Crea sito

Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Comments (0)

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

Questa volta parliamo di questioni di genere. Diciamo subito che fra gli ambiti di ricerche, di riflessioni e di esperienze presenti oggigiorno nel “mondo religioso” (espressione, quest’ultima – ce ne rendiamo conto – che indica tutto e niente; ma tali sono i limiti del linguaggio con cui dover fare i conti) quello cha va sotto il nome di teologie di genere (o termini simili) è sicuramente fra i più fertili e interessanti. Tanto per fare un esempio un paio di anni fa l’editrice Claudiana ha dato alle stampe la traduzione del Dio queer di Marcella Althaus-Reid, sollevando non poche polemiche. Il testo che proponiamo alla lettura è invece di Roberto Mancini (docente di filosofia all’Università di Macerata) e tocca le relazioni fra economia dei ruoli e questioni di genere come snodo fondamentale per pensare e praticare un’altraeconomia. Abbiamo trovato il testo sul sito altreconomia.it

A01-Sonzogno-Almanacco-1934

Economia domestica. È l’economia dei ruoli e della divisione dei compiti che da sempre organizza il rapporto tra uomini e donne. Far maturare un’altra economia non solo in piccole comunità, ma nella società intera è impensabile senza una profonda trasformazione della relazione tra i generi. Si conferma, anche da questa prospettiva, l’idea per cui il processo di superamento del capitalismo non è attuabile solo con buone pratiche o con politiche economiche diverse, ma richiede un mutamento radicale e sistematico del nostro modo di abitare il mondo. La direzione della trasformazione realmente adeguata è evidente: si tratta di passare dalla mentalità che fa del potere il mediatore di tutti i rapporti (tra capitale e lavoro, tra umanità e natura, tra adulti e bambini, tra uomini e donne, tra nativi e migranti, tra possidenti e diseredati) a una cultura liberante, per cui il mediatore in ogni relazione diventa la giustizia.

Intendo la giustizia che sa onorare la dignità delle persone e della natura; non è una dea bendata che non guarda in faccia a nessuno, ma una visione e un’azione lucida che sa riconoscere ognuno, volto per volto. La giustizia vera è fatta di rispetto, accoglienza, reciprocità, solidarietà, responsabilità. È una forza di risanamento delle relazioni e delle situazioni, non un potere che reagisce al male con altro male. In un ordinamento civile e in un tessuto sociale orientati in questo modo chiunque trova spazio per essere libero, senza che questo diritto sia più confuso con la prepotenza e con l’indifferenza verso gli altri, come accade nella logica del “liberismo”.

La scoperta e l’interiorizzazione di una giustizia simile avvengono in primo luogo nel rapporto tra i generi e in quello tra le generazioni. Quando tale cammino di apprendimento resta bloccato, prevale il criterio del potere, che una volta smascherato si rivela per quello che è: violenza. È proprio quello che continua ad accadere ogni giorno, ovunque nel mondo, a causa della violenza degli uomini contro le donne. Disprezzate, sfruttate, offese, violentate, uccise, bruciate vive. E di fatto prese in giro dalle grandi religioni mondiali, che a tutt’oggi continuano a perpetuare lo stereotipo per cui le donne sarebbero umanità minore e a disposizione. È storia vecchissima, sempre uguale. Perciò le parole di condanna suonano subito retoriche e pure le leggi più avanzate vengono facilmente eluse. Marx pensava che la rivoluzione proletaria avrebbe automaticamente liberato il genere femminile.

Oggi i soggetti dell’altreconomia non possono essere così ingenui. Noi uomini, tutti, dobbiamo diffidare di noi stessi e sentire la benefica vergogna per la tradizione maschilista a cui comunque apparteniamo. Dobbiamo chiederci quale immagine della donna abbiamo nel cuore e nella mente, quale economia domestica (materiale, simbolica, affettiva) abbiamo organizzato nei confronti di madri, sorelle, compagne e amiche. Chi opera per la nascita di un sistema economico equo, sobrio, ecologico e democratico deve interrogarsi con un’autentica disponibilità a cambiare. Le cooperative, le associazioni, le reti e i movimenti dell’altreconomia, sovente guidati da uomini, devono fare una verifica collettiva e scegliere una strada nuova. Molta parte del pensiero alternativo a cui ci si ispira è dovuto a schemi e logiche maschili. Vuol dire che il nostro resta un pensiero sordo, non così alternativo come crediamo. Perciò occorre porsi in ascolto e imparare, grazie al dialogo con le donne, a sradicare il maschilismo. In tal modo potremo dare un contributo all’avvento di relazioni libere dal dominio in ogni ambito della vita personale e collettiva. Questa è la prima altreconomia.

Roberto Mancini

Di ecoteologia. ancora

Autore: liberospirito 22 Set 2016, Comments (0)

DSCF1671

Segnaliamo che sul ns. sito – www.liberospirito.org – sono on line due degli interventi tenuti all’incontro “Distruzione o cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo”, svoltosi a Reggello, presso Firenze, quest’estate.

Si tratta delle relazioni di Herbert Anders: Biodiversità e proprietà intellettuale e di Samuele Grassi: Su un’ecologia queer nel terzo millennio. Andando ai relativi link è possibile sia leggere direttamente gli interventi, sia scaricarli in formato pdf. Herbert Anders è teologo e pastore battista a Roma; Samuele Grassi è docente di lingua e cultura italiana in istituti per stranieri a Firenze.

Buona lettura

 

Della paranoia e dell’umana compassione

Autore: liberospirito 19 Set 2016, Comments (0)

piacenza-2-300x225

Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (Matteo 23,28)

La paranoia, anche in politica, è pessima consigliera. Abbiamo visto l’altro giorno sulla rete un’intervista al sindaco di Piacenza, Paolo Dosi (il quale ha fama di provenire dall’area dei cattolici impegnati), in attesa della manifestazione di sabato 17 settembre per la morte di Abd Elsalam, travolto e ucciso da un tir davanti ai cancelli della GLS, mentre era in corso una vertenza sindacale, nel settore della logistica alle porte della città.

Abbiamo sentito la vibrata preoccupazione del sindaco per l’eventuale sorte dei parabrezza delle auto e le vetrine dei negozi piacentini di fronte alla minaccia di qualche barbarica invasione; non una parola, invece, di commozione, di cordoglio, di dolore per la persona morta, tanto meno una sia pur minima comprensione per le ragioni della manifestazione. In breve: la paranoia ha preso il sopravvento sull’umana compassione.

Per chi non lo sapesse la manifestazione si è poi snodata per le vie cittadine, numerosa, colorata, piena anche di donne e bambini, molto arrabbiata, ma indubbiamente pacifica. A quel punto al sindaco e a tutti i suoi collaboratori è rimasta solo la brutta figura (per non dir peggio).

Logica (e logistica) della precarietà

Autore: liberospirito 15 Set 2016, Comments (0)

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre è successo un fatto gravissimo. E’ avvenuto alle porte di Piacenza, luogo chiave nel settore della logistica (vale a dire la gestione fisica, informativa e organizzativa del flusso dei prodotti dalle fonti di approvvigionamento ai clienti finali). Lì, un lavoratore è stato ucciso, investito da un camion, nel corso di un picchetto sindacale. I media che contano, quelli più seguiti, hanno subito sposato le versioni della procura e della polizia, senza sollevare dubbi di sorta sull’accaduto. I diritti, la dignità dell’essere umano da tempo sono diventate solo parole di circostanza dinanzi a un mondo che avanza, sempre più obbediente alla legge del profitto a ogni costo. La precarietà, la vulnerabilità delle vite  – in una parola, le crocifissioni – sono avvenimenti all’ordine del giorno, su cui c’è poco da stupirsi. Su quanto accaduto ecco di seguito alcune riflessioni di Giorgio Cremaschi, proveniente dalla sua pagine Facebook.

maxresdefault

Abd Elsalam Ahmed Eldanf per la Procura di Piacenza era in gita notturna davanti al magazzino GLS e colto da improvvisa follia si è gettato sotto un camion, uccidendosi. Lui, operaio egiziano con 5 figli, assunto da anni con contratto a tempo indeterminato e in lotta per gli altricome militante della USB (Unione Sindacale di Base).

La procura non ha visto nessuna azione sindacale in corso dopo le 23 del 14 settembre e nulla hanno visto le forze di polizia presenti ai cancelli del magazzino. Dove era in corso una drammatica vertenza sindacale, perché l’azienda si era rimangiati gli impegni sulla regolarizzazione dei precari. Ahmed non era precario, ma rispondendo alle richieste degli altri lavoratori, disperati perché stavano per finire in mezzo ad una strada, e seguendo la sua coscienza di militante sindacale, stava ai cancelli. Qui, quando dall’azienda è giunto l’ordine di far partire comunque i camion con le merci, si è mosso insieme ad altri militanti sperando che quei camion, di fronte ai pianti di chi perdeva il lavoro, si fermassero. Invece è stato investito in pieno e schiacciato e trascinato per metri e metri sotto le ruote del TIR. È un omicidio volontario, ma per i poliziotti e la procura di Piacenza è un incidente stradale il cui autore è gia libero. (…)

Ahmed è stato ammazzato perché guidava una lotta sindacale contro la precarietà e il supersfruttamento. E non è morto nei campi governati dai caporali, ma in una delle città più ricche del ricco Nord. E di fronte ai cancelli di una di quelle modernissime aziende della logistica che tanta pubblicità fanno sulle TV, perché ti consegnano subito a casa qualsiasi merce tu abbia ordinato per internet.

Decine di migliaia di facchini sono alla base della piramide in cima alla quale c’è il pacco che arriva velocemente ovunque. E questi facchini hanno lavorato per anni in condizioni di schiavitù, anche perché molti di loro subivano il doppio ricatto della precarietà e della condizione di migrante sempre a rischio di espulsione.

