Crea sito

Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Comments (0)

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

Spiritualità liquida

Autore: liberospirito 19 Gen 2017, Comments (0)

Il 9 gennaio scorso è morto Zygmut Bauman, lo studioso della società liquida. Proprio alle sue riflessioni è dedicato l’intervento (apparso sulla pagina dei blog di Micromega) del pastore valdese Alessandro Esposito. Qui si parla di “spiritualità liquida”, mettendo a confronto le religioni istituzionali che coltivano “l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche” e la spiritualità da cui può sgorgare “ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento”. Sono temi che il nostro blog ha molto a cuore. Un articolo da leggere.

agora_036

Della scomparsa del grande sociologo e filosofo ebreo polacco Zygmunt Bauman hanno scritto in questi giorni firme ben più competenti della mia, alle quali rimando anche per ciò che attiene alla ricostruzione del complesso ed articolato pensiero dell’Autore. Quel che vorrei approfondire con le lettrici ed i lettori di MicroMega è un aspetto specifico della riflessione del Nostro, concernente l’aspetto che più lo ha reso celebre, quello della liquidità, posto in relazione con ciò che, sia pure in termini approssimativi e per ciò stesso insoddisfacenti, vorrei denominare spiritualità. Nel fare ricorso a tale termine, mi preme distinguerlo da un altro, con cui sovente esso viene confuso e al quale viene non di rado indebitamente sovrapposto: quello di religiosità. Insisto nel sottolineare la differenza, poiché i due concetti menzionati non sono sinonimi: sono difatti persuaso del fatto che sia possibile (e per certi versi persino auspicabile) coltivare una spiritualità che non possegga venature o implicazioni religiose e che non per questo cessa di essere profondamente rivelativa.

Per altri versi, la spiritualità costituisce quell’aspetto che, assai più che assecondarla, mette in questione la religiosità tradizionale, la quale, per lo meno in seno alla cultura ed alla società dell’Occidente europeo, è ormai tramontata, sebbene qualcuno si affanni (a mio avviso invano) a volerla resuscitare. Mi spingerei persino oltre, affermando che spiritualità e religiosità sono per certi versi più antagoniste che sorelle, poiché la seconda cerca (anche in questo caso invano) di imbrigliare ed irreggimentare la prima, la quale, dal canto suo, è intrinsecamente vocata allo sconfinamento.

La re-ligio in termini istituzionali si prefigge lo scopo di re-legare l’eccedenza (che nella vita e nell’uomo è tutto quanto vi è di nevralgico ed irrinunciabile) entro l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche e sociali, guardando con sospetto e stroncando sul nascere ogni accenno evolutivo, ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento. Al contrario, la spiritualità germoglia al di là degli argini, là dove le acque tracimano e rendono feconde le sponde e non l’alveo.

La liquidità che Bauman ha individuato quale cifra della post-modernità a cui l’Occidente ha improntato il proprio modus vivendi mostra senza alcun dubbio limiti ed induce perplessità: ma in alcun modo è possibile ignorarla e men che meno eluderla. Se l’evoluzione spirituale dell’uomo non assumerà questa plasticità, che richiede di abbandonare le forme della religiosità tradizionale per abbracciare l’itineranza che invita allo sconfinamento verso l’ignoto, si ridurrà ad un alveo vuoto, privo di quella vitalità che la liquidità, al di là dello sconcerto a cui essa espone, possiede e stimola.

Alessandro Esposito

Quale religione in quale scuola

Autore: liberospirito 17 Gen 2017, Comments (0)

Sembra un tema fuori stagione ma in realtà non è così. Sull’argomento di questo post – scuola e religioni – questo blog se ne è già occupato altre volte. Proponiamo un’ulteriore riflessione con  l’intervento di Marcello Vigli apparso su www.italialaica.it.

bible-religion-school-classroom

Può sembrare fuori tempo tornare a parlare e scrivere di religione  a scuola, un tema che, in anni passati, ha avuto molto spazio nel dibattito sui problemi della pubblica istruzione in Italia. A riproporlo contribuisce l’urgenza della scelta che, studenti e genitori si troveranno a fare al momento dell’iscrizione al nuovo anno scolastico, se avvalersi o non dell’ insegnamento della religione cattolica (Irc). Sarà la prima volta per i nuovi iscritti o per quelli che passano dal corso inferiore a quello superiore, ma sono interessati anche quelli che intendono cambiare la scelta dell’anno precedente.

Ha colto l’occasione l’arcivescovo di Genova, cardinale Bagnasco, per inviare una lettera ai genitori della sua diocesi in procinto di scegliere per i loro figli. Si parla spesso di una certa “fragilità” che rende difficile resistere nelle difficoltà della vita, alle quali nessuno può sottrarsi. ….. La ricchezza e la complessità dell’esistenza, se non è armonica, diventa dispersione, disorientamento. Non si può vivere spaesati! Anche il ricco mondo della scuola – con le conoscenze e competenze che offre – chiede un punto di sintesi, perché il giovane non diventi un’ “enciclopedia”, ma una persona matura. L’insegnamento della religione cattolica, anche per la sua valenza culturale, può essere per tutti un momento di chiarificazione e di equilibrio: i suoi contenuti, la sua lunga storia, il continuo confronto con le civiltà, sono un riferimento necessario per comprendere il tempo e la società che abitiamo, uno strumento per il dialogo con tutti. Per questo vi invito a scegliere l’ora di religione con convinzione e fiducia, affinché i valori universali, che essa illustra nei loro contenuti e nelle loro ragioni, possano diventare stimolo del pensare e del vivere.

È certo difficile pensare come tutto questo possa ottenersi attraverso  un insegnamento che il cardinale dimentica essere rigorosamente “confessionale”, per di più impartito da insegnanti selezionati dall’autorità ecclesiastica.

La stessa finalità attribuisce all’Irc  il messaggio della Presidenza della Cei inviato a tutte le famiglie, come è tradizione, in occasione della Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’Ora di Religione promossa dalla stessa Cei. Nel riconoscere che la società italiana è sempre più plurale e multiforme, i vescovi italiani affermano:  Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo. 

Completa il quadro don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della Cei, affermando: Questa disciplina scolastica è una disciplina che si rivolge a tutti i ragazzi, a tutti gli alunni, a tutti gli adolescenti, perché loro possano conoscere le esperienze, la storia, la cultura, la vita del nostro Paese che è caratterizzata – volente o nolente – da una forte presenza del messaggio dell’azione della vita della Chiesa cattolica.

Questa convergenza nel giustificare ed esaltare il valore dell’Irc non è solo l’espressione della volontà di conservare questo privilegio; rivela, invece, l’intento di accreditarlo come fondamento della cultura che la scuola è chiamata  a trasmettere.

Per questo appare grave l’orientamento di quanti sottovalutano il problema o che, nell’intento di risolverlo, avanzano proposte per integrarlo o sostituirlo con una disciplina obbligatoria.

Fra questi si collocano di tempo in tempo intellettuali e gruppi cattolici d’ispirazione democratica e non integralisti favorevoli  ad aggiungere all’attuale Irc un insegnamento curriculare non confessionale. Di recente, per rafforzare le argomentazioni di sempre, adducono la necessità di adeguare il sistema scolastico alla sempre più ampia frequenza di alunni e studenti che professano altre religioni.

Nella stessa direzione si muovono quei settori della sinistra non impegnata ad affermare il principio di laicità,  ben rappresentati da Massimo Cacciari che, in un’intervista curata da Francesco Dalmas, sull’ “Avvenire” del 13 agosto 2009,  era stato perentorio nel proporre: La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia…. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare. Né accetta di sostituire l’Irc con l’insegnamento di storia delle religioni Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo; non vuole ovviamente insegnanti controllati dalla gerarchia ecclesiastica che, a suo avviso, non avrebbe nulla da temere da questa rinuncia.  In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque. Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie.

