., p. 272.

[6]    Loc. cit.

[7]    Ibid., p. 269.

[8]    Ellul, Jacques, La subversion du christianisme, Seuil, Paris, 1984, p. 154 [traduzione nostra].

[9]    Così Marco Bucciarelli nella Nota introduttiva a Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, La Baronata, Lugano, 1986, p. 13.

[10]  Tolstoj, Lev N. “La salvezza è in voi” [1894], uno stralcio del quale si può trovare ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 21-24, cfr. p. 23.

[11]  Tolstoj, Lev N., “A una signora liberale” [1896], ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 49-57, cfr. 51.

[12]  Tolstoj, Lev N., “Il concetto di nazione” [1900], ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 77-88, cfr. p. 83.

[13]  Ibid., p. 84.

[14]  Tolstoj, Lev N., “La schiavitù moderna ” [1900], uno stralcio del quale si trova ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 101-102, cfr. p. 101.

[15]  Tolstoj, Lev N., “Il concetto di nazione” [1900], ora in Tolstoj, Lev N., Scritti eretici, cit., pp. 77-88, cfr. p. 86.

Donne che guardano le donne/2

Autore: liberospirito 16 Feb 2011, Comments (1)

Anche noi siamo parte della storia

I disastri ecologici si susseguono uno all’altro, devastano i mari e la terra, distruggono la nostra sorgente di vita. Dal petrolio nell’oceano al largo della Louisiana alle coste calabresi, a quelle di Napoli e della Liguria, i rifiuti tossici seppelliti ovunque, la siccità nella foresta amazzonica. Si avvicina, e nemmeno tanto lentamente, uno scenario di devastazione che ricorda le drammatiche pagine narrate da Corman McCarthy nel suo libro The Road (vedi recensione al film tratto dallo stesso libro nella sezione Lumiere del nostro sito). Sembra essersi innescata una folle volontà suicida a cui nessuno vuole porre rimedio.

Nelle strade d’Italia dei giorni scorsi migliaia di donne (e uomini) sono scesi in piazza per rivendicare il diritto alla dignità dell’essere donna, ma non solo. Mi ricollego al post di qualche giorno fa e mi rimetto in causa, insieme alle altre donne, che invito a parlare e ad agire perché il sentimento d’angoscia e di impotenza che tutto questo sfacelo induce non mi piace. Voglio sforzarmi di guardare il male in faccia e cercare di trovare in me la forza che si sa opporre, che sa reagire, proteggere, costruire alternative.

Oltre a credere nell’importanza della denuncia, dell’adesione a tutte le forme possibili di opposizione sociale a questa follia, credo sia importante agire sul proprio comportamento quotidiano, per quanto microscopico possa sembrarci in confronto a tutto quel che ci sovrasta, mettendo in atto i propri sentimenti migliori. Partire dai piccoli gesti virtuosi e stra-detti (riciclo, riutilizzo, non inquino, consumo poco), ma anche grandi, come ridurre drasticamente il consumo di carne ad esempio, ancor meglio diventare vegetariani e non solo per salute, ma per rispetto verso gli animali e la terra. La produzione di foraggio causa disboscamenti e l’allevamento è una delle maggiori fonti di inquinamento del pianeta. (Senza parlare della violenza sugli animali e della tossicità della carne perché si aprirebbe un capitolo a parte. Vedi a questo proposito: Se niente importa di J. S. Foer, edito da Guanda,  e  La vita degli animali del grande J. Coetzee, pubblicato da Adelphi).

Tutto incomincia dal niente e dal piccolo, è la vita che procede in questo modo, ma bisogna iniziare.  Penso che chiunque senta in sé un bisogno religioso autentico, la necessità di partecipare alla vita, di averne cura e rispettarla, chiunque si interroghi sul senso profondo e ultimo del proprio e altrui esistere, così come sul senso del dolore, pur senza aderire ad alcuna confessione religiosa istituzionale, si senta responsabile per le sue azioni, per ciò che  insegna ai propri figli, per  ciò che testimonia e per quello che lascerà.