Giorgio Cremaschi

La santa mediatica

Autore: liberospirito 4 Set 2016, Comments (0)

Da molti è considerato uno degli eventi principali – sia per numero di pellegrini, sia dal punto di vista dei contenuti – del Giubileo straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco. Ci stiamo riferendo alla canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta che, a quanto si prevede, radunerà oggi in piazza San Pietro centomila fedeli con i biglietti d’ingresso già acquisiti, mentre i restanti potranno usufruire della mondovisione, con oltre 120 enti televisivi collegati. In sintesi: è al lavoro la società dello spettacolo religioso, della santificazione mediatica, ecc. Si dirà che, a questo punto, è inutile perdere ulteriore tempo dietro a simili cose, lasciando (evangelicamente) che i morti seppelliscano i propri morti. Ma sulla rete circolano anche interventi che aiutano a inquadrare il personaggio in questione. Noi qui riproponiamo l’articolo di Christopher Hitchens apparso sul sito dell’Internazionale. Giusto per capire un po’ come stanno le cose…

raffaella carra madre teresa de calcuta

Ai brutti bei tempi andati la procedura per trasformare un ex essere umano in un santo era chiara. Dovevano passare almeno sette anni dalla morte prima che la beatificazione, la prima tappa verso la santità, potesse anche solo essere proposta. Così ci si cautelava dall’eventuale entusiasmo popolare per figure locali che in seguito potevano rivelarsi degli impostori. Bisognava che all’intercessione del defunto si potessero attribuire almeno due miracoli. E ci doveva essere un processo, in cui un advocatus diaboli (avvocato del diavolo) nominato dalla chiesa doveva sollevare contro il candidato tutte le obiezioni possibili. Stranamente nessuna di queste regole è stata seguita nel caso della donna neobeatificata che si faceva chiamare “Madre” Teresa di Calcutta. La sua beatificazione è stata proposta ad appena quattro anni dalla morte. È bastato solo un miracolo, subito debitamente attestato. E anziché nominare un avvocato del diavolo, il Vaticano mi ha invitato a essere uno dei testimoni del Male, e si aspettava pure che accettassi l’incarico gratuitamente.

L’invito si deve al mio documentario L’angelo dell’inferno e al libro intitolato La posizione della missionaria, in cui ho ricostruito la carriera di Madre Teresa come se fosse stata una persona ordinaria. Ho scoperto che aveva preso soldi da ricchi dittatori, come la cricca dei Duvalier ad Haiti, era stata amica della povertà anziché dei poveri, non aveva mai dato conto delle enormi somme di denaro che le erano state donate, si era opposta al controllo delle nascite nella città più sovrappopolata del pianeta ed era stata portavoce dei dogmi più estremi del fondamentalismo religioso. In realtà è esagerato affermare che “l’ho scoperto”: era sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno si era preso la briga di chiedersi se la sua reputazione era meritata o era semplicemente il risultato di brillanti relazioni pubbliche.

“Aspetti un momento!”, mi ha detto alcune sere fa un conduttore televisivo mentre discutevo di tutto ciò con John Donahue, della Catholic Defence League. “Ha costruito degli ospedali”. No, amico, aspetta tu un momento. Madre Teresa ha ricevuto sicuramente svariate decine di milioni di sterline, ma non ha mai costruito nessun ospedale. Affermava di aver creato quasi 150 conventi, per le suore del suo ordine, in parecchi paesi. Ma era proprio qui che i suoi donatori si aspettavano che finissero i loro soldi?

Eppure lo sanno tutti che Madre Teresa passava il tempo a baciare le piaghe dei lebbrosi e a guarire i malati. Eh, ma quello che sanno tutti non sempre è vero. Madre Teresa appariva più facilmente in foto con Nancy Reagan o in posa con la principessa Diana, o nella cabina di prima classe dei voli Air India (dove aveva una prenotazione permanente). La vedevi in Irlanda a contestare la legge sul divorzio civile e il diritto a risposarsi (anche se poi difendeva pubblicamente il divorzio della principessa Diana). La trovavi a Stoccolma alla cerimonia dei Nobel, dove accettava un altro assegno cospicuo e dichiarava che la più grande minaccia alla pace mondiale era… il divorzio (e siccome aggiungeva che la contraccezione moralmente era sbagliata quanto l’aborto, in concreto pensava che preservativi e spirali fossero una minaccia mortale alla pace nel mondo; nemmeno la chiesa arriva a questo livello di fondamentalismo). E quando si ammalava andava a curarsi alla Mayo Clinic o in qualche altro tempio della medicina americana. Dopo aver visitato il suo primitivo “ospedale” per i moribondi a Calcutta, direi che era una saggia decisione: nessuno vorrebbe entrarci se non per uscirne, in un modo o nell’altro. “Date a un uomo la reputazione di uno che si alza presto”, diceva Mark Twain, “e potrà dormire fino a mezzogiorno”. Date a una donna una reputazione di santità e compassione e nulla potrà fargliela perdere.

Di origine albanese e fortemente nazionalista, Madre Teresa visitò il paese, che sotto una dittatura brutale era “il primo stato ateo del mondo”, per rendere omaggio al suo truce leader staliniano. Adulava la sua scaltra protettrice Indira Gandhi quando il governo indiano imponeva la sterilizzazione forzata. Soprattutto, invitava i poveri a considerare le loro sofferenze come un dono di Dio. E si opponeva all’unica cosa che da sempre, si sa, può curare la povertà: rafforzare le donne dei paesi poveri, dando loro voce in capitolo sulle nascite.

Ora ci dicono che una donna del Bengala è guarita da un tumore dopo aver pregato Madre Teresa. I familiari della donna e i medici che l’hanno avuta in cura dicono che è stato solo merito di una buona terapia medica. Quando in televisione hanno chiesto a Donahue se si aspettava il secondo miracolo necessario alla canonizzazione, ha detto di sì. E me l’aspetto anch’io. Ma intorno a Madre Teresa ho già visto un’allucinazione collettiva, anche se prodotta con il metodo moderno – e poco soprannaturale – degli acritici mass media.

Christopher Hitchens

Il contributo che pubblichiamo è parte dell’intervento sui femminismi postcoloniali e intersezionali tenutosi al Campo Politico Donne di Agape, il 25 luglio scorso. Lo presentiamo perché ci sembra che offra elementi interessanti su cui discutere. Senza cadere nelle varie chiacchiere ferragostane sui burkini in spiaggia. 

burk (1) copy

In questo momento, necessitiamo di strumenti utili per posizionarci in modo complesso di fronte alle differenze di etnia, classe, genere e religione, modalità che vanno oltre il multiculturalismo come semplice retorica di tolleranza, ma anche oltre semplici dualismi tradizione/progresso occidentale. Dobbiamo interrogarci su come adattare i nostri strumenti teorici e metodologici per evitare che i discorsi sulle identità sessuali e di genere finiscano per dare supporto, anche involontario, all’islamofobia.

Laura Fantone

Inizio col riprendere uno dei termini che ho indicato alla staff del Campo per presentarmi: islamo-gauschiste. Letteralmente si potrebbe tradurre come “islamo-sinistroide” o “sinistroide islamista”: si tratta di un appellativo considerato infamante e utilizzato in Francia verso quei militanti di sinistra che appoggiano le lotte delle persone musulmane e/o figlie dell’immigrazione postcoloniale. Come in molti altri casi, penso ai termini frocia o queer, anche islamo-gauchiste è stato rivendicato dalle e dai militanti francesi come descrittivo delle proprie identità e delle lotte politiche da loro intraprese. Per questo pure io, trovandomi a metà tra la ricerca accademica in studi islamici e la militanza politica radicale, ho deciso di riappropriarmi dell’identità di islamo-sinistroide.

Credo che sia fondamentale partire da qui, dal posizionamento, dai modi che scegliamo per definirci. Come ci ha insegnato Gramsci e molt* altr* dopo di lui, essere partigian* è necessario, perché l’imparzialità è sempre complice dell’ideologia dominante. Io ho deciso di schierarmi dopo che, ad appena tre mesi dal mio arrivo a Parigi, la capitale francese è stata colpita dai ben noti attentati rivendicati da Daesh. Come nei casi di Colonia e Orlando, da subito il discorso dominante ha assunto i toni del razzismo, dell’islamofobia e del neo-imperialismo. Mentre si contavano i morti del Carillon, del Bataclan e dello stadio di Saint Denis, il Presidente francese François Hollande in diretta nazionale parlava di guerra al cuore dell’Europa e decideva di instaurare uno stato d’emergenza che, a fine luglio, è stato prolungato di altri sei mesi.

Tra le misure che il governo francese voleva approvare in quei momenti, oltre al potere eccezionale conferito alla polizia e alla restrizione della libertà di stampa, si parlava della chiusura delle frontiere e della cosiddetta decheance de nationalité, ossia il ritiro della nazionalità francese a quelle persone che, aventi una doppia cittadinanza, venivano sospettate o incriminate per atti terroristici.

Da novembre, dunque, in Francia si è radicalizzato un clima islamofobico esistente già da tempo. Nel discorso politico e nei media mainstream si è rafforzata la retorica dello “scontro di civiltà”, che – in un’ottica dicotomica e neo-orientalista – vuole opporre a un Occidente moderno, democratico e laico un Islam arretrato, violento e liberticida. Così facendo è diventato di colpo chiaro che il nemico da combattere era non solo esterno (Daesh) ma soprattutto interno. “Bisogna mettere un freno alla radicalizzazione islamista dei giovani musulmani di quartiere”, “bisogna pretendere dall’Islam moderato, dalla comunità islamica francese o europea una presa di distanza dalle violenze terroristiche”: questi i discorsi comuni che, nel giro di qualche giorno, hanno valicato le frontiere, arrivando anche in Italia.