Le proposte sostenute con queste o analoghe argomentazioni, che ovviamente non hanno udienza presso la gerarchia cattolica, in verità presuppongono il riconoscimento di una specificità qualitativa alla religione.

Certo le religioni hanno proprie forme organizzative e caratteristiche manifestazioni del culto, che sono, però, riconducibili, anche perché ben diverse fra loro, al complesso delle forme e delle manifestazioni in cui, nel tempo e nello spazio, si sono organizzati e si esprimono donne e uomini nelle diverse società nel promuovere le relazioni fra loro.

Analogamente le costruzioni teologiche, anche quelle che chi ha fede considera elaborazioni di una rivelazione divina, si inseriscono legittimamente nei “sistemi” che la filosofia e le scienze nel tempo hanno elaborato per interpretare la realtà.

Ben venga quindi lo studio della religione nelle scuole superando pregiudiziali anticlericali, che sono da rifiutare perché inducono ad ignorarla o non riconoscerla autentica espressione della dimensione umana.  Come tale va studiata non come materia autonoma ma all’interno delle discipline  storiche e filosofiche che danno conto del divenire degli immaginari collettivi che gli umani si sono costruiti nel costituirsi in aggregazioni sociali nel corso dei secoli.

Marcello Vigli 

Con i Mapuche

Autore: liberospirito 15 Gen 2017, Comments (0)

benetton03

Ci sono situazioni in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo va di pari passo con lo sfruttamento dell’ambiente e degli animali non umani. Sta circolando il tam-tam che alcuni giorni addietro nella Patagonia argentina la gendarmeria ha represso, aprendo il fuoco, esponenti del popolo mapuche che si erano ripresi le proprie terre da Benetton. Questo è l’ultimo episodio di un lungo conflitto tra i Mapuche e la famiglia Benetton. Tutto ha inizio nel 1991 quando l’impresa italiana acquisisce la compagnia Tierras de Sur Argentino, principale proprietaria di terre nella Patagonia argentina. La Benetton diviene in questo modo proprietaria di 900 mila ettari di terre. La maggior parte di queste costituiscono il luogo ancestrale degli indigeni mapuche argentini, i quali vengono sfollati dall’habitat su cui hanno da sempre vissuto. Sin dall’inizio le comunità indigene si sono mobilitate contro la multinazionale italiana, opponendo resistenza e iniziando una lotta per recuperare i loro territori. Alla ricerca di una giustizia ambientale e sociale alternativa i Mapuche si sono inoltre uniti alla lotta contro le multinazionali avviata da numerosi popoli indigeni nel Tribunale Permanente dei Popoli (TPP). I Benetton sono diventati la più grande proprietaria terriera del paese sudamericano: nelle terre di Benetton vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa un milione e 300 mila chili di lana all’anno, i quali sono interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno vengono anche allevati sedicimila bovini destinati al macello. E’ bene ricordare che I Benetton ricevono sussidi da parte del governo argentino per l’attuazione del loro piano d’investimento. Inoltre l’impresa attua una politica sfavorevole che incentiva il fenomeno della discriminazione lavorativa contro i Mapuche. In breve i rapporti tra l’azienda e la popolazione locali sono andati sempre più peggiorando a seguito della crescita del numero degli sfratti e della trasformazione delle terre ancestrali in fonte di lucro per l’impresa.

Contro tutto ciò – e altro ancora (vedi la condizione dei lavoratori in Bangla Desh che confezionano abbigliamento Benetton) – è in corso una campagna internazionale per boicottare i prodotti a marchio Benetton (v. http://www.girodivite.it/United-dolors-of-Benetton.html).

La lezione della foresta comunitaria

Autore: liberospirito 6 Gen 2017, Comments (0)

Apriamo i post del 2017 con una notizia che viene dall’Africa – Nigeria, per la precisione. Parliamo sempre di ambiente, di cura dell’ambiente e di esperienze che è bene conoscere. Qui una foresta sta rischiando di scomparire per fare posto a una superstrada a sei corsie lunga 260 chilometri. Le comunità locali, a cominciare dalle donne, si sono ribellate e hanno cominciato l’autogestione della foresta, costruendo da sole alcune piccole strade, materiali di sussistenza e cibo senza abbattere un solo albero. E’ un insegnamento anche per noi. Quanto segue è un articolo sull’argomento a cura di Maria G. Di Renzo – giornalista (cura il blog lunanuvola, dove è apparso il testo qui sotto), formatrice e regista teatrale. 

protest-3

La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra trecentotrentasei chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni Ottanta, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa.

Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory che spiega: “Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta. La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama ‘Iniziativa Epuri’. La nuova proposta della superstrada ha portato ben centottantasette comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: ‘No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo’. Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.”

Maria G. Di Renzo

Fare posto all’altro

Autore: liberospirito 21 Dic 2016, Comments (0)

Oggi 21 dicembre cade il solstizio d’inverno in cui, pressoché da sempre, si celebra il passaggio dalle tenebre alla luce. Aggiungiamo anche che il giorno di Natale – il 25 di dicembre – si innesta proprio dentro questo genere di festività ed è bene non scordare questo legame profondo con feste ancestrali. Vogliamo qui ricordare l’approssimarsi di questa giornata con le parole attualissime di don Alessandro Santoro, delle Comunità delle Piagge a Firenze. 

118413-md

Nel Vangelo ci viene raccontato il viaggio che Maria e Giuseppe, con la loro famiglia povera e irregolare, fanno da Nazareth nella Galilea fino alla Giudea per essere censiti dall’impero, e arrivati là scoprono che “non c’è posto per loro”. Ho sempre sentito questa frase come un invito a riflettere sull’incapacità, nelle nostre città, nelle nostre relazioni, nelle nostre azioni a fare posto, a fare spazio a ciò che sorprende e “sovverte” la nostra vita. Tutti i giorni ci affanniamo per riempirci di cose, per riempire le nostre case, il nostro tempo; spendiamo energie per accumulare, per crescere, per accaparrare fino a non avere più posto… ciò che rimane poi di tutto questo è quasi sempre vuoto, malessere, solitudine. Ci scordiamo l’arte sapiente, semplice e vitale di fare posto, di fare spazio; ci dimentichiamo di dare la precedenza allo spostare, all’eliminare, al togliere ciò che copre e nasconde, per liberare l’inedito, il Mistero, le attese dense di speranza, il camminare lento ma tenace verso la liberazione e la pace,  verso gli incontri senza infingimenti con la vita e la storia dell’altro. In questa notte, giorno e tempo di Natale, l’invito che mi faccio e che vi faccio è quello di lasciarsi “disturbare” da questo richiamo a fare posto e a fare spazio, a farlo davvero… forse solo così potrà nascere qualcosa di nuovo nella nostra vita, forse solo così potremo riconoscere davvero quel piccolo bambino palestinese di nome Gesù come il sogno di liberazione di Dio che si fa carne, si fa possibile dentro la storia di  ognuno di noi e del nostro sogno comune di umanità nuova e di “terra e cieli nuovi”. Allora buon “fare posto” perché tu viva e sia felice.  Buon Natale

don Alessandro Santoro – Comunità delle Piagge, Firenze

Per una mistica ribelle

Autore: liberospirito 10 Dic 2016, Comments (0)

Fox_sp_creato_banner

Che cos’è la mistica ribelle? Come riconoscerla? Quali forme espressive adopera? Queste e altre domande sorgono nel prendere in mano l’ultimo libro di Matthew Fox, La spiritualità del creato (edito da Gabrielli e curato da Gianluigi Gugliermetto), che reca appunto tale sottotitolo: manuale di mistica ribelle. Inoltrandoci nella lettura di questo agile testo incontriamo tutta una serie di suggestioni che consentono, pagina dopo pagina, di delineare gli elementi costitutivi di un abbecedario spirituale per il nostro tempo.

