Crea sito

Archivi: settembre 2010

Ricordare Tolstoj

Autore: liberospirito 23 Set 2010, Comments (0)

Mi considerano anarchico, ma io non sono anarchico, sono cristiano. Il mio anarchismo è solo l’applicazione del cristianesimo ai rapporti fra gli uomini.

Tolstoj

 

Alle soglie del centenario della morte di Leone Tolstoj, avvenuta il 7 novembre 1910, diverse iniziative hanno ricordato o ricorderanno a vario titolo questa importante figura.

A luglio si è tenuto il campo assemblea del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione) ad Albiano d’Ivrea, proponendo un momento di riflessione sul tema: Da Tolstoj a Gandhi: dalla resistenza passiva al Satyagraha. Ad aprile invece si era svolto un convegno internazionale promosso dal Dipartimento di Studi linguistici, letterari e filologici dell’Università degli Studi di Milano dal titolo: La sincerità di Tolstoj – Letteratura, pensiero e vita a 100 anni dalla morte, che ha visto la partecipazione di studiosi provenienti da atenei e istituti italiani e stranieri (ad esempio, l’Accademia delle Scienze di Mosca, il King’s College di Londra, il Museo Tolstoj di Mosca). Altre iniziative, grandi e piccole, si sono svolte o sono in corso di svolgimento in diverse città.

Invece, fra le pubblicazione dedicate a Tolstoj, recentemente uscite, ricordiamo qui  La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari, riproposto da Skira (precedentemente era stato pubblicato da Einaudi) e Tolstoj è morto di Vladimir Pozner (Adelphi), entrambe dedicate proprio all’ultima fase della vita dello scrittore russo e al suo progetto di una fuga da tutto e da tutti. Per non dire poi che continuano, con puntuale regolarità, stampe e ristampe dei suoi più celebrati romanzi.

Fra le altre cose, nel maggio di quest’anno era uscito un articolo sul quotidiano ”Avvenire” in cui si ricordava la presenza a Firenze di Tolstoj nel 1891 per partecipare a un convegno ecumenico internazionale che ebbe luogo nell’autunno di quell’anno dal titolo Conferenze sulla fusione di tutte le Chiese cristiane, a cui parteciparono intellettuali, politici ed ecclesiastici appartenenti a varie fedi. L’intervento tenuto da Tolstoj univa ricordi personali e affermazioni di principio, avvalorando il messaggio di pace e di convivenza tra i popoli e il rigetto della guerra e di ogni violenza. Dirà tra l’altro: “Una delle mie massime enunciate è: non opporsi al male (…) Per questo medesimo principio ho dovuto dichiarare un’iniquità la guerra, qualunque essa sia e qualunque ne sia la causa: i popoli della terra sono fratelli e hanno a vivere in santa pace (….) Come vedete, miei illustri colleghi, i miei principi hanno la loro base nel Vangelo e perciò ho potuto accettare il lusinghiero invito a questa conferenza e ben volentieri sono venuto qui in mezzo a voi per trattare del modo di ricondurre la religione cristiana alle primitive sue fonti, pure e limpide”.

E’ questo Tolstoj che intendiamo qui ricordare, accanto all’autore di capolavori indimenticabili, contro l’idea veicolata da una parte della critica letteraria, ancora oggi persistente, secondo cui bisognerebbe operare una separazione tra un “Tolstoj maggiore” – artefice di capolavori della letteratura mondiale -, da un “Tolstoj minore”, sostanzialmente da consegnare all’oblio, autore di lettere, appelli e articoli in cui traspare la sua radicale idea religiosa, politica e sociale, oltre alle sue critiche alle gerarchie ecclesiastiche e istituzionali.

Scriblerus

Donne afghane

Autore: liberospirito 7 Set 2010, Comments (0)

Afghan Women Writing Project – AWWP –  è un progetto iniziato nel 2009 dalla scrittrice americana Masha Hamilton che, grazie all’aiuto di persone amiche impegnate nella cooperazione, riuscì a convincere un gruppo di donne afgane a scrivere i loro pensieri e metterli in rete. In pochi mesi i contributi si sono moltiplicati a vista d’occhio e adesso AWWP è diventato una possibilità di entrare in contatto con un mondo altrimenti inaccessibile come quello delle donne afgane. Non le poche attiviste o giornaliste che, fra mille difficoltà, riescono a far uscire la loro voce, ma le donne normali, le studentesse preoccupate di non poter continuare gli studi perché magari un giorno verranno costrette a sposarsi, le madri angosciate per il destino dei loro figli o le insegnanti che vedono distruggere le loro scuole…tutte quelle donne con capacità di scrivere che possono esprimersi e far udire la loro voce attraverso un sito internet.

“Non mi fido di quelli che dicono di sostenere i diritti delle donne in Afghanistan. Come potrei? In questi anni hanno forse fatto fiorire un bocciolo, ma non hanno portato la primavera. Lasciate pure che restino chiusi nei loro uffici a preoccuparsi dei loro stipendi: ma non ditemi che si preoccupano dei nostri diritti”, scrive una di loro sul sito, e tante altre raccontano, attraverso storie, poesie, fotografie.