Ora, vorrei parlarvi di come queste ed altre retoriche abbiano colpito le vite delle ragazze e delle donne musulmane francesi, già marginalizzate e discriminate in quanto racisées e in quanto figlie dell’immigrazione post-coloniale. Prima, mi preme tuttavia illustrare rapidamente un paio di analisi, in risposta ai discorsi fin qui riportati: la modalità essenzialista che vuole etichettare come “identiche” e – in questo caso – come “colpevoli” tutte le persone appartenenti a una certa fede religiosa o in base all’origine è da ritenersi senza esitazione razzista e neo-colonialista. Una “comunità islamica”, globale o nazionale, inoltre, non esiste: a differenza del cattolicesimo, l’Islam – a cui pure andrebbe resa una certa complessità, dato che esiste un Islam sunnita e uno sciita, che a loro volta non sono monoliti invariabili ma griglie che si delineano e si strutturano in base alle scuole giuridiche di interpretazione, ai momenti storici di riferimento, alle specificità locali e a molto altro – non ha dei leader spirituali e/o politici di riferimento; soprattutto, le persone che noi identifichiamo in un unico blocco come “musulmane”, spesso, a parte la fede (che, come abbiamo velocemente ricordato, non è unica né monolitica), non hanno nulla in comune: vivono in, o provengono da, paesi con storie e culture anche diversissime fra loro (dal Marocco all’Indonesia), appartengono a classi sociali diverse, abitano in contesti diversi (rurali o cittadini), hanno età, generi e posizionamenti individuali diversi.

In Europa, tuttavia, la storia comune che queste persone spesso hanno è quella di provenire da stati occupati fino a meno di sessant’anni fa dai grandi imperi coloniali europei. La Francia, in particolare, ha una storia di immigrazione che risale al secondo dopoguerra, quando furono chiamati a lavorare nel territorio metropolitano soprattutto uomini magrebini. Oggi, pertanto, un/una musulmano/a francese è nato/a e cresciuto/a in Francia, o meglio, nelle banlieues francesi, le grandi periferie operaie e ghettizzate, soprattutto intorno a Parigi.

Dunque, come accennavo all’inizio di questa lunga premessa, gli attentati del novembre scorso a Parigi non hanno creato ex-novo il clima islamofobico che ho tentato di descrivervi, ma si sono inseriti in un processo di razzismo istituzionale lungo più di trent’anni. In particolare, per quanto riguarda le donne musulmane, si è parlato di islamophobie genrée (“gendered”, “genderizzata”). Se, in generale, il discorso eurocentrico ha sempre considerato il modo in cui le Altre società trattavano le donne un termometro della loro arretratezza, con l’Islam, in particolare, questa retorica è decuplicata: La donna musulmana, rinchiusa tra mura e veli, è L’OPPRESSO da salvare. Le donne musulmane (al plurale) velate, in particolare, urtano la sensibilità repubblicana e universalista perché rendono visibili, con i loro corpi, le contraddizioni post-coloniali altrimenti dimenticate o completamente rimosse. Le donne velate rendono visibile la loro fede in uno spazio pubblico che l’universalismo francese vorrebbe neutro e laico – ossia, bianco e di cultura cattolico-europea.

Proprio per tali motivi, contro le donne musulmane iniziò una lotta all’invisibilizzazione, una crociata laica e repubblicana che aveva come fine l’esclusione. Risale al 1989 la prima esclusione da una scuola pubblica di due ragazze velate. In quell’anno, il Consiglio di Stato ritenne tuttavia che il foulard islamico fosse compatibile con la legge francese sulla laicità del 1905. Il Ministero dell’Istruzione emanò, pertanto, una circolare che rimetteva agli insegnanti la possibilità di decidere, caso per caso, se le ragazze velate potessero essere accettate o escluse dall’insegnamento pubblico.

Tra il 1989 e il 2004, anno in cui venne approvata la legge contro i “simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche” vi fu una vera e propria costruzione mediatica dell’“affare del velo”. Con la legge del 15 marzo, che teoricamente avrebbe voluto tutelare la laicità dello stato francese, in realtà vennero colpite centinaia e centinaia di giovani ragazze musulmane: i numeri esatti non sono disponibili, ma diversi studi hanno stimato a quasi un migliaio le ragazze che al rientro a scuola, nel settembre del 2004, o non si presentarono direttamente in classe, o vennero espulse in seguito al rifiuto di togliere il velo, o vennero obbligate a firmare delle dichiarazioni di “abbandono volontario” della scuola.

In un dibattito pubblico che escluse completamente le dirette interessate, il discorso si incancrenì – di nuovo – su posizioni dicotomiche: velo sì, velo no. O si era a favore della legge contro il velo, e dunque a favore della laicità di stato e del primato dei valori repubblicani, o si era considerati islamisti (o islamo-sinistroidi) e quindi “complici” dell’oppressione imposta dall’Islam alle donne: insomma, una nuova legittimazione della retorica dello scontro di civiltà, del “o sei con noi o sei contro di noi”. La legge del 2004 divenne pertanto prova concreta del fatto che l’universalismo alla francese non fosse per nulla universale, e che alle categoria di “umano” – sventolata come una bandiera dal paese culla dell’umanesimo – vi si accedesse, in realtà, solo sulla base di una serie di caratteristiche: essere uomo, essere bianco, essere di origine francese, provenire dalla classe media o media superiore, essere laico. Le ragazze musulmane velate, non facendo parte di nessuna di queste categorie, subirono pertanto le ingenti ricadute psicologiche e sociali di una legge escludente.

Non solo: per approvare la legge del 15 marzo, in un modo tanto subdolo quanto accettato e/o appoggiato dalla stragrande maggioranza delle femministe francesi, il governo strumentalizzò il discorso femminista, dichiarandosi difensore dei diritti delle donne ma, nella realtà dei fatti, riproponendo lo schema già applicato nelle colonie francesi, in particolare in Algeria, del cosiddetto “svelamento” delle donne indigene, le quali avevano la fortuna di essere liberate dai coloni che si dichiaravano portatori di una “missione civilizzatrice” verso le popolazione arretrate.

La Francia, dal 2004 in avanti, fece pertanto ricorso a quella che potremmo definire una cruenta retorica femo-nazionalista, di cui fu sostenitore, tra gli altri, l’allora Ministro dell’Interno e successivamente Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy. Basti citare il discorso da neo-eletto presidente, nel maggio 2007, in cui Sarkozy si rivolse alle “donne oppresse del mondo intero” promettendo loro la cittadinanza francese, nel caso in cui avessero voluto fuggire dalle oppressioni che vivevano nei loro paesi natali. Naturalmente Sarkozy non fece in quel momento, né prima, né dopo, riferimento alle oppressioni e alle violenze che le donne francesi già subivano in patria – sessismo e maschilismo quotidiani, gap salariali, femminicidi, legge contro il velo, che certo colpiva solo le ragazze musulmane le quali, tuttavia, erano anche cittadine francesi.

In un panorama di accecamento generale non solo dei collettivi e delle associazioni femministe, ma anche di gruppi di sinistra e di associazioni antirazziste, si sono per fortuna verificate diverse esperienze di lotta intersezionale: tra queste, il collettivo “Une école pour tou.te.s”, che accusava apertamente la legge del 15 marzo 2004 e rivendicava il diritto di tutte e tutti le/gli studenti a un’istruzione pubblica. La peculiarità di questo movimento fu il suo carattere trasversale ed eclettico: se fino a quel momento solo le associazioni musulmane si erano apertamente schierate contro la legge, esso, invece, era composto da gruppi musulmani, da organizzazioni antirazziste, da partiti di sinistra, da associazioni LGBT, da femministe storiche e da attori delle lotte dell’immigrazione e delle banlieues. Il collettivo permise in questo modo di estrarre la lotta contro l’esclusione delle ragazze velate dal terreno religioso per ancorarla in quello dell’antirazzismo e del femminismo.

Nel maggio del 2004 nacque inoltre il Collectif des Féministes pour l’égalité, che aveva allora come presidenti Christine Delphy (storica femminista materialista, fondatrice, insieme a Simone de Beauvoir, della rivista Nouvelles Questions Féministes) e Zahra Ali (allora liceale di Rennes, poi curatrice del volume Féminismes Islamiques). Il collettivo, composto di donne francesi, migranti, figlie dell’immigrazione, credenti e atee, dichiarava di agire «in nome di un femminismo meticcio, che cerchi innanzitutto di chiarire i rapporti complessi che esistono in Francia tra il passato coloniale, il razzismo, l’islamofobia e l’essenzializzazione dell’islam». Adottando una critica postcoloniale del femminismo francese maggioritario, il CFPE si è posto in continuità con il black feminism statunitense, aprendo la strada a una critica radicale di alcuni fondamenti del femminismo egemone. Tra questi: la messa in discussione del carattere “universalista” della categoria “donna”, in nome della pluralità delle esperienze, delle priorità e dei percorsi attraversabili, oltre che dei diversi modi di emancipazione.

Da queste esperienze il panorama femminista francese ha visto nascere molte altre realtà tra le quali, fra le più interessanti, troviamo il collettivo “8 Mars pour Tou.te.s”, coalizione di gruppi, associazioni e collettivi che dal 2012 organizza una manifestazione indipendente da quella istituzionale per la giornata internazionale di lotte per i diritti delle donne. Con la volontà di creare uno spazio femminista intersezionale e non escludente, il collettivo ha preso posizione su tutti quei temi che attraversano, dividono e contraddicono il femminismo bianco e occidentale contemporaneo (diritti/lotte delle/dei sex workers, delle donne musulmane, procreazione medicalmente assistita e gestazione per altri), producendo un nuovo clima di alleanze intra-locali trasversali.

Per concludere, se le teorie femministe postcoloniali e intersezionali possono arricchire le nostre analisi con moltissimi strumenti, i femminismi musulmani e le lotte delle donne musulmane sono senz’altro portatrici di una carica di de-essenzializzazione che può davvero svoltare le nostre pratiche quotidiane, di vita e di lotta. Non solo i femminismi musulmani riescono a de-essenzializzare in modo potentissimo l’islam e la visione dell’islam che abbiamo in occidente, ma riescono anche a de-essenzializzare, mettere in crisi ma al contempo riempire di nuova linfa vitale lo stesso femminismo.

In che modo tutto ciò può giovare ai femminismi italiani, e come le femministe italiane possono inserirsi in questa riflessione? Innanzitutto, attraverso il riconoscimento – necessario – dei propri privilegi, ma non solo: la necessità di posizionarsi, di superare l’ideologia e il binarismo che spesso strutturano le forme mentis delle femministe anche più “decostruite”; la necessità di svincolare i propri discorsi dalle retoriche colonialiste e dominanti (chiedendoci, ogni tanto: “le posizioni che prendo/che appoggio sono in linea con quelle di Bush, Sarkozy, Renzi o possono sostenerne i progetti neo-imperialisti? Meglio che mi fermi un attimo a riflettere”); la necessità non solo di decostruire ma proprio di disimparare (unlearn, come suggerisce Spivak) le categorie dentro cui ci muoviamo, aprendoci al potenziamento che le teorie e le pratiche post/de-coloniali e intersezionali possono portarci.

Marta Panighel

 

 

E’ possibile cambiare?

Autore: liberospirito 20 Ago 2016, Comments (0)

Dopo il report di Valerio Pignatta, pubblicato circa una settimana fa, ecco il contributo di Silvia Papi sempre in merito all’incontro tenutosi a luglio a Reggello. 

DSCN0082

Oggi è il 15 agosto. Ricordo che già da bambina avvertivo in questo giorno di festa il culmine di qualcosa che stava per finire. Non avevo più davanti ad attendermi i lunghi giorni dell’estate, quel tempo dilatato dal caldo, dall’aperto e dall’assenza di impegni nel quale mi perdevo. La metà di agosto segnava l’entrata nel tempo dell’attesa, dell’avvicinarsi sempre più a ricominciare il ritmo dettato dalla scuola, dal clima autunnale, dagli spazi chiusi.

Ancora oggi il ferragosto per me è un giorno di passaggio e, mentre annuso l’aria che cambia, incomincio a ripensare agli accadimenti dell’estate, con una sorta di desiderio che mi porta a fare il punto della situazione per prepararmi all’autunno. In questa ricapitolazione premono, per esser riguardati, i giorni trascorsi in toscana quando era solo l’inizio di luglio e soprattutto quella giornata d’incontro e parole profetiche ascoltate sulle colline fiorentine.

Cosa abbiamo detto e quale spazio occupa nella mia vita quotidiana la memoria di quei discorsi, che cosa vi hanno portato? Il tema generale è stato fra i più urgenti: tutto quel che accade ci sta portando inesorabilmente verso la distruzione o è possibile cambiare?

Apparentemente può sembrare difficile declinare nella quotidianità dei giorni che si susseguono lo spessore di quegli interventi, invece ho la sensazione di ricavare proprio da quelle parole – anche da quelle parole – la visione globale nella quale poter iscrivere la piccolezza delle mie scelte quotidiane. Ciò che aiuta a fare chiarezza e trovare l’energia utile a orientarsi nella confusione che ci tallona dappresso, deve avere la forza dell’universale affinché ognuno vi possa trovare la sua particolare necessità; quel che sembra detto solo per lui o per lei.

L’incontro che si è tenuto nella bella casa valdese sulle colline di Reggello ha avuto per me questo significato.

La pastora valdese e teologa Letizia Tomassone ha preso spunto dall’antico testamento – precisamente dal libro di Geremia – per vedere le implicazioni della questione religiosa dal punto di vista femminile, e del pensiero religioso femminista in particolar modo. Che ci sia stato un tempo in cui la divinità era immaginata come una Dea e non un Dio e che quel tempo antico abbia corrisposto a un periodo pacifico con un modo di relazionarsi al divino fatto di feste con offerta di cibo e profumi anziché sacrifici animali, quando non addirittura umani, è diventato da tempo, per me, un riferimento a cui attingere per pensare un modo nuovo di rapportarsi tra noi esseri umani che esca dalla visione patriarcale di cui siamo eredi e prosecutori nostro malgrado. Il periodo storico di cui si parla nel libro di Geremia (società assiro-babilonese) è più recente di quello preso in considerazione, ad esempio, da Marija Gimbutas nei suoi studi, quindi, data la relativa vicinanza temporale, è ancor più importante riflettere sulla domanda: perché si è persa quell’immagine del femminile divino? Ponendoci questa domanda e cercando risposte – così ho inteso dall’intervento di Letizia – si compie un lavoro sul linguaggio (e sull’iconografia che lo ha accompagnato, aggiungerei io) che ha modellato e modella la nostra personalità.

Com’è possibile che le parole delle donne siano state completamente dimenticate? Penso che in buona parte la cultura del nostro tempo sia fatta di omissioni e dimenticanze, non solo della parola delle donne, ma anche di tutte quelle minoranze – soprattutto se con cultura orale, ma comunque non solo – ridotte al silenzio di cui sono pieni i tempi anche recenti della nostra storia. Fino ad arrivare all’assoluta cancellazione della voce di chi non ha parola come gli animali non umani (per non dire di tutto il mondo vivente) di cui ha parlato Federico Battistutta.

L’antica visione delle donne, ci è stato fatto notare, non è stata trasmessa attraverso un canone, quindi possiamo ben vedere come sia importante dare origine a un nuovo canone del mondo che permetta di creare un altro modo di stare nel mondo. Come sia fondamentale dare corpo sociale a questa realtà non duale ma sbilenca – queer, si può anche dire, usando un termine che va diffondendosi negli ultimi anni –, dare visibilità alla comprensione del mondo che si sta formando attraverso il lavoro delle teologhe femministe e di tutti quei ricercatori e ricercatrici che scrutano la trasmissione della visione religiosa attraverso il tempo.

L’incontro che si è tenuto a Reggello è stato in fondo un minuscolo tassello che va a comporre il mosaico di coloro che oggi lavorano a questa trasformazione di civiltà, di coloro che stanno creando una rete di contati e collaborazione per non delegare più la nostra salvezza (insieme a quella del pianeta) a un’immagine di Dio salvatore e non demandare più una buona vita felice in un mondo ipotetico dopo la resurrezione che verrà. Se il tempo è oggi, di certo è urgente lavorare sulla trasformazione, assumendosi ciascuno la responsabilità che ci compete, in tutte le cose.

A cominciare da ciò che in buona parte tutti noi, per cattiva abitudine, facciam finta di non vedere: i miliardi di animali ridotti in pezzi ed esposti in vetrina nei nostri ipermercati. Come ci poniamo verso lo sterminio costantemente in atto di chi non avrebbe che noi per essere salvato? Che ci piaccia o no, non possiamo tirarci fuori ed evitare di sentirci parte in causa, fino a quando esisterà anche un solo mattatoio o un solo allevamento intensivo di esseri viventi. Ma il pensiero di Federico è andato molto più a fondo di queste mie parole, ha toccato tasti più intimi, senza mai essere accusatorio nei confronti di nessuno e, quando si parla di questione animale, non è cosa da poco riuscire a toccare l’animo della gente senza far scattare sensi di colpa e conseguenti meccanismi di difesa. Ma è possibile cambiare? Se rispondiamo in maniera affermativa è di certo perché ci sta a cuore tutto il vivente e non solo la nostra specie.

Le proposte introdotte da Herbert Anders e Samuele Grassi sono andate a integrare questo che mi è sembrato il cuore della giornata, o quello che io ho registrato come tale.

Herbert partendo dall’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, ha presentato il tema dell’angoscia come elemento che scatena il bisogno di attaccamento e possesso. La paura di rimanere soli, di non avere valore. Tantissime problematiche odierne nascono in fondo da qui e scatenano quell’angoscia portatrice di disagio e comportamenti inconsulti sulla quale subdolamente si insinua la pseudocultura del denaro e del possesso che va per la maggiore e semina vittime. Creando un collegamento con quanto già detto la fiducia è stata posta come una soluzione possibile; fiducia in se stessi e nella propria capacità/responsabilità, alimentata da una rete di relazioni che possa incominciare a ricucire i brandelli del tessuto sociale strappato da secoli di capitalismo e non solo. Su questo mi sono trovata d’accordo mentre quando la fiducia viene posta, anche e ancora, in un Dio che, secondo me, ha esaurito la sua immagine e il suo potere, la mia comprensione viene meno.

Samuele è arrivato alla fine a – si fa per dire – scompaginare le carte in tavola riproponendo e precisando il concetto di queer che era già stato introdotto. Mi piace questo nuovo termine proprio per la caratteristica che lo contraddistingue di non voler stare in nessuna categoria. Mi par di capire che venga usato inappropriatamente per definire il mondo gay mentre la sua peculiarità di essere storto, trasversale lo porta – e con sé coloro che si collocano al suo interno – a essere sfuggente, inafferrabile da quel neoliberismo che sarebbe senz’altro capace di farne uno dei tanti prodotti-immagine a suo uso e consumo. Non essere afferrati, non essere strumentalizzati, cercare territori marginali e ribaltare il rapporto con il futuro a favore di un tempo presente come l’unico possibile nel quale stare per provare a conoscere la propria diversità e costruire la propria autonomia.

