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Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Comments (0)

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

Pubblichiamo l’appassionato intervento di don Paolo Farinella, tratto dal blog che tiene sul sito del Fatto Quotidiano, a proposito della recente intervista del cardinale Ruini, nella quale quest’ultimo si è espresso a favore di Salvini e della Lega. Con linguaggio vivace e diretto Farinella tratteggia con chiarezza le fattezze di questo personaggio e del suo “bieco stile clericale”.

Il lupo perde il pelo – quasi sempre -, ma il cardinale Ruini, don Camillo per gli amici di destra, non perde mai il vizietto di “parlare a nuora perché suocera intenda”. Qui la nuora è il Corriere della Sera, giornale dei salotti che contano, che pubblica una intervista di Ruini; mentre la suocera è Papa Francesco. L’endorsement di Ruini a Matteo Salvini, espresso nel più bieco stile clericale, fatto di sorrisetti, ammiccamenti, parole piane e mai gridate – sullo stile manzoniano del “sopire troncare padre molto reverendo…” – , fanno del cardinale Camillo Ruini un individuo più pericoloso di ogni altro che attacca direttamente il Papa.

L’”eminenz” ottantottenne, per 18 anni dominus assoluto della Cei, sotto il pontificato del Re di Polonia prima e del Pastore Tedesco poi, come Farinata degli Uberti, sorge “dalla cintola in su”, vispo e garrulo come un corvo serale. Egli, che a buon diritto, fu definito doctor sottilis fa finta di essere ossequioso verso Papa (“Il mio Papa”), si genuflette anche di fronte all’autorità papale, ma la svuota con una staffilata che vende, da clericale dannato, come un innocuo consiglio: “Spero che il Papa non approvi i viri probati” (cioè i preti sposati a determinate condizioni).

Con questa intervista pensata e calcolata anche nelle virgole, il cardinale che sussurra a Salvini è uscito dal suo antro romano e si propone come convergenza di tutti i rivoli che per ora vanno per conto proprio contro il Vescovo di Roma, Papa Francesco. Ruini non è un cardinale qualsiasi, ma è il già presidente della Cei che ha impedito alla Chiesa italiana di realizzare il Concilio Vaticano II, sequestrato e messo in prigione. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

Egli è il cardinale che ha invitato gli italiani a disertare le urne nel referendum sulla legge 40/2004 sulla procreazione assistita, in combutta con Silvio Berlusconi e la destra, riuscendo a fare fallire la consultazione popolare. Allora egli non esitò a mettere in atto un vulnus al concordato perché s’intromise come un elefante in un atto supremo della democrazia di uno Stato estero, l’Italia. I politici baciapile di allora e la sinistra, che cominciava già a rinnegare se stessa, non latrarono nemmeno e il referendum non raggiunse il quorum.

Oggi, a distanza di 15 anni, il garante della destra berlusconista di allora si fa garante della destra odierna, peggiore di quella, frutto anche della sua politica di clericuscompromesso con chiunque ha il potere, dimostrando che gli importa poco del Vangelo e della profezia cui dovrebbe essere votato. Quest’uomo viene in veste di agnello, ma colpisce come un lupo rapace.

Di lui e della sua esplicita avversione a Papa Francesco parla il profeta Geremia (sec. VII a.C.) che lo conosceva bene: “’Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo’. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: ‘Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta’”(Ger 20,10).

Ruini il vendicatore, gli undici cardinali che scrissero il libello anonimo contro il Papa e poi quello dei “quattro dell’Ave Maria” (Brandmueller, Burke, Caffarra e Meisner), cinque con il cardinale Saràh, che nel 2017 criticarono ferocemente l’enciclica Amoris Laetitia sul matrimonio e la possibilità dei divorziati di accedere all’eucaristia: tutti avevano l’obiettivo di screditare il Papa per costringerlo alle dimissioni.

Siamo dentro un film, del genere “Camillo Ruini, la Vendetta”. Perché come previde il profeta Geremia, proprio di vendetta di tratta e di nient’altro. Costoro vedono che Francesco, silente e paziente, va avanti per la strada per cui fu eletto e non vacilla; urge farlo fuori. Non si può avvelenarlo perché bisognerebbe avvelenare tutti i residenti in Santa Marta, visto che il Papa mangia alla mensa comune e non beve caffè.

Non resta che la strada maestra della calunnia: come cani rabbiosi, lanciano insinuazioni, moniti, consigli, minacce di scisma per raccogliere la sua testa come quella di Giovanni il Battista. Questi non esiteranno davanti a niente perché in gioco è il loro potere sotterraneo e la loro corruzione incontrollata. Sono senza Dio e quindi senza scrupoli.

L’uscita di Ruini è la manna emersa per quel mondo senza tempo e senza storia, inchiodato al passato immutabile, che poi è il loro piccolo pensiero, fino a oggi disperso. Ora può compattarsi a testuggine dentro le mura leonine e fuori, la destra può brindare, anche perché il cardinale di Sassuolo che tifa Salvini ha messo la propria ipoteca sulle prossime elezioni nella sua regione, l’Emilia Romagna. Il salvinismo-ruinismo ha preso il posto del ruinismo-berlusconista con una caduta in basso che nessuno si aspettava.

Anche io do un consiglio gratuito e non richiesto al Papa: visto che codesta gente non ha il coraggio dirle le critiche in faccia, ma è inaffidabile, compia un gesto semplice e lineare: abolisca il collegio dei cardinali, abolisca Ruini e i suoi complici e visto che c’è, scomunichi Salvini e poi insieme stiamo a vedere che succede. Sicuramente non ci annoieremo.

Paolo Farinella

Pubblichiamo un articolo di Mario Pezzella uscito l’altro giorno sul “Manifesto” dedicato al pensatore tedesco Walter Benjamin. L’occasione è offerta dalla pubblicazione in Francia di un saggio ad opera di Michael Lowy su Benjamin, in cui si mette in luce la relazione tra pensiero teologico e pensiero materialista. E sono temi, questi, molto vicini al nostro blog.

Durante le celebrazioni per i 500 anni della scoperta dell’America la televisione brasiliana «Globo» costruì un enorme quadrante che contava i minuti fino al giorno dell’anniversario. Due giovani indiani hanno crivellato con le loro frecce questo «orologio dei vincitori». Quasi certamente non avevano mai letto il passo di Benjamin sui rivoluzionari del 1830 che sparano sugli orologi di Parigi, ma Michael Löwy (La révolution est le frein d’urgence. Essais sur Walter Benjamin, éditions de l’éclat) cita l’episodio come simbolo di una lettura a contrappelo della storia, dalla parte dei vinti, che è stata uno dei temi decisivi del pensiero di Benjamin. Il suo intreccio inconfondibile di teologia e rivoluzione viene posto a confronto con la teologia della liberazione sudamericana; Löwy ricorda una recensione poco nota di Benjamin a un libro di M. Brion su Bartolomeo De Las Casas, un prete che «combatte gli orrori che sono stati commessi in nome del cattolicesimo». Questo caso esemplare illustra bene la visione di Benjamin di una «teologia ribelle», piccola, brutta e che non deve farsi vedere, come scrive nelle tesi Sul concetto di storia, eppure capace di una critica dell’esistente, che la separa dalle religioni istituite.

Che rapporto ha questa tensione teologica con la rivoluzione, che per Benjamin forma con essa una diade indissolubile nella prima tesi Sul concetto di storia? Di che natura è la «debole forza messianica» che le anima? Per rispondere a questa domanda, Löwy ricorda cosa sia la rivoluzione per Benjamin: non più la locomotiva che porta avanti il progresso della storia, secondo l’immagine di Marx, ma un «freno d’emergenza», che porrebbe fine al catastrofico sfruttamento capitalista degli uomini e della natura. Un saccheggio che – se non arrestato in tempo – potrebbe portare a una desolazione senza ritorno.
Löwy, che è anche autore del libro Ecosocialisme, mette in rilievo come da questo punto di vista Benjamin trovi in noi l’ora della sua leggibilità. In quanto freno d’emergenza la rivoluzione obbedisce a due impulsi distinti e complementari: negare e trascendere la condizione disumana del capitalismo – redimere i possibili vinti ed emarginati nel passato. L’idea di rivoluzione e la teologia messianica hanno due tratti in comune: il «carattere distruttivo», che intende porre fine a ogni vincolo di signoria e servitù – e il desiderio di redenzione che vorrebbe ricomporre le vite spezzate e incompiute.
La tensione rivoluzionaria si alimenta alle immagini utopiche di un rapporto armonico con la natura, come fu descritto da Fourier, ed è presente nel «romanticismo rivoluzionario» (Löwy) di Benjamin, il quale non ha nulla di nostalgico e di regressivo. L’immagine di sogno di una felicità dell’origine, come quella che affiora nel matriarcato di Bachofen o nell’ebbrezza dionisiaca ricordata da Benjamin alla fine del suo libro Strada a senso unico, deve essere strappata alla sua natura mitica e divenire più sobria immagine dialettica. In questa il ritorno di un’immagine del passato è allo stesso tempo prefigurazione di ciò che non è mai stato, risposta all’urgenza della lotta di classe nel tempo presente.

