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Archivi: ottobre 2010

Se il chicco non muore…

Autore: liberospirito 24 Ott 2010, Comments (0)

Novembre segna lo spartiacque fra un anno agricolo e l’altro. Un tempo, nelle terre popolate dai celti questo mese marcava un importante periodo di passaggio: era il capo d’anno. Durante le notti di novembre i morti entravano in comunicazione con i vivi, all’interno di un generale rimescolamento cosmico. Successivamente queste ricorrenze vennero cristianizzate: il 2 novembre è diventata la Commemorazione dei defunti (in latino Commemoratio omnium fidelium defunctorum), una ricorrenza religiosa e civile, preceduta dalla festività di Ognissanti, che ricorre infatti il 1° novembre.

A questo proposito riportiamo un breve e denso testo di Giacomo Zanga, uscito sul quotidiano milanese “Il Giorno”, il 2 novembre 1974, successivamente entrato a far parte di una raccolta di scritti dello stesso autore intitolata Le viscere del presente (Milano, La Salamandra, 1981). E’ un modo anche per ricordare questo autore, divulgatore del pensiero di Piero Martinetti, oltreché vicino ad Aldo Capitini in molte iniziative; i suoi scritti sono fortemente impregnati di un libertarismo religioso.

Loro che stanno dall’altra parte

Andati al camposanto per visitare la tomba di una persona cara, ci inoltriamo, talvolta, lungo i viali, o nei sotterranei, incuriositi dei volti e dei nomi di altri morti, che facciamo diventare amici in quel momento, per un invito misterioso espresso dalle loro fisse immagini. Tentiamo d’intuire una loro biografia, per un meno generico sentimento di pietà. L’atmosfera della Piccola città di Thorton Wilder, o quella dell’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, si crea d’incanto intorno a noi e ci procura una strana nostalgia. Non si riesce a comprendere se sono i morti che attraverso il nostro animo provano affetto per il mondo in cui ancora ci muoviamo, oppure siamo noi che veniamo attratti dalla sublime dimensione in cui essi ormai si trovano, pacificati per sempre, e per sempre sereni. Ma forse accade un fatto più rilevante: le tre estasi del tempo – il passato, il presente e il futuro – si fondono insieme procurandoci alcuni istanti di ineffabile vertigine, in cui vita e morte si annullano a vicenda. Sperimentiamo allora, con una consapevolezza estranea al controllo razionale, il potere liberante della religiosità autentica e pura. Vorremmo essere in grado di deporre un fiore dinanzi a ogni tomba, e al parente, al collega, all’amico defunto diciamo: salutameli tutti. Si perfeziona così, tra noi e i morti, un sodalizio che non verrà mai meno: potrà affievolirsi, non distruggersi o essere distrutto.

Quando infatti usiamo un oggetto o contempliamo un panorama o ascoltiamo un brano musicale, sentiamo vicina la persona scomparsa che ha prediletto quelle cose e ne celebriamo dall’intimo la perpetuità. L’incontro con i morti rivela sempre una certa ambivalenza: da un lato la condanna della natura che ha eluso le nostre aspettative, dall’altro la segreta certezza che la morte ha superato in produttività l’esistenza stessa suscitando un ulteriore incremento del Valore. Né ci sentiamo per questo privilegiati: ci sembra anzi d’aver ricevuto una delega estremamente impegnativa. “Sono i morti che comandano” afferma Ernesto Rossi nell’Elogio della galera, un epistolario altrettanto bello quanto le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. E la partigiana Haidèe, nel Libro dei dodici di Castro, di Carlos Fanqui, commentando il suo desiderio di tornare a Santiago con i guerriglieri vittoriosi, dice: “ Era il mio sogno. Era come se a Santiago avessi dovuto incontrare Abel e avessi potuto dirgli ‘Siamo qui !’. Questo mi dava la forza di continuare a camminare”.

Le discutibili consolazioni dello spiritismo sono ben poca cosa rispetto a questa sottile beatitudine che è premonizione e traccia dell’Assoluto. E come un triste canto può convertirsi dentro di noi, quando alto e sublime, in una sorta di pacata allegrezza, così la comunione con i defunti può tradursi in un inedito fervore d’azione, in una voglia singolare di spingere la realtà a livelli superiori. E’ rivelatore che l’avvio del culto dei morti abbia coinciso nell’età preistorica – secondo una tesi della paleontologia più recente – con la fabbricazione degli attrezzi di lavoro. Non da tutti, e non sempre, i buoni propositi vengono appieno mantenuti, ma quella emozione resta, pronta a ridarci la speranza nella frangibilità dello spessore del mondo. Davanti alla morte, staccandoci dalla persona cara, si capisce che essa rifiuta non tanto noi, quanto il nostro sussistere dalla parte della forza e della pesantezza. Filtra in essa la levità dei morti (“levis” è l’aggettivo che più frequentemente ricorre nell’epigrafia funeraria latina), levità che i grandi spiriti religiosi posseggono continuamente e in sommo grado: onde il loro disinvolto procedere sull’esile discrimine fra il temporale e l’eterno, onde la loro miracolosa capacità di perfetta letizia.