L’anarchismo queer è l’ambito teorico all’interno del quale lavora Samuele Grassi sostenendo che oggi in ambito anarchico è molto viva la ricerca di nuove pratiche (sarebbe bello davvero) dove si sperimentino solidarietà, responsabilità e libertà per inventare nuovi rapporti tra individui e tra individui e società. Pratiche trasversali che ricercano l’autenticità d’espressione al di fuori di quel pensiero binario che la fa da padrone nei nostri modi d’essere mettendo sempre il bene contrapposto al male, l’etero all’omo, il bianco al nero, con modalità gerarchiche, conflittuali e competitive.

Con queste “storte” argomentazioni si è conclusa la giornata, lasciandomi la testa in subbuglio e confermando quella sensazione che ho da tempo che se molto e buono si sta muovendo da tante parti, la cosa più difficile e più importante sia compiere il lavoro certosino di tessere fili di collegamento che uniscano i punti in comune di ogni diversità.

Silvia Papi

Radici spirituali della festa di ferragosto

Autore: liberospirito 15 Ago 2016, Comments (0)

Ferragosto11

Oggi 15 agosto è la festa del Ferragosto. Le radici religiose di questa festività sono decisamente precristiane, si perdono nella notte dei tempi e sono legate ai cicli della natura, in particolare ai doni raccolti dalla terra. Momento culmine dell’estate, questo periodo porta la consapevolezza di trovarsi nella parte dell’anno in cui si può riposare, ringraziare dei frutti e celebrare la ricchezza elargita dalla terra.  In un clima di gratitudine e gioia ci si dedicava non più al lavoro, ma a giocare, banchettare, celebrare e ringraziare per i beni ricevuti. Dunque è una festività relativa alla connessione tra la vita e il nutrimento che si trae dalla terra, da una parte, e il riposo festoso dopo averla lavorata con saggezza, traendo da lei doni preziosi. Oggi, è inutile dirlo, questa connessione non si vede, innanzitutto per coloro che vivono nei centri urbani e non partecipano ai ritmi naturali della campagna. Non solo: la modalità con cui avviene oggi la produzione agricola è così cambiata rispetto al passato che il ciclo agricolo è ormai snaturato, i ritmi stagionali sono vissuti in maniera superficiale, senza consapevolezza.

Ma le radici sacre di questa festa affondano nel profondo, stanno nella percezione dell’uomo preistorico del legame con la natura di cui si sentiva parte integrante e dell’importanza delle elargizioni della terra per la vita, dell’essere umano e di tutti. Pertanto il riferimento più antico di questa festività, va certamente fatto risalire alle culture della Grande Dea. Pensiamo in particolare a quell’Europa antica, matrifocale, ampiamente studiata dalla mito-archeologa Marija Gimbutas. Si tratta di popolazioni non gerarchiche e egalitarie che ponevano la vita al centro del loro sistema di valori e quindi della loro spiritualità. Le forme divine erano per lo più al femminile e spesso venivano raffigurate nell’atto di partorire la vita. Quest’ultima era concepita come un armonioso ciclo naturale di vita, morte e rigenerazione. Dalle loro tombe emerge l’assenza di gerarchie, di disparità sociali o di genere. Per migliaia di anni questa cultura preistorica della Dea ha praticato l’uguaglianza e una vita armoniosa tra gli esseri umani e tra questi e la natura. Pertanto i nostri avi, tra cui le popolazioni dell’Europa antica, vivendo in simbiosi con la natura, sentivano il bisogno di celebrare questi momenti.

Questa festa antica in onore della prosperità elargita dalla Dea attraverso il raccolto dei frutti della terra, e in seguito rappresentata da varie divinità femminili e maschili pagane, acquisisce in epoca moderna un significato completamente diverso, centrato solo sull’essere umano, slegato da qualsivoglia relazione con la natura, divenuta ormai oggetto da sfruttare e predare. Il 15 di agosto secondo il dogma della Chiesa cattolica è il giorno dell’assunzione in cielo della Vergine Maria. Questo è avvenuto in epoca molto, ma molto recente: nel 1950 l’assunzione in paradiso della Madonna fu riconosciuta come dogma dal papa Pio XII. Si tratta dell’unico dogma proclamato da un Papa nel XX secolo e, a dirla tutta, non se ne sentiva la necessità.

Libero spirito in libera terra. Un report

Autore: liberospirito 12 Ago 2016, Comments (0)

“Libero spirito in libera terra” è il titolo redazionale apparso qualche giorno fa su Confronti.net riguardante il report, scritto da Valerio Pignatta, sul nostro incontro pubblico tenutosi a Casa Cares, presso Firenze. Per necessità redazionali il testo è breve, comunque sintetizza bene quanto emerso in quella giornata. Lo offriamo alla lettura per chi, pur essendo interessato, non ha potuto partecipare all’incontro.

casa-cares-reggello

Nel mese di luglio si è tenuto a Reggello nella splendida cornice della valdese Casa Cares un convegno dal titolo “Ecoteologia per il XXI secolo. Destino di distruzione o possibilità di cambiamento?”.

Il convegno è nato dall’intenzione di portare all’attenzione di tutti, e anche di coloro che sono su un percorso spirituale, la necessità di affrontare con pratiche e riflessioni la drammatica condizione ecologica del pianeta.
Tali pratiche e riflessioni potrebbero prendere spunto dal bisogno di coerenza etica che dovrebbe scaturire direttamente dalla comprensione e applicazione del proprio sentiero religioso e/o delle Sacre Scritture di riferimento quando presenti in esso.

A tal fine, si sono avvicendati al tavolo quattro relatori che hanno sviscerato il problema da altrettante diverse visuali. La pastora valdese Letizia Tomassone ha affrontato il tema del ruolo del patriarcato nella società umana come forte causa di scollamento tra l’essere umano e la sacralità del mondo. Il ricercatore Federico Battistutta ha invece trattato il tema della teologia degli animali, argomento ancora poco dibattuto nel nostro paese, ma di cui si sente sempre più la necessità visto l’andamento della condizione animale ormai insostenibile, sia negli allevamenti industriali sia negli stessi ambienti naturali devastati da ogni tipo di distruzione. Herbert Anders, pastore battista, ha poi portato l’attenzione sulla biodiversità e la proprietà intellettuale e ha inquadrato sulla base della scrittura biblica apocalittica la situazione attuale. Infine lo scrittore e attivista Samuele Grassi ha tracciato un’analisi della crisi ambientale da un punto di vista queer, che inserisce il percorso distruttivo in atto all’interno delle diverse categorie di sfruttamento dell’ultraliberismo dominante: sfruttamento di genere, di classe, di specie, di razza ecc.

L’iniziativa è partita dal gruppo che fa riferimento al sito e blog internet liberospirito.org, attivo da anni nell’ambito di temi come l’anarchismo religioso, l’ecoteologia, il dialogo interreligioso, le eresie e la teologia femminista, temi su cui produce libri, articoli ed eventi culturali come in questo caso.

Valerio Pignatta

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

matthew fox

Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)

 

Quanto vale un velo

Autore: liberospirito 4 Ago 2016, Comments (0)

CojXWwwXYAAp8EZ

Da alcuni giorni stanno circolando sulla rete alcune immagini di uomini con il capo coperto. Si tratta di un’iniziativa lanciata dalla blogger iraniana Masih Alinejad con l’hashtag #MenInHijab (Uomini con l’hijab) per incoraggiare gli uomini a sostenere le donne nella protesta contro l’obbligo di indossare il velo. Così diversi uomini hanno deciso di postare sui loro profili social foto che li ritraggono con il capo velato.

Si tratta di una protesta sul piano simbolico. La blogger iraniana ha tenuto a precisare che non si tratta di una campagna contro l’hijab, ma contro una legge che impone l’utilizzo dell’hijab stessa alle donne. Secondo le leggi iraniane le donne sono costrette a vestire “in modo adeguato” in pubblico, ossia indossando un velo, portando abiti larghi che non lascino trasparire in alcun modo le forme. La pena prevista in caso di infrazione va dalla multa, alla prigione (da tre mesi a un anno) fino alla flagellazione. Tempo fa l’associazione “Justice for Iran” ha denunciato che nell’arco di dieci anni sono state arrestate decine di migliaia di donne a causa del copricapo “inadeguato”. Questo perché la legge iraniana vuole seguire alla lettera il dettato del Corano. Lì sta scritto (sura 24,31 ma vedi anche 33,59) che le donne, oltre a essere caste e a tenere lo sguardo abbassato, debbano coprirsi con veli il capo, i seni e non facciano mostra di “ornamenti femminili” se non ai mariti e alla ristretta cerchia dei familiari.

Segnaliamo questa iniziativa, non solo perché ne condividiamo la finalità, ma soprattutto perché interseca alcuni temi quanto mai attuali. In primo luogo la denuncia dell’invenzione della tradizione (a cui non solo l’islam, ma pressoché tutte le istituzioni religiose sono legate); poi le questioni di genere, ovvero il tratto patriarcale, con tutte le implicazioni misogine, che accomuna gran parte delle religioni, e il rifiuto da parte di molti uomini di riconoscersi in ciò; infine il ricorso a una pratica orizzontale che utilizza i nuovi media come forma di socializzazione della protesta. Ben fatto!

Scriblerus

 

Sui popoli incontattati: domande/risposte

Autore: liberospirito 27 Lug 2016, Comments (0)

Si leggono e si sentono dire tante inesattezze a proposito dei popoli cosiddetti incontattati: sulla loro effettiva esistenza, sui loro usi e costumi, sull’utilità o meno di proteggerli, sul rapporto con il mondo “civilizzato” e molte altre cose ancora. Per questi motivi proponiamo una lettura con alcune domande/risposte sul tema, formulate proprio da Survival International, l’organizzazione che della tutela dei diritti di queste popolazioni ha fatto la sua ragione d’essere.  

uncontacted-footage-thumb-01_article_column

Esistono tribù “sconosciute” o “perdute”?

No, si tratta solo di mero sensazionalismo. È estremamente improbabile che esistano tribù la cui esistenza sia completamente sconosciuta a qualcun altro.

Cosa si intende per “incontattate”?

Quando si parla di “tribù incontattate” ci si riferisce a gruppi umani che non hanno contatti pacifici con nessun membro delle culture o delle società dominanti. Nel mondo esistono circa 100 tribù incontattate.

Questo significa che non hanno contatti con nessun altro in assoluto?

No, tutti i popoli hanno dei vicini, anche quando sono molti distanti, e sanno della loro esistenza. Nel caso delle tribù incontattate, questi vicini potrebbero essere i membri di un’altra tribù, con cui potrebbe avere o meno relazioni amichevoli.

Potrebbero aver avuto contatti in passato?

Probabilmente sì. Alcune tribù potrebbero essere state in contatto con la società colonialista in passato, magari nei secoli scorsi, e poi essersi ritirate per sfuggire alle violenze veicolate dal contatto. Alcuni gruppi facevano parte di popoli più grandi, da cui si sono separati durante la fuga.

Alcune tribù che oggi vivono solo di caccia e raccolta, in passato coltivavano gli orti. Potrebbero aver smesso di coltivare perché costretti alla fuga continua.

Continuano a vivere nello stesso modo in cui vivevano nei secoli passati?

Assolutamente no, nessuno di loro. Grazie al commercio inter-tribale, alcuni gruppi amazzonici hanno cominciato ad usare le armi prima di incontrare i non-Indiani. Moltissime tribù incontattate fanno uso di utensili di metallo trovati, rubati o scambiati con i loro vicini, da molti anni, se non addirittura da generazioni. I popoli incontattati delle Isole Andamane usano pezzi di metallo provenienti da vecchi relitti. La patata dolce, l’alimento principale delle tribù polinesiane da molto prima del loro contatto con gli Europei, proviene dal Sud America.

Esistono società “incontaminate” o “originali”?

Tutti i popoli cambiano nel tempo, costantemente e in tutte le epoche, e così anche le tribù incontattate. Survival non parla di tribù o culture “incontaminate”. Non sono arretrate né primitive. Semplicemente, vivono in modo diverso.

Da quanto tempo vivono là?

Generalmente i popoli tribali vivono sulle loro terre da molte generazioni, se non da millenni.

Alcuni sostengono che l’esistenza delle tribù incontattate sia una menzogna.

Alcuni “primi contatti” vengono messi in scena a beneficio dei turisti, ma esistono veramente tante tribù realmente incontattate, e se ne scoprono continuamente di nuove. Spesso sono sorprendentemente vicine a gruppi umani con cui sono state in contatto per decenni, o anche più a lungo.

Cosa pensa Survival dell’ingresso nei loro territori?

Survival ritiene che nessuno dovrebbe avvicinare tribù che non siano già in regolare contatto con gli esterni. È pericoloso per tutti. Rendiamo pubblica, a grandi linee, la loro posizione solo se e quando è necessario per proteggere le loro terre.

I brasiliani usavano compiere spedizioni di “primo contatto”. Cosa ne pensa Survival?

Chi ha guidato tali spedizioni se né è pentito. Credeva che il contatto fosse necessario per salvare gli Indiani, ma spesso la tribù finiva con l’essere annientata in ogni caso. Oggi, l’opinione illuminata è quella che gli Indiani debbano essere lasciati soli e che lo sforzo debba concentrarsi sulla protezione del loro territorio.

Volare sulle loro terre non è comunque un tipo di contatto?

A volte è necessario farlo per verificare se si sono spostati altrove o se stanno subendo attacchi e invasioni. Può rivelarsi anche molto importante per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla loro situazione, e persino per dimostrarne l’esistenza. È necessario quando l’obiettivo è salvarle dalla distruzione, ma ovviamente, non si deve mai sorvolarle per piacere o turismo.

Ma il vedere gli aerei non condiziona la visione che le tribù hanno del mondo?

Le tribù incontattate vedono gli aerei passare sopra le loro terre da tanto tempo. L’idea che questo possa danneggiare la loro immagine di sé o le loro religioni è pura fantasia, basata sulla falsa supposizione che le loro culture siano fragili. L’esperienza dimostra che sono, in realtà, forti e capaci di adattarsi. A distruggere i popoli tribali non sono la vista o l’introduzione di oggetti esterni, bensì le violenze e le malattie che accompagnano l’invasione delle loro terre.

Come reagiscono ai sorvoli?

Si nascondono o mostrano ostilità. Ci fanno chiaramente capire che vogliono essere lasciati soli.

Forse si isolano perché non vedono i lati positivi del “nostro” stile di vita? Se li conoscessero, forse si unirebbero a noi…

Non ne avrebbero l’opportunità. In realtà, il futuro che gli viene offerto è solo quello di entrare a far parte della nuova società al livello più basso possibile – spesso come mendicanti e prostitute. La storia dimostra che solitamente i popoli tribali precipitano in una condizione molto peggiore dopo il contatto, e spesso si tratta della morte.

Perché sono in pericolo?

Gli stranieri vogliono la loro terra o le sue risorse. Vogliono sfruttarne il legname o i minerali, costruire dighe e strade, aprire allevamenti, insediamenti di coloni e tanto altro. Di solito il contatto è violento e ostile, ma i sicari più infidi sono spesso malattie comuni da noi, come influenza e morbillo, verso cui i popoli incontattati non hanno immunità; spesso queste epidemie li uccidono.

Di cosa hanno bisogno?

Che le loro terre siano protette.

Non possiamo certo lasciarli soli per sempre!

Se l’alternativa è la loro distruzione, perché no? A chi spetta la scelta, a loro o a “noi”? Se un popolo vuole stabilire un contatto con una società più ampia, trova certamente il modo di farlo. Se pensiamo siano esseri umani, allora hanno anche dei diritti umani. Il problema è che è ancora molto diffusa l’opinione che si tratti di persone primitive e incapaci di decidere per se stesse.

Perché lottare tanto per la loro sopravvivenza?

Prima di tutto, perché sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Se vogliamo difendere i diritti umani, dovremmo sicuramente preoccuparci di chi soffre le minacce più gravi.

Secondariamente, i loro stili di vita, le loro lingue, le loro conoscenze delle piante e degli animali del loro ambiente (incluse le piante medicinali), sono unici. Sanno cose che noi ignoriamo.

Infine, essendo i popoli “più diversi” dagli altri, contribuiscono in modo incalcolabile alla diversità della vita umana. Se la diversità è importante in ogni ambito, questa è certamente tra le più preziose.

Pensare di poterli salvare è solo utopistico romanticismo?

No, significa invece affermare il diritto dei popoli di decidere per loro stessi piuttosto che essere distrutti per mano di una società invadente. Nessuno può pensare che sia “romantico” opporsi al colonialismo, alla schiavitù, all’apartheid o alla morte.

plastic-pollution-below

C’è un filone del genere fantascientifico che passa sotto il nome di “fantascienza apocalittica”. Si tratta di storie a sfondo catastrofico. Ma accade, talvolta, che la realtà superi la fantasia. E’ quanto viene da pensare leggendo il rapporto di Ivan Macfadyen, un marinaio che ha deciso di ripetere la traversata dell’Oceano Pacifico, da lui già effettuata una decina di anni fa. In breve: l’oceano oggi è morto, svuotato di ogni forma di vita. I media di lingua inglese hanno riportato con enfasi il racconto drammatico della sua traversata dall’Australia al Giappone e poi verso la California. Rifiuti, solo rifiuti e imbarcazioni per la pesca industriale intente a saccheggiare con metodo quel poco che è ancora rimasto.

Dal Giappone alla California l’oceano è diventato un deserto formato da acqua e rottami. Niente animali, non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia. A nord della Nuova Guinea il marinaio si è imbattuto in una flotta per la pesca industriale presso una barriera corallina: cercavano del tonno, volevano solo del tonno, per cui tiravano e ributtavano in mare – ormai morta – ogni altra creatura marina.

Ma la parte più allucinante del viaggio, quella dal Giappone alla California, è stata costantemente accompagnata da quantità di rottami trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha innescato la crisi di Fukushima.

Non indugiamo ulteriormente nel riassumere il viaggio di Macfadyen (riportato sul giornale australiano “The Newcastle Herald”): quanto detto è più che sufficiente a fornire un’idea concreta della condizione in cui ci troviamo.

Un paio di settimane fa abbiamo tenuto un incontro, vicino a Firenze, dal titolo “Distruzione o cambiamento” (e come sottotitolo “Ecoteologia per il XXI secolo”). L’idea che lo orientava era la seguente: una riflessione religiosa oggi non può prescindere da ri-considerare il rapporto uomo/ambiente, partendo proprio dai danni che l’essere umano sta arrecando all’ambiente. Abbiamo scritto “l’essere umano”: in realtà riguarda una parte degli esseri umani: il mondo occidentale che sta edificando, a tappe forzate, il capitale-mondo. Non è più tempo per rimanere a guardare rassegnati o sperando che qualche dio prima o poi venga a salvarci. Al capitale-mondo va opposto il fare-mondo, da costruire insieme a tutta la comunità dei viventi. Qui sta la salvezza. Perché tutto è connesso a tutto. Perché tutto oggi ci riguarda da vicino: l’Oceano Pacifico come il mar Mediterraneo, l’Amazzonia come la Valsusa.