Se il sentire religioso ha in sè avere a cuore l’altro da me (non solo umano), ciò vuol dire che implica scelte di libertà per tutti e per ognuno e che quindi un sentire religioso autentico non può essere disgiunto dal bisogno di giustizia sociale e dalla comprensione che le nostre scelte sono anche scelte politiche. Non è proprio a questo sentire che il sottotitolo di questo blog e del sito ad esso collegato – religione e libertà  – allude,  declinandolo attraverso le molteplici voci che hanno provato a realizzarlo?

Noi donne dove stiamo in questo spazio? Andiamo indietro nel tempo a conoscere e ricordare la nostra storia di donne d’occidente che, se ci ha visto in larga parte vittime di soprusi e violenze, ci ha trovato anche resistenti, combattive, ribelli e propositive (1). Domandiamoci dov’è in noi quello spirito che fu delle donne del maggio francese, delle partigiane, ma, più indietro nei secoli, anche di tutte quelle donne autonome e ribelli che bruciarono sui roghi del tardo Medio evo ?

 Siamo parte della Storia e di una storia e in queste possiamo ritrovare forza e capacità di inventare i modi contemporanei per non subire passivamente.

Per questo invito ad arricchire le mie parole con le vostre, ad ampliare il mio discorso, controbattere, inviare materiale e poi far circolare queste pagine, in modo che le voci femminili possano risuonare partecipi su queste pagine.

 S.P.

 (1) Per una rapida carrellata sulla storia delle donne in occidente vedi: Michela Zucca, Storia delle donne, Napoli, Simone, 2010, che con i numerosi riferimenti bibliografici può consentire una conoscenza approfondita.

17 febbraio: religione e libertà

Autore: liberospirito 13 Feb 2011, Comments (0)

Il 17 febbraio 1600, a Campo dei Fiori, a Roma, dopo un indegno processo inscenato dall’Inquisizione, veniva arso vivo, come eretico, il filosofo nolano Giordano Bruno, punto di riferimento per la libertà di pensiero e di coscienza. Si concludeva in questa maniera il processo, iniziato con l’arresto a Venezia nel 1592 e successivamente proseguito con il trasferimento nelle carceri romane; (su questo – fra le numerose pubblicazioni – segnaliamo l’ottimo libro di Eugen Drewermann, Giordano Bruno. Il filosofo che morì per la libertà dello spirito, Milano, Rizzoli, 2000, in cui l’autore fa rivivere in maniera assai partecipata gli anni della formazione, l’ordinazione religiosa, i dubbi, le passioni, le dispute filosofiche, l’esoterismo, i viaggi attraverso l’Europa per sfuggire alla Santa Inquisizione, fino all’interminabile processo, al carcere, alla tortura e infine alla morte).

Ma il 17 febbraio indica un’altra data. Nel 1848, a Torino, con l’editto delle Lettere Patenti, il re sabaudo Carlo Alberto, concedeva i diritti civili ai valdesi e, successivamente, anche agli ebrei, evento fondamentale per la libertà religiosa in Italia. Era il timido inizio della pratica della tolleranza verso i valdesi e gli ebrei, che poi si sarebbe estesa ad altre chiese evangeliche presenti nel Paese. Intanto era entrato in vigore lo Statuto Albertino del ’48 che al suo articolo 1° recitava: “La religione cristiana cattolica apostolica romana è la religione dello Stato; gli altri culti ora esistenti sono tollerati secondo le leggi”.

Alla luce di questi due fatti significativi è stata presentata in Parlamento nel 2008 una proposta di legge per l’istituzione della “Giornata della libertà di coscienza, di religione e di pensiero”. Al momento non se ne è fatto nulla, tutto è fermo, altre sono le questioni ritenute prioritarie da affrontare.

