Novembre segna lo spartiacque fra un anno agricolo e l’altro. Un tempo, nelle terre popolate dai celti questo mese marcava un importante periodo di passaggio: era il capo d’anno. Durante le notti di novembre i morti entravano in comunicazione con i vivi, all’interno di un generale rimescolamento cosmico. Successivamente queste ricorrenze vennero cristianizzate: il 2 novembre è diventata la Commemorazione dei defunti (in latino Commemoratio omnium fidelium defunctorum), una ricorrenza religiosa e civile, preceduta dalla festività di Ognissanti, che ricorre infatti il 1° novembre.
A questo proposito riportiamo un breve e denso testo di Giacomo Zanga, uscito sul quotidiano milanese “Il Giorno”, il 2 novembre 1974, successivamente entrato a far parte di una raccolta di scritti dello stesso autore intitolata Le viscere del presente (Milano, La Salamandra, 1981). E’ un modo anche per ricordare questo autore, divulgatore del pensiero di Piero Martinetti, oltreché vicino ad Aldo Capitini in molte iniziative; i suoi scritti sono fortemente impregnati di un libertarismo religioso.
Loro che stanno dall’altra parte
Andati al camposanto per visitare la tomba di una persona cara, ci inoltriamo, talvolta, lungo i viali, o nei sotterranei, incuriositi dei volti e dei nomi di altri morti, che facciamo diventare amici in quel momento, per un invito misterioso espresso dalle loro fisse immagini. Tentiamo d’intuire una loro biografia, per un meno generico sentimento di pietà. L’atmosfera della Piccola città di Thorton Wilder, o quella dell’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, si crea d’incanto intorno a noi e ci procura una strana nostalgia. Non si riesce a comprendere se sono i morti che attraverso il nostro animo provano affetto per il mondo in cui ancora ci muoviamo, oppure siamo noi che veniamo attratti dalla sublime dimensione in cui essi ormai si trovano, pacificati per sempre, e per sempre sereni. Ma forse accade un fatto più rilevante: le tre estasi del tempo – il passato, il presente e il futuro – si fondono insieme procurandoci alcuni istanti di ineffabile vertigine, in cui vita e morte si annullano a vicenda. Sperimentiamo allora, con una consapevolezza estranea al controllo razionale, il potere liberante della religiosità autentica e pura. Vorremmo essere in grado di deporre un fiore dinanzi a ogni tomba, e al parente, al collega, all’amico defunto diciamo: salutameli tutti. Si perfeziona così, tra noi e i morti, un sodalizio che non verrà mai meno: potrà affievolirsi, non distruggersi o essere distrutto.
Quando infatti usiamo un oggetto o contempliamo un panorama o ascoltiamo un brano musicale, sentiamo vicina la persona scomparsa che ha prediletto quelle cose e ne celebriamo dall’intimo la perpetuità. L’incontro con i morti rivela sempre una certa ambivalenza: da un lato la condanna della natura che ha eluso le nostre aspettative, dall’altro la segreta certezza che la morte ha superato in produttività l’esistenza stessa suscitando un ulteriore incremento del Valore. Né ci sentiamo per questo privilegiati: ci sembra anzi d’aver ricevuto una delega estremamente impegnativa. “Sono i morti che comandano” afferma Ernesto Rossi nell’Elogio della galera, un epistolario altrettanto bello quanto le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. E la partigiana Haidèe, nel Libro dei dodici di Castro, di Carlos Fanqui, commentando il suo desiderio di tornare a Santiago con i guerriglieri vittoriosi, dice: “ Era il mio sogno. Era come se a Santiago avessi dovuto incontrare Abel e avessi potuto dirgli ‘Siamo qui !’. Questo mi dava la forza di continuare a camminare”.
Le discutibili consolazioni dello spiritismo sono ben poca cosa rispetto a questa sottile beatitudine che è premonizione e traccia dell’Assoluto. E come un triste canto può convertirsi dentro di noi, quando alto e sublime, in una sorta di pacata allegrezza, così la comunione con i defunti può tradursi in un inedito fervore d’azione, in una voglia singolare di spingere la realtà a livelli superiori. E’ rivelatore che l’avvio del culto dei morti abbia coinciso nell’età preistorica – secondo una tesi della paleontologia più recente – con la fabbricazione degli attrezzi di lavoro. Non da tutti, e non sempre, i buoni propositi vengono appieno mantenuti, ma quella emozione resta, pronta a ridarci la speranza nella frangibilità dello spessore del mondo. Davanti alla morte, staccandoci dalla persona cara, si capisce che essa rifiuta non tanto noi, quanto il nostro sussistere dalla parte della forza e della pesantezza. Filtra in essa la levità dei morti (“levis” è l’aggettivo che più frequentemente ricorre nell’epigrafia funeraria latina), levità che i grandi spiriti religiosi posseggono continuamente e in sommo grado: onde il loro disinvolto procedere sull’esile discrimine fra il temporale e l’eterno, onde la loro miracolosa capacità di perfetta letizia.
Quando il teologo battista Harvey Cox paragona brillantemente e audacemente Cristo ad Arlecchino, lo fa per alludere appunto alla compresenza in lui dell’allegria e della serietà, della predisposizione al sorriso e della capacità di superare con piede leggero (“siate felici e pieni di gioia” ) tutte le situazioni. Gli orientali ( e Gesù – non dimentichiamolo – era un orientale) sanno meglio di noi esercitarsi nella difficile arte del finire. La solitudine, il silenzio, la meditazione, il non-attaccamento, la calma (e l’inflessibilità morale) sono similitudini della morte, che noi possiamo esperire in mille occasioni durante tutta la giornata. Ma più ci educa al supremo trapasso il ricordo dei defunti, coi quali ci si sente in contatto anche al di fuori di una specifica fede.
C’è un punto, in Piccolo mondo antico, in cui Luisa si rifiuta di offrire a Dio la sua piccola Ombretta, annegata nel lago. Il curato le dice tra le lacrime: “Che la guarda, che la guarda, sciora Luisa, se la voeur propi minga donàghela al Signor, che ghe la dona a la sua nonna Teresa, a la sua mammin de lee, che ghe l’avarà inscì cara, su in Paradis”. Nessuno infatti, neanche il più refrattario all’idea di Dio, allontana da sé il pensiero d’essere ascoltato e aiutato dai suoi morti. Adagiati nella loro sovrumana disciplina, essi aspettano la completa assemblea finale, e frattanto invitano ad amare, venerare, potenziare la vita.