Uno scienziato come Einstein aveva definito la mistica come “l’essere rapiti nel mistero”. E’ infatti proprio tale movimento a introdurre nel mistero. Il termine deriva dal greco myein, “chiudere, serrare”. Il mistico è colui che chiude gli occhi e serra la bocca per varcare la soglia del mistero.

Ma la mistica ribelle di cui parla Fox non cerca ripari nell’intimo del proprio foro interiore, nasce innanzitutto da un’indignazione etica, dall’incapacità a sopportare lo scempio in atto versa la terra che abitiamo e calpestiamo. Tale indignazione sa assumere anche i connotati di uno sfogo creativo che, cogliendo come necessaria ma insufficiente la semplice indignazione, prova a “rispondere alla sofferenza non soltanto con la rabbia, ma anche con un’opera creativa ed efficace che guarisce davvero”. Perché è di ciò che abbiamo bisogno. A questo punto possono rivelarsi le condizioni per divenire davvero “co-creatori di una nuova visione storica” che colloca le vicende e i drammi umani nel più ampio contesto della storia cosmica a cui siamo invitati a partecipare. Mistica ribelle significa così costruire percorsi e pratiche di liberazione che andranno a toccare non solo la realtà intra-umana (la giustizia sociale), ma anche le più diverse relazioni fra l’essere umano e il resto del cosmo (geo-giustizia). E ancora: molteplici sono le direzioni da cui possono provenire i contributi creativi per costruire questa rinnovata visione, al punto da ragionare e discutere sull’opportunità di un reincantamento grazie all’incontro tra scienza, arte e, appunto, mistica.

Fox sviluppa questo discorso riferendosi, quando necessario, a quegli autori del passato che conosce e frequenta con perizia da anni, come Meister Eckhart, Ildegarda di Bingen e Francesco d’Assisi. Ma proprio la passione e il rispetto verso questi mistici spingono Fox, seguendo i segni del tempo in cui viviamo, verso strade poco battute; in lui intensa e preponderante è la necessità di osare il mistero e inoltrarsi verso nuove strade, da sondare ed esplorare con passione e con intelligenza; anche questa è mistica ribelle. D’altro canto la cornice entro la quale si sviluppa tutto il discorso sottintende l’esaurimento della funzione epocale svolta fino ad ora dalle grandi istituzioni religiose. E’ la questione, attualissima, della fede in un’età post-religiosa di cui parlava Paul Ricoeur o quello, più recente, di José Maria Vigil circa un nuovo paradigma post-religionale.

In conclusione una considerazione circa la forma espressiva di Fox e il bisogno di un rinnovamento linguistico all’altezza dei mutamenti in corso. E’ nota un’espressione di Wittgenstein secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Ora si ha la sensazione di trovarsi proprio in un frangente simile. Non a caso lo stesso Fox avverte la necessità, parlando di “spiritualità del creato”, di risemantizzare il patrimonio linguistico esistente (come del resto hanno sempre fatto i mistici) spiegando cosa intenda per “spirito” e cosa per “creato”. Analogo lavoro, senza cedimenti, va fatto oggi su diversi altri termini, quali “Dio” o “religione”, ad esempio. Non possiamo sottrarci: c’è tutto un lavoro da fare sul linguaggio che, in ultima analisi, è un lavoro da fare su sé stessi: se davvero i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, devo, a partire dalla mia esperienza del mondo, sondare questi limiti, calpestarne i confini e comprendere la possibilità di oltrepassamento. E, in fondo, pure questa è mistica ribelle.

Scriblerus

 

 

tumblr_static_tumblr_static_e3xs5n0wg084cwwww4g8kksks_640

Ogni tanto circola qualche buona notizia: ce l’hanno fatta! Non ci riferiamo alla vittoria del no al referendum costituzionale che, comunque sia, è un buon risultato anche se non esaltante. Pensiamo invece alla decisione degli engineers dell’esercito Usa (praticamento il genio militare) di non autorizzare la costruzione del tratto della Dakota Access Pipeline – un oleodotto sotterraneo progettato per congiungere i siti di estrazione petrolifera del North Dakota allo stato dell’Illinois – da mesi contestata dai nativi americani. Riguarda in particolare quella parte dell’oleodotto che profana la terra sacra nella quale il popolo sioux ha seppellito per secoli i suoi morti. Qui il sentire religioso e l’azione politica si sono incontrati con successo.

Nell’estate scorsa l’accampamento della protesta degli indiani è cresciuto fino a diventare una cittadella di settemila attivisti provenienti da centinaia di tribù indiane, innanzitutto Sioux, ma anche Apache, Cheyenne, Arapaho, e da molte organizzazioni ecologiste e radicali.

La rivolta era stata condannata non solo dai politici locali del North Dakota che avevano autorizzato l’opera (dal 2007 lo stato del Midwest statunitense è la nuova frontiera dell’estrazione del petrolio americano, grazie alla tecnologia del cosiddetto “fracking”), ma anche da diversi agricoltori, favorevoli alla costruzione dell’impianto, nonostante i rischi, soprattuto per via dei grandi indennizzi che hanno ricevuto in cambio del permesso di far attraversare le loro proprietà dall’oleodotto. Ma la ribellione sioux è andata avanti, diventando ben presto il catalizzatore delle proteste di tutte le tribù che vivono in riserve poverissime, flagellate da un tasso di disoccupazione spesso superiore al cinquanta per cento e dalla piaga dell’alcolismo. E alla fine le svariate forme di protesta – cortei, sit-in, scontri con le forze dell’ordine, concerti, ecc. – hanno dato un risultato soddisfacente. Che anche per noi possa essere davvero di buon auspicio!

Scriblerus

costituzione

Domenica si va a votare. Per il referendum. Noi voteremo NO, per dirla in breve dopo tanti discorsi ascoltati, nella semplice consapevolezza che se dovesse passare il sì saremo tutti meno liberi. Qui ci pare opportuno fare però alcune osservazioni critiche su molte affermazioni che si sentono a sostegno del no.

Non ci urta che le costituzioni possano essere riviste. Non è questo il punto. Tanto per fare un esempio: la Costituzione della Francia rivoluzionaria del 1793 affermava che “un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future” (art. XXVIII). Rileggiamo: “Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future”. Quindi, se è il caso, le costituzioni si possono e si devono rivedere, anche radicalmente. La questione è in che modo avviene ciò. Per questo molte delle argomentazioni a favore del no non ci piacciono proprio per l’aura sacrale con cui si vuole circondare l’attuale carta costituzionale (“la più bella costituzione del mondo”) e i suoi estensori – i padri costituenti – laicamente beatificati. Lo ripetiamo: noi, che non crediamo nell’esistenza di Bibbie intangibili, voteremo no; non perché l’attuale Costituzione non possa essere rivista, ma perché la si vuole rivedere in peggio. Forse bisognava giocare d’anticipo (e anche su questo siamo arrivati tardi), iniziando a ragionare su una riforma costituzionale adeguata ai tempi del mondo globalizzato in cui viviamo, su basi radicalmente differenti da quelle proposte da Renzi e dall’attuale potere economico-finanziario. Sintetizzava bene questo punto della questione Toni Negri, quando anni fa scriveva: “Solo la vita che si rinnova può formare una Costituzione; può quindi continuamente sottoporla a prova e valutarla, e sempre spingerla verso modificazioni adeguate”.

Il nostro sarà dunque un “no sociale”, come lo definiscono in molti, contro Renzi; ma anche contro chi, non vedendo le ingiustizie del presente, si rifugia nel passato, museificando così la storia.

Scriblerus

Ecologia integrale, un libro

Autore: liberospirito 20 Nov 2016, Comments (0)

1475759094agenda

E’ da poco in circolazione la nuova edizione italiana (curata dal Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo e da Adista) dell’Agenda latinoamericana, opera aconfessionale, ecumenica e interrreligiosa progettata da Pedro Casaldáliga e José Maria Vigil (http://latinoamericana.org).