Nel primo capitolo del libro la teologia rivoluzionaria di Benjamin è posta in antitesi al «capitalismo come religione» (titolo di un frammento giovanile di Benjamin), che pone il danaro e i suoi astratti enigmi come dio invisibile di un culto perpetuo. Il vivente è offerto in sacrificio e gravato di un debito-colpa inestinguibile. Nel libro sui passages di Parigi sarà invece la merce col suo feticismo a divenire il «fenomeno originante» del capitalismo, nel movimento inebriante della sua fantasmagoria. Il «radioso inferno nazista» (Benjamin) e la frenesia fascinatoria delle merci non sono che la contraffazione, il distorcimento e la rivoluzione passiva del desiderio rivoluzionario. Löwy ricorda come nel saggio sul surrealismo Benjamin rivendichi la necessità di conquistare alla rivoluzione le forze dell’ebbrezza, che negli anni Trenta venivano strumentalizzate dal fascismo e inchiodate a una radice di terra e di sangue, verticalizzate in un ordine chiuso; laddove per Benjamin l’ebbrezza significa dissoluzione dei vincoli di potere e dell’Io rigido forgiato al loro servizio. Alla disgregazione psicofisica che accompagna il capitalismo e il fascismo, Benjamin oppose il suo concetto di rivoluzione antropologica, che non mira a un rapporto di dominio sulla natura, ma «al dominio del rapporto fra natura e umanità».

Mario Pezzella

Oltre le religioni: un inedito cammino

Autore: liberospirito 20 Ott 2019, Comments (0)

E’ ormai una constatazione comune riconoscere la crisi in cui versano le istituzioni religiose, soprattutto nel cosiddetto “primo mondo” (Europa e Italia incluse, ovviamente). Sembra che sia in corso un nuovo esodo, costituito da una moltitudine di soggetti che a vario titolo non si riconoscono più nelle varie Chiese; uomini e donne che cercano, fuori dai recinti consueti, luoghi ove poter formulare in piena libertà le proprie domande e la propria ricerca.

Secondo alcuni studiosi le istituzioni religiose sono uno degli esiti delle civiltà monumentali di un antico passato: hanno svolto un ruolo fondamentale, ma – come ogni fenomeno storico – dopo la fase aurorale, quella dello sviluppo e della maturità, si stanno incamminando verso uno fase crepuscolare. Noi stiamo vivendo in pieno questo passaggio.

Ma parlare di una fase declinante delle istituzioni religiose non significa liquidare quella domanda di senso radicale che l’esperienza religiosa racchiude e custodisce. Così come è esistita, in un remoto passato, una religiosità prima delle religioni, oggi i tempi sembra che stiano sollecitando una religiosità dopo le religioni e proprio l’attuale società globalizzata della conoscenza e dell’informazione pone con urgenza queste domande.

Su questo e su molto altro si svolgerà un incontro a fine ottobre, a Motta di Livenza. Federico Battistutta – ricercatore indipendente nel campo del religioso contemporaneo – affronterà il tema: Oltre le religioni: un inedito cammino.

Dove: c/o Onorio Zaratin, via della Croce,1 – Motta di Livenza (TV)

Quando: Sabato 26 Ottobre 2019, ore 20,30.

Contatti e info: [email protected]

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo

Autore: liberospirito 19 Set 2019, Comments (0)

Quanto segue è la traduzione di un articolo di Dean Dettloff apparso sulla rivista dei gesuiti degli Stati Uniti “America” (qui – se si vuole – l’articolo originale: https://www.americamagazine.org/faith/2019/07/23/catholic-case-communism). Il direttore della rivista, p. Matt Malone, chiarisce che l’intervento è stato pubblicato per alimentare il dibattito, non perché esprima l’opinione della rivista, né tantomeno dell’ordine dei gesuiti. Viene citato frequentemente – motivo per cui abbiamo scelto di pubblicare il testo – il pensiero libertario di Dorothy Day, fondatrice dei Catholic Worker. Vogliamo anche intendere che nell’articolo quando si parla di comunismo l’autore non abbia inteso celebrare gli ormai dissolti regimi dell’Europa orientale, che ben poco hanno avuto a che vedere con l’utopia concreta di Marx e di tanti altri. Riportiamo un passaggio significativo: “Quello che i comunisti desiderano è un’autentica vita comune, e pensano che essa si possa ottenere relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Visione radicale infatti ma non così scioccante per chi ricorda che la vergine Maria ha cantato che Dio ha colmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote.” (Luca 1:53). Forse siano solo all’inizio di un lungo e inedito cammino che ci condurrà al di là del cristianesimo e al di là del comunismo…