La vita di tutte le donne, afghane o iraniane che siano, soggiogate dalla volontà oppressiva e crudele di governi dittatoriali maschilisti, che abusano di dogmi religiosi distorti a loro uso e consumo, mi tocca profondamente e, a parte sollecitare un impotente istinto di solidarietà, mi spinge a riflettere su di noi, “libere” donne occidentali, perché di questa nostra sbandierata libertà non sono poi così convinta e il confronto con quelle donne mi sembra una cosa che potrebbe portare benefici a entrambe le parti.

Su questa pagina  cerco di capire il perché di questo mio sentire e inizio col fare una doppia riflessione: la prima riguarda la falsificazione religiosa a scopo politico/repressivo, la seconda il legame ancestrale delle donne con la terra, la riproduzione, la vita.

Non dico niente di nuovo nel ricordare come non sia patrimonio strettamente islamico quello di usare la religione a scopo repressivo, ma che già la Chiesa cattolica ne fu maestra in passato. Uno per tutti, è sufficiente ricordare il tribunale della “santa” inquisizione coi suoi sacrifici di migliaia di donne sul rogo, insieme a tutti coloro che rivendicavano il diritto di pensare liberamente e vivere ricercando l’essenza della parola evangelica.

Allo stesso modo l’antico rapporto di comunione fra donna e natura, che lega la storia delle donne a quella dell’ambiente, è risaputo. Si sa come le conoscenze empiriche, utilizzate nella cura, nel nutrimento, per la riproduzione e l’allevamento di bambini e animali, sono stati da sempre, nelle culture più diverse, tipicamente femminili ma, di fatto, è successo che lo sfruttamento della natura è andato di pari passo con quello delle donne che, in ogni epoca, in qualche misura, sono state  identificate con essa, tanto che  la dominanza patriarcale degli uomini sulle donne può essere vista proprio come il prototipo di ogni dominazione e di ogni sfruttamento.

Allora, forse un po’ semplificando, si potrebbe arrivare a dire di come – alla radice di tutte le religioni – ci sia desiderio di ricerca, ricerca di libertà, giustizia, uguaglianza tra tutti, maschi e femmine, umani e non, unitamente all’anelito verso la possibilità di raggiungere una condizione dell’essere autenticamente sé stessi, nell’espressione di sé sulla terra.

Si può dire anche che una ben misera parte di questo è stato messo in pratica dalle Chiese costituitesi attraverso il tempo come portatrici del sapere/potere religioso.

E’ facile inoltre riscontrare come sia stata sempre, quasi esclusivamente, la parte maschile dell’umanità a non voler vivere in comunione e in pace, attraverso dialogo e confronto, cercando invece di prendere il sopravvento e il potere, anche a costo di infinite, perenni, guerre.

Allora noi, donne consapevoli di avere un destino simile alla terra – con la capacità di riprodurre la vita nel proprio corpo, di custodirla e proteggerla – possiamo essere solidali le une con le altre, e cercare di prendere la parola per dire che la cura della terra, dell’aria e dell’acqua, della nascita e della morte, delle risorse e, perché no, anche del riuso degli avanzi, sono compiti nostri da sempre,  e non vogliamo rinunciare a questo compito, a questo diritto, a questo dovere, per entrare nel mondo maschilista della competizione facendo di noi stesse delle brutte copie di quegli uomini che hanno rinunciato alla propria parte femminile e a dialogare con le donne. 

Un’economia della riproduzione potrebbe esserci più utile di quella del profitto e dello spreco, come pure l’uso di una ragione appassionata alla vita, un’economia della cura al posto della competizione e della violenza.

Di quante ‘lezioni’ abbiamo bisogno ancora per capire, donne, ma anche uomini accomunati dallo stesso sentire, che è necessario trovare luoghi di parola e forme di azione utili a creare una corrente contraria, anche se piccola, a quella impazzita di un’economia fine a se stessa?  Speriamo che quelle del presente ci bastino.

Le donne afgane, con le loro storie, ci mostrano un limite estremo che fa da contraltare all’illusione di noi donne occidentali, convinte di essere libere mentre viviamo avviluppate nella mercificazione di tutto, correndo il rischio serio di mettere in vendita anche noi stesse.  

 PS

 (ANSA) – ROMA, 1 SET – Mentre prosegue la mobilitazione per Sakineh, altre due iraniane sono state condannate alla lapidazione per relazioni extraconiugali. Il 28 agosto la Corte suprema iraniana ha emesso una condanna all’esecuzione con lapidazione nei confronti di Vali Janfeshani e Sariyeh Ebadi, recluse dal 2008. Secondo l’Iran’s Human Rights Activists News Agency (Hrana) le sentenze sono state emesse al termine di ‘processo vago e ambiguo’ e le due donne non hanno potuto scegliere i propri avvocati.

Tratto da:  terremarginali.splinder.com