Il titolo di questo libro è Ecologia integrale. Una radicale riconversione. Gli autori che partecipano a questo lavoro collettivo provengono per lo più dalle fila pensiero teologico latinoamericano (oltre a Casaldáliga e Vigil ricordiamo Leonardo Boff, Frei Betto, Marcelo Barros, solo per fare qualche nome), ma vi sono testimonianze legate ad altre esperienze, come quelle dell’attivista e pensatrice canadese Naomi Klein, del monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh o del missionario irlandese Diarmaid O’Murchu. L’edizione italiana presenta poi anche alcuni contributi di autori di casa nostra (Claudia Fanti e Cinzia Thomareizis – le quali firmano la prefazione insieme a Vigil -, Luca Pandolfi e Federico Battistutta).

L’ecologia integrale di cui si parla in queste pagine intende varcare i confini talvolta ristretti dell’ambientalismo e, partendo da una cosmovisione rinnovata, desidera proporre uno sguardo che sia integralmente ecologico sul mondo, su sé stessi, finanche sulla spiritualità. Riportiamo dalla quarta di copertina: “La riflessione dei diversi autori si uniscono al clamore della Madre Terra, a quello delle foreste mutilate, dei boschi riarsi, dei fiumi inquinati, delle montagne scavate, degli animali messi alle strette in un habitat invaso”.

Il libro, il cui ricavato andrà a sostenere un progetto ecologico in El Salvador, non è in distribuzione nelle librerie, ma può essere richiesto ad Adista (tel. 06/68801924, e-mail: [email protected], oppure acquistato online sul sito www.adista.it).

Liberospirito va a Bookcity, Milano

Autore: liberospirito 13 Nov 2016, Comments (0)

BOOKCITY-MILANO-2013

Il prossimo fine settimana si terrà a Milano un evento intitolato Bookcity che vedrà numerosi incontri con autori di generi diversi (dalla saggistica, alla narrativa, alla poesia, ecc.). Fra i vari appuntamenti sabato 19 novembre, alle ore 16:00, presso il Circolo Filologico (Sala Studio), in via Clerici 10, si terrà un incontro dal titolo “Alla ricerca del senso della vita. Percorsi di spiritualità laica” con Federico Battistutta e Massimo Diana, in cui ci si confronterà con alcune traiettorie intellettuali ed esistenziali, nella convinzione che questi due aspetti non possono essere disgiunti. Modererà il dibattito Pietro Condemi, editore.

In breve: la ricerca di un senso ulteriore – comunemente chiamato “religioso” – coincide, di fatto, con la comparsa dell’uomo sulla Terra: l’homo religiosus viene prima di qualsiasi religione. Pertanto da sempre esiste una religione prima delle religioni, e tale istanza assume oggi una sconcertante forza da cogliere e apprezzare in tutti i suoi aspetti. Si parlerà così di traiettorie esistenziali di spiritualità laica che si alimentano alla straordinaria ricchezza delle tradizioni religiose e sapienziali esistenti, occidentali e orientali, ma senza identificarsi con nessuna di esse. Testimonianze incarnate di come si possano sottoporre a critica valori consunti e apparenti, di come si possa ri-orientare la propria esistenza nel quotidiano e di come si possa ambire, senza presunzione, alla felicità, nella vocazione a essere uomini adulti e completi.

Un breve filmato introdurrà alle argomentazioni e costituirà, unitamente all’esposizione delle singole esperienze, la base per un confronto con il pubblico presente.

Un pluralismo religioso a scuola

Autore: liberospirito 8 Nov 2016, Comments (0)
Pubblichiamo il documento del CISRECO (Centro Internazionale di studi sul Religioso Contemporaneo), nato nel corso dell’incontro estivo della International Summer School on Religions (svoltosi a San Gimignano, agosto 2016). Si potrà anche discutere su alcuni passaggi, ma ci sembra che metta sul tappeto alcune questioni fondamentali e non più rinviabili, riguardanti l’insegnamento della religione a scuola, oggi totalmente appaltato alle autorità ecclesiastiche cattoliche.
Religion-Signs-1500x
Dirigenti, docenti e partecipanti della XXIII International Summer School on Religions (San Gimignano, 24-28 agosto 2016) [1], avendo messo a tema delle loro molteplici analisi l’attualità dirompente del problema  “Violenza e Religioni”, e riflettendo di conseguenza anche sulle reali e potenziali ricadute del fenomeno nella specificità del contesto sociale italiano, esposto non solo a una crescente e convulsa pluralità di presenze etnico-religiose, ma tuttora inspiegabilmente privo di una adeguata legge nazionale sulla libertà religiosa, che possa garantire l’esercizio di fondamentali diritti, tra cui il diritto educativo – per tutti i minorenni e non solo – a una conoscenza obiettiva, comparativa, non discriminante, del multiforme fenomeno religioso,
– ribadiscono che compete in particolare alla scuola pubblica il ruolo di ‘alfabetizzare’ la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa, alla cui lettura critica peraltro si dedicano, con serietà di metodi e plausibilità di risultati, non poche scienze storiche, filologiche, ermeneutiche, teologiche ecc.;
– sottolineano l’urgenza che – in presenza di un processo irreversibile di trasformazione della demografia culturale e religiosa della società italiana (incluse le frange crescenti di agnosticismo), con il conseguente bisogno di rintracciare riferimenti culturali comuni e una tavola di valori etici condivisi per garantire una coesione sociale in un legittimo pluralismo – almeno i dati elementari di detta esperienza simbolico-religiosa unitamente agli interrogativi che suscitano, diventino quanto prima oggetto di un regolare approccio disciplinare, da scandire opportunamente lungo le tappe dei curricoli scolastici e in permanente organica connessione con gli altri saperi disciplinari, salve restando la responsabilità e la competenza dei titolari delle varie discipline di elaborare i fatti religiosi intercettati nello svolgere i rispettivi programmi;
– non ignorano il fatto che, fino al presente, la gestione di una parziale “istruzione religiosa” nella scuola italiana resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative, ma ritengono tuttavia non più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia, almeno per quanto attiene al capitolo “istruzione religiosa”. Limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia IRC e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti. Limiti e incongruenze che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso; [2]
– auspicano a tal fine che le competenti Autorità del MIUR e della Conferenza episcopale riaprano un tavolo d’intesa per addivenire:anzitutto, in via transitoria e a breve/medio termine, a sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa” [3], la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata, nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale; a istituire – prescindendo qui da logiche pattizie con la chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi – il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” [4] disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti; il tutto da progettare e implementare entro le comuni finalità educative proprie di una scuola pubblica di un paese democratico e di una società multiculturale [5];
– propongono che – nella ricerca di un nucleo forte di contenuti per fondare epistemologicamente e sostanziare culturalmente la nuova materia di “cultura religiosa” o comunque la si voglia chiamare – sia data la priorità (anche se non l’esclusività) alle tre maggiori tradizioni abramitiche, sia per l’indiscussa centralità euromediterranea che per l’alta problematicità teologica ed etica che queste fedi, e i rispettivi Testi sacri, hanno avuto e stanno tuttora avendo nella genesi e nello sviluppo della storia e della cultura occidentale;
– ravvisano che a monte di questo progetto, anzi come precondizioni della sua fattibilità, stanno ben altri impegni e traguardi di grande respiro per la cultura nazionale, quali:
la approvazione di una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e/o filosofiche nello spazio pubblico della scuola;
la riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole chiese, ma una necessità della società civile nonché un ruolo inalienabile dell’università;la globale revisione dei programmi e dei libri di testo, soprattutto in area di materie umanistiche, che sulle religioni manifestano spesso lacune culturali e silenzi imperdonabili, valutazioni faziose, o semplicemente ritardi conoscitivi rispetto all’avanzamento aggiornato delle scienze della religione;il risanamento deontologico del più generale sistema mediatico di informazione religiosa, spesso da noi ancora polarizzata ideologicamente sul c.d. mainstream cattocentrico o, all’opposto, sul pregiudizio laicista;la formazione accademica e professionale del futuro personale docente della nuova materia, incluso anche l’eventuale prevedibile problema del “ri-orientamento professionale” degli attuali incaricati di religione cattolica …
– raccomandano infine, per fedeltà a una corretta “cultura della verifica” e come misura di sano realismo operativo, che ogni innovazione che si intenda introdurre in queste materie a livello nazionale sia debitamente anticipata da congrue temporanee sperimentazioni locali, su campioni monitorati di scuole, di insegnanti, di programmi; sperimentazioni i cui esiti effettivi potranno riscuotere sempre maggior forza persuasiva e decisionale rispetto alle consuete, spesso ridondanti, dichiarazioni di principio, che, pur logicamente ineccepibili, finiscono per risentire inevitabilmente di sospette venature ideologiche.
                   
[1] Organizzata dal Centro internazionale di Studi sul Religioso contemporaneo (CISRECO), in collaborazione con l’Associazione Italiana di Sociologia/Sezione Sociologia della Religione (AIS/, l’Università di Firenze, l’Università Autonoma Metropolitana di Città del Messico, la rivista “Religioni e Società”.
[2] Cfr. il Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, a c. di A. Melloni, Il Mulino 2014. Ovviamente, non si tratta solo di predisporre tattiche per contrastare il tradizionale analfabetismo religioso (il cui concetto, peraltro, varia da cultura a cultura, da epoca a epoca), ma di saper rispondere tempestivamente all’avanzata di integralismi e fondamentalismi religiosi, spesso originati anche da una carente o impropria educazione scolastica.
[3] Facciamo presente che laddove, in Europa, si istruiscono corsi scolastici a contenuto confessionale, e per ciò stesso a iscrizione opzionale, vige sempre l’obbligo di iscriversi a un corso suppletivo-alternativo, attivato in genere su materie attinenti l’educazione ai valori dell’etica personale e sociale, e sottoposto alle normali valutazioni scolastiche. Sorprende e rammarica non poco che da noi due lontane sentenze del Consiglio di Stato (n.203/1989 e n.13/1991) siano giunte ad argomentare – sulla base di una curiosa elucubrata definizione di “laicità all’italiana” –  il non-obbligo di fruire della materia alternativa, quando, al contrario, in tanti altri sistemi nazionali occidentali, gli indirizzi delle recenti politiche educative vanno in direzione totalmente opposta! Ma c’è ragione di pensare che forse nemmeno le sentenze del nostrano Consiglio di Stato durino in eterno…
[4] “Nuova” nel sistema italiano, ma non certo inedita in altri contesti nazionali, persino a maggioranza cattolica, come in Belgio, nel Lussemburgo, nel Québec, ecc., dove corsi obbligatori di iniziazione religiosa aconfessionale hanno sostituito, con il consenso delle chiese coinvolte e sulla base di opportune e positive sperimentazioni, i precedenti insufficienti corsi opzionali relativi alle tradizioni cristiane.
[5] In altri termini, pensiamo a un percorso legislativo-amministrativo in due tempi: giungere prima a sancire e a collaudare una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale, per affermare poi una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale, affiancata da possibili corsi mono-confessionali facoltativi organizzati a discrezione di chiese o di altre formazioni religiose o filosofiche.

Qualche giorno fa è apparso un intervento di Eugenio Scalfari sul quotidiano da lui fondato – “La Repubblica” – dedicato alla figura di Francesco I. Scalfari può essere annoverato all’interno della folta schiera di laici folgorati dalle parole del nuovo papa. L’unica pecca di questo bizzarro cenacolo laicista risiede nel fatto che tutti quanti, incluso l’anziano opinionista con la sua prosa ridondante e supponente, celano una modesta conoscenza in materia di storia della cristianesimo. Non è certo su tali premesse che si può pensare di costruire un dialogo tra pensiero laico e pensiero religioso. Pubblichiamo a questo proposito la lettera che Daniela Di Carlo, pastora valdese in Milano, ha inviato come risposta al sopracitato quotidiano.

eretici_valdesi

Egregio Direttore,

mi chiamo Daniela di Carlo, sono pastora presso la Chiesa Valdese a Milano, e sono rimasta sconcertata dopo aver letto l’articolo a firma del fondatore del vostro giornale, di cui sono da tempo lettrice. Raramente si sono visti tali e tanti errori sulla Riforma protestante e sulla Chiesa Valdese, in un solo articolo su un quotidiano nazionale prestigioso come il vostro, e da parte di una firma eccellente quale quella di Eugenio Scalfari che dice peraltro di averla studiata a fondo.

A cominciare dal cinquecentenario della Riforma, che ricorre tra un anno e non ora, come è evidente dalla data (31/10/1517), fino al fatto che noi valdesi saremmo dei cripto-cattolici (e pertanto sommati a ortodossi, anglicani e copti, in contrasto con le vere chiese protestanti) e gli unici risparmiati “fisicamente e religiosamente” dalle persecuzioni della chiesa cattolica: da più di 600 anni, fino al 1848 anno delle “Lettere Patenti” di Carlo Alberto (che davano per la prima volta i diritti civili a valdesi ed ebrei, ma non quelli religiosi!), l’Inquisizione e le truppe pontificie, spesso alleate ai Savoia e altri sovrani, hanno fatto di tutto per farci sparire dal suolo italiano. Episodi storici documentati come Pasque piemontesi, strage dei valdesi in Calabria, “Sacro Macello” dei riformati in Valtellina non sono evidentemente – e tristemente – abbastanza noti al dott. Scalfari…

Vorrei anche sottolineare che la chiesa valdese è sì minoritaria, ma è presente in tutta Italia – e non solo a Roma e in Piemonte come dice lui: tanto per fare un esempio, solo la mia comunità di Milano conta un migliaio di membri e simpatizzanti (quasi 1500 se sommiamo la chiesa metodista sorella).

Per non parlare poi della figura di Lutero, totalmente stravolta nel racconto dello storico Scalfari (tra i peccati, oltre a essere diventato “prepotente” e lui stesso “sovrano assoluto”, il fatto che “si sposò”), e di una cosiddetta “religione luterana”, una denominazione, da lui evidentemente confusa con la confessione protestante in senso generale.

Quando poi si arriva a dire che il problema dell’unificazione dei Cristiani sarebbe costituito solo da liturgia e canone, e che Francesco sarebbe il vero difensore della Riforma oggi, si tocca il fondo.
La mia chiesa – come molte delle chiese protestanti storiche  è orgogliosa di non avere potere politico né temporale (né banche come lo IOR o possedimenti miliardari, mi verrebbe da aggiungere), di credere nel solo messaggio salvifico della Bibbia – senza intermediari terreni che ci assolvano o condannino, perché ci basta Gesù Cristo.

Non cerchiamo inoltre privilegi dallo Stato (come prova anche il nostro utilizzo dell’otto per mille, molto diverso dalla sostituzione della “congrua” da parte della chiesa cattolica), e da sempre ci impegniamo nelle battaglie di civiltà, per la libertà religiosa, di pensiero e di opinione di tutti – e non solo dei cristiani; per un diritto all’autodeterminazione in campo bioetico – testamento biologico in primis -, per un diritto delle coppie dello stesso sesso a vivere il loro amore, benedetto da Dio, e per i diritti delle donne, come dimostra – en passant – anche la mia professione, ancora del tutto sconosciuta nella chiesa sorella di Francesco.