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo
“E’ quando i comunisti sono buoni che sono pericolosi”
È così che Dorothy Day comincia un articolo su “America”, pubblicato poco prima del lancio del Catholic Worker il Primo maggio del 1933. Contrariamente alle reazioni di molti cattolici del tempo, la Day tracciò un quadro comprensivo, sebbene critico, dei comunisti che aveva incontrato a New York, nell’epoca della depressione. Il suo profondo personalismo le aveva permesso di intravedere le storie umane attraverso la lotta ideologica; e, tuttavia, concluse che il cattolicesimo e il comunismo non solo erano incompatibili, ma anche reciproche minacce. Dal tempo della sua riflessione è passata un’intera Guerra fredda, e vale oggi la pena chiarire alcuni punti.
I comunisti sono attratti dal comunismo per via della loro bontà, sosteneva la Day, quell’incancellabile qualità del bene che può essere trovata, in egual misura, all’interno e al di fuori della Chiesa, intrecciata nella nostra stessa natura. Deve essere stata una cosa semplice da dire nel 1933, quando i comunisti americani erano ben noti all’opinione pubblica per essersi esposti in prima persona a favore dei lavoratori in sciopero, ma era anche quel tipo di cosa che poteva metterti in gravi difficoltà, anche all’interno della Chiesa cattolica.
Affermando che la bontà guida molti comunisti di ieri e di oggi, la Day mirava ad ammorbidire la percezione dei cattolici, i quali si trovavano più a loro agio con le perfide caricature dei comunisti della loro epoca, rispetto alle più impegnative rappresentazioni che li ritraevano come lavoratori per la pace e per la giustizia economica. La maggior parte delle persone che aderiscono ai partiti e ai movimenti comunisti, rilevava giustamente la Day, non sono motivate da una qualche forma di odio profondo nei confronti di Dio o da uno spumeggiante anti-teismo, ma dall’aspirazione a un mondo libero da un’economia politica che esige lo sfruttamento di molti per il benessere di pochi.
Ma nel tentativo di suscitare simpatia per le persone attratte dal comunismo e sconfiggere un istintivo pregiudizio nei loro confronti, la Day non fece altro che perpetuare inutilmente altri due pregiudizi contro il comunismo. Innanzitutto, affermò che al di sotto di tutta la bontà che attrae le persone verso il comunismo, il movimento è, in ultima analisi, “un programma distintamente orientato alla demolizione della Chiesa.”
In secondo luogo, riferendosi all’uccisione nel suo quartiere di un giovane comunista colpito dal lancio di un mattone da parte di un trotskista, concluse constatando che i giovani che seguono la bontà dei loro cuori approdando al comunismo, non sono del tutto consapevoli di ciò a cui stanno aderendo – inclusi i rischi per la loro incolumità. In altre parole, dovremmo odiare il comunismo, ma amare i comunisti.
Sebbene la comprensiva critica della Day nei confronti del comunismo sia lodevole sotto molti punti di vista, quasi un secolo di storia ci dimostra che, al di là di quanto suggeriscono questi due giudizi, c’è ben altro da aggiungere. I movimenti politici comunisti di tutto il mondo sono stati densi di personaggi sorprendenti, di strani sviluppi e di motivazioni più complesse rispetto al semplice voler disfare la Chiesa; e persino attraverso le sfide del 20° secolo, cattolici e comunisti hanno trovato ragioni naturali per offrirsi reciprocamente un segno di pace.
Una storia complicata
Ovviamente, il Cristianesimo e il comunismo hanno intrattenuto un rapporto complicato. L’aggettivo “complicato” sicuramente farà alzare gli occhi a molti lettori. Gli stati e i movimenti comunisti hanno infatti perseguitato i fedeli in svariati momenti della storia. Al tempo stesso, i cristiani sono stati con passione presenti nei movimenti comunisti e socialisti di tutto il mondo. E questi cristiani, così come i loro compagni atei, sono comunisti non perché hanno frainteso gli obiettivi finali del comunismo, ma perché hanno compreso in modo autentico l’ambizione comunista di una società senza classi.
“Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, riassume Marx nella Critica del programma di Gotha, quasi un’eco della descrizione, fornita da Luca negli Atti 4:35 e 11:29, della Chiesa primitiva. Forse è stata la Day, e non il suo giovane vicino comunista, ad aver frainteso il comunismo.
È vero che Marx, Engels, Lenin e altri grandi comunisti erano convinti pensatori illuministi, atei che talvolta ritenevano che la religione si sarebbe dissolta nella luce splendente della ragione scientifica, e altre volte ne caldeggiavano una propaganda contraria (tuttavia non, come argomentò Lenin, in modo tale da dividere il movimento contro il capitalismo, vero nemico). Non dovrebbe risultare così scandaloso di per sé. Da atei moderni, non sono affatto soli, e il loro ateismo è comprensibile dato che spesso il cristianesimo è stata una forza alleata con i poteri dominanti che sfruttavano i poveri. I cattolici hanno trovato un mucchio di risorse filosofiche nelle fonti non cristiane del passato; perché non nei moderni?
Nonostante e al di là delle differenze teoriche, preti come Herbert McCabe, O.P., Ernesto e Fernando Cardenal, S.J., Frei Betto, O.P., Camilo Torres e molti altri cattolici – membri del clero, religiosi e laici – sono stati ispirati dai comunisti e, in numerose circostanze, hanno fornito il loro contribuito in qualità di membri ai movimenti comunisti e affini. Alcuni lo fanno tutt’ora – nelle Filippine, ad esempio, dove il “Christians for National Liberation”, un gruppo di attivisti dapprima organizzato da suore, preti e cristiani sfruttati, si colloca politicamente all’interno del Fronte nazionale democratico, una coalizione di movimenti con all’interno un filone fortemente comunista che, al momento, sta lottando contro il leader autoritario di estrema destra Rodrigo Duterte.
Più vicini a casa e al di fuori delle lotte armate, oggi i cristiani sono presenti anche nei movimenti comunisti degli Stati Uniti e del Canada. Qualunque ostilità possa essere esistita in passato, alcuni di questi movimenti sono ora abbastanza aperti alla partecipazione cristiana. Molti dei miei amici del Partito per il socialismo e la liberazione, ad esempio, un partito marxista-leninista, sono cristiani che vanno in chiesa o persone senza rancore contro la loro educazione cristiana, così come lo sono molte persone nell’ala radicale dei Democratic  Socialisti of America.
Il Partito Comunista degli Stati Uniti d’America ha pubblicato saggi che confermano le connessioni tra cristianesimo e comunismo e che incoraggiano i marxisti a non considerare i cristiani come irrimediabilmente persi a vantaggio della destra (il giornale CPUSA, People’s World, ha persino fornito un resoconto su suor Simone Campbell e la campagna del network Nuns on the Bus, finalizzata a fare pressione per la riforma dell’immigrazione). In Canada, Dave McKee, ex leader del Partito comunista canadese in Ontario, una volta era uno studente di teologia anglicana in un seminario cattolico, radicalizzato in parte dal suo contatto con le comunità di base in Nicaragua. Da parte mia, ho parlato più di Karl Rahner, SJ, di St. Óscar Romero e della teologia della liberazione durante le celebrazioni del Primo Maggio e gli incontri comunisti che non nella mia parrocchia cattolica.
In altre parole, sebbene alcuni comunisti preferirebbero senza dubbio un mondo senza cristianesimo, il comunismo non è semplicemente un programma per distruggere la Chiesa. Molti di coloro che hanno dedicato la propria vita alla Chiesa si sono sentiti in dovere di lavorare al fianco dei comunisti come parte della loro vocazione cristiana. La storia del comunismo, qualunque altra cosa possa essere, conterrà sempre una storia del Cristianesimo e viceversa, che piaccia o meno ai membri di entrambe le fazioni.
Il comunismo nella sua espressione sociopolitica ha talvolta causato grandi sofferenze umane ed ecologiche. Qualsiasi buon comunista lo ammette con facilità, anche perché il comunismo è un progetto incompiuto che dipende dal riconoscimento dei suoi errori reali e tragici.
Ma i comunisti non sono gli unici a dover rispondere della sofferenza umana causata. Lungi dall’essere un gioco amichevole di competizione mondiale, il capitalismo, sosteneva Marx, emerse attraverso la privatizzazione di quello che una volta era pubblico, come la terra condivisa, un processo imposto prima con la violenza fisica e poi proseguito attraverso la legge. Col passare del tempo, gli stessi esseri umani sarebbero diventati proprietà privata di altri esseri umani.
Il capitalismo coloniale, insieme alle tesi della supremazia bianca, inaugurò secoli di terrorismo sfrenato contro le popolazioni di tutto il mondo, creando un sistema in cui le persone potevano essere acquistate e vendute come merci. Anche dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù nelle maggiori economie mondiali – che rese necessaria una guerra civile che costò cara agli Stati Uniti – gli effetti di quel sistema continuano a vivere, e le nazioni capitaliste e le società transnazionali continuano a sfruttare i poveri e i lavoratori in patria e all’estero. Oggi, per molte persone in tutto il mondo, essere dalla parte sbagliata del capitalismo può ancora fare la differenza tra la vita e la morte.
Cosa motiva un comunista?
Il comunismo ha fornito una delle poche opposizioni sostenibili al capitalismo, un ordine politico globale responsabile dell’ininterrotta sofferenza di milioni di persone. È quella sofferenza, riprodotta da schemi economici che Marx e altri hanno cercato di spiegare, che motiva i comunisti; non la congiura segreta contro l’ateismo (come ha sostenuto la Day una volta).
Secondo un rapporto della Oxfam pubblicato nel 2018, la disuguaglianza globale è sconcertante e ancora in aumento. La Oxfam, che non è gestita da comunisti, ha osservato che “l’82% della ricchezza creata [nel 2017] è andata all’uno per cento più ricco della popolazione globale, mentre i 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera dell’umanità non hanno ottenuto nulla”.
Mentre imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos investono nei viaggi nello spazio, i loro lavoratori sono radicati nella lotta economica quotidiana qui sulla terra. Nelle fabbriche di Tesla del signor Musk, i lavoratori subiscono gravi infortuni più del doppio della media industriale e dichiarano di essere così esausti da crollare sul pavimento della fabbrica.
Un giornalista sotto copertura riferisce che i lavoratori, in un magazzino di Amazon nel Regno Unito, urinano in bottiglie per paura di essere puniti per il “tempo di inattività” e la società ha una lunga lista di precedenti reati. In Pennsylvania, i lavoratori di Amazon avevano bisogno di cure mediche sia per l’esposizione al freddo in inverno che per l’esaurimento del calore in estate. Ma queste cure sembrano a malapena prezzi che vale la pena pagare, quindi alcuni miliardari possono andare in vacanza nella distesa nera dello spazio. Come diceva un lavoratore di Tesla, a Detroit: “Tutto sembra il futuro, tranne noi”.
Per i comunisti, la disuguaglianza globale e lo sfruttamento dei lavoratori nelle corporations altamente redditizie non sono solo il risultato di datori di lavoro poco gentili o regolamenti sleali sul lavoro. Sono sintomi di un modo specifico di organizzare la ricchezza, un modo che non esisteva ai primordi dell’umanità e che rappresenta una parte della “cultura della morte”, per prendere in prestito una frase familiare. Viviamo già in un mondo in cui la ricchezza viene ridistribuita, ma va verso l’alto, non verso il basso o orizzontalmente.
Sebbene i sondaggi mostrino che i cittadini statunitensi sono diventati sempre più scettici sul capitalismo – un sondaggio di Gallup riporta persino che i democratici considerano in maniera più positiva il socialismo rispetto al capitalismo – tale atteggiamento non è molto popolare tra i rappresentanti elettorali. Le reazioni alla candidatura alle primarie di Bernie Sanders nel 2016 e il successo elettorale di Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, membri dei Democratici Socialisti d’America, un partito co-fondato da un ex Catholic Worker, Michael Harrington, sono state caratterizzate da un revival dell’isteria socialista. I politici repubblicani e democratici avevano detto chiaramente che qualunque fossero state le loro differenze, entrambi avrebbero concordato sul fatto che nella cultura politica americana il sostegno al capitalismo non è negoziabile, come sostenuto anche da Nancy Pelosi durante un’assemblea della CNN.
I comunisti non si accontentano dell’alternanza dei partiti capitalisti, che si puntano il dito a vicenda mantenendo, congiuntamente, un sistema che sfrutta moltitudini di persone, compresi i propri elettori. I comunisti pensano che possiamo costruire modi migliori di stare insieme nella società.
Contrariamente alla paura che i comunisti desiderino semplicemente le “cose” di tutti, l’abolizione della proprietà privata, per la quale Marx ed Engels fecero appello, significa l’abolizione dei modi privati di generare ricchezza, non degli abiti che hai sulle spalle o della collezione di cravatte di tuo padre. Come dice il detto popolare nei circoli comunisti, i comunisti non vogliono il tuo spazzolino da denti. Alcune delle proposte standard nei programmi dei partiti comunisti includono cose come fornire assistenza sanitaria gratuita, abolire il profitto privato dall’affitto di proprietà e la creazione di istituzioni veramente democratiche in cui i politici non sono milionari e sono soggetti a richiamo.
Infatti, sebbene la Chiesa cattolica insegni ufficialmente che la proprietà privata è un diritto naturale, questo insegnamento ci giunge a condizione che la proprietà privata sia sempre subordinata al bene comune. Così subordinato, afferma Papa Francesco in un momento veramente profondo del “Laudato Si”, che “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto o inviolabile, e ha sottolineato lo scopo sociale di tutte le forme di proprietà privata”.
C’è una sorta di parallelismo con il Manifesto del Partito Comunista, laddove Marx ed Engels sottolineano che abolire la proprietà privata non significa abolire la proprietà personale o il tipo di cose che un artigiano o un agricoltore potrebbe possedere, ma la proprietà accumulata detenuta dai ricchi, che divide gli esseri umani in classi antagoniste di persone – in altre parole, il tipo di proprietà privata che la maggior parte di noi non ha.
“Il fatto che noi intendiamo eliminare la proprietà privata vi inorridisce”, affermano Marx ed Engels ai loro detrattori borghesi. “Ma nella vostra società esistente, la proprietà privata è già stata eliminata per nove decimi della popolazione; la sua esistenza per pochi è dovuta esclusivamente alla sua non esistenza nelle mani di quei nove decimi.”
Invece, scrivono che la proprietà dovrebbe essere trasformata. In un passaggio non troppo lontano dall’audace frase di Papa Francesco riportata sopra, Marx ed Engels affermano: “Quando, quindi, il capitale viene convertito in proprietà comune, nella proprietà di tutti i membri della società, la proprietà personale non viene così trasformata in proprietà sociale. È solo il carattere sociale della proprietà che viene modificato. Perde il suo carattere di classe.”
Ciò che i comunisti desiderano è una vita autenticamente comune insieme, e pensano che ciò possa avvenire solo relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Davvero radicale, ma certamente non così scioccante per le persone che ricordano quando la Vergine Maria cantò che Dio ricolmò di beni gli affamati e rimandò a mani vuote i ricchi vuoti (Lc 1, 53).
Dorothy Day e il comunismo cristiano
Dorothy Day sembrò riconoscere in seguito le motivazioni più profonde del comunismo, e mutò il suo giudizio sui comunisti buoni suggerendo che forse esiste anche un buon comunismo. Il suo articolo su America fu scritto all’inizio della Grande Depressione. Venti anni dopo, Fidel Castro e compagni fondarono il Movimento del 26 luglio che, nel 1959, estromise Fulgencio Batista, il cui regime era noto per la tortura e l’uccisione di migliaia di cubani con il sostegno degli Stati Uniti.
Riflettendo sulla rivoluzione cubana sul Catholic Worker del 1961, la Day offrì una prospettiva complessa sulla persecuzione di alcuni cattolici in seguito alla rivoluzione. Tuttavia, scrisse, “È difficile… dire che il posto del Catholic Worker è con i poveri e che, essendo lì, ci troviamo spesso dalla parte dei persecutori della Chiesa. Questo è un fatto tragico.”
La Day ricordò ai suoi lettori che Castro aveva sottolineato il fatto che non fosse contro la Chiesa o i cattolici in quanto tali (conosceva i cattolici della rivoluzione, dopo tutto) ma contro quelle fazioni all’interno di Cuba che avrebbero preferito aggrapparsi al vecchio regime, costruito sull’oppressione del popolo di Cuba. Castro non solo permise a sacerdoti e suore di rimanere a Cuba, scrisse la Day, ma affermò che la Chiesa resistette a monarchie, repubbliche e stati feudali. “Perché non può esistere sotto uno stato socialista?”, chiese. Aveva notato che molti gesuiti sarebbero rimasti a Cuba per lavorare nelle parrocchie e aggiunse che i gesuiti avevano già avuto esperienze di persecuzioni e repressioni.
Ma Dorothy Day non era aperta solo alla possibilità a malincuore che la Chiesa cubana non potesse essere spazzata via dal socialismo. Andò oltre: “Siamo dalla parte della rivoluzione. Riteniamo che debbano esserci nuovi concetti di proprietà, propri dell’umanità, e che il nuovo concetto non sia così nuovo. C’è un comunismo cristiano e un capitalismo cristiano.
“Dio benedica i sacerdoti e il popolo di Cuba. Dio benedica Castro e tutti coloro che vedono Cristo nei poveri”, disse. Un anno dopo, la Day visitò Cuba per vedere da sé la società rivoluzionaria. In una serie di comunicati al Catholic Worker, riportò brillantemente, anche se non senza notare le molte difficoltà a cui la giovane società doveva porre rimedio, i problemi che sperava potessero effettivamente essere risolti con un po’ di ingegnosità comunista.
Ormai da oltre un secolo, i comunisti – cristiani e non cristiani – combattono contro una violenta economia capitalista, mettendo a repentaglio le loro vite e la libertà, sopportando assassini, la prigione e la guerra. Indipendentemente dal fatto che uno sia o meno convinto dalla speranza comunista di abolire la proprietà privata, è innegabile che i comunisti abbiano fornito una vera e propria sfida materiale a un sistema globale che i più potenti governi del mondo hanno tutte le intenzioni di perpetuare. La perdita di un movimento comunista di massa, dovuta in gran parte a un’aggressiva persecuzione legale e politica da parte degli Stati Uniti e di altri governi, ha reso difficile l’organizzazione dell’opposizione al capitalismo stesso; ma anche in sua assenza, la maggioranza dei millennial respinge il capitalismo.
Come dicevano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista: “Al posto della società borghese, con le sue classi e gli antagonismi di classe, avremo un’associazione, in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione per il libero sviluppo di tutti.” È con quella speranza di libero sviluppo, al di là della concorrenza dei capitalisti, che molti cattolici, me compreso, si annoverano tra i comunisti.
Quindi Dorothy Day aveva ragione quando diceva che è quando i comunisti sono bravi che sono pericolosi. I comunisti perseguono il bene quando sono pericolosi; si oppongono a un sistema economico basato sull’avarizia, sullo sfruttamento e sulla sofferenza umana, affliggendo il benestante e confortando l’afflitto. E in un mondo legato a un’economia della morte, che sta danneggiando la nostra “casa comune”, come ci dice Papa Francesco, e affermandosi come la fine della storia, dobbiamo anche aggiungere: è quando i comunisti sono pericolosi che sono buoni.
Dean Dettloff