Nonostante ciò la società civile si muove. A Torino, ad esempio, presso il Circolo dei Lettori (via Bogino, 9), si terrà in tale data una manifestazione che andrà avanti tutta la giornata. Inizierà con la proiezione del celebre film di Giuliano Montaldo dedicato a Giordano Bruno (interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volontè), proseguirà nel pomeriggio con lo spettacolo teatrale “Le fiamme e la ragione” di Corrado Augias, si concluderà in serata con il commento ad alcuni testi bruniani ad opera di alcuni studiosi (fra cui il filosofo Giulio Giorello). Altre iniziative avranno luogo in altre città, sempre sul tema della libertà religiosa.

Il sottotitolo di questo blog (e del sito ad esso collegato) è proprio: religione e libertà. Siamo infatti convinti che il destino di questi due termini stia nell’approfondimento della loro intima relazione: non c’è altra strada, non ci può essere l’uno senza l’altro; all’impoverimento dell’uno corrisponde immancabilmente quello dell’altro.

Per tutte queste ragioni non possiamo che aderire fino in fondo allo spirito di questa giornata.

(Su questo tema cfr. gli interventi contenuti nel volume collettivo: Religioni e libertà: quale rapporto?, a cura di Giuseppe Platone, Torino, Claudiana, 2008, che raccoglie gli interventi di autori di diversa estrazione, teologi, storici, giuristi, giornalisti, politici; da Paolo Ricca a Gabriella Caramore, da Maurilio Guasco a Valdo Spini e Paolo Ferrero).

Scriblerus

Donne che guardano le donne

Autore: liberospirito 8 Feb 2011, Comments (3)

Uno degli argomenti di cui si sente parlare in questo periodo – esasperato dalle vicende che hanno a che fare con il solito “presidente del consiglio” – riguarda le donne, l’uso della loro immagine, le loro scelte di vita, il loro ruolo. Ovviamente chiamate maggiormente in causa sono le giovani donne, quelle che stanno costruendosi una vita; e  le giovanissime, che guardano alle giovani e si fanno un’idea di come vorrebbero fosse la loro vita futura.

Noi che abbiamo superato la boa dei cinquanta e le scelte le abbiamo già fatte, più che altro siamo osservatrici. Siamo “diventate grandi” in uno scenario ben diverso dall’attuale, quello degli anni ’70, per certi versi migliore per altri no, senza tessere nessun elogio del buon tempo passato. Guardandoci intorno e quel che vediamo è un’immagine femminile molto sfaccettata su cui riflettere.

Ci sono le donne che si vendono per danaro che riempiono le pagine dei quotidiani dedicate alla politica; dato che si tratta del mestiere più vecchio del mondo, e tenuto conto che ci sono ben altre cose su cui val la pena indignarsi, è la cosa meno interessante. (Nello specifico sarebbe più utile, forse, domandarsi dov’è finita invece la politica ‘vera’ e cosa ne abbia preso il posto). Ma l’uso mediatico che di queste stesse donne viene fatto è più importante, poiché, così sottolineate, divengono  un possibile modello da imitare, nel piccolo o nel grande.

Ci sono i corpi delle donne che imperversano sui rotocalchi, ma anche sui quotidiani, in una continua suggestione all’acquisto di biancheria intima, scarpe, borsette, valigie e altro ancora, sempre e soltanto attraverso una più che esplicita allusione erotica o pseudo-tale. Corpi e atteggiamenti diventano possibili modelli agli occhi di chi si sta formando, di chi sta cercando la propria identità (compresa quella sessuale) e non è poca cosa.

Ci sono poi le giovani donne in cerca di un’occupazione che non trovano (come i giovani uomini peraltro, solo più penalizzate ancora, come sempre); le lavoratrici che protestano perché le condizioni di lavorano peggiorano o perché il lavoro rischiano di perderlo; le donne che sgobbano all’inverosimile tra casa, famiglia e lavoro perché non esistono servizi adeguati e sufficienti a supportare una famiglia con figli (o genitori anziani).

Sono donne che ogni tanto emergono nel tentativo di far valere i loro diritti. Donne che si notano poco, ma che sanno tener duro, che resistono. Come le donne straniere che vivono insieme a noi, più o meno visibili (o più o meno nascoste) che cercano proprio qui un futuro migliore, per sé e per le famiglie lasciate nei loro paesi d’origine. Sono tante e coraggiose. Anche questi sono modelli di donna,  meno appariscenti, meno allettanti.

Fuori dai nostri confini ci sono le donne col capo coperto che in questi ultimi tempi protestano, accanto agli uomini, nelle piazze dei paesi del Medio Oriente, rivendicando il diritto alla dignità del vivere. E quelle invisibili, di cui ci arrivano le storie attraverso internet, (ad es: Afghan Women Writing Project – AWWP), la letteratura e talvolta qualche giornale illuminato. Donne a cui è stato tolta ogni libertà dai totalitarismi finto-religiosi, donne che hanno visto i loro paesi precipitare nelle guerre più atroci e loro stesse perdere ogni diritto, obbligate a nascondersi e subire. Donne che pagano e hanno pagato con carcere, torture e morte la ribellione, ma a volte solo la colpa di aver osato alzare gli occhi, oppure di essere giovani e belle.

Ma vengono in mente anche le donne del passato, quelle che hanno attraversato la storia per i loro talenti, la forza, il coraggio. Quelle che hanno saputo far sentire la loro voce quando la società ancora negava loro il diritto al voto, le scrittrici, le artiste, le mistiche, le donne partigiane che combatterono accanto agli uomini durante l’ultima guerra, le donne che silenziosamente hanno sostenuto intere famiglie, quelle che negli anni ’60 e ’70 hanno gridato nelle piazze e hanno creduto di cambiare, per sempre e in meglio, il modo di vivere se stesse e i rapporti con l’altro sesso, le condizioni di lavoro.

Quindi, accostando fra loro le immagini femminili attuali, avvicinando quelle del passato a quelle del presente, sembra di intuire che si è perso qualcosa di molto importante, qualcosa che ha a che fare con la profondità, con lo spessore e la ricchezza dell’animo umano, sostituiti da superficialità, banalizzazione dei rapporti e dei sentimenti. Rimane un vuoto che è riempito di merci e dal rumore dello spettacolo che invade l’intimità, la quale viene spettacolarizzata a sua volta.

Mi sembra che non si voglia vedere la vita nella sua interezza e che questa sia la cosa più grave: l’interezza che comprende vecchiaia, dolore e morte come parti integranti dell’esperienza del vivere. Che non si voglia vedere quella parte di vita che pure esiste, in maniera molto consistente; e così la si rende mutilata, squilibrata, grottesca, privata di quel lato oscuro che riceve e fa risplendere la luce.

Non si può vivere senza la morte, vita e morte vanno insieme, è il mistero di cui siamo pervasi, sul quale ci si interroga. Da sempre abbiamo cercato i modi per vivere anche quel momento così importante della vita che è l’ultimo. Di celebrarlo.

Oggi il dolore va solo respinto, cancellato, anestetizzato e lo sforzo per comprendere il suo linguaggio diventa un concetto obsoleto. Della morte non si può parlare, è diventata un tabù; così è la paura a farla da padrona, con quel che ne consegue.

La vecchiaia è nascosta o mimetizzata. La gioventù, protratta il più a lungo possibile, ai limiti del grottesco, recita lo stereotipo di sé stessa, ignorando la vera bellezza.

Noi donne che fisiologicamente abbiamo sempre avuto a che fare con dolore, nascita e morte più da vicino, che in qualche modo ce ne siamo sempre occupate, perché non possiamo essere proprio noi a risollevare le sorti di questa società spaventata, riconoscendo il valore profondo del femminile, il significato antico ed universale dell’essere-donna accanto all’essere-uomo, in un rapporto di parità che esige il riconoscimento della differenza, invece che l’omologazione di entrambi i sessi ad un unico tipo di essere-produttore-consumatore ?     

 Guardo i diciotto anni di mia figlia che cresce e mi chiedo con che sguardo stia guardando al mondo.

Guardo me stessa, le donne che conosco, e vorrei sentire altre voci scambiarsi opinioni, iniziare un dialogo. Avere la possibilità di tracciare dei segni di riconoscimento.

 S.P.