Mi spiace davvero molto dover riscontrare la banalità e l’imprecisione con la quale il dott. Scalfari ha trattato tutti i protestanti, e in particolare noi valdesi, nel suo articolo di lodi sperticate a papa Francesco in occasione della giornata della Riforma, che è la nostra festa. E’ un suo diritto farlo – certo – ma, non a detrimento della storia e della verità, davanti ai vostri lettori e lettrici.
Grazie per l’attenzione,

pastora  Daniela Di Carlo

Tempi concreti e tempi astratti

Autore: liberospirito 24 Ott 2016, Comments (0)

387796277_858f2fb5b9

“Il tempo è un’invenzione degli uomini che non sanno amare”. Questa frase di Jacques Camatte è riaffiorata alla mente leggendo alcune notizie su di un popolo della foresta amazzonica – gli Amondawa – che, a quanto riferiscono alcuni ricercatori di un’università statunitense (i cui studi sono stati pubblicati sulla rivista “Language and Cognition”), non possiedono una concezione del tempo. Infatti il linguaggio amondawa non conosce la parola “tempo” o altre simili, quali “settimana”, “mese” o “anno”. La gente non celebra i compleanni, non conosce nemmeno la propria età, semmai cambia nome in relazione ai differenti stadi della propria vita oppure al raggiungimento di determinate posizioni all’interno della comunità.

Detto con maggiore precisione non esiste il concetto di tempo come entità astratta, ma è percepito solo in relazione all’avvicendarsi di eventi naturali e concreti. Non come categoria a sé: non è pertanto suddivisibile e afferrabile con un appunto su un’agenda o su un calendario, tanto meno è immaginabile tracciando una ipotetica linea che scandisca lo scorrere degli eventi. Il tempo si fonde con gli eventi stessi e non è, come per noi, una sovracategoria mentale, esistente in sé.

Se vivono in questo modo non è dovuto al fatto che gli Amondawa presentino qualche problema di tipo cognitivo. Nient’affatto: ripercorrendo la storia della civiltà umana, possiamo notare che tutto ciò non ha nulla di strano: piccole società, organizzate intorno a incontri faccia a faccia, sono sempre riuscite a funzionare senza ricorrere a calendari e orologi. Il tempo, così come lo viviamo (e lo subiamo) noi è un’invenzione culturale che la società moderna ha ereditato dagli antichi babilonesi e a cui ha applicato, di secolo in secolo, regole sempre più rigide, delle quali è difficile fare a meno.

Forse è per questo motivo che Walter Benjamin annotava come nel corso della Comune di Parigi i rivoltosi sparassero contro gli orologi, divenuti simbolo del tempo scandito dalla disciplina del lavoro, cosicchè la loro rivolta era anche contro il tempo. Ugualmente in un film di culto (fine anni Sessanta) come “Easy reader”, uno dei due protagonisti prima di partire per un viaggio attraverso gli U.S.A. decide di gettare via il suo orologio, perché il tempo astratto a quel punto, come per gli Amondawa, doveva cessare di esistere. E, se andiamo ancora più indietro, Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, cercava di chiarire cosa fosse il tempo: per lui era una dimensione dell’anima (distensio animi). Se sulla certezza del tempo presente pare non vi siano dubbi, è su quella del tempo passato e del tempo futuro che emergono non poche domande. Così scriveva Agostino: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro (…) Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro l’attesa”.

Comunque sia, credo che gli Amondawa abbiano davvero qualcosa da dire a noi su come trascorriamo le nostre giornate e i nostri anni.

Scriblerus

Il cambiamento quotidiano

Autore: liberospirito 21 Ott 2016, Comments (0)

Siamo entrati da un po’ nell’autunno e osserviamo, guardando la natura, ogni cosa cambiare, presa dentro il ciclo continuo della trasformazione in cui tutto si rinnova. Questa poesia di Ulrich Schaffer, poeta di lingua tedesca parla di ciò e ci pare adatta a narrare queste giornate pur raccontando altro: di giornate diverse, più calde, in cui il sole gonfia e fa scoppiare i semi. Siamo in autunno, ritornerà la primavera…

A-Walk-in-Autumn-autumn-19018573-800-600

Ancora una volta si verifica il miracolo
nella sorprendente trasformazione
in cui l’aria si muta in foglie
e la terra diventa radici,
in cui il sole gonfia il seme fino a farlo scoppiare
e poi lascia che si apra e germogli.
Nuova vita emerge
dalla trasformazione della morte.

Siamo sorretti dalla sorpresa del miracolo,
dal cambio delle stagioni,
ed io sono un anello di questa miracolosa catena.
In me anche l’immutabile cambia
ed io so che spezzerei
il ritmo della creazione
se non cambiassi.
Sarei morto alla vita,
anche se continuassi a vivere.

Non bramo grandi miracoli,
ma il cambiamento quotidiano,
la rinascita quasi impercettibile,
l’insignificante miracolo della crescita,
che è più grande di tutti gli altri.

Ulrich Schaffer

La religione, la sua disumanità

Autore: liberospirito 7 Ott 2016, Comments (0)

vaneig

Desiderare tutto senza aspettarsi nulla (Raoul Vaneigem)

E’ da poco uscito presso l’editore Massari (www.massarieditore.it) il saggio di Raoul Vaneigem Disumanità della religione. L’originale è apparso in Francia nel 2000, per conto dell’editore Denoel. Diciamo, con una punta di soddisfazione, che il testo in italiano è un vero e proprio “prodotto-liberospirito”. La curatela del volume è opera di Andrea Babini (sua la traduzione, suo uno dei tre testi posti in appendice), l’introduzione è stata scritta da Federico Battistutta (suo un altro degli scritti in appendice; il terzo è dello stesso Vaneigem dal titolo “Per un superamento della religione”).

In questo libro l’autore (esponente di punta del situazionismo negli anni Sessanta/Settanta) compie un’appassionata ricostruzione della nascita delle religioni e della loro sopravvivenza fino ai nostri giorni. E’ un’analisi critica, originale e anche impietosa nei confronti delle istituzioni religiose e delle società all’interno delle quali continuano a prosperare, seminando e coltivando infelicità presso gli esseri umani. Per la modalità con cui affronta l’argomento (critica le religioni senza cadere nell’elogio del pensiero laico e razionalista) è un libro raro che merita conoscere.

Riprendiamo dalla quarta di copertina: “In queste pagine vediamo emergere in maniera netta il conflitto tra religio e religione. Per Vaneigem, con il termine «religione» si intende quel complesso di istituzioni, gerarchie, credenze, riti, scritti e dogmi, sorto come esito indiretto della rivoluzione neolitica in cui l’uomo, addomesticando animali e piante, alla fine ha addomesticato se stesso, divenendo sedentario, cittadino, produttore e infine consumatore. È all’interno di questa divisione del lavoro che sorge il ruolo degli specialisti del sacro, di mediatori tra l’umano e il divino, tra la vita e la morte, proprio delle caste sacerdotali, che trovarono ben presto la loro collocazione sociale nel sostenere il potere costituito, giustificando e benedicendo lo sfruttamento in atto. Per questo Vaneigem afferma che la religione vedrà la sua fine solo con la scomparsa di un mondo che riduce l’uomo al lavoro, che lo strappa al destino di potersi creare, ricreando il mondo. Occorre, secondo l’Autore, rintracciare fin dentro le pieghe delle coscienze e dei vissuti individuali quei tratti morbosi che inducono all’assenza di vita, alla rinuncia, al sacrificio, alla colpevolezza e alla mortificazione per proiettarsi nel cielo degli dei e delle idee” (dall’introduzione di F. Battistutta).