Preghiera del miscredente

Autore: liberospirito 27 Lug 2019, Comments (0)

Tra i significati della parola “miscredente” il vocabolario Treccani pone (anche se considerato di uso poco comune) chi assume un atteggiamento di fondamentale scetticismo o di critica verso i valori ideali e spirituali correnti. Ecco: in questa definizione molti oggi si riconoscono, tra i quali noi. Per queste ragioni pubblichiamo questi versi di Juan Vicente Piqueras, poeta contemporaneo spagnolo (fra l’altro ha tradotto nella sua lingua testi di Tonino Guerra e Cesare Zavattini). Proprio Tonino Guerra scrisse che nelle poesie di Piqueras “i miei occhi hanno raccolto schegge di luce che mi hanno portato lungo rotte e sentieri così carichi di nuvole misteriose e avvolgenti”. In effetti, a leggere questi versi, sembra davvero di imbattersi in qualcosa di nuovo, di inedito, una preghiera atea e laica…

PREGHIERA DEL MISCREDENTE

L’importante è pregare, non importa chi,
che le domande siano le preghiere
del pensiero, piantino i loro semi
nella nostra solitudine, e non ci sia pace
che, a forza di insistere, sia capace
di non esistere, non abbia altra scelta
che rispondere alla voce di chi la chiama.

Che Dio non esista, è
forse una ragione per non credere in lui?

Dio è il nome della sete, il destino
e la voglia di questa solitudine
che entrambi siamo.

Di nessuno parlo con dio, di dio con nessuno.
Lo scrivo con attenzione e con la minuscola.
Io sono ateo e laico ogni giorno.
Ma ci sono notti amniotiche
in cui la mia anima prega in ginocchio
non importa chi,
chiede, spera, implora.

E la mia anima in ginocchio è una candela
alla cui luce, nella cui notte, scrivo.

Juan Vicente Piqueras

Poveri di tutto il mondo, unitevi!

Autore: liberospirito 17 Lug 2019, Comments (0)

Pubblichiamo un articolo di Aboubakar Soumahoro (sindacalista della USB, impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti), apparso sull’ultimo numero dell'”Espresso”. Si parla di miseria materiale, ma anche di miseria immateriale e della necessità di dare vita a “una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza oltre il presentismo ed il suo cannibalismo”. Sono parole che risuonano con la sensibilità del liberospirito. Da leggere …

 

Nel corso degli ultimi anni, a letteratura accademica ha trattato approfonditamente il tema della povertà materiale declinandolo in povertà assoluta o estrema, che fa riferimento alla condizione nella quale versano le persone impossibilitate a soddisfare i bisogni di base, e in povertà relativa, che esprime l’incapacità e le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di un paese.

Questi due parametri della povertà materiale si manifestano anche attraverso “carestia, malnutrizione, accesso limitato all’istruzione e ai servizi di base, discriminazione sociale, esclusione e mancanza di partecipazione al processo decisionale. Oggi, più di 780 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale. Più dell’Il per cento della popolazione mondiale vive ín condizioni di estrema povertà e lotta per soddisfare i bisogni di base come la salute, l’istruzione, l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Oltre 160 milioni di bambini rischiano di rimanere in condizioni di estrema povertà entro il 2030” secondo le Nazioni Unite.