Scriblerus

 

Oltre le religioni. Un libro

Autore: liberospirito 18 Lug 2016, Comments (0)

bNuKcnpUNXy8_s4-mb

Una segnalazione libraria, anche se propriamente non da ombrellone. E’ uscito in questa primavera, presso l’editore Gabrielli, un volume collettivo, curato da Claudia Fanti (giornalista presso “Adista”) e da Ferdinando Sudati (teologo e presbitero diocesano), dal titolo quanto mai accattivante: Oltre le religioni. I quattro autori pubblicati provengono da diverse parti del mondo, a testimoniare – se ce ne fosse ancora il bisogno – come la necessità di un radicale rinnovamento religioso nel mondo cristiano sia avvertita su scala planetaria. Sono studiosi con formazione e percorsi differenti ma accomunati dalla medesima sensibilità. Si tratta di John Spong, vescovo episcopalismo statunitense (v. qui); Maria Lopez Vigil, scrittrice cubano-nicaraguense; Roger Leaners, gesuita belga (v. qui) e infine Josè Maria Vigil, teologo spagnolo ma residente in Sud America da anni e coordinatore della commissione teologica dell’EATWOT (associazione ecumenica dei teologi e teologhe del terzo mondo – v. qui e qui). Inoltre il volume gode di alcune pagine introduttive scritte da Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano ed esponente di punta della teologia della liberazione.

Cosa vuol dire andare oltre le religioni? Significa, in breve, riconoscere il carattere storico, culturale delle religioni così come le conosciamo. Le istituzioni religiose sono il prodotto indiretto della rivoluzione neolitica e delle cosiddette civiltà monumentali nate da quella rivoluzione. Hanno giocato un ruolo fondamentale in molte epoche storiche ma, come ogni fenomeno storico, alla fase iniziale, aurorale, è succeduta quella della piena maturità e sviluppo, per intraprendere poi un’altra fase, quella crepuscolare, declinante. Oggi siamo entrati in questo stadio.

Ma parlare di una fase calante delle istituzioni religiose non significa liquidare in toto l’esperienza religiosa. L’essere umano che noi tutti siamo, quello che gli scienziati chiamano homo sapiens sapiens, ha una vita lunga, assai più antica delle grandi civiltà del passato, siano esse quelle egizie, sumere, cinesi o altre ancora. Come scrive Claudia Fanti: “Fin dal principio, l’homo sapiens è stato anche homo spiritualis, l’idea concreta di Dio è stata elaborata molto più tardi”. Allora come è esistita una religiosità prima delle religioni è altrettanto possibile riflettere su una religiosità dopo le religioni. E’ ciò che Josè Maria Vigil chiama ‘paradigma post-religionale’. La società attuale, della conoscenza e dell’informazione, globalizzata, post-industriale si sta incamminando lungo questa direzione. E’ un fenomeno che ci interessa da vicino, poiché riguarda soprattutto il cosiddetto primo mondo.

Scrive Roberto Mancini, citato nell’introduzione: “Ogni confessione religiosa è una strada, non una casa e tanto meno una fortezza. Se si irrigidisce come se fosse una casa, allora la religione stessa diventa idolatria”. La religione diventa idolatria quando confonde il mezzo con il fine, quando la sopravvivenza dell’istituzione diviene più importante delle ragioni che l’hanno fatta nascere. E’ questo il triste e perverso destino a cui sono destinate tutte le istituzioni (come Ivan Illich ha mostrato assai bene nei suoi lavori), non solo quelle religiose.

E’ lungo questo asse che si snodano i quattro interventi, con accenti e toni differenti, seguendo piste di ricerca non sovrapponibili l’una all’altra, ma   affratellati tutti dalla percezione che, sapendo affinare lo sguardo, c’è tutto un mondo che oggi vuole venire alla luce e che desidera esprimere in forme nuove, inedite, la gioia di vivere e il legame che unisce tutti i viventi.

Scriblerus

Liberospirito è in onda…

Autore: liberospirito 6 Lug 2016, Comments (0)

radio beCKWITH EVANGELICA

Una breve, anzi brevissima comunicazione. Ieri su Radio Beckwith Evangelica (un canale radiofonico vicino ai valdesi) è andata in onda un’intervista a Valerio Pignatta (della comunità di ricerca Liberospirito) sul convegno/incontro sull’ecoteologia che si terrà il 9 luglio a Casa Cares, vicino a Firenze e di cui abbiamo già parlato.

Chi è interessato  la può ascoltare andando al sito della radio, qui.

9 luglio: Ecoteologia per il XXI secolo

Autore: liberospirito 15 Giu 2016, Comments (0)

Scansione 1

Ne abbiamo già parlato il mese scorso, ne ridiamo oggi nuovamente notizia. Si tratta di un incontro pubblico che si svolgerà il 9 luglio, a pochi chilometri da Firenze, per la precisione nel comune di Reggello. Il tema è quello, davvero attuale, dell’ecoteologia, vale a dire  una riflessione che vuole tenere insieme sia la questione ecologica con la sua emergenza, sia la questione religiosa con l’urgenza di un suo radicale rinnovamento. Non è un convegno per addetti ai lavori: poiché si parla di cose vive, i temi interessano tutti e pertanto gli interventi dei quattro relatori si propongono di offrire elementi per facilitare un confronto e una discussione fra tutti i presenti.

Scansione

A seguire il programma dell’iniziativa (cliccando sulle immagini si possono leggere ulteriori informazioni):

Titolo: Destino di distruzione o possibilità di cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo

Dove: presso Casa Cares (centro valdese), a Reggello (vicino a Firenze).

Quando: sabato 9 luglio, mattino e pomeriggio.

Interventi:

Letizia Tomassone (Focacce per la regina dei cieli. Donne e arti)

Federico Battistutta (Teologia della liberazione animale)

Herbert Anders (Biodiversità e proprietà intellettuale)

Samuele Grassi (Un’ecologia queer per il terzo millennio)

Note: Per chi lo desidera c’è possibilità di pernottare e/o di pranzare a Casa Cares (tel. 055.8652001)

Contatti: [email protected]

L’estate è sempre un invito ad uscire da casa, anche in questa che, timida, avanza. Queste giornate che stiamo tutti attraversando trovano un eccellente commento nelle parole di Franco Arminio che proponiamo (dal suo blog comunitaprovvisorie.wordpress.com). Uscire, camminare, respirare. Scrive Franco: “C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro”. E la bellezza non è questione eminentemente estetica, ma anche politica, religiosa. Non a caso si è parlato di “filocalia”, di amore della bellezza. “La bellezza salverà il mondo”, diceva il principe Mishkin. Come possiamo fare che questa frase, spesso citata a proposito e a sproposito, divenga domanda di strada, capace di accompagnare i nostri passi e i nostri sguardi?

franco armonio

Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito.

Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.

Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno.  Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.

Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.

Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale.
Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico,è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra,
una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.

Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.

Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo spendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala,apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.

C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.

Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.

Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.

La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.

Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme.
Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.

Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Franco Arminio

Elogiando il conflitto

Autore: liberospirito 4 Giu 2016, Comments (0)

Una breve riflessione (da comune-info.net), a dir poco attuale, di Lea Melandri sul tema del conflitto, sulla possibilità di un vivere comune, non negando ma passando proprio attraverso il conflitto; non per eliminare, azzerare l’avversario ma per trovare una soluzione nuova e creativa, sapendo fare i conti con tutto ciò che ci attraversa, dentro e fuori di noi, soprattutto con le parti oscure, l’insieme di ombre che volentieri vorremmo evitare. Quanta religione è prosperata sull’idea di una lotta titanica tra la luce e la tenebra! E che incubo il pensiero di un mondo totalitario dominato dalla luce, senza chiaroscuri, senza tramonti, senza spazi notturni o umbratili! 

lea_melandri

“Si tratta di imparare a convivere con tutto ciò che abbiamo rimosso e abbandonato come una anomalia inammissibile. Si tratta di capire in che modo l’essere umano, l’essere umano così com’è, l’essere umano con il suo fondo di costitutiva oscurità, possa costruire le condizioni di un vivere comune ‘malgrado’ il conflitto e anzi ‘attraverso’ il conflitto, mettendo fine al sogno o all’incubo di chi vorrebbe eliminare tutto ciò che vi è in lui di ingovernabile”.

(Benasayag e Del Rey, Elogio del conflitto, Feltrinelli 2008)

Dire che nel vissuto del singolo si danno, concentrati e confusi, bisogni, identità, luoghi, rapporti, passioni, fantasie, interessi e desideri diversi, è riconoscere che c’è un “territorio” che sfugge o esorbita dai confini della vita pubblica – e quindi irriducibile al sociale –, che è la vita psichica, una terra di confine, tra inconscio e coscienza, tra corpo e pensiero, in cui affondano radici ancora in gran parte inesplorate.

Le “viscere” razziste, xenofobe, misogine, su cui la destra antipolitica ha fatto breccia per raccogliere consensi, è il sedimento di barbarie, ignoranza e antichi pregiudizi ma anche sogni e desideri mal riposti, che la sinistra, ancorata al primato del lavoro e della classe operaia, ha sempre trascurato, come se dopo il grande balzo operato da Marx non ci fossero stati altri rivolgimenti altrettanto radicali, come la psicanalisi, il femminismo, la non violenza, la biopolitica, l‘ambientalismo.

Non dovrebbe essere difficile riconoscere che lo “straniero”, il “povero”, il “fuori norma”, il migrante ridotto alle necessità vitali, incarnano, portandolo in questo momento allo scoperto, il “rimosso” originario di una civiltà che, separando corpo e linguaggio, biologia e storia, ha costruito sbarramenti, frontiere fin dentro i corpi e la vita psichica, e posto le premesse perché quella demarcazione andasse progressivamente a scomparire.

Il ritorno di ciò che è stato escluso – i corpi, la vita dei singoli nella sua complessità e interezza, passioni, fantasmi contraddittori – può tradursi in una inevitabile barbarie, ma può anche riaprire la strada al desiderio e al conflitto, alla possibilità di ridefinire su basi meno astratte il legame sociale.

Lea Melandri

 

Gli animali e i loro uomini

Autore: liberospirito 30 Mag 2016, Comments (0)

C’è stato un lungo e lontano periodo nel storia dell’essere umano (meglio: un lunghissimo e lontanissimo periodo) in cui arte e religione non si erano ancora separate l’una dall’altra, laddove l’umana esperienza non si era frammentata e dispersa in una miriade di rivoli sempre più parcellizzata. Proponiamo una riflessione su questo tema, paradossalmente tanto antico quanto attuale. La fonte è il blog artenatura.altervista.org, a cui abbiamo avuto già occasione di attingere.

Lascaux_Megaloceros

Gli animali e i loro uomini è il titolo di una raccolta di poesie che Paul Eluard, poeta surrealista, scrisse intorno agli anni ’20 del secolo scorso. Viene citata da Georges Bataille nel suo libro Lascaux, la nascita dell’arte, dove dice che condizione della poesia è un sentimento più autentico dell’uomo: è anche il prezzo che occorre pagare se non vogliamo essere impenetrabili agli insegnamenti silenziosi della caverna.

Non vogliamo con questo post parlare di arte preistorica in senso archeologico. Ci interessa quel “sentimento più autentico”, domandarci cosa significa, per non correre il rischio di divenire impenetrabili ai silenziosi insegnamenti di quegli animali dipinti quasi all’inizio della nostra comparsa sulla terra.

Su queste pagine abbiamo già parlato di animali divenuti soggetto artistico fondamentale per artisti del ‘900 come Franz Marc o Ligabue, ad esempio. Ma allora, infinitamente lontano nel tempo, era la prima volta.

Scrive Bataille:

Queste figure esprimevano il momento in cui l’uomo riconosceva il maggior valore della “santità” che l’animale doveva possedere: l’animale di cui forse cercava l’amicizia, dissimulando il basso desiderio di cibo che lo comandava. L’ipocrisia con cui velava questo desiderio aveva un senso profondo: era il riconoscimento di un valore sovrano. L’ambiguità di questi comportamenti traduceva un sentimento superiore: l’uomo si giudicava incapace di raggiungere la meta prefissata se non riusciva ad elevarsi al di sopra di se stesso. Almeno doveva fingere di elevarsi al livello di una potenza che lo superava, che nulla calcolava, del tutto disinteressata, e da cui l’animalità non si distingueva. 

(…) Possiamo almeno dire che la bellezza, quasi sovrannaturale, degli animali della caverna ha tradotto questa ambiguità. Indubbiamente quest’arte è naturalistica, ma il naturalismo coglie, esprimendolo con esattezza, ciò che vi è di meraviglioso nell’animale.

(…) Tracciare una figura non era forse, di per sé, una cerimonia, ma poteva esserne un elemento costitutivo. Si trattava di un’operazione religiosa o magica. Le immagini dipinte, o incise, senza dubbio non avevano quel significato di decorazione duratura che fu loro espressamente attribuito nei templi e nelle tombe dell’Egitto, così come nei santuari della Grecia o della cristianità del Medioevo. Se avessero avuto un tale valore, il sovrapporsi delle immagini non sarebbe stato possibile. Esso significa che le decorazioni esistenti erano diventate trascurabili nel momento in cui si tracciava una nuova immagine. In quel momento era d’importanza secondaria sapere se la nuova immagine ne distruggeva un’altra più antica, e forse più bella. (…) L’operazione corrispondeva unicamente all’intenzione. La maestà della caverna apparve solo in seguito, come un dono del caso o il segno di un mondo divino.

(…) La regola dell’arte era dettata non tanto dalla tradizione quanto dalla natura (…) in se stessa l’opera d’arte era libera, non dipendeva da procedimenti che ne avrebbero determinato la forma dall’interno e l’avrebbero ridotta a convenzione.

(…) Esistevano dei procedimenti, e senza alcun dubbio gli uomini di quel tempo se li trasmisero, ma non erano essi a decidere la forma, lo stile e l’inafferrabile movimento dell’opera d’arte. (…) Inevitabilmente l’arte, alla sua nascita, sollecitava quell’impulso di spontaneità indomabile che si è convenuto di chiamare genio. (…) Creavano dal nulla il mondo che raffiguravano.

(…) Quello che si percepisce, quello che ci colpisce a Lascaux, è ciò che “freme”. Un sentimento di danza dello spirito ci innalza di fronte a queste opere in cui la bellezza, priva di regole, promana da movimenti febbrili: di fronte ad esse ciò che ci s’ impone è la libera comunicazione tra l’essere e il mondo che lo circonda; l’uomo vi si abbandona entrando in armonia con questo mondo di cui scopre la ricchezza. Questo movimento di danza ebbra ebbe sempre la forza di elevare l’arte al di sopra dei compiti subordinati che essa accettava, che la religione o la magia le dettavano.

Tra queste parole sottolineiamo quel che più ci aiuta a riflettere; quindi pensiamo a come non sia fuori dal tempo odierno vedere l’impossibilità di raggiungere una meta prefissata se non si riesce ad elevarsi al di sopra di se stessi, ad entrare in un ordine che tutto include, e come possa essere da quel sentire che prende avvio un movimento – non più autoreferenziale – che nel suo farsi ricerca quell’antica libertà di cui le arti conservano le tracce.

E’ nella nostra esperienza il poter dire che la percezione di ciò che “freme”, quella sorta di danza dello spirito che ci si muove dentro, è un sentimento che possiamo avere la fortuna di provare tutte quelle volte che – forse per caso, ma sempre fortunatamente – si accorcia la distanza che ci separa dal resto del mondo naturale. In questo crediamo stia la meraviglia che ci coglie di fronte all’arte preistorica e il suo fondamentale insegnamento giunti all’epoca e nelle condizioni in cui siamo.  Siamo esseri sensibili, quindi è il sentire ciò di cui abbiamo bisogno, da lì partono le nostre emozioni, il dolore ma anche la gioia di vivere che lo compensa. Avere messo troppa distanza tra noi e tutto il resto ha fatto nascere le realtà virtuali  ma ha sicuramente reso molto triste la danza del nostro spirito.

Concludiamo riportando ancora alcune parole di Bataille che vogliamo usare come auspicio per una rinnovata capacità di inventare il mondo attraverso il gioco creativo:

(…) Quel poco di conoscenza che si produsse all’inizio si deve al lavoro del “faber”. L’apporto del “sapiens” è paradossale: è l’arte e non la conoscenza (…) l’uomo di Lescaux lo distinguiamo con più esattezza da colui che lo ha preceduto insistendo non sulla conoscenza ma sull’attività estetica che è, nella sua essenza, una forma di gioco. Huizinga lo ha dimostrato: il nome di “Homo ludens” non conviene soltanto a colui che con le sue opere donò alla verità umana la virtù e lo splendore dell’arte, ma esso designa con esattezza l’umanità intera. (…) fu quando l’uomo giocò e seppe, giocando, attribuire al gioco la permanenza e l’aspetto meravigliosi dell’opera d’arte, che l’uomo assunse l’aspetto fisico a cui la sua fierezza resterà legata. Il gioco non può ovviamente essere la causa dell’evoluzione, ma non c’è dubbio che la pesantezza neandertaliana coincida con il lavoro e l’uomo liberato coincida con il fiorire dell’arte. (…) gioco che legò il significato dell’uomo a quello dell’arte, che ci liberò, foss’anche fugacemente, dalla triste necessità, e ci fece accedere in qualche modo a quello splendore meraviglioso della ricchezza, per il quale ognuno si sente nato.

Dentro il grande prodursi del presente

Autore: liberospirito 27 Mag 2016, Comments (0)

Abbiamo da poco appreso la notizia della morte di Koho Watanabe, monaco zen giapponese che diede un contributo fondamentale per la diffusione del buddhismo zen in Italia, seguendo un approccio coerente con la grande tradizione zen e al tempo stesso originale e innovativo. Con le sue parole: “Non confinati da una morale codificata, vivere il grande prodursi del presente senza affidarsi a regole prestabilite: questa possiamo chiamarla audacia di vivere”. Riportiamo di seguito (le ricaviamo dal sito www.lastelladelmattino.org) le parole e il ricordo di due monaci zen che ebbero Watanabe come maestro.

Roshi3-300x225

Il 23 giugno saranno deposte nel cimitero di Antaiji le ceneri di Koho Watanabe roshi, deceduto sabato 7 maggio, all’età di 74 anni.
Non abbiamo dato notizia della sua morte quando avremmo voluto, ovvero subito, perché per sua volontà così doveva essere.
Un uomo grande e difficile, che ha dedicato la vita, senza riserve, a offrire lo zazen al mondo. Nella tradizione di altri uomini grandi e difficili che sono riusciti nel condurre la loro vita prescindendo dalla loro forza e dalla loro debolezza, con la sua vicenda esistenziale ha saputo indicare con purezza il significato concreto del Grande Voto.

Voi che leggete e noi che scriviamo dobbiamo a lui questo incontro, le sue premesse, le sue conseguenze.

Sua fu l’intuizione di abbandonare il vecchio Antaiji che, quasi assorbito dalla periferia di Kyoto, avrebbe potuto continuare a costituire un facile centro di attrazione per tanti cercatori Occidentali di passaggio in quella città. Scegliere una località tra i monti, abbandonata dai precedenti abitanti per l’isolamento e l’estrema asperità del clima, fu un azzardo sostenuto dalla fede e dalle energie giovanili di un gruppo di monaci formatisi assieme a lui grazie alla guida del suo predecessore, Uchiyama roshi. La difficoltà rappresentata dal luogo, assieme all’obbligatoria promessa di non lasciare il monastero prima di dieci anni, fecero sì che l’Antaiji inventato, voluto da Watanabe divenisse per poco più di un decennio, dal 1976 al 1987, la casa di una trentina di persone la forza della cui motivazione era in grado di superare gli ostacoli più ardui.

Mauricio Yushin Marassi e Giuseppe Jiso Forzani