Un buddhismo poco pacifico: il caso birmano

Autore: liberospirito 4 Ott 2016, Comments (0)

Questa volta parliamo di buddhismo e diritti umani. E’ risaputo (o no?) che fra tutte le vie religiose il buddhismo è contrassegnato da una marcata apertura e tolleranza verso altri approcci (a differenza, tanto per dirne una, delle religioni abramitiche). Ad esempio Christmas Humphreys – appartenente alla Società Buddhista di Londra – approntò nel lontano 1945 un veloce sommario dei principî del buddhismo e, scorrendo il testo, possiamo leggere che “verso le altre religioni e filosofie è praticata la massima tolleranza, nessun uomo ha il diritto di interferire nel percorso del suo simile verso la meta”. Ma non sempre le cose stanno così. Pubblichiamo un interessante articolo di Ilaria Benini, apparso sull’ultimo supplemento dedicato all’Asia del “Manifesto”. Si parla del caso della Birmania-Myanmar e di una preoccupante forma di buddhismo che lì si sta affermando, con tanto di “Bin Laden buddhista”; questa volta spetta ai musulmani lo scomodo ruolo di perseguitati. 

weYaThu

La terra delle pagode profuma di spiritualità e contemplazione, ma non è tutto oro quel che luccica e anche il buddhismo birmano ospita le sue insidie. Il turista poco informato può rimanere abbagliato dalla sacralità degli stupa dorati, intonacati di bianco o di mattone a vista che ricoprono la valle dell’Irrawaddy; dal rispetto quotidiano evocato dalle infradito di velluto e plastica accumulate scomposte all’ingresso delle pagode; dalle lunghe file di monaci e monache questuanti con le loro ciotole di ceralacca nera. Ma il sogno di una religione che è più una filosofia ed è intrinsecamente portatrice di pace si infrange proprio nella terra simbolo del buddhismo.

L’89% della popolazione birmana è buddhista theravada (una delle due principali scuole di pensiero buddhista, considerata la più ortodossa, diffusa in Sri Lanka, Cambodia, Laos, Thailandia e, appunto, Myanmar) e viene considerato il paese buddhista più religioso in considerazione della spesa interna dedicata alla religione e della presenza di monaci: dati recenti parlano di 500.000 monaci e 75.000 monache su una popolazione di 53 milioni.

Come tutte le religioni, il buddhismo presenta delle controversie quando entra in relazione con la politica. Così la tradizione spirituale delle pratiche meditative viene brutalmente sfigurata dalla violenza, verbale e fisica. Nel 2012 nello stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, si sono verificati numerosi casi di violenza tra buddhisti e musulmani. Questa regione è ricca di tensioni in quanto è una delle più povere del paese. Nel mirino delle violenze buddhiste sono stati in particolare i rohingya, una minoranza musulmana i cui rappresentanti non sono riconosciuti come cittadini birmani e vengono, anzi, considerati immigrati clandestini, nonostante molti di loro risiedano in questi territori da più di un secolo.

Dall’ovest del paese, gli scontri si sono estesi in altre regioni e in tutto sono morte alcune centinaia di persone e decine di migliaia sono rimaste senza casa e lavoro, ospitate in campi profughi interni molto spesso più simili a prigioni che a campi di accoglienza. Cavalcando quest’ondata di conflitti, nel 2013 un monaco birmano salì agli onori delle cronache come “il volto del terrore buddhista” con il suo primo piano stampato sulla copertina della rivista statunitense Time. Si trattava di U Wirathu, il leader spirituale del movimento anti-islamico birmano che accettò di buon grado il nomignolo di “Bin Laden buddhista” ed è tuttora impegnato nella sua propaganda armata di sermoni, social media e Youtube. Il tema dell’opposizione buddhismo-islam in Myanmar è stato toccato nel primo intervento di Aung San Suu Kyi all’assemblea delle Nazioni Unite, questo 21 settembre.

È stata criticata per non aver nominato i rohingya, ma ha invocato tolleranza e supporto alla commissione istituita recentemente per affrontare la complessa situazione dello stato Rakhine, alla cui guida vi è Kofi Annan. Il Myanmar sta attraversando un periodo molto difficile da interpretare per la sua popolazione. La transizione da un regime dittatoriale a un sistema democratico prevede di mettere in discussione molti dei pilastri su cui la gestione del quotidiano si basa e, sui giornali e alla radio, inizia a sentirsi sempre più stesso la parola «secolarizzazione». Le violenze di questi anni sono senza ombra di dubbio legate al cambiamento degli assetti economici, politici e dunque anche culturali.

Le generazioni più giovani invocano la separazione della religione dalla politica. Tutto l’opposto veniva fatto dai generali dell’esercito al potere che «compravano» i favori del buddhismo: la costruzione di pagode e le offerte servivano a conquistare l’appoggio dei monaci, figure di influenza cruciale per il popolo birmano.

Eppure stiamo parlando della terra che ha reso celebre la meditazione vipassanā, una tecnica buddhista theravada nata in India, ma la cui grande diffusione nel mondo si deve soprattutto all’opera di due birmani, il monaco Mahasi Sayadaw (1904-1982) e il laico U Ba Khin (1899-1971). Questa forma di meditazione penetrativa ha lo scopo di sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura e ci si incammini per tale via verso la liberazione.

Non sorprende quindi se la meditazione è stata la salvezza di tanti prigionieri politici, molti dei quali oggi fanno finalmente parte della classe politica e intellettuale del nuovo Myanmar. Ne parla nella sua autobiografia Ma Thida, attivista birmana di professione medico, scrittrice ed editrice. Durante i cinque anni e sei mesi passati in prigione è sopravvissuta alle terribili condizioni della reclusione grazie alla meditazione, cui dedica il suo ultimo libro.

E così non dovrebbe nemmeno sorprendere che, tra i vari tipi di visto disponibili per entrare nel pase (turistico, business, ricongiungimento familiare) ci sia il visto per la meditazione. E se Buddha assume un ruolo nelle regole per entrare nel paese, lo ha anche per le espulsioni: ogni anno qualche turista con simboli buddhisti tatuati viene caricato a forza su un aereo e mandato fuori dal paese.

Il ruolo della religione nel paese buddhista più religioso del mondo è indiscutibile, su ogni piano.

Ilaria Benini

Questa volta parliamo di questioni di genere. Diciamo subito che fra gli ambiti di ricerche, di riflessioni e di esperienze presenti oggigiorno nel “mondo religioso” (espressione, quest’ultima – ce ne rendiamo conto – che indica tutto e niente; ma tali sono i limiti del linguaggio con cui dover fare i conti) quello cha va sotto il nome di teologie di genere (o termini simili) è sicuramente fra i più fertili e interessanti. Tanto per fare un esempio un paio di anni fa l’editrice Claudiana ha dato alle stampe la traduzione del Dio queer di Marcella Althaus-Reid, sollevando non poche polemiche. Il testo che proponiamo alla lettura è invece di Roberto Mancini (docente di filosofia all’Università di Macerata) e tocca le relazioni fra economia dei ruoli e questioni di genere come snodo fondamentale per pensare e praticare un’altraeconomia. Abbiamo trovato il testo sul sito altreconomia.it

A01-Sonzogno-Almanacco-1934

Economia domestica. È l’economia dei ruoli e della divisione dei compiti che da sempre organizza il rapporto tra uomini e donne. Far maturare un’altra economia non solo in piccole comunità, ma nella società intera è impensabile senza una profonda trasformazione della relazione tra i generi. Si conferma, anche da questa prospettiva, l’idea per cui il processo di superamento del capitalismo non è attuabile solo con buone pratiche o con politiche economiche diverse, ma richiede un mutamento radicale e sistematico del nostro modo di abitare il mondo. La direzione della trasformazione realmente adeguata è evidente: si tratta di passare dalla mentalità che fa del potere il mediatore di tutti i rapporti (tra capitale e lavoro, tra umanità e natura, tra adulti e bambini, tra uomini e donne, tra nativi e migranti, tra possidenti e diseredati) a una cultura liberante, per cui il mediatore in ogni relazione diventa la giustizia.

Intendo la giustizia che sa onorare la dignità delle persone e della natura; non è una dea bendata che non guarda in faccia a nessuno, ma una visione e un’azione lucida che sa riconoscere ognuno, volto per volto. La giustizia vera è fatta di rispetto, accoglienza, reciprocità, solidarietà, responsabilità. È una forza di risanamento delle relazioni e delle situazioni, non un potere che reagisce al male con altro male. In un ordinamento civile e in un tessuto sociale orientati in questo modo chiunque trova spazio per essere libero, senza che questo diritto sia più confuso con la prepotenza e con l’indifferenza verso gli altri, come accade nella logica del “liberismo”.

La scoperta e l’interiorizzazione di una giustizia simile avvengono in primo luogo nel rapporto tra i generi e in quello tra le generazioni. Quando tale cammino di apprendimento resta bloccato, prevale il criterio del potere, che una volta smascherato si rivela per quello che è: violenza. È proprio quello che continua ad accadere ogni giorno, ovunque nel mondo, a causa della violenza degli uomini contro le donne. Disprezzate, sfruttate, offese, violentate, uccise, bruciate vive. E di fatto prese in giro dalle grandi religioni mondiali, che a tutt’oggi continuano a perpetuare lo stereotipo per cui le donne sarebbero umanità minore e a disposizione. È storia vecchissima, sempre uguale. Perciò le parole di condanna suonano subito retoriche e pure le leggi più avanzate vengono facilmente eluse. Marx pensava che la rivoluzione proletaria avrebbe automaticamente liberato il genere femminile.

Oggi i soggetti dell’altreconomia non possono essere così ingenui. Noi uomini, tutti, dobbiamo diffidare di noi stessi e sentire la benefica vergogna per la tradizione maschilista a cui comunque apparteniamo. Dobbiamo chiederci quale immagine della donna abbiamo nel cuore e nella mente, quale economia domestica (materiale, simbolica, affettiva) abbiamo organizzato nei confronti di madri, sorelle, compagne e amiche. Chi opera per la nascita di un sistema economico equo, sobrio, ecologico e democratico deve interrogarsi con un’autentica disponibilità a cambiare. Le cooperative, le associazioni, le reti e i movimenti dell’altreconomia, sovente guidati da uomini, devono fare una verifica collettiva e scegliere una strada nuova. Molta parte del pensiero alternativo a cui ci si ispira è dovuto a schemi e logiche maschili. Vuol dire che il nostro resta un pensiero sordo, non così alternativo come crediamo. Perciò occorre porsi in ascolto e imparare, grazie al dialogo con le donne, a sradicare il maschilismo. In tal modo potremo dare un contributo all’avvento di relazioni libere dal dominio in ogni ambito della vita personale e collettiva. Questa è la prima altreconomia.

Roberto Mancini

Di ecoteologia. ancora

Autore: liberospirito 22 Set 2016, Comments (0)

DSCF1671

Segnaliamo che sul ns. sito – www.liberospirito.org – sono on line due degli interventi tenuti all’incontro “Distruzione o cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo”, svoltosi a Reggello, presso Firenze, quest’estate.

Si tratta delle relazioni di Herbert Anders: Biodiversità e proprietà intellettuale e di Samuele Grassi: Su un’ecologia queer nel terzo millennio. Andando ai relativi link è possibile sia leggere direttamente gli interventi, sia scaricarli in formato pdf. Herbert Anders è teologo e pastore battista a Roma; Samuele Grassi è docente di lingua e cultura italiana in istituti per stranieri a Firenze.

Buona lettura

 

Della paranoia e dell’umana compassione

Autore: liberospirito 19 Set 2016, Comments (0)

piacenza-2-300x225

Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (Matteo 23,28)

La paranoia, anche in politica, è pessima consigliera. Abbiamo visto l’altro giorno sulla rete un’intervista al sindaco di Piacenza, Paolo Dosi (il quale ha fama di provenire dall’area dei cattolici impegnati), in attesa della manifestazione di sabato 17 settembre per la morte di Abd Elsalam, travolto e ucciso da un tir davanti ai cancelli della GLS, mentre era in corso una vertenza sindacale, nel settore della logistica alle porte della città.

Abbiamo sentito la vibrata preoccupazione del sindaco per l’eventuale sorte dei parabrezza delle auto e le vetrine dei negozi piacentini di fronte alla minaccia di qualche barbarica invasione; non una parola, invece, di commozione, di cordoglio, di dolore per la persona morta, tanto meno una sia pur minima comprensione per le ragioni della manifestazione. In breve: la paranoia ha preso il sopravvento sull’umana compassione.

Per chi non lo sapesse la manifestazione si è poi snodata per le vie cittadine, numerosa, colorata, piena anche di donne e bambini, molto arrabbiata, ma indubbiamente pacifica. A quel punto al sindaco e a tutti i suoi collaboratori è rimasta solo la brutta figura (per non dir peggio).

Logica (e logistica) della precarietà

Autore: liberospirito 15 Set 2016, Comments (0)

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre è successo un fatto gravissimo. E’ avvenuto alle porte di Piacenza, luogo chiave nel settore della logistica (vale a dire la gestione fisica, informativa e organizzativa del flusso dei prodotti dalle fonti di approvvigionamento ai clienti finali). Lì, un lavoratore è stato ucciso, investito da un camion, nel corso di un picchetto sindacale. I media che contano, quelli più seguiti, hanno subito sposato le versioni della procura e della polizia, senza sollevare dubbi di sorta sull’accaduto. I diritti, la dignità dell’essere umano da tempo sono diventate solo parole di circostanza dinanzi a un mondo che avanza, sempre più obbediente alla legge del profitto a ogni costo. La precarietà, la vulnerabilità delle vite  – in una parola, le crocifissioni – sono avvenimenti all’ordine del giorno, su cui c’è poco da stupirsi. Su quanto accaduto ecco di seguito alcune riflessioni di Giorgio Cremaschi, proveniente dalla sua pagine Facebook.

maxresdefault

Abd Elsalam Ahmed Eldanf per la Procura di Piacenza era in gita notturna davanti al magazzino GLS e colto da improvvisa follia si è gettato sotto un camion, uccidendosi. Lui, operaio egiziano con 5 figli, assunto da anni con contratto a tempo indeterminato e in lotta per gli altricome militante della USB (Unione Sindacale di Base).

La procura non ha visto nessuna azione sindacale in corso dopo le 23 del 14 settembre e nulla hanno visto le forze di polizia presenti ai cancelli del magazzino. Dove era in corso una drammatica vertenza sindacale, perché l’azienda si era rimangiati gli impegni sulla regolarizzazione dei precari. Ahmed non era precario, ma rispondendo alle richieste degli altri lavoratori, disperati perché stavano per finire in mezzo ad una strada, e seguendo la sua coscienza di militante sindacale, stava ai cancelli. Qui, quando dall’azienda è giunto l’ordine di far partire comunque i camion con le merci, si è mosso insieme ad altri militanti sperando che quei camion, di fronte ai pianti di chi perdeva il lavoro, si fermassero. Invece è stato investito in pieno e schiacciato e trascinato per metri e metri sotto le ruote del TIR. È un omicidio volontario, ma per i poliziotti e la procura di Piacenza è un incidente stradale il cui autore è gia libero. (…)

Ahmed è stato ammazzato perché guidava una lotta sindacale contro la precarietà e il supersfruttamento. E non è morto nei campi governati dai caporali, ma in una delle città più ricche del ricco Nord. E di fronte ai cancelli di una di quelle modernissime aziende della logistica che tanta pubblicità fanno sulle TV, perché ti consegnano subito a casa qualsiasi merce tu abbia ordinato per internet.

Decine di migliaia di facchini sono alla base della piramide in cima alla quale c’è il pacco che arriva velocemente ovunque. E questi facchini hanno lavorato per anni in condizioni di schiavitù, anche perché molti di loro subivano il doppio ricatto della precarietà e della condizione di migrante sempre a rischio di espulsione.

Giorgio Cremaschi