La povertà materiale, che sia essa relativa o assoluta, interessa anche milioni dí lavoratori e di lavoratrici per la natura precaria del lavoro e dei bassi salari che li confina al contempo in una precarietà socio esistenziale. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), in Italia la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di persone mentre quella relativa riguarda quasi 9 milioni di individui. Secondo questo dato, la povertà materiale colpisce 14 milioni di persone in Italia, ovvero circa il 23,4 per cento dell’intera popolazione.

Il dramma della povertà materiale insieme alla sua intensità divora, in modo sistematico, ogni giorno milioni di persone ai quattro angoli del mondo. Purtroppo, le società odierne tendono a stigmatizzare le persone impoverite per la loro condizione di povertà subita. Queste persone, definite “parassiti della società”, vengono ghettizzate urbanisticamente e relegate nelle periferie che diventano luoghi di solitudini parallele e che non consentono di trasformare il sentimento di disperazione in una condivisa consapevolezza politica. In questo contesto diventa più facile indirizzare la frustrazione verso chi sta peggio. Tutto ciò favorisce di fatto il sorgere dì una povertà delle coscienze.

La povertà materiale dei nostri giorni è accompagnata da una povertà immateriale che continua a erodere valori e principi indispensabili alla nostra comunità. Per uscire dalla povertà immateriale serve un risveglio delle coscienze anche attraverso una indispensabile rivoluzione spirituale e politica. Questo processo, oltre ad analizzare il presente, dovrebbe avere come principale vocazione la messa in discussione dello stesso con la finalità di cambiarlo. La crisi che viviamo, caratterizzata dalla decadenza di civiltà, va affrontata nelle dimensioni materiali ed immateriali.

Oggi abbiamo più che mai bisogno di una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza andando oltre il presentismo ed il suo cannibalismo. Se oggi non riusciamo a definire chi siamo, chi vogliamo essere e in quale tipo di contesto vogliamo vivere non possiamo proiettarci verso una società più giusta ed equa. Definire un orizzonte migliore vuol dire innanzitutto entrare in relazione con i sentimenti delle persone che vivono in povertà, in precarietà lavorativa e socio-esistenziale, in umiliazioni e in privazioni. Questo processo susciterebbe la costruzione di una solidarietà intesa come condivisione di bisogni comuni tra soggetti simili e diversi. La solidarietà è la spina dorsale dell’umanità in una prospettiva umana e per una società più sociale. Questa solidarietà umana, che va difesa e tutelata, permetterebbe un’equa ridistribuzione delle ricchezze indispensabile a fronteggiare la povertà. Rinunciare alla solidarietà equivale a soccombere alla disumanità e ad abdicare alla nostra umanità.

In questa prospettiva, si dovrebbe stigmatizzare la povertà e non i poveri con l’ambizione di una più ampia e diffusa prosperità per tutti gli esseri umani. Tuttavia sarebbe abbastanza irrealistico pensare che i sostenitori degli odierni processi di accumulazione, proprio dell’attuale paradigma economico, possano farsi promotori di soluzioni volte a contrastare la povertà. Solamente, una salda unione tra le persone immiserite e impoverite in rivolta, resistendo agli stratagemmi di divisione adoperati dalle classi dominanti per continuare a esercitare la loro egemonia, sarebbe capace di avviare un percorso per sconfiggere ogni forma di povertà, sia essa materiale che immateriale.

Aboubakar Soumahoro

Il nuovo credo di John S. Spong

Autore: liberospirito 15 Giu 2019, Comments (0)

Presentiamo le conclusioni che il teologo americano  John Shelby Spong espone nel suo libro Perché il cristianesimo deve cambiare o morire (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019), presente da poco nelle librerie. Già vescovo della Chiesa episcopaliana statunitense, ora in pensione, Spong è autore di diversi saggi che hanno ottenuto un notevole successo negli Stati Uniti.  Il suo pensiero si caratterizza per la proposta di una radicale riforma della fede cristiana, lontano dai consueti modelli teisti e dalle dottrine religiose tradizionali. Al momento sono disponibili tradotti in italiano sette libri.

Una parola finale

Credo che ci sia una realtà trascendente presente nel cuore stesso della vita. Chiamo questa realtà Dio.

Credo che questa realtà abbia un’inclinazione verso la vita e la pienezza, e che la sua presenza sia sperimentata come qualcosa che ci richiama oltre i nostri timorosi e fragili limiti umani.

Credo che questa realtà possa essere trovata in tutto ciò che è, ma che raggiunga l’autocoscienza e la capacità di essere nominata, comunicata e riconosciuta solo nell’essere umano.

Credo che il cielo… non sia un luogo ma un simbolo per rappresentare l’assenza di limiti dell’Essere stesso. Credo che in questo regno del cielo si entri ogni volta che le barriere, che sembrano vincolare la vita umana a qualcosa di meno di ciò di cui è capace, sono messe da parte. Credo in Gesù…

Credo che questa realtà trascendente si sia rivelata nella sua vita in modo così completo da indurre le persone a riferirsi a lui come al figlio di Dio…

Credo che questo Gesù fosse una presenza di Dio, una potente esperienza della realtà di quel Fondamento dell’essere che tutti sostiene nella profondità stessa della vita…

Credo nel dono di quello Spirito che è stato chiamato “datore della vita”. Una volta abbiamo collocato Dio solo all’esterno e abbiamo chiamato questo Dio Padre onnipotente. Poi, abbiamo collocato questo Dio in Gesù e l’abbiamo chiamato Figlio incarnato. Ora abbiamo collocato Dio in ogni persona e abbiamo chiamato questo Dio Spirito Santo. Credo che questo Spirito inevitabilmente crei comunità di fede che col tempo apriranno questo mondo a Dio come al vero Fondamento della loro vita e del loro essere…

Credo, pertanto, che essere a contatto con il Fondamento dell’essere crei l’universale comunione dei santi, il perdono dei peccati, la realtà della risurrezione e l’ingresso nella vita perenne. (pp. 263-267, passim)

La religione non è, dunque, ciò che abbiamo sempre pensato che fosse. La religione non è un sistema di credenze. Non è un catalogo di verità rivelate. Non è un’attività destinata a controllare il comportamento, per premiare la virtù e punire il vizio. La religione è piuttosto un tentativo umano di elaborare l’esperienza di Dio, che prorompe dalle nostre profondità e sgorga continuamente dentro di noi…

La sola missione divina nella vita che la Chiesa del futuro può eventualmente avere è quella di aprire le persone a riconoscere che il fondamento del loro vero essere è santo e che quando sono in contatto con quel santo Fondamento dell’essere, possono condividere la creazione di Dio donando vita, amore ed essere agli altri. (p. 268)

 

Il post-teismo di Spong a Piacenza

Autore: liberospirito 20 Mag 2019, Comments (0)

Sabato 1° giugno, alle ore 16.30 presso la Biblioteca Passerini-Landi di Piacenza ci sarà un incontro in cui verrà presentato il pensiero del teologo americano John Shelby Spong. Nato nel North Carolina, nel 1931, è stato per molti anni vescovo episcopaliano di Newark ed è attualmente uno dei più noti saggisti religiosi del mondo anglofono. Come conferenziere è stato invitato a parlare in oltre cinquecento università e istituti teologici. Alcune sue opere sono state tradotte in varie lingue e hanno superato abbondantemente il milione di copie. Anche in Italia, a partire dal 2010, è in crescita il numero dei suoi lettori.

Nel corso dell’incontro si parlerà del percorso umano e intellettuale di Spong con la sua visione post-teistica in materia religiosa. Si discuterà anche degli autori che hanno contribuito, a vario titolo, alla sua formazione, come il tedesco Rudolf Bultmann e l’inglese John A.T. Robinson. Infine verranno presentati le due ultime traduzioni di Spong in lingua italiana: Letteralismo biblico (Massari) e Perché il cristianesimo deve cambiare o morire (Il Pozzo di Giacobbe).

Condurranno l’incontro Federico Battistutta e Ferdinando Sudati (curatore delle opere di Spong in italiano).

Qui c’è il link della biblioteca che illustra l’incontro: http://www.passerinilandi.piacenza.it/calendario/calendario/perche-il-crisitanesimo-deve-cambiare-o-morire

Qui, per chi interessato a un’immediata conoscenza della figura di Spong, c’è il link a Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/John_Shelby_Spong

Titolo: Perché il cristianesimo deve cambiare o morire

Quando: sabato 1° giugno, ore 16,30

Dove: Biblioteca Passerini-Landi- Piacenza, via G. Carducci 14, Piacenza

 

Sulla Chiesa: rileggendo Pasolini corsaro

Autore: liberospirito 11 Apr 2019, Comments (0)

E’ capitato di rileggere, come per caso, alcune pagine di Pasolini sulla Chiesa. Nello specifico si tratta di una sua recensione di un libro pubblicato dalla casa editrice del Vaticano. Il testo proviene dagli Scritti corsari (Milano, Garzanti, 1975), anche se è un breve articolo apparso sul “Tempo” il 1° marzo 1970. Parlare della lungimiranza di Pasolini sembra quasi un luogo comune, ma che dire di queste righe risalenti a cinquant’anni fa?