Quando il teologo battista Harvey Cox paragona brillantemente e audacemente Cristo ad Arlecchino, lo fa per alludere appunto alla compresenza in lui dell’allegria e della serietà, della predisposizione al sorriso e della capacità di superare con piede leggero (“siate felici e pieni di gioia” ) tutte le situazioni. Gli orientali ( e Gesù – non dimentichiamolo – era un orientale) sanno meglio di noi esercitarsi nella difficile arte del finire. La solitudine, il silenzio, la meditazione, il non-attaccamento, la calma (e l’inflessibilità morale) sono similitudini della morte, che noi possiamo esperire in mille occasioni durante tutta la giornata. Ma più ci educa al supremo trapasso il ricordo dei defunti, coi quali ci si sente in contatto anche al di fuori di una specifica fede.

C’è un punto, in Piccolo mondo antico, in cui Luisa si rifiuta di offrire a Dio la sua piccola Ombretta, annegata nel lago. Il curato le dice tra le lacrime: “Che la guarda, che la guarda, sciora Luisa, se la voeur propi minga donàghela al Signor, che ghe la dona a la sua nonna Teresa, a la sua mammin de lee, che ghe l’avarà inscì cara, su in Paradis”. Nessuno infatti, neanche il più refrattario all’idea di Dio, allontana da sé il pensiero d’essere ascoltato e aiutato dai suoi morti. Adagiati nella loro sovrumana disciplina, essi aspettano la completa assemblea finale, e frattanto invitano ad amare, venerare, potenziare la vita.

GUERRA IN AFGHANISTAN: MISSIONE DI PACE ?

Autore: liberospirito 12 Ott 2010, Comments (0)

4 ottobre 2010 – Festa di s. Francesco  d’Assisi                                    

Stiamo entrando nel decimo anniversario della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande.

In quel lontano e tragico  7 ottobre 2001 il governo USA , appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di poco meno di 2.000 bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla“missione di pace. Si parla di 40.000 morti afghani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?

La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi dieci anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della missione” rivela, oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo, un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?

L’elenco degli strumenti di morte utilizzati  è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali”, cioè 10.000 civili, innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta.

Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste “missioni di morte”. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono orami centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare? Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani  negli USA.

Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla I guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia.”Ci presentavano l’Impero come gloria della patria! – scriveva don Milani nella celebre  lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtùAvevo tredici anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo. E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri, vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma  anche civico, di demistificare tutto?”

Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura  – come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato – e le esecuzioni sommarie. 

Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi due milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?

Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande.

Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi dieci anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra.  

Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza.

Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana, Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001: Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi. “

Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo Emerito di Caserta

P. Alex Zanotelli; P. Domenico Guarino – Missionari Comboniani- Sanità, Napoli

Suor Elisabetta Pompeo; Suor Daniela Serafin; Suor  Anna Insonia, Missionarie Comboniane Torre Annunziata

Suor Rita Giaretta; Suor Silvana Mutti; Suor Maria Coccia; Suor Lorenza Dal Santo –Comunità Rut- Suore Orsoline

P. Mario Pistoleri; P. Pierangelo Marchi; P. Giorgio Ghezzi – Sacramentini – Caserta

P. Antonio Bonato – missionario Comboniano – Castelvolturno (Caserta)

Don Giorgio Pisano, Diocesano – Portici (Napoli)

 

pubblicato su www.mosaicodipace.it alla pagina: http://www.peacelink.it/mosaico/a/32507.html

Nel mese francescano

Autore: liberospirito 4 Ott 2010, Comments (0)

 

Ottobre è considerato il mese francescano (egli morì il 3 ottobre 1226). Fra le diverse iniziative che si tengono in questo periodo vogliamo segnalare la presentazione del volume di Federico Battistutta, Il cantico delle creature. Fedeltà alla terra e salvezza dell’uomo, pubblicato proprio quest’anno dall’editore Pazzini. Gli appuntamenti sono i seguenti:

 

  • Giovedì 14 ottobre, ore 21, presso Associazione Culturale “Il Cipresso”, Villa Verucchio (RN)
  • Domenica 17 ottobre, ore 17.00, presso Associazione Culturale Do-Go, Galgagnano (LO)

 

Il testo in questione è un invito a riprendere in mano il Cantico di Francesco d’Assisi, per leggerlo e rileggerlo, lasciando che il suo italiano arcaico riesca a risuonare nella mente e nel cuore di chi lo legge, affinché quelle semplici e potenti parole possano prendere corpo e vita, risvegliando la nostalgia per una condizione che pare lontana o perduta, nutrendo così la speranza che quelle parole diventino anche il mio canto, siano il nostro canto: il canto di ogni essere. Come diceva Eihei Dōgen Zenji, uno dei capiscuola del buddhismo zen giapponese, il quale visse nella medesima epoca di Francesco: “Ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla”.