La Chiesa non può che essere reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente libero; la Chiesa non può che essere contraria a qualsiasi innovazione anti-repressiva (ciò non significa che non possa accettare forme, programmate dall’alto, di tolleranza: praticata, in realtà, da secoli, a-ideologicamente, secondo i dettami di una «Carità» dissociata – ripeto, a-ideologicamente – dalla Fede); la Chiesa non può che agire completamente al di fuori dell’insegnamento del Vangelo; la Chiesa non può che prendere decisioni pratiche riferendosi solo formalmente al nome di Dio, e qualche volta magari dimenticandosi di farlo; la Chiesa non può che imporre verbalmente la Speranza, perché la sua esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire alcuna specie di speranza; la Chiesa non può (per venire a temi di attualità) che considerare eternamente valido e paradigmatico il suo concordato col fascismo. Tutto questo risulta chiaro da una ventina di sentenze «tipiche» della Sacra Rota, antologizzate dai 55 volumi delle Sacrae Romanae Rotae Decisiones, pubblicati presso la Libreria Poliglotta Vaticana dal 1912 al 1972.

Non c’era bisogno certo della lettura di questo florilegio per sapere le cose che ho qui sopra sommariamente elencato. Tuttavia le conferme concrete – in questo caso la «vivacità involontaria dei documenti – ridà forza a vecchie convinzioni tendenti all’inerzia. Per quel che riguarda una lettura letteraria, queste «sentenze» hanno poi notevoli elementi oggettivi di interesse (come osserva il prefatore del volume, Giorgio Zampa). Esse alludono con la violenza dell’oggettività – ossia dei riferimento alla matrice comune a tutta una serie di situazioni romanzesche: Balzac («Emilio Raulier aveva deciso di associarsi a tale Giuseppe Zwingestein, ma non aveva il capitale a ciò necessario…», «Se papà Planchut mi desse la somma…»), Bernanos, o Piovene («Frida… rimase orfana di entrambi i genitori ancora bambina e fu mandata dal nonno, che le faceva da padre, nel collegio delle suore di N. N., ove rimase sin quando ebbe quindici anni…»), Sologub («Essendo molto ricca, non appena ebbe superata la pubertà, venne chiesta in sposa al nonno da molti, alcuni dei quali di vecchia e nobile famiglia…»), Puškin («A bocca aperta i contadini ammirarono da lontano la pompa notturna delle nozze celebrate nella cappella privata della tenuta, tra Maria e il sottotenente Michele verso la mezzanotte dell’8 giugno 19..»), Pirandello, Brancati e Sciascia (“Affascinata dall’avvenenza di Giovanni, giovane di ventotto anni, cattolicamente e piamente allevato, Renata, minore di lui di otto anni e allevata secondo princìpi e abitudini liberali, se ne invaghì…», «Quindi ella contrasse matrimonio per soddisfare la propria libidine, né poteva fare diversamente, giacché lui almeno dal punto di vista formale era cattolico e praticante»).

Confesso che è da romanziere che ho letto questo libro, o forse anche da regista. La casistica è tale, da non potersi considerare cibo di tutti i giorni. Sono rimasto invece scandalizzato (in una lettura cosi professionale) da ciò che la Chiesa appare attraverso questo libro. Per la prima volta, essa si rivela anche formalmente del tutto staccata dall’insegnamento del Vangelo. Non dico una pagina, ma nemmeno una riga, una parola, in tutto il libro, ricorda, sia pure attraverso una citazione retorica o edificante, il Vangelo. Cristo vi è lettera morta. Viene nominato Dio, è vero: ma solo attraverso una formula (“avendo innanzi agli occhi soltanto Dio, invocato il nome di Cristo”), o poco più, ma sempre con inerte solennità liturgica, che non distingue per nulla queste «sentenze» da un testo sacerdotale faraonico o da un rotolo coranico. Il riferimento è semplicemente autoritario, e, appunto, nominale. Dio non entra mai all’interno dei ragionamenti che portano gli «Uditori» a annullare o a confermare un matrimonio, e quindi nel giudizio pronunciato a proposito dell’uomo e della donna che chiedono il «divorzio» e della folla dei testimoni e dei parenti che riempiono la loro vita sociale e familiare. Ciò che i giudici hanno in mano è il codice; e va bene. Questo si può giustificare col fatto che il codice è specifico e specialistico. Ma, intanto, quel codice non è mai letto e applicato cristianamente: ciò che contano in esso sono le sue norme, e si tratta di norme puramente pratiche, che traducono in termini dal senso unico concetti irriducibili come, per esempio, «sacramento». (…)

Pubblichiamo questa lettera aperta, invitando non solo a leggerla ma anche a sottoscrivere e diffondere. Riguarda il triste convegno sulla famiglia “tradizionale” che si deve svolgere a Verona.  Il sito della petizione (su Change.org) è: http://chng.it/jdfnyY8n9P

Siamo un gruppo di insegnanti, di ogni ordine e grado, della scuola pubblica e privata. Viviamo e insegniamo in Italia e quanto vediamo ogni giorno, nel nostro Paese, desta non poche preoccupazioni. Tra le cose che ci indignano profondamente, in questo ultimo periodo, c’è il Congresso delle famiglie che si terrà a Verona nell’ultimo week end di marzo.

La presenza di certi relatori, certe loro dichiarazioni passate – contro la libertà delle donne, contro l’interruzione volontaria di gravidanza, contro le persone Lgbt, contro le famiglie omogenitoriali, ecc – e gli stessi temi trattati ci sembrano violare il nostro Dettato Costituzionale, nell’articolo 3 soprattutto.

Grave, ancora, ci sembra che questo evento venga patrocinato con le insegne delle istituzioni e che veda – tra gli altri – la partecipazione del ministro dell’Istruzione, Bussetti, che dovrebbe invece rappresentare tutta la popolazione scolastica, insegnanti e allievi/e, nel rispetto delle nostre famiglie e delle nostre situazioni affettive e personali. Tutte, indistintamente.

Ribadiamo che noi viviamo la Scuola in quella che è la sua quotidianità. Quella di ragazze e ragazzi per i quali diventiamo un punto di riferimento oltre le loro famiglie. E vediamo tante diversità, di lingua, di religione, di usi e costumi, di identità sessuali, di realizzazioni familiari… l’elenco non si esaurisce qui. Nella tutela di queste persone, dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, noi ci muoviamo.

Riteniamo che il Congresso che si terrà a Verona voglia proporre una visione della donna e della società che ci porta nel passato più oscurantista. Noi, invece, agiamo nel presente e ci proiettiamo nel futuro. Per questo motivo, abbiamo deciso di chiamare questo gruppo “Futuro, semplice!”. Un gruppo apartitico, che crede nell’uguaglianza per tutti e tutte. Un’iniziativa dal basso a cui chiunque può aderire, sottoscrivendo il nostro Manifesto e firmando la petizione su Change.org.

Sito della petizione: http://chng.it/jdfnyY8n9P

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ManifestoFuturoSemplice/

Per un islam laico

Autore: liberospirito 4 Mar 2019, Comments (0)

E’ stata presentata domenica 24 febbraio a Berlino l’ “Iniziativa per un Islam laico”, promossa dall’avvocata Seyran Ates, fondatrice della prima moschea liberale tedesca. A seguire pubblichiamo il comunicato con cui l’associazione ha lanciato la sua iniziativa. Rispetto alle paranoie islamofobe che circolano a casa nostra e nel resto dell’Europa ci sembra un’iniziativa che meriti attenzione e ascolto. Non è l’unico segnale che va nella direzione di una costruzione di un islam occidentale. In precedenti post abbiamo dato notizie che seguono questo cammino. A cominciare dall’apertura a Berlino di una moschea paritaria (sempre ad opera di Seyran Ates), in cui il velo non è obbligatorio e dove le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi, proponendo, inoltre, una lettura storico-critica del Corano (vedi qui). Così come abbiamo dato pure notizia della “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay (vedi qui). Infine chi desiderasse approfondire il tema rimandiamo a un’intervista a Seyran Ates in cui articola  con chiarezza il suo pensiero (vedi qui). Ecco il comunicato dell’ “Iniziativa per un Islam laico”:

«L’“Iniziativa per un Islam laico” è stata fondata in Germania in occasione della quarta Conferenza sull’islam per dare visibilità alle musulmane e ai musulmani laici, che finora non sono stati rappresentati nel dibattito pubblico. Laicità significa per noi sottolineare la positiva neutralità dello Stato e la separazione, che deve essere sempre maggiore, fra religione e politica (Stato) e considerare i musulmani pieni cittadini di una società democratica, che condividono con gli altri diritti e doveri. L’Iniziativa sostiene una maggiore partecipazione civile dei musulmani (per esempio attraverso offerte formative) ma è contro qualsiasi diritto speciale per i musulmani. La libertà di confessione religiosa e il diritto all’“indisturbato esercizio del culto” previsti dalla Costituzione tedesca non includono secondo noi il diritto di imporre le norme religiose nello spazio pubblico».

Liberospirito con un sito rinnovato

Autore: liberospirito 19 Feb 2019, Comments (0)

Dopo una breve pausa è da poco on line il sito www.liberospirito.org completamente rinnovato. Sorto oramai dieci anni orsono, nel 2009, abbiamo avvertito il bisogno di un piccolo rinnovamento. Nuova è buona parte della grafica e delle immagini, nel complesso il sito risulta così più scorrevole, avendolo alleggerito di alcune parti che risultavano ridondanti o poco attuali. Abbiamo invece inserito una nuova sezione (post-teismo) di maggior interesse e pregnanza. Pertanto liberospirito è presente sulla rete e continua a dotarsi di tre strumenti: il sito, il blog e la pagina Facebook. Ora e più che mai. Quanto scritto non è altro che un invito a continuare a seguirci. Buona navigazione e buona lettura!

Armi: tradimento di Stato

Autore: liberospirito 16 Gen 2019, Comments (0)
Riportiamo un intervento di Alex Zanotelli in merito alle recenti decisioni belliciste dell’attuale governo e al pericolo a livello globale per la presenza di vari “dottor Stranamore” in diverse parti del mondo (per dirne soltanto una: siamo davanti a due blocchi armati con 15.000 bombe atomiche a disposizione).
Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde :
– non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
– si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
– ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
– ha deciso di comperare gli F -35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
– continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra( i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);
– ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!
Alex Zanotelli

Amos Oz : in memoriam (1939 – 2018)

Autore: liberospirito 30 Dic 2018, Comments (0)

Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?” Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio, mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa”.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 16-17

Contro la lettura patriarcale della Bibbia

Autore: liberospirito 10 Dic 2018, Comments (0)

Pubblichiamo (da askanews) la seguente notizia. Riguarda la nascita di un gruppo di lavoro, in Svizzera, per costruire  “Una Bibbia delle donne”. L’idea che orienta il progetto è la possibilità di affrontare attraverso una lettura critica del testo biblico “questioni esistenziali per le donne, interrogativi che ancora oggi si pongono”.

Stanche di vedere i testi sacri usati per giustificare la sotto- missione, anche l’inferiorità delle donne, un gruppo di teologhe – cattoliche che protestanti – si è unito per scrivere “Una Bibbia per le Donne”. Mentre il movimento #MeToo continua a denunciare abusi e violenze in diversi contesti culturali e diversi settori, alcuni studiosi della cristianità stanno chiedendo a gran voce che si ammetta che certe interpretazioni bi- bliche hanno contribuito a creare una immagine negativa delle donne. Le teologhe ribelli, invece, sostengono che con le giuste interpretazioni, la Bibbia può essere uno strumento di promozione dell’emancipazione femminile.

Così è nata “Une Bible des femmes” (Una Bibbia delle donne) pubblicata il mese scorso dalla casa Labor et Fides. Un’opera collettiva che realizza un progetto lanciato a Ginevra da Elisabeth Parmentier e Lauriane Savoy. Il principio guida usato da quest’ultima è che “i valori femministi e la lettura della Bibbia non sono incompatibili”. Docente alla Facoltà di Teologia di Ginevra che fu fondata sotto l’influenza di Giovanni Calvino nel 1559, Savoy racconta oggi di avere deciso di lanciare il progetto dopo aver notato – assieme alla collega Elisabeth Parmentier – quanto poco la gente sapesse dei testi biblici.

“Tanta gente li riteneva completamente superati e senza rilievo per i valori odierni della parità”, ha spiegato la studiosa 33enne all’agenzia Afp. All’idea si sono associate poi altre 18 teologhe, per un totale di 20 studiose da diversi Paesi e diversi rami della cristianità. Ed è stata creata una collezione di testi che sfidano le tradizionali interpretazioni della Bibbia dove la donna è presentata come debole e subordinata agli uomini che le circondano. Parmentier fa l’esempio di un passaggio del Vangelo di Luca, in cui Gesù visita le due sorelle Marta e Maria. Di Maria si dice che si occupa del “servizio”, espressione interpretata come riferimento al fatto che serviva il cibo, ma “la parola greca diakonia ha altri significati, ad esempio quello di diacono”.

Le due promotrici del progetto ginevrino si sono ispirate a un lavoro del 1898 della suffragetta americana Elizabeth Cady Stanton che, assieme a un comitato di altre 26 donne, rea- lizzò “La Bibbia delle Donne” nel nome dell’apertura a una dimensione paritaria nel rapporto con la donna. Inizialmente Elisabeth Parmentier e Lauriane Savoy pensavano di tradurre semplicemente l’opera, poi hanno concordato che un lavoro vecchio di 120 anni andava necessariamente aggiornato con criteri del 21esimo secolo.

Nell’introduzione alla “Bibbia delle Donne” le autrici affermano che ogni capitolo intende “esaminare le evoluzioni nella tradizione cristiana, cose che sono rimaste nascoste, tradu- zioni tendenziose, interpretazioni parziali”. L’obiettivo è affrontare “la persistenza delle let- ture patriarcali che hanno giustificato numerose limitazioni e divieti per le donne”.

Savoy fa notare ancora che Maria Maddalena, “il personaggio femminile che compare più spesso nei Vangeli”, è un personaggio “fondamentale, ma descritto come una prostituta e, in una nuova ondata di fiction, anche come l’amante di Gesù”. Mettendo in secondo piano il fatto che Maria Maddalena resta con Gesù che sta morendo sulla croce, mentre tutti gli altri hanno paura, discepoli compresi. Ed è lei a recarsi per prima alla tomba di Gesù e a scoprire la sua resurrezione”.

Nella “Bibbia delle Donne”, spiega Parmentier, “ogni capitolo affronta questioni esistenziali per le donne, interrogativi che ancora oggi si pongono”. E in ultima analisi, “mentre c’è chi dice che per essere femminista devi buttare via la Bibbia, noi crediamo il contrario”.

Oltre l’antropocentrismo

Autore: liberospirito 30 Nov 2018, Comments (0)

E’ uscito da poco il nuovo numero della rivista Relations. Beyond anthropocentrism, pubblicazione in lingua inglese, ma edita in Italia, sulle tematiche filosofiche riguardante il superamento dell’antropocentrismo nei vari campi del sapere e dell’agire. Nella specifico si tratta di un numero speciale monografico sull’area emergente dell’etica energetica, in cui si prova a sviluppare un dialogo interdisciplinare tra filosofia ambientale ed etica, giustizia ambientale ed energetica, questioni di politica energetica, scienze umane ed ecologiche. Anche le nostre riflessioni hanno trovato ospitalità su questo volume.

A seguire l’indice del volume:

Giovanni Frigo – Energy Ethics: a Literature Review

Damien Delorme – Contesting the Radical Monopoly: a Critical View on the Motorized a Cyclonaut Perspective

Alice Dal Gobbo – Desiring Ethics: Reflections on Veganism from an Observational Study of Transitions in Everyday Energy Use

Bertrand Andre Rossert – Ethical Risk and Energy

M. Joseph Aloi – Coal Feeds My Family: Subsistence, Energy and Industry in Central Appalachia

Roman Meinhold – Human Energy: Philosophical-Anthropological Presuppositions of Anthropogenic Energy, Movement and Activity and their Implications for Well-being

Carl Mitcham, Giovanni Frigo – Energy Ethics Outside the Box

Andrea Natan Feltrin – Energy Equality and the Challenges of Populations Growth

Federico Battistutta – The Energy of Ethics / The Ethics of Energy. A Dialog with Irigaray, Varela and Jullien

Adam Briggle – Cherry Picking Coal 

Arrivederci Saigon

Autore: liberospirito 1 Nov 2018, Comments (0)

Quanto segue è la recensione di un film in uscita. Un film che, da parte di chi sta scrivendo queste poche righe di presentazione, non è stato ancora visto. Anzi, a dirla bene non si tratta di una segnalazione di film in programmazione. O meglio: parlare del film è un pretesto, un’occasione per fare una riflessione sui nostri tempi. Come sintetizzare il discorso? Mala tempora currunt! Il testo è di Franco Berardi “Bifo” (proviene dal sito di Effimera), mentre il film di cui si parla è di Wilma Labate.

Cinque ragazze toscane formano un gruppo musicale che si chiama “Le Stars” (proprio così). La più giovane ha sedici anni, la più grande ventuno, Rossella, la cantante, ha una passione per la black music. 

Un impresario musicale, forse un idiota o forse un mascalzone, le ingaggia, le porta in tournée in varie città italiane, in Calabria, in Lombardia. Poi gli fa firmare un contratto che prevede tournée nell’estremo oriente. 

Siamo nell’estate del 1968. Si parte per una tournée in Oriente, anzi per la precisione per il Vietnam del sud. Nessuna di loro sa niente di quel che sta accadendo nel mondo. Hanno studiato a Piombino, a Livorno, non hanno sentito parlare delle manifestazioni che in tutto il mondo sfilano contro la sporca guerra. Oppure, se ne hanno sentito parlare non ci hanno fatto caso, sono ragazzine di famiglie povere della provincia toscana.

Sbarcano all’aeroporto di Saigon e si rendono conto del fatto che non è proprio tutto normale: bombe accatastate in un angolo, crateri tutt’intorno alle piste, uomini armati balzano giù dagli elicotteri. 

Le Stars iniziano i concerti per tenere su il morale delle truppe americane, dapprima intorno a Saigon, poi più a nord, verso il fronte. Più si sale, più la guerra si fa violenta, più numerosi sono gli afro-americani. Incredule, sbigottite, ma anche ipnotizzate da quello spettacolo inimmaginabile, Rossella, Franca, Daniela e le altre di cui non ricordo il nome, fanno tre spettacoli al giorno per quel pubblico di ragazzi che hanno press’a poco la loro stessa età, quei ragazzi che provano la loro stessa angoscia, e sanno che ogni giorno può essere l’ultimo, e sono spinti a uccidere, a devastare, a torturare dalla potenza americana, malattia terminale dell’umanità.

Tre mesi nell’inferno del Vietnam. Poi finalmente il ritorno. E al ritorno quelli del partito comunista, gli amici dei genitori, i vicini di casa non le accolgono certo come si accolgono gli eroi.  Siete andate in Vietnam per tenere su il morale agli assassini. gli dicono. 

Poi basta. Per cinquanta anni di questa storia nessuno ha saputo niente. La band si sciolse, le stars si spensero, ciascuna visse la sua vita, insegnarono musica ai ragazzi. Fin quando Wilma Labate, in maniera del tutto casuale, venne a sapere della loro storia e fece il film più bello che si possa immaginare a proposito del 1968. Arrivederci Saigon.

Dentro c’è tutto, credetemi. Non solo la guerra, e le dimostrazioni pacifiste o guerrigliere. Non solo il Vietnam e le strade del quartiere latino. Ma soprattutto c’è l’innocenza di quelle ragazze e di quei giovanissimi afro-americani mandati a morire e a uccidere per la potenza che ha distrutto ogni possibilità di sperare nel futuro, e ora, cinquant’anni dopo quell’esplosione di innocente speranza che fu il movimento mondiale degli studenti e degli operai, si prepara a cancellare la stessa possibilità di sopravvivenza del genere umano.

Quello di Wilma Labate è un film sull’infinita violenza del nazismo americano e sull’insostenibile innocenza di un’umanità che ora, cinquant’anni dopo, si avvia verso la fine perché non aveva capito, allora, quando eravamo tanti, che non ci può essere pace, che non ci può essere speranza, che non ci può essere futuro, che non ci può essere umanità se non si cancella con tutti i mezzi necessari la razza predatrice. Eravamo innocenti e non abbiamo fatto quel che si doveva fare e ora la storia non può che concludersi come si sta concludendo.

Scritto il 29 ottobre 2018, giorno in cui uno degli innumerevoli imitatori di Hitler che sono al governo del mondo si impadronisce della foresta amazzonica, con il voto della maggioranza dei brasiliani e in particolare degli afro-brasiliani, e si prepara, inarrestabile, a soffocare definitivamente l’umanità

Franco Berardi “Bifo”

Gesù e/è Dio?

Autore: liberospirito 14 Set 2018, Comments (0)

Riprendiamo dal sito di MicroMega un intervento del pastore valdese Alessandro Esposito riguardante la natura divina di Gesù, il rabbi di Nazareth. Tale intervento prende spunto da un precedente articolo già apparso su MicroMega, nonché dalla traduzione italiana di un saggio del biblista e filologo statunitense Bart Ehrman.  

In data 30 agosto 2018 è stato pubblicato sul sito internet di questa rivista un interessante articolo a cura di Michele Martelli, nel quale l’autore commentava in maniera piana e lineare le tesi contenute nel libro di Bart D. Ehrman How Jesus Became God, tradotto l’anno scorso in lingua italiana dalla casa editrice Nessun Dogma. Poiché sia l’articolo che il libro al quale esso fa riferimento trattano di una questione piuttosto ignota ai non addetti ai lavori e decisamente controversa per coloro che si occupano di studi storici e teologici, vorrei provare a mettere in rilievo alcuni aspetti fondamentali, in merito ai quali, ritengo, la riflessione andrebbe approfondita.

La questione nevralgica, in ultima istanza, può essere riassunta mediante l’interrogativo: “Ma Gesù è Dio”? Secondo la maggior parte delle chiese cristiane (inclusa quella valdese) sì. Vi sono, effettivamente, dei passi del Secondo Testamento che possono far propendere per questa risposta. Il problema, però, è un altro. Vi sono infatti altri passi neotestamentari attraverso i quali si comprende chiaramente che Gesù non è presentato né predicato come Dio. È un dato di fatto, non un’ipotesi di lavoro. Procediamo, allora, ad alcuni chiarimenti, che mi paiono quanto mai opportuni.

Le testimonianze del Secondo Testamento non sono affatto concordi circa la nostra questione; e questo per un motivo assai semplice: i testi che vengono a comporre il canone neotestamentario sorgono in luoghi e periodi tra loro assai distinti e distanti. La teologia sottesa dal vangelo secondo Marco, non è la stessa che si può ricavare dalla lettura attenta del vangelo secondo Giovanni o dallo studio dell’epistolario paolino. In estrema sintesi, si può riscontrare che non vi è alcuna testimonianza riconducibile ai cosiddetti “vangeli sinottici” (Marco, Matteo, Luca) attraverso ci si possa asserire in maniera univoca e inequivocabile che Gesù è Dio; tutte le affermazioni che consentono di avallare questa interpretazione sono rinvenibili esclusivamente nell’evangelo giovanneo o nelle epistole paoline e deutero-paoline (ovverosia attribuite a Paolo di Tarso ma, in verità, redatte posteriormente). Questo, lo ripeto, per il semplice fatto che non si può parlare di una “teologia” del Secondo Testamento ma, soltanto, di “teologie”, al plurale, le quali restituiscono riflessioni, sensibilità, percorsi comunitari tra loro diversi.

La cosiddetta “confessione di fede trinitaria”, nella quale si asserisce la duplice natura del nazareno, al contempo umana e divina, non è biblica, ma ecclesiastica: la stabilirono i concili del cristianesimo tardo-antico, in particolare quello di Nicea (nel 325) e, in maniera (per così dire) definitiva, il concilio di Calcedonia (nel 451). Come si può notare, siamo in date assai distanti dalla predicazione di Gesù e dalla nascita del movimento cristiano delle origini. Ma, ancora una volta, il problema è un altro: quello di ordine cronologico, infatti, è secondario rispetto a quello di natura politica. Le decisioni assunte dai primi concili ecumenici, di fatto, beneficiarono dell’appoggio dei poteri costituiti e rivestirono la chiara funzione di strumenti di controllo sociale. Ciò che venne deciso in ambito conciliare, pertanto, non si afferma a motivo della sua verità (argomento sempre discutibile e molto spesso abusato), ma a causa del prevalere in senso squisitamente politico di una delle due tesi nei riguardi di quella opposta: l’eresia, del resto, è sempre definita tale dalla posizione che storicamente si afferma e che si autoproclama, in tal modo, “ortodossa”.

Inoltre, il fatto che si tratti di una vexata quaestio è testimoniato dalla constatazione che le decisioni conciliari non riuscirono in alcun modo a tacitare il dissenso, il quale continuò ad esprimersi in seno a correnti ritenute eterodosse e ad alimentare il dibattito dei secoli successivi: difatti, una decisione dogmatica non può rappresentare se non la conclusione arbitraria di una discussione che, per quel che attiene ai suoi contenuti, rimane inevitabilmente aperta, poiché in ultima istanza impossibile da dirimere mediante il ricorso ad argomentazioni irrefutabili.

Per questo, e concludo, la questione cosiddetta dell’antitrinitarismo (ma meglio sarebbe chiamarla unitariana, in modo tale da evitare di utilizzare il nome affibbiatole dai suoi detrattori) risorge sempre in seno al cristianesimo, ed è destinata a non estinguersi mai del tutto. Le ragioni fondamentali di questo destino ineluttabile, come ho provato ad illustrare, sono basicamente due: in primo luogo, la tesi unitariana ha un fondamento biblico; in secondo luogo le argomentazioni portate a suffragio della tesi cosiddetta “ortodossa”, che sancì il dogma trinitario e la divinità di Gesù, non possono in alcun modo ritenersi conclusive.

Alessandro Esposito 

La questione dei migranti, sotto il giogo dell’odierno governo, ripropone con urgenza la questione del diritto all’esistenza. Tale diritto è stato declinato recentemente nei termini di “ius soli” – espressione giuridica che sta a indicare l’acquisizione della cittadinanza di un dato stato come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Come è andata a finire la discussione intorno allo “ius soli” in Italia lo sappiamo. Qui riproponiamo la riflessione che fece a suo tempo Giorgio Agamben, secondo il quale, pur consapevole dell’importanza del problema, riteneva che l’attribuzione della cittadinanza non fosse la soluzione migliore all’emergenza migranti: “Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza”. E oggi – aggiungiamo – la lotta per lo “ius soli”, con tutto quello che sta accadendo, rischia paradossalmente di essere una battaglia di retroguardia. Come dire: al peggio non c’è mai limite. A seguire il testo integrale di Agamben.

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito. Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza. Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato. Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi. Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni. Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno. Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli). Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.
Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Comments (0)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri