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Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Comments (0)

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

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Ogni tanto circola qualche buona notizia: ce l’hanno fatta! Non ci riferiamo alla vittoria del no al referendum costituzionale che, comunque sia, è un buon risultato anche se non esaltante. Pensiamo invece alla decisione degli engineers dell’esercito Usa (praticamento il genio militare) di non autorizzare la costruzione del tratto della Dakota Access Pipeline – un oleodotto sotterraneo progettato per congiungere i siti di estrazione petrolifera del North Dakota allo stato dell’Illinois – da mesi contestata dai nativi americani. Riguarda in particolare quella parte dell’oleodotto che profana la terra sacra nella quale il popolo sioux ha seppellito per secoli i suoi morti. Qui il sentire religioso e l’azione politica si sono incontrati con successo.

Nell’estate scorsa l’accampamento della protesta degli indiani è cresciuto fino a diventare una cittadella di settemila attivisti provenienti da centinaia di tribù indiane, innanzitutto Sioux, ma anche Apache, Cheyenne, Arapaho, e da molte organizzazioni ecologiste e radicali.

La rivolta era stata condannata non solo dai politici locali del North Dakota che avevano autorizzato l’opera (dal 2007 lo stato del Midwest statunitense è la nuova frontiera dell’estrazione del petrolio americano, grazie alla tecnologia del cosiddetto “fracking”), ma anche da diversi agricoltori, favorevoli alla costruzione dell’impianto, nonostante i rischi, soprattuto per via dei grandi indennizzi che hanno ricevuto in cambio del permesso di far attraversare le loro proprietà dall’oleodotto. Ma la ribellione sioux è andata avanti, diventando ben presto il catalizzatore delle proteste di tutte le tribù che vivono in riserve poverissime, flagellate da un tasso di disoccupazione spesso superiore al cinquanta per cento e dalla piaga dell’alcolismo. E alla fine le svariate forme di protesta – cortei, sit-in, scontri con le forze dell’ordine, concerti, ecc. – hanno dato un risultato soddisfacente. Che anche per noi possa essere davvero di buon auspicio!

Scriblerus

costituzione

Domenica si va a votare. Per il referendum. Noi voteremo NO, per dirla in breve dopo tanti discorsi ascoltati, nella semplice consapevolezza che se dovesse passare il sì saremo tutti meno liberi. Qui ci pare opportuno fare però alcune osservazioni critiche su molte affermazioni che si sentono a sostegno del no.

Non ci urta che le costituzioni possano essere riviste. Non è questo il punto. Tanto per fare un esempio: la Costituzione della Francia rivoluzionaria del 1793 affermava che “un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future” (art. XXVIII). Rileggiamo: “Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future”. Quindi, se è il caso, le costituzioni si possono e si devono rivedere, anche radicalmente. La questione è in che modo avviene ciò. Per questo molte delle argomentazioni a favore del no non ci piacciono proprio per l’aura sacrale con cui si vuole circondare l’attuale carta costituzionale (“la più bella costituzione del mondo”) e i suoi estensori – i padri costituenti – laicamente beatificati. Lo ripetiamo: noi, che non crediamo nell’esistenza di Bibbie intangibili, voteremo no; non perché l’attuale Costituzione non possa essere rivista, ma perché la si vuole rivedere in peggio. Forse bisognava giocare d’anticipo (e anche su questo siamo arrivati tardi), iniziando a ragionare su una riforma costituzionale adeguata ai tempi del mondo globalizzato in cui viviamo, su basi radicalmente differenti da quelle proposte da Renzi e dall’attuale potere economico-finanziario. Sintetizzava bene questo punto della questione Toni Negri, quando anni fa scriveva: “Solo la vita che si rinnova può formare una Costituzione; può quindi continuamente sottoporla a prova e valutarla, e sempre spingerla verso modificazioni adeguate”.

Il nostro sarà dunque un “no sociale”, come lo definiscono in molti, contro Renzi; ma anche contro chi, non vedendo le ingiustizie del presente, si rifugia nel passato, museificando così la storia.

Scriblerus

Ecologia integrale, un libro

Autore: liberospirito 20 Nov 2016, Comments (0)

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E’ da poco in circolazione la nuova edizione italiana (curata dal Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo e da Adista) dell’Agenda latinoamericana, opera aconfessionale, ecumenica e interrreligiosa progettata da Pedro Casaldáliga e José Maria Vigil (http://latinoamericana.org).

Il titolo di questo libro è Ecologia integrale. Una radicale riconversione. Gli autori che partecipano a questo lavoro collettivo provengono per lo più dalle fila pensiero teologico latinoamericano (oltre a Casaldáliga e Vigil ricordiamo Leonardo Boff, Frei Betto, Marcelo Barros, solo per fare qualche nome), ma vi sono testimonianze legate ad altre esperienze, come quelle dell’attivista e pensatrice canadese Naomi Klein, del monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh o del missionario irlandese Diarmaid O’Murchu. L’edizione italiana presenta poi anche alcuni contributi di autori di casa nostra (Claudia Fanti e Cinzia Thomareizis – le quali firmano la prefazione insieme a Vigil -, Luca Pandolfi e Federico Battistutta).

L’ecologia integrale di cui si parla in queste pagine intende varcare i confini talvolta ristretti dell’ambientalismo e, partendo da una cosmovisione rinnovata, desidera proporre uno sguardo che sia integralmente ecologico sul mondo, su sé stessi, finanche sulla spiritualità. Riportiamo dalla quarta di copertina: “La riflessione dei diversi autori si uniscono al clamore della Madre Terra, a quello delle foreste mutilate, dei boschi riarsi, dei fiumi inquinati, delle montagne scavate, degli animali messi alle strette in un habitat invaso”.

Il libro, il cui ricavato andrà a sostenere un progetto ecologico in El Salvador, non è in distribuzione nelle librerie, ma può essere richiesto ad Adista (tel. 06/68801924, e-mail: [email protected], oppure acquistato online sul sito www.adista.it).

Liberospirito va a Bookcity, Milano

Autore: liberospirito 13 Nov 2016, Comments (0)

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Il prossimo fine settimana si terrà a Milano un evento intitolato Bookcity che vedrà numerosi incontri con autori di generi diversi (dalla saggistica, alla narrativa, alla poesia, ecc.). Fra i vari appuntamenti sabato 19 novembre, alle ore 16:00, presso il Circolo Filologico (Sala Studio), in via Clerici 10, si terrà un incontro dal titolo “Alla ricerca del senso della vita. Percorsi di spiritualità laica” con Federico Battistutta e Massimo Diana, in cui ci si confronterà con alcune traiettorie intellettuali ed esistenziali, nella convinzione che questi due aspetti non possono essere disgiunti. Modererà il dibattito Pietro Condemi, editore.

In breve: la ricerca di un senso ulteriore – comunemente chiamato “religioso” – coincide, di fatto, con la comparsa dell’uomo sulla Terra: l’homo religiosus viene prima di qualsiasi religione. Pertanto da sempre esiste una religione prima delle religioni, e tale istanza assume oggi una sconcertante forza da cogliere e apprezzare in tutti i suoi aspetti. Si parlerà così di traiettorie esistenziali di spiritualità laica che si alimentano alla straordinaria ricchezza delle tradizioni religiose e sapienziali esistenti, occidentali e orientali, ma senza identificarsi con nessuna di esse. Testimonianze incarnate di come si possano sottoporre a critica valori consunti e apparenti, di come si possa ri-orientare la propria esistenza nel quotidiano e di come si possa ambire, senza presunzione, alla felicità, nella vocazione a essere uomini adulti e completi.

Un breve filmato introdurrà alle argomentazioni e costituirà, unitamente all’esposizione delle singole esperienze, la base per un confronto con il pubblico presente.

Un pluralismo religioso a scuola

Autore: liberospirito 8 Nov 2016, Comments (0)
Pubblichiamo il documento del CISRECO (Centro Internazionale di studi sul Religioso Contemporaneo), nato nel corso dell’incontro estivo della International Summer School on Religions (svoltosi a San Gimignano, agosto 2016). Si potrà anche discutere su alcuni passaggi, ma ci sembra che metta sul tappeto alcune questioni fondamentali e non più rinviabili, riguardanti l’insegnamento della religione a scuola, oggi totalmente appaltato alle autorità ecclesiastiche cattoliche.
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Dirigenti, docenti e partecipanti della XXIII International Summer School on Religions (San Gimignano, 24-28 agosto 2016) [1], avendo messo a tema delle loro molteplici analisi l’attualità dirompente del problema  “Violenza e Religioni”, e riflettendo di conseguenza anche sulle reali e potenziali ricadute del fenomeno nella specificità del contesto sociale italiano, esposto non solo a una crescente e convulsa pluralità di presenze etnico-religiose, ma tuttora inspiegabilmente privo di una adeguata legge nazionale sulla libertà religiosa, che possa garantire l’esercizio di fondamentali diritti, tra cui il diritto educativo – per tutti i minorenni e non solo – a una conoscenza obiettiva, comparativa, non discriminante, del multiforme fenomeno religioso,
– ribadiscono che compete in particolare alla scuola pubblica il ruolo di ‘alfabetizzare’ la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa, alla cui lettura critica peraltro si dedicano, con serietà di metodi e plausibilità di risultati, non poche scienze storiche, filologiche, ermeneutiche, teologiche ecc.;
– sottolineano l’urgenza che – in presenza di un processo irreversibile di trasformazione della demografia culturale e religiosa della società italiana (incluse le frange crescenti di agnosticismo), con il conseguente bisogno di rintracciare riferimenti culturali comuni e una tavola di valori etici condivisi per garantire una coesione sociale in un legittimo pluralismo – almeno i dati elementari di detta esperienza simbolico-religiosa unitamente agli interrogativi che suscitano, diventino quanto prima oggetto di un regolare approccio disciplinare, da scandire opportunamente lungo le tappe dei curricoli scolastici e in permanente organica connessione con gli altri saperi disciplinari, salve restando la responsabilità e la competenza dei titolari delle varie discipline di elaborare i fatti religiosi intercettati nello svolgere i rispettivi programmi;
– non ignorano il fatto che, fino al presente, la gestione di una parziale “istruzione religiosa” nella scuola italiana resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative, ma ritengono tuttavia non più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia, almeno per quanto attiene al capitolo “istruzione religiosa”. Limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia IRC e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti. Limiti e incongruenze che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso; [2]
– auspicano a tal fine che le competenti Autorità del MIUR e della Conferenza episcopale riaprano un tavolo d’intesa per addivenire:anzitutto, in via transitoria e a breve/medio termine, a sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa” [3], la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata, nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale; a istituire – prescindendo qui da logiche pattizie con la chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi – il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” [4] disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti; il tutto da progettare e implementare entro le comuni finalità educative proprie di una scuola pubblica di un paese democratico e di una società multiculturale [5];
– propongono che – nella ricerca di un nucleo forte di contenuti per fondare epistemologicamente e sostanziare culturalmente la nuova materia di “cultura religiosa” o comunque la si voglia chiamare – sia data la priorità (anche se non l’esclusività) alle tre maggiori tradizioni abramitiche, sia per l’indiscussa centralità euromediterranea che per l’alta problematicità teologica ed etica che queste fedi, e i rispettivi Testi sacri, hanno avuto e stanno tuttora avendo nella genesi e nello sviluppo della storia e della cultura occidentale;
– ravvisano che a monte di questo progetto, anzi come precondizioni della sua fattibilità, stanno ben altri impegni e traguardi di grande respiro per la cultura nazionale, quali:
la approvazione di una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e/o filosofiche nello spazio pubblico della scuola;
la riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole chiese, ma una necessità della società civile nonché un ruolo inalienabile dell’università;la globale revisione dei programmi e dei libri di testo, soprattutto in area di materie umanistiche, che sulle religioni manifestano spesso lacune culturali e silenzi imperdonabili, valutazioni faziose, o semplicemente ritardi conoscitivi rispetto all’avanzamento aggiornato delle scienze della religione;il risanamento deontologico del più generale sistema mediatico di informazione religiosa, spesso da noi ancora polarizzata ideologicamente sul c.d. mainstream cattocentrico o, all’opposto, sul pregiudizio laicista;la formazione accademica e professionale del futuro personale docente della nuova materia, incluso anche l’eventuale prevedibile problema del “ri-orientamento professionale” degli attuali incaricati di religione cattolica …
– raccomandano infine, per fedeltà a una corretta “cultura della verifica” e come misura di sano realismo operativo, che ogni innovazione che si intenda introdurre in queste materie a livello nazionale sia debitamente anticipata da congrue temporanee sperimentazioni locali, su campioni monitorati di scuole, di insegnanti, di programmi; sperimentazioni i cui esiti effettivi potranno riscuotere sempre maggior forza persuasiva e decisionale rispetto alle consuete, spesso ridondanti, dichiarazioni di principio, che, pur logicamente ineccepibili, finiscono per risentire inevitabilmente di sospette venature ideologiche.
                   
[1] Organizzata dal Centro internazionale di Studi sul Religioso contemporaneo (CISRECO), in collaborazione con l’Associazione Italiana di Sociologia/Sezione Sociologia della Religione (AIS/, l’Università di Firenze, l’Università Autonoma Metropolitana di Città del Messico, la rivista “Religioni e Società”.
[2] Cfr. il Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, a c. di A. Melloni, Il Mulino 2014. Ovviamente, non si tratta solo di predisporre tattiche per contrastare il tradizionale analfabetismo religioso (il cui concetto, peraltro, varia da cultura a cultura, da epoca a epoca), ma di saper rispondere tempestivamente all’avanzata di integralismi e fondamentalismi religiosi, spesso originati anche da una carente o impropria educazione scolastica.
[3] Facciamo presente che laddove, in Europa, si istruiscono corsi scolastici a contenuto confessionale, e per ciò stesso a iscrizione opzionale, vige sempre l’obbligo di iscriversi a un corso suppletivo-alternativo, attivato in genere su materie attinenti l’educazione ai valori dell’etica personale e sociale, e sottoposto alle normali valutazioni scolastiche. Sorprende e rammarica non poco che da noi due lontane sentenze del Consiglio di Stato (n.203/1989 e n.13/1991) siano giunte ad argomentare – sulla base di una curiosa elucubrata definizione di “laicità all’italiana” –  il non-obbligo di fruire della materia alternativa, quando, al contrario, in tanti altri sistemi nazionali occidentali, gli indirizzi delle recenti politiche educative vanno in direzione totalmente opposta! Ma c’è ragione di pensare che forse nemmeno le sentenze del nostrano Consiglio di Stato durino in eterno…
[4] “Nuova” nel sistema italiano, ma non certo inedita in altri contesti nazionali, persino a maggioranza cattolica, come in Belgio, nel Lussemburgo, nel Québec, ecc., dove corsi obbligatori di iniziazione religiosa aconfessionale hanno sostituito, con il consenso delle chiese coinvolte e sulla base di opportune e positive sperimentazioni, i precedenti insufficienti corsi opzionali relativi alle tradizioni cristiane.
[5] In altri termini, pensiamo a un percorso legislativo-amministrativo in due tempi: giungere prima a sancire e a collaudare una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale, per affermare poi una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale, affiancata da possibili corsi mono-confessionali facoltativi organizzati a discrezione di chiese o di altre formazioni religiose o filosofiche.

Qualche giorno fa è apparso un intervento di Eugenio Scalfari sul quotidiano da lui fondato – “La Repubblica” – dedicato alla figura di Francesco I. Scalfari può essere annoverato all’interno della folta schiera di laici folgorati dalle parole del nuovo papa. L’unica pecca di questo bizzarro cenacolo laicista risiede nel fatto che tutti quanti, incluso l’anziano opinionista con la sua prosa ridondante e supponente, celano una modesta conoscenza in materia di storia della cristianesimo. Non è certo su tali premesse che si può pensare di costruire un dialogo tra pensiero laico e pensiero religioso. Pubblichiamo a questo proposito la lettera che Daniela Di Carlo, pastora valdese in Milano, ha inviato come risposta al sopracitato quotidiano.

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Egregio Direttore,

mi chiamo Daniela di Carlo, sono pastora presso la Chiesa Valdese a Milano, e sono rimasta sconcertata dopo aver letto l’articolo a firma del fondatore del vostro giornale, di cui sono da tempo lettrice. Raramente si sono visti tali e tanti errori sulla Riforma protestante e sulla Chiesa Valdese, in un solo articolo su un quotidiano nazionale prestigioso come il vostro, e da parte di una firma eccellente quale quella di Eugenio Scalfari che dice peraltro di averla studiata a fondo.

A cominciare dal cinquecentenario della Riforma, che ricorre tra un anno e non ora, come è evidente dalla data (31/10/1517), fino al fatto che noi valdesi saremmo dei cripto-cattolici (e pertanto sommati a ortodossi, anglicani e copti, in contrasto con le vere chiese protestanti) e gli unici risparmiati “fisicamente e religiosamente” dalle persecuzioni della chiesa cattolica: da più di 600 anni, fino al 1848 anno delle “Lettere Patenti” di Carlo Alberto (che davano per la prima volta i diritti civili a valdesi ed ebrei, ma non quelli religiosi!), l’Inquisizione e le truppe pontificie, spesso alleate ai Savoia e altri sovrani, hanno fatto di tutto per farci sparire dal suolo italiano. Episodi storici documentati come Pasque piemontesi, strage dei valdesi in Calabria, “Sacro Macello” dei riformati in Valtellina non sono evidentemente – e tristemente – abbastanza noti al dott. Scalfari…

Vorrei anche sottolineare che la chiesa valdese è sì minoritaria, ma è presente in tutta Italia – e non solo a Roma e in Piemonte come dice lui: tanto per fare un esempio, solo la mia comunità di Milano conta un migliaio di membri e simpatizzanti (quasi 1500 se sommiamo la chiesa metodista sorella).

Per non parlare poi della figura di Lutero, totalmente stravolta nel racconto dello storico Scalfari (tra i peccati, oltre a essere diventato “prepotente” e lui stesso “sovrano assoluto”, il fatto che “si sposò”), e di una cosiddetta “religione luterana”, una denominazione, da lui evidentemente confusa con la confessione protestante in senso generale.

Quando poi si arriva a dire che il problema dell’unificazione dei Cristiani sarebbe costituito solo da liturgia e canone, e che Francesco sarebbe il vero difensore della Riforma oggi, si tocca il fondo.
La mia chiesa – come molte delle chiese protestanti storiche  è orgogliosa di non avere potere politico né temporale (né banche come lo IOR o possedimenti miliardari, mi verrebbe da aggiungere), di credere nel solo messaggio salvifico della Bibbia – senza intermediari terreni che ci assolvano o condannino, perché ci basta Gesù Cristo.

Non cerchiamo inoltre privilegi dallo Stato (come prova anche il nostro utilizzo dell’otto per mille, molto diverso dalla sostituzione della “congrua” da parte della chiesa cattolica), e da sempre ci impegniamo nelle battaglie di civiltà, per la libertà religiosa, di pensiero e di opinione di tutti – e non solo dei cristiani; per un diritto all’autodeterminazione in campo bioetico – testamento biologico in primis -, per un diritto delle coppie dello stesso sesso a vivere il loro amore, benedetto da Dio, e per i diritti delle donne, come dimostra – en passant – anche la mia professione, ancora del tutto sconosciuta nella chiesa sorella di Francesco.

Mi spiace davvero molto dover riscontrare la banalità e l’imprecisione con la quale il dott. Scalfari ha trattato tutti i protestanti, e in particolare noi valdesi, nel suo articolo di lodi sperticate a papa Francesco in occasione della giornata della Riforma, che è la nostra festa. E’ un suo diritto farlo – certo – ma, non a detrimento della storia e della verità, davanti ai vostri lettori e lettrici.
Grazie per l’attenzione,

pastora  Daniela Di Carlo

Tempi concreti e tempi astratti

Autore: liberospirito 24 Ott 2016, Comments (0)

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“Il tempo è un’invenzione degli uomini che non sanno amare”. Questa frase di Jacques Camatte è riaffiorata alla mente leggendo alcune notizie su di un popolo della foresta amazzonica – gli Amondawa – che, a quanto riferiscono alcuni ricercatori di un’università statunitense (i cui studi sono stati pubblicati sulla rivista “Language and Cognition”), non possiedono una concezione del tempo. Infatti il linguaggio amondawa non conosce la parola “tempo” o altre simili, quali “settimana”, “mese” o “anno”. La gente non celebra i compleanni, non conosce nemmeno la propria età, semmai cambia nome in relazione ai differenti stadi della propria vita oppure al raggiungimento di determinate posizioni all’interno della comunità.

Detto con maggiore precisione non esiste il concetto di tempo come entità astratta, ma è percepito solo in relazione all’avvicendarsi di eventi naturali e concreti. Non come categoria a sé: non è pertanto suddivisibile e afferrabile con un appunto su un’agenda o su un calendario, tanto meno è immaginabile tracciando una ipotetica linea che scandisca lo scorrere degli eventi. Il tempo si fonde con gli eventi stessi e non è, come per noi, una sovracategoria mentale, esistente in sé.

Se vivono in questo modo non è dovuto al fatto che gli Amondawa presentino qualche problema di tipo cognitivo. Nient’affatto: ripercorrendo la storia della civiltà umana, possiamo notare che tutto ciò non ha nulla di strano: piccole società, organizzate intorno a incontri faccia a faccia, sono sempre riuscite a funzionare senza ricorrere a calendari e orologi. Il tempo, così come lo viviamo (e lo subiamo) noi è un’invenzione culturale che la società moderna ha ereditato dagli antichi babilonesi e a cui ha applicato, di secolo in secolo, regole sempre più rigide, delle quali è difficile fare a meno.

Forse è per questo motivo che Walter Benjamin annotava come nel corso della Comune di Parigi i rivoltosi sparassero contro gli orologi, divenuti simbolo del tempo scandito dalla disciplina del lavoro, cosicchè la loro rivolta era anche contro il tempo. Ugualmente in un film di culto (fine anni Sessanta) come “Easy reader”, uno dei due protagonisti prima di partire per un viaggio attraverso gli U.S.A. decide di gettare via il suo orologio, perché il tempo astratto a quel punto, come per gli Amondawa, doveva cessare di esistere. E, se andiamo ancora più indietro, Agostino d’Ippona, nelle Confessioni, cercava di chiarire cosa fosse il tempo: per lui era una dimensione dell’anima (distensio animi). Se sulla certezza del tempo presente pare non vi siano dubbi, è su quella del tempo passato e del tempo futuro che emergono non poche domande. Così scriveva Agostino: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro (…) Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro l’attesa”.

Comunque sia, credo che gli Amondawa abbiano davvero qualcosa da dire a noi su come trascorriamo le nostre giornate e i nostri anni.

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Il cambiamento quotidiano

Autore: liberospirito 21 Ott 2016, Comments (0)

Siamo entrati da un po’ nell’autunno e osserviamo, guardando la natura, ogni cosa cambiare, presa dentro il ciclo continuo della trasformazione in cui tutto si rinnova. Questa poesia di Ulrich Schaffer, poeta di lingua tedesca parla di ciò e ci pare adatta a narrare queste giornate pur raccontando altro: di giornate diverse, più calde, in cui il sole gonfia e fa scoppiare i semi. Siamo in autunno, ritornerà la primavera…

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Ancora una volta si verifica il miracolo
nella sorprendente trasformazione
in cui l’aria si muta in foglie
e la terra diventa radici,
in cui il sole gonfia il seme fino a farlo scoppiare
e poi lascia che si apra e germogli.
Nuova vita emerge
dalla trasformazione della morte.

Siamo sorretti dalla sorpresa del miracolo,
dal cambio delle stagioni,
ed io sono un anello di questa miracolosa catena.
In me anche l’immutabile cambia
ed io so che spezzerei
il ritmo della creazione
se non cambiassi.
Sarei morto alla vita,
anche se continuassi a vivere.

Non bramo grandi miracoli,
ma il cambiamento quotidiano,
la rinascita quasi impercettibile,
l’insignificante miracolo della crescita,
che è più grande di tutti gli altri.

Ulrich Schaffer

La religione, la sua disumanità

Autore: liberospirito 7 Ott 2016, Comments (0)

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Desiderare tutto senza aspettarsi nulla (Raoul Vaneigem)

E’ da poco uscito presso l’editore Massari (www.massarieditore.it) il saggio di Raoul Vaneigem Disumanità della religione. L’originale è apparso in Francia nel 2000, per conto dell’editore Denoel. Diciamo, con una punta di soddisfazione, che il testo in italiano è un vero e proprio “prodotto-liberospirito”. La curatela del volume è opera di Andrea Babini (sua la traduzione, suo uno dei tre testi posti in appendice), l’introduzione è stata scritta da Federico Battistutta (suo un altro degli scritti in appendice; il terzo è dello stesso Vaneigem dal titolo “Per un superamento della religione”).

In questo libro l’autore (esponente di punta del situazionismo negli anni Sessanta/Settanta) compie un’appassionata ricostruzione della nascita delle religioni e della loro sopravvivenza fino ai nostri giorni. E’ un’analisi critica, originale e anche impietosa nei confronti delle istituzioni religiose e delle società all’interno delle quali continuano a prosperare, seminando e coltivando infelicità presso gli esseri umani. Per la modalità con cui affronta l’argomento (critica le religioni senza cadere nell’elogio del pensiero laico e razionalista) è un libro raro che merita conoscere.

Riprendiamo dalla quarta di copertina: “In queste pagine vediamo emergere in maniera netta il conflitto tra religio e religione. Per Vaneigem, con il termine «religione» si intende quel complesso di istituzioni, gerarchie, credenze, riti, scritti e dogmi, sorto come esito indiretto della rivoluzione neolitica in cui l’uomo, addomesticando animali e piante, alla fine ha addomesticato se stesso, divenendo sedentario, cittadino, produttore e infine consumatore. È all’interno di questa divisione del lavoro che sorge il ruolo degli specialisti del sacro, di mediatori tra l’umano e il divino, tra la vita e la morte, proprio delle caste sacerdotali, che trovarono ben presto la loro collocazione sociale nel sostenere il potere costituito, giustificando e benedicendo lo sfruttamento in atto. Per questo Vaneigem afferma che la religione vedrà la sua fine solo con la scomparsa di un mondo che riduce l’uomo al lavoro, che lo strappa al destino di potersi creare, ricreando il mondo. Occorre, secondo l’Autore, rintracciare fin dentro le pieghe delle coscienze e dei vissuti individuali quei tratti morbosi che inducono all’assenza di vita, alla rinuncia, al sacrificio, alla colpevolezza e alla mortificazione per proiettarsi nel cielo degli dei e delle idee” (dall’introduzione di F. Battistutta).

Un buddhismo poco pacifico: il caso birmano

Autore: liberospirito 4 Ott 2016, Comments (0)

Questa volta parliamo di buddhismo e diritti umani. E’ risaputo (o no?) che fra tutte le vie religiose il buddhismo è contrassegnato da una marcata apertura e tolleranza verso altri approcci (a differenza, tanto per dirne una, delle religioni abramitiche). Ad esempio Christmas Humphreys – appartenente alla Società Buddhista di Londra – approntò nel lontano 1945 un veloce sommario dei principî del buddhismo e, scorrendo il testo, possiamo leggere che “verso le altre religioni e filosofie è praticata la massima tolleranza, nessun uomo ha il diritto di interferire nel percorso del suo simile verso la meta”. Ma non sempre le cose stanno così. Pubblichiamo un interessante articolo di Ilaria Benini, apparso sull’ultimo supplemento dedicato all’Asia del “Manifesto”. Si parla del caso della Birmania-Myanmar e di una preoccupante forma di buddhismo che lì si sta affermando, con tanto di “Bin Laden buddhista”; questa volta spetta ai musulmani lo scomodo ruolo di perseguitati. 

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La terra delle pagode profuma di spiritualità e contemplazione, ma non è tutto oro quel che luccica e anche il buddhismo birmano ospita le sue insidie. Il turista poco informato può rimanere abbagliato dalla sacralità degli stupa dorati, intonacati di bianco o di mattone a vista che ricoprono la valle dell’Irrawaddy; dal rispetto quotidiano evocato dalle infradito di velluto e plastica accumulate scomposte all’ingresso delle pagode; dalle lunghe file di monaci e monache questuanti con le loro ciotole di ceralacca nera. Ma il sogno di una religione che è più una filosofia ed è intrinsecamente portatrice di pace si infrange proprio nella terra simbolo del buddhismo.

L’89% della popolazione birmana è buddhista theravada (una delle due principali scuole di pensiero buddhista, considerata la più ortodossa, diffusa in Sri Lanka, Cambodia, Laos, Thailandia e, appunto, Myanmar) e viene considerato il paese buddhista più religioso in considerazione della spesa interna dedicata alla religione e della presenza di monaci: dati recenti parlano di 500.000 monaci e 75.000 monache su una popolazione di 53 milioni.

Come tutte le religioni, il buddhismo presenta delle controversie quando entra in relazione con la politica. Così la tradizione spirituale delle pratiche meditative viene brutalmente sfigurata dalla violenza, verbale e fisica. Nel 2012 nello stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, si sono verificati numerosi casi di violenza tra buddhisti e musulmani. Questa regione è ricca di tensioni in quanto è una delle più povere del paese. Nel mirino delle violenze buddhiste sono stati in particolare i rohingya, una minoranza musulmana i cui rappresentanti non sono riconosciuti come cittadini birmani e vengono, anzi, considerati immigrati clandestini, nonostante molti di loro risiedano in questi territori da più di un secolo.

Dall’ovest del paese, gli scontri si sono estesi in altre regioni e in tutto sono morte alcune centinaia di persone e decine di migliaia sono rimaste senza casa e lavoro, ospitate in campi profughi interni molto spesso più simili a prigioni che a campi di accoglienza. Cavalcando quest’ondata di conflitti, nel 2013 un monaco birmano salì agli onori delle cronache come “il volto del terrore buddhista” con il suo primo piano stampato sulla copertina della rivista statunitense Time. Si trattava di U Wirathu, il leader spirituale del movimento anti-islamico birmano che accettò di buon grado il nomignolo di “Bin Laden buddhista” ed è tuttora impegnato nella sua propaganda armata di sermoni, social media e Youtube. Il tema dell’opposizione buddhismo-islam in Myanmar è stato toccato nel primo intervento di Aung San Suu Kyi all’assemblea delle Nazioni Unite, questo 21 settembre.

È stata criticata per non aver nominato i rohingya, ma ha invocato tolleranza e supporto alla commissione istituita recentemente per affrontare la complessa situazione dello stato Rakhine, alla cui guida vi è Kofi Annan. Il Myanmar sta attraversando un periodo molto difficile da interpretare per la sua popolazione. La transizione da un regime dittatoriale a un sistema democratico prevede di mettere in discussione molti dei pilastri su cui la gestione del quotidiano si basa e, sui giornali e alla radio, inizia a sentirsi sempre più stesso la parola «secolarizzazione». Le violenze di questi anni sono senza ombra di dubbio legate al cambiamento degli assetti economici, politici e dunque anche culturali.

Le generazioni più giovani invocano la separazione della religione dalla politica. Tutto l’opposto veniva fatto dai generali dell’esercito al potere che «compravano» i favori del buddhismo: la costruzione di pagode e le offerte servivano a conquistare l’appoggio dei monaci, figure di influenza cruciale per il popolo birmano.

Eppure stiamo parlando della terra che ha reso celebre la meditazione vipassanā, una tecnica buddhista theravada nata in India, ma la cui grande diffusione nel mondo si deve soprattutto all’opera di due birmani, il monaco Mahasi Sayadaw (1904-1982) e il laico U Ba Khin (1899-1971). Questa forma di meditazione penetrativa ha lo scopo di sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura e ci si incammini per tale via verso la liberazione.

Non sorprende quindi se la meditazione è stata la salvezza di tanti prigionieri politici, molti dei quali oggi fanno finalmente parte della classe politica e intellettuale del nuovo Myanmar. Ne parla nella sua autobiografia Ma Thida, attivista birmana di professione medico, scrittrice ed editrice. Durante i cinque anni e sei mesi passati in prigione è sopravvissuta alle terribili condizioni della reclusione grazie alla meditazione, cui dedica il suo ultimo libro.

E così non dovrebbe nemmeno sorprendere che, tra i vari tipi di visto disponibili per entrare nel pase (turistico, business, ricongiungimento familiare) ci sia il visto per la meditazione. E se Buddha assume un ruolo nelle regole per entrare nel paese, lo ha anche per le espulsioni: ogni anno qualche turista con simboli buddhisti tatuati viene caricato a forza su un aereo e mandato fuori dal paese.

Il ruolo della religione nel paese buddhista più religioso del mondo è indiscutibile, su ogni piano.

Ilaria Benini

Questa volta parliamo di questioni di genere. Diciamo subito che fra gli ambiti di ricerche, di riflessioni e di esperienze presenti oggigiorno nel “mondo religioso” (espressione, quest’ultima – ce ne rendiamo conto – che indica tutto e niente; ma tali sono i limiti del linguaggio con cui dover fare i conti) quello cha va sotto il nome di teologie di genere (o termini simili) è sicuramente fra i più fertili e interessanti. Tanto per fare un esempio un paio di anni fa l’editrice Claudiana ha dato alle stampe la traduzione del Dio queer di Marcella Althaus-Reid, sollevando non poche polemiche. Il testo che proponiamo alla lettura è invece di Roberto Mancini (docente di filosofia all’Università di Macerata) e tocca le relazioni fra economia dei ruoli e questioni di genere come snodo fondamentale per pensare e praticare un’altraeconomia. Abbiamo trovato il testo sul sito altreconomia.it

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Economia domestica. È l’economia dei ruoli e della divisione dei compiti che da sempre organizza il rapporto tra uomini e donne. Far maturare un’altra economia non solo in piccole comunità, ma nella società intera è impensabile senza una profonda trasformazione della relazione tra i generi. Si conferma, anche da questa prospettiva, l’idea per cui il processo di superamento del capitalismo non è attuabile solo con buone pratiche o con politiche economiche diverse, ma richiede un mutamento radicale e sistematico del nostro modo di abitare il mondo. La direzione della trasformazione realmente adeguata è evidente: si tratta di passare dalla mentalità che fa del potere il mediatore di tutti i rapporti (tra capitale e lavoro, tra umanità e natura, tra adulti e bambini, tra uomini e donne, tra nativi e migranti, tra possidenti e diseredati) a una cultura liberante, per cui il mediatore in ogni relazione diventa la giustizia.

Intendo la giustizia che sa onorare la dignità delle persone e della natura; non è una dea bendata che non guarda in faccia a nessuno, ma una visione e un’azione lucida che sa riconoscere ognuno, volto per volto. La giustizia vera è fatta di rispetto, accoglienza, reciprocità, solidarietà, responsabilità. È una forza di risanamento delle relazioni e delle situazioni, non un potere che reagisce al male con altro male. In un ordinamento civile e in un tessuto sociale orientati in questo modo chiunque trova spazio per essere libero, senza che questo diritto sia più confuso con la prepotenza e con l’indifferenza verso gli altri, come accade nella logica del “liberismo”.

La scoperta e l’interiorizzazione di una giustizia simile avvengono in primo luogo nel rapporto tra i generi e in quello tra le generazioni. Quando tale cammino di apprendimento resta bloccato, prevale il criterio del potere, che una volta smascherato si rivela per quello che è: violenza. È proprio quello che continua ad accadere ogni giorno, ovunque nel mondo, a causa della violenza degli uomini contro le donne. Disprezzate, sfruttate, offese, violentate, uccise, bruciate vive. E di fatto prese in giro dalle grandi religioni mondiali, che a tutt’oggi continuano a perpetuare lo stereotipo per cui le donne sarebbero umanità minore e a disposizione. È storia vecchissima, sempre uguale. Perciò le parole di condanna suonano subito retoriche e pure le leggi più avanzate vengono facilmente eluse. Marx pensava che la rivoluzione proletaria avrebbe automaticamente liberato il genere femminile.

Oggi i soggetti dell’altreconomia non possono essere così ingenui. Noi uomini, tutti, dobbiamo diffidare di noi stessi e sentire la benefica vergogna per la tradizione maschilista a cui comunque apparteniamo. Dobbiamo chiederci quale immagine della donna abbiamo nel cuore e nella mente, quale economia domestica (materiale, simbolica, affettiva) abbiamo organizzato nei confronti di madri, sorelle, compagne e amiche. Chi opera per la nascita di un sistema economico equo, sobrio, ecologico e democratico deve interrogarsi con un’autentica disponibilità a cambiare. Le cooperative, le associazioni, le reti e i movimenti dell’altreconomia, sovente guidati da uomini, devono fare una verifica collettiva e scegliere una strada nuova. Molta parte del pensiero alternativo a cui ci si ispira è dovuto a schemi e logiche maschili. Vuol dire che il nostro resta un pensiero sordo, non così alternativo come crediamo. Perciò occorre porsi in ascolto e imparare, grazie al dialogo con le donne, a sradicare il maschilismo. In tal modo potremo dare un contributo all’avvento di relazioni libere dal dominio in ogni ambito della vita personale e collettiva. Questa è la prima altreconomia.

Roberto Mancini

Di ecoteologia. ancora

Autore: liberospirito 22 Set 2016, Comments (0)

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Segnaliamo che sul ns. sito – www.liberospirito.org – sono on line due degli interventi tenuti all’incontro “Distruzione o cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo”, svoltosi a Reggello, presso Firenze, quest’estate.

Si tratta delle relazioni di Herbert Anders: Biodiversità e proprietà intellettuale e di Samuele Grassi: Su un’ecologia queer nel terzo millennio. Andando ai relativi link è possibile sia leggere direttamente gli interventi, sia scaricarli in formato pdf. Herbert Anders è teologo e pastore battista a Roma; Samuele Grassi è docente di lingua e cultura italiana in istituti per stranieri a Firenze.

Buona lettura

 

Della paranoia e dell’umana compassione

Autore: liberospirito 19 Set 2016, Comments (0)

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Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (Matteo 23,28)

La paranoia, anche in politica, è pessima consigliera. Abbiamo visto l’altro giorno sulla rete un’intervista al sindaco di Piacenza, Paolo Dosi (il quale ha fama di provenire dall’area dei cattolici impegnati), in attesa della manifestazione di sabato 17 settembre per la morte di Abd Elsalam, travolto e ucciso da un tir davanti ai cancelli della GLS, mentre era in corso una vertenza sindacale, nel settore della logistica alle porte della città.

Abbiamo sentito la vibrata preoccupazione del sindaco per l’eventuale sorte dei parabrezza delle auto e le vetrine dei negozi piacentini di fronte alla minaccia di qualche barbarica invasione; non una parola, invece, di commozione, di cordoglio, di dolore per la persona morta, tanto meno una sia pur minima comprensione per le ragioni della manifestazione. In breve: la paranoia ha preso il sopravvento sull’umana compassione.

Per chi non lo sapesse la manifestazione si è poi snodata per le vie cittadine, numerosa, colorata, piena anche di donne e bambini, molto arrabbiata, ma indubbiamente pacifica. A quel punto al sindaco e a tutti i suoi collaboratori è rimasta solo la brutta figura (per non dir peggio).

Logica (e logistica) della precarietà

Autore: liberospirito 15 Set 2016, Comments (0)

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre è successo un fatto gravissimo. E’ avvenuto alle porte di Piacenza, luogo chiave nel settore della logistica (vale a dire la gestione fisica, informativa e organizzativa del flusso dei prodotti dalle fonti di approvvigionamento ai clienti finali). Lì, un lavoratore è stato ucciso, investito da un camion, nel corso di un picchetto sindacale. I media che contano, quelli più seguiti, hanno subito sposato le versioni della procura e della polizia, senza sollevare dubbi di sorta sull’accaduto. I diritti, la dignità dell’essere umano da tempo sono diventate solo parole di circostanza dinanzi a un mondo che avanza, sempre più obbediente alla legge del profitto a ogni costo. La precarietà, la vulnerabilità delle vite  – in una parola, le crocifissioni – sono avvenimenti all’ordine del giorno, su cui c’è poco da stupirsi. Su quanto accaduto ecco di seguito alcune riflessioni di Giorgio Cremaschi, proveniente dalla sua pagine Facebook.

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Abd Elsalam Ahmed Eldanf per la Procura di Piacenza era in gita notturna davanti al magazzino GLS e colto da improvvisa follia si è gettato sotto un camion, uccidendosi. Lui, operaio egiziano con 5 figli, assunto da anni con contratto a tempo indeterminato e in lotta per gli altricome militante della USB (Unione Sindacale di Base).

La procura non ha visto nessuna azione sindacale in corso dopo le 23 del 14 settembre e nulla hanno visto le forze di polizia presenti ai cancelli del magazzino. Dove era in corso una drammatica vertenza sindacale, perché l’azienda si era rimangiati gli impegni sulla regolarizzazione dei precari. Ahmed non era precario, ma rispondendo alle richieste degli altri lavoratori, disperati perché stavano per finire in mezzo ad una strada, e seguendo la sua coscienza di militante sindacale, stava ai cancelli. Qui, quando dall’azienda è giunto l’ordine di far partire comunque i camion con le merci, si è mosso insieme ad altri militanti sperando che quei camion, di fronte ai pianti di chi perdeva il lavoro, si fermassero. Invece è stato investito in pieno e schiacciato e trascinato per metri e metri sotto le ruote del TIR. È un omicidio volontario, ma per i poliziotti e la procura di Piacenza è un incidente stradale il cui autore è gia libero. (…)

Ahmed è stato ammazzato perché guidava una lotta sindacale contro la precarietà e il supersfruttamento. E non è morto nei campi governati dai caporali, ma in una delle città più ricche del ricco Nord. E di fronte ai cancelli di una di quelle modernissime aziende della logistica che tanta pubblicità fanno sulle TV, perché ti consegnano subito a casa qualsiasi merce tu abbia ordinato per internet.

Decine di migliaia di facchini sono alla base della piramide in cima alla quale c’è il pacco che arriva velocemente ovunque. E questi facchini hanno lavorato per anni in condizioni di schiavitù, anche perché molti di loro subivano il doppio ricatto della precarietà e della condizione di migrante sempre a rischio di espulsione.

Giorgio Cremaschi

La santa mediatica

Autore: liberospirito 4 Set 2016, Comments (0)

Da molti è considerato uno degli eventi principali – sia per numero di pellegrini, sia dal punto di vista dei contenuti – del Giubileo straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco. Ci stiamo riferendo alla canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta che, a quanto si prevede, radunerà oggi in piazza San Pietro centomila fedeli con i biglietti d’ingresso già acquisiti, mentre i restanti potranno usufruire della mondovisione, con oltre 120 enti televisivi collegati. In sintesi: è al lavoro la società dello spettacolo religioso, della santificazione mediatica, ecc. Si dirà che, a questo punto, è inutile perdere ulteriore tempo dietro a simili cose, lasciando (evangelicamente) che i morti seppelliscano i propri morti. Ma sulla rete circolano anche interventi che aiutano a inquadrare il personaggio in questione. Noi qui riproponiamo l’articolo di Christopher Hitchens apparso sul sito dell’Internazionale. Giusto per capire un po’ come stanno le cose…

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Ai brutti bei tempi andati la procedura per trasformare un ex essere umano in un santo era chiara. Dovevano passare almeno sette anni dalla morte prima che la beatificazione, la prima tappa verso la santità, potesse anche solo essere proposta. Così ci si cautelava dall’eventuale entusiasmo popolare per figure locali che in seguito potevano rivelarsi degli impostori. Bisognava che all’intercessione del defunto si potessero attribuire almeno due miracoli. E ci doveva essere un processo, in cui un advocatus diaboli (avvocato del diavolo) nominato dalla chiesa doveva sollevare contro il candidato tutte le obiezioni possibili. Stranamente nessuna di queste regole è stata seguita nel caso della donna neobeatificata che si faceva chiamare “Madre” Teresa di Calcutta. La sua beatificazione è stata proposta ad appena quattro anni dalla morte. È bastato solo un miracolo, subito debitamente attestato. E anziché nominare un avvocato del diavolo, il Vaticano mi ha invitato a essere uno dei testimoni del Male, e si aspettava pure che accettassi l’incarico gratuitamente.

L’invito si deve al mio documentario L’angelo dell’inferno e al libro intitolato La posizione della missionaria, in cui ho ricostruito la carriera di Madre Teresa come se fosse stata una persona ordinaria. Ho scoperto che aveva preso soldi da ricchi dittatori, come la cricca dei Duvalier ad Haiti, era stata amica della povertà anziché dei poveri, non aveva mai dato conto delle enormi somme di denaro che le erano state donate, si era opposta al controllo delle nascite nella città più sovrappopolata del pianeta ed era stata portavoce dei dogmi più estremi del fondamentalismo religioso. In realtà è esagerato affermare che “l’ho scoperto”: era sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno si era preso la briga di chiedersi se la sua reputazione era meritata o era semplicemente il risultato di brillanti relazioni pubbliche.

“Aspetti un momento!”, mi ha detto alcune sere fa un conduttore televisivo mentre discutevo di tutto ciò con John Donahue, della Catholic Defence League. “Ha costruito degli ospedali”. No, amico, aspetta tu un momento. Madre Teresa ha ricevuto sicuramente svariate decine di milioni di sterline, ma non ha mai costruito nessun ospedale. Affermava di aver creato quasi 150 conventi, per le suore del suo ordine, in parecchi paesi. Ma era proprio qui che i suoi donatori si aspettavano che finissero i loro soldi?

Eppure lo sanno tutti che Madre Teresa passava il tempo a baciare le piaghe dei lebbrosi e a guarire i malati. Eh, ma quello che sanno tutti non sempre è vero. Madre Teresa appariva più facilmente in foto con Nancy Reagan o in posa con la principessa Diana, o nella cabina di prima classe dei voli Air India (dove aveva una prenotazione permanente). La vedevi in Irlanda a contestare la legge sul divorzio civile e il diritto a risposarsi (anche se poi difendeva pubblicamente il divorzio della principessa Diana). La trovavi a Stoccolma alla cerimonia dei Nobel, dove accettava un altro assegno cospicuo e dichiarava che la più grande minaccia alla pace mondiale era… il divorzio (e siccome aggiungeva che la contraccezione moralmente era sbagliata quanto l’aborto, in concreto pensava che preservativi e spirali fossero una minaccia mortale alla pace nel mondo; nemmeno la chiesa arriva a questo livello di fondamentalismo). E quando si ammalava andava a curarsi alla Mayo Clinic o in qualche altro tempio della medicina americana. Dopo aver visitato il suo primitivo “ospedale” per i moribondi a Calcutta, direi che era una saggia decisione: nessuno vorrebbe entrarci se non per uscirne, in un modo o nell’altro. “Date a un uomo la reputazione di uno che si alza presto”, diceva Mark Twain, “e potrà dormire fino a mezzogiorno”. Date a una donna una reputazione di santità e compassione e nulla potrà fargliela perdere.

Di origine albanese e fortemente nazionalista, Madre Teresa visitò il paese, che sotto una dittatura brutale era “il primo stato ateo del mondo”, per rendere omaggio al suo truce leader staliniano. Adulava la sua scaltra protettrice Indira Gandhi quando il governo indiano imponeva la sterilizzazione forzata. Soprattutto, invitava i poveri a considerare le loro sofferenze come un dono di Dio. E si opponeva all’unica cosa che da sempre, si sa, può curare la povertà: rafforzare le donne dei paesi poveri, dando loro voce in capitolo sulle nascite.

Ora ci dicono che una donna del Bengala è guarita da un tumore dopo aver pregato Madre Teresa. I familiari della donna e i medici che l’hanno avuta in cura dicono che è stato solo merito di una buona terapia medica. Quando in televisione hanno chiesto a Donahue se si aspettava il secondo miracolo necessario alla canonizzazione, ha detto di sì. E me l’aspetto anch’io. Ma intorno a Madre Teresa ho già visto un’allucinazione collettiva, anche se prodotta con il metodo moderno – e poco soprannaturale – degli acritici mass media.

Christopher Hitchens

Il contributo che pubblichiamo è parte dell’intervento sui femminismi postcoloniali e intersezionali tenutosi al Campo Politico Donne di Agape, il 25 luglio scorso. Lo presentiamo perché ci sembra che offra elementi interessanti su cui discutere. Senza cadere nelle varie chiacchiere ferragostane sui burkini in spiaggia. 

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In questo momento, necessitiamo di strumenti utili per posizionarci in modo complesso di fronte alle differenze di etnia, classe, genere e religione, modalità che vanno oltre il multiculturalismo come semplice retorica di tolleranza, ma anche oltre semplici dualismi tradizione/progresso occidentale. Dobbiamo interrogarci su come adattare i nostri strumenti teorici e metodologici per evitare che i discorsi sulle identità sessuali e di genere finiscano per dare supporto, anche involontario, all’islamofobia.

Laura Fantone

Inizio col riprendere uno dei termini che ho indicato alla staff del Campo per presentarmi: islamo-gauschiste. Letteralmente si potrebbe tradurre come “islamo-sinistroide” o “sinistroide islamista”: si tratta di un appellativo considerato infamante e utilizzato in Francia verso quei militanti di sinistra che appoggiano le lotte delle persone musulmane e/o figlie dell’immigrazione postcoloniale. Come in molti altri casi, penso ai termini frocia o queer, anche islamo-gauchiste è stato rivendicato dalle e dai militanti francesi come descrittivo delle proprie identità e delle lotte politiche da loro intraprese. Per questo pure io, trovandomi a metà tra la ricerca accademica in studi islamici e la militanza politica radicale, ho deciso di riappropriarmi dell’identità di islamo-sinistroide.

Credo che sia fondamentale partire da qui, dal posizionamento, dai modi che scegliamo per definirci. Come ci ha insegnato Gramsci e molt* altr* dopo di lui, essere partigian* è necessario, perché l’imparzialità è sempre complice dell’ideologia dominante. Io ho deciso di schierarmi dopo che, ad appena tre mesi dal mio arrivo a Parigi, la capitale francese è stata colpita dai ben noti attentati rivendicati da Daesh. Come nei casi di Colonia e Orlando, da subito il discorso dominante ha assunto i toni del razzismo, dell’islamofobia e del neo-imperialismo. Mentre si contavano i morti del Carillon, del Bataclan e dello stadio di Saint Denis, il Presidente francese François Hollande in diretta nazionale parlava di guerra al cuore dell’Europa e decideva di instaurare uno stato d’emergenza che, a fine luglio, è stato prolungato di altri sei mesi.

Tra le misure che il governo francese voleva approvare in quei momenti, oltre al potere eccezionale conferito alla polizia e alla restrizione della libertà di stampa, si parlava della chiusura delle frontiere e della cosiddetta decheance de nationalité, ossia il ritiro della nazionalità francese a quelle persone che, aventi una doppia cittadinanza, venivano sospettate o incriminate per atti terroristici.

Da novembre, dunque, in Francia si è radicalizzato un clima islamofobico esistente già da tempo. Nel discorso politico e nei media mainstream si è rafforzata la retorica dello “scontro di civiltà”, che – in un’ottica dicotomica e neo-orientalista – vuole opporre a un Occidente moderno, democratico e laico un Islam arretrato, violento e liberticida. Così facendo è diventato di colpo chiaro che il nemico da combattere era non solo esterno (Daesh) ma soprattutto interno. “Bisogna mettere un freno alla radicalizzazione islamista dei giovani musulmani di quartiere”, “bisogna pretendere dall’Islam moderato, dalla comunità islamica francese o europea una presa di distanza dalle violenze terroristiche”: questi i discorsi comuni che, nel giro di qualche giorno, hanno valicato le frontiere, arrivando anche in Italia.

Ora, vorrei parlarvi di come queste ed altre retoriche abbiano colpito le vite delle ragazze e delle donne musulmane francesi, già marginalizzate e discriminate in quanto racisées e in quanto figlie dell’immigrazione post-coloniale. Prima, mi preme tuttavia illustrare rapidamente un paio di analisi, in risposta ai discorsi fin qui riportati: la modalità essenzialista che vuole etichettare come “identiche” e – in questo caso – come “colpevoli” tutte le persone appartenenti a una certa fede religiosa o in base all’origine è da ritenersi senza esitazione razzista e neo-colonialista. Una “comunità islamica”, globale o nazionale, inoltre, non esiste: a differenza del cattolicesimo, l’Islam – a cui pure andrebbe resa una certa complessità, dato che esiste un Islam sunnita e uno sciita, che a loro volta non sono monoliti invariabili ma griglie che si delineano e si strutturano in base alle scuole giuridiche di interpretazione, ai momenti storici di riferimento, alle specificità locali e a molto altro – non ha dei leader spirituali e/o politici di riferimento; soprattutto, le persone che noi identifichiamo in un unico blocco come “musulmane”, spesso, a parte la fede (che, come abbiamo velocemente ricordato, non è unica né monolitica), non hanno nulla in comune: vivono in, o provengono da, paesi con storie e culture anche diversissime fra loro (dal Marocco all’Indonesia), appartengono a classi sociali diverse, abitano in contesti diversi (rurali o cittadini), hanno età, generi e posizionamenti individuali diversi.

In Europa, tuttavia, la storia comune che queste persone spesso hanno è quella di provenire da stati occupati fino a meno di sessant’anni fa dai grandi imperi coloniali europei. La Francia, in particolare, ha una storia di immigrazione che risale al secondo dopoguerra, quando furono chiamati a lavorare nel territorio metropolitano soprattutto uomini magrebini. Oggi, pertanto, un/una musulmano/a francese è nato/a e cresciuto/a in Francia, o meglio, nelle banlieues francesi, le grandi periferie operaie e ghettizzate, soprattutto intorno a Parigi.

Dunque, come accennavo all’inizio di questa lunga premessa, gli attentati del novembre scorso a Parigi non hanno creato ex-novo il clima islamofobico che ho tentato di descrivervi, ma si sono inseriti in un processo di razzismo istituzionale lungo più di trent’anni. In particolare, per quanto riguarda le donne musulmane, si è parlato di islamophobie genrée (“gendered”, “genderizzata”). Se, in generale, il discorso eurocentrico ha sempre considerato il modo in cui le Altre società trattavano le donne un termometro della loro arretratezza, con l’Islam, in particolare, questa retorica è decuplicata: La donna musulmana, rinchiusa tra mura e veli, è L’OPPRESSO da salvare. Le donne musulmane (al plurale) velate, in particolare, urtano la sensibilità repubblicana e universalista perché rendono visibili, con i loro corpi, le contraddizioni post-coloniali altrimenti dimenticate o completamente rimosse. Le donne velate rendono visibile la loro fede in uno spazio pubblico che l’universalismo francese vorrebbe neutro e laico – ossia, bianco e di cultura cattolico-europea.

Proprio per tali motivi, contro le donne musulmane iniziò una lotta all’invisibilizzazione, una crociata laica e repubblicana che aveva come fine l’esclusione. Risale al 1989 la prima esclusione da una scuola pubblica di due ragazze velate. In quell’anno, il Consiglio di Stato ritenne tuttavia che il foulard islamico fosse compatibile con la legge francese sulla laicità del 1905. Il Ministero dell’Istruzione emanò, pertanto, una circolare che rimetteva agli insegnanti la possibilità di decidere, caso per caso, se le ragazze velate potessero essere accettate o escluse dall’insegnamento pubblico.

Tra il 1989 e il 2004, anno in cui venne approvata la legge contro i “simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche” vi fu una vera e propria costruzione mediatica dell’“affare del velo”. Con la legge del 15 marzo, che teoricamente avrebbe voluto tutelare la laicità dello stato francese, in realtà vennero colpite centinaia e centinaia di giovani ragazze musulmane: i numeri esatti non sono disponibili, ma diversi studi hanno stimato a quasi un migliaio le ragazze che al rientro a scuola, nel settembre del 2004, o non si presentarono direttamente in classe, o vennero espulse in seguito al rifiuto di togliere il velo, o vennero obbligate a firmare delle dichiarazioni di “abbandono volontario” della scuola.

In un dibattito pubblico che escluse completamente le dirette interessate, il discorso si incancrenì – di nuovo – su posizioni dicotomiche: velo sì, velo no. O si era a favore della legge contro il velo, e dunque a favore della laicità di stato e del primato dei valori repubblicani, o si era considerati islamisti (o islamo-sinistroidi) e quindi “complici” dell’oppressione imposta dall’Islam alle donne: insomma, una nuova legittimazione della retorica dello scontro di civiltà, del “o sei con noi o sei contro di noi”. La legge del 2004 divenne pertanto prova concreta del fatto che l’universalismo alla francese non fosse per nulla universale, e che alle categoria di “umano” – sventolata come una bandiera dal paese culla dell’umanesimo – vi si accedesse, in realtà, solo sulla base di una serie di caratteristiche: essere uomo, essere bianco, essere di origine francese, provenire dalla classe media o media superiore, essere laico. Le ragazze musulmane velate, non facendo parte di nessuna di queste categorie, subirono pertanto le ingenti ricadute psicologiche e sociali di una legge escludente.

Non solo: per approvare la legge del 15 marzo, in un modo tanto subdolo quanto accettato e/o appoggiato dalla stragrande maggioranza delle femministe francesi, il governo strumentalizzò il discorso femminista, dichiarandosi difensore dei diritti delle donne ma, nella realtà dei fatti, riproponendo lo schema già applicato nelle colonie francesi, in particolare in Algeria, del cosiddetto “svelamento” delle donne indigene, le quali avevano la fortuna di essere liberate dai coloni che si dichiaravano portatori di una “missione civilizzatrice” verso le popolazione arretrate.

La Francia, dal 2004 in avanti, fece pertanto ricorso a quella che potremmo definire una cruenta retorica femo-nazionalista, di cui fu sostenitore, tra gli altri, l’allora Ministro dell’Interno e successivamente Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy. Basti citare il discorso da neo-eletto presidente, nel maggio 2007, in cui Sarkozy si rivolse alle “donne oppresse del mondo intero” promettendo loro la cittadinanza francese, nel caso in cui avessero voluto fuggire dalle oppressioni che vivevano nei loro paesi natali. Naturalmente Sarkozy non fece in quel momento, né prima, né dopo, riferimento alle oppressioni e alle violenze che le donne francesi già subivano in patria – sessismo e maschilismo quotidiani, gap salariali, femminicidi, legge contro il velo, che certo colpiva solo le ragazze musulmane le quali, tuttavia, erano anche cittadine francesi.

In un panorama di accecamento generale non solo dei collettivi e delle associazioni femministe, ma anche di gruppi di sinistra e di associazioni antirazziste, si sono per fortuna verificate diverse esperienze di lotta intersezionale: tra queste, il collettivo “Une école pour tou.te.s”, che accusava apertamente la legge del 15 marzo 2004 e rivendicava il diritto di tutte e tutti le/gli studenti a un’istruzione pubblica. La peculiarità di questo movimento fu il suo carattere trasversale ed eclettico: se fino a quel momento solo le associazioni musulmane si erano apertamente schierate contro la legge, esso, invece, era composto da gruppi musulmani, da organizzazioni antirazziste, da partiti di sinistra, da associazioni LGBT, da femministe storiche e da attori delle lotte dell’immigrazione e delle banlieues. Il collettivo permise in questo modo di estrarre la lotta contro l’esclusione delle ragazze velate dal terreno religioso per ancorarla in quello dell’antirazzismo e del femminismo.

Nel maggio del 2004 nacque inoltre il Collectif des Féministes pour l’égalité, che aveva allora come presidenti Christine Delphy (storica femminista materialista, fondatrice, insieme a Simone de Beauvoir, della rivista Nouvelles Questions Féministes) e Zahra Ali (allora liceale di Rennes, poi curatrice del volume Féminismes Islamiques). Il collettivo, composto di donne francesi, migranti, figlie dell’immigrazione, credenti e atee, dichiarava di agire «in nome di un femminismo meticcio, che cerchi innanzitutto di chiarire i rapporti complessi che esistono in Francia tra il passato coloniale, il razzismo, l’islamofobia e l’essenzializzazione dell’islam». Adottando una critica postcoloniale del femminismo francese maggioritario, il CFPE si è posto in continuità con il black feminism statunitense, aprendo la strada a una critica radicale di alcuni fondamenti del femminismo egemone. Tra questi: la messa in discussione del carattere “universalista” della categoria “donna”, in nome della pluralità delle esperienze, delle priorità e dei percorsi attraversabili, oltre che dei diversi modi di emancipazione.

Da queste esperienze il panorama femminista francese ha visto nascere molte altre realtà tra le quali, fra le più interessanti, troviamo il collettivo “8 Mars pour Tou.te.s”, coalizione di gruppi, associazioni e collettivi che dal 2012 organizza una manifestazione indipendente da quella istituzionale per la giornata internazionale di lotte per i diritti delle donne. Con la volontà di creare uno spazio femminista intersezionale e non escludente, il collettivo ha preso posizione su tutti quei temi che attraversano, dividono e contraddicono il femminismo bianco e occidentale contemporaneo (diritti/lotte delle/dei sex workers, delle donne musulmane, procreazione medicalmente assistita e gestazione per altri), producendo un nuovo clima di alleanze intra-locali trasversali.

Per concludere, se le teorie femministe postcoloniali e intersezionali possono arricchire le nostre analisi con moltissimi strumenti, i femminismi musulmani e le lotte delle donne musulmane sono senz’altro portatrici di una carica di de-essenzializzazione che può davvero svoltare le nostre pratiche quotidiane, di vita e di lotta. Non solo i femminismi musulmani riescono a de-essenzializzare in modo potentissimo l’islam e la visione dell’islam che abbiamo in occidente, ma riescono anche a de-essenzializzare, mettere in crisi ma al contempo riempire di nuova linfa vitale lo stesso femminismo.

In che modo tutto ciò può giovare ai femminismi italiani, e come le femministe italiane possono inserirsi in questa riflessione? Innanzitutto, attraverso il riconoscimento – necessario – dei propri privilegi, ma non solo: la necessità di posizionarsi, di superare l’ideologia e il binarismo che spesso strutturano le forme mentis delle femministe anche più “decostruite”; la necessità di svincolare i propri discorsi dalle retoriche colonialiste e dominanti (chiedendoci, ogni tanto: “le posizioni che prendo/che appoggio sono in linea con quelle di Bush, Sarkozy, Renzi o possono sostenerne i progetti neo-imperialisti? Meglio che mi fermi un attimo a riflettere”); la necessità non solo di decostruire ma proprio di disimparare (unlearn, come suggerisce Spivak) le categorie dentro cui ci muoviamo, aprendoci al potenziamento che le teorie e le pratiche post/de-coloniali e intersezionali possono portarci.

Marta Panighel

 

 

E’ possibile cambiare?

Autore: liberospirito 20 Ago 2016, Comments (0)

Dopo il report di Valerio Pignatta, pubblicato circa una settimana fa, ecco il contributo di Silvia Papi sempre in merito all’incontro tenutosi a luglio a Reggello. 

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Oggi è il 15 agosto. Ricordo che già da bambina avvertivo in questo giorno di festa il culmine di qualcosa che stava per finire. Non avevo più davanti ad attendermi i lunghi giorni dell’estate, quel tempo dilatato dal caldo, dall’aperto e dall’assenza di impegni nel quale mi perdevo. La metà di agosto segnava l’entrata nel tempo dell’attesa, dell’avvicinarsi sempre più a ricominciare il ritmo dettato dalla scuola, dal clima autunnale, dagli spazi chiusi.

Ancora oggi il ferragosto per me è un giorno di passaggio e, mentre annuso l’aria che cambia, incomincio a ripensare agli accadimenti dell’estate, con una sorta di desiderio che mi porta a fare il punto della situazione per prepararmi all’autunno. In questa ricapitolazione premono, per esser riguardati, i giorni trascorsi in toscana quando era solo l’inizio di luglio e soprattutto quella giornata d’incontro e parole profetiche ascoltate sulle colline fiorentine.

Cosa abbiamo detto e quale spazio occupa nella mia vita quotidiana la memoria di quei discorsi, che cosa vi hanno portato? Il tema generale è stato fra i più urgenti: tutto quel che accade ci sta portando inesorabilmente verso la distruzione o è possibile cambiare?

Apparentemente può sembrare difficile declinare nella quotidianità dei giorni che si susseguono lo spessore di quegli interventi, invece ho la sensazione di ricavare proprio da quelle parole – anche da quelle parole – la visione globale nella quale poter iscrivere la piccolezza delle mie scelte quotidiane. Ciò che aiuta a fare chiarezza e trovare l’energia utile a orientarsi nella confusione che ci tallona dappresso, deve avere la forza dell’universale affinché ognuno vi possa trovare la sua particolare necessità; quel che sembra detto solo per lui o per lei.

L’incontro che si è tenuto nella bella casa valdese sulle colline di Reggello ha avuto per me questo significato.

La pastora valdese e teologa Letizia Tomassone ha preso spunto dall’antico testamento – precisamente dal libro di Geremia – per vedere le implicazioni della questione religiosa dal punto di vista femminile, e del pensiero religioso femminista in particolar modo. Che ci sia stato un tempo in cui la divinità era immaginata come una Dea e non un Dio e che quel tempo antico abbia corrisposto a un periodo pacifico con un modo di relazionarsi al divino fatto di feste con offerta di cibo e profumi anziché sacrifici animali, quando non addirittura umani, è diventato da tempo, per me, un riferimento a cui attingere per pensare un modo nuovo di rapportarsi tra noi esseri umani che esca dalla visione patriarcale di cui siamo eredi e prosecutori nostro malgrado. Il periodo storico di cui si parla nel libro di Geremia (società assiro-babilonese) è più recente di quello preso in considerazione, ad esempio, da Marija Gimbutas nei suoi studi, quindi, data la relativa vicinanza temporale, è ancor più importante riflettere sulla domanda: perché si è persa quell’immagine del femminile divino? Ponendoci questa domanda e cercando risposte – così ho inteso dall’intervento di Letizia – si compie un lavoro sul linguaggio (e sull’iconografia che lo ha accompagnato, aggiungerei io) che ha modellato e modella la nostra personalità.

Com’è possibile che le parole delle donne siano state completamente dimenticate? Penso che in buona parte la cultura del nostro tempo sia fatta di omissioni e dimenticanze, non solo della parola delle donne, ma anche di tutte quelle minoranze – soprattutto se con cultura orale, ma comunque non solo – ridotte al silenzio di cui sono pieni i tempi anche recenti della nostra storia. Fino ad arrivare all’assoluta cancellazione della voce di chi non ha parola come gli animali non umani (per non dire di tutto il mondo vivente) di cui ha parlato Federico Battistutta.

L’antica visione delle donne, ci è stato fatto notare, non è stata trasmessa attraverso un canone, quindi possiamo ben vedere come sia importante dare origine a un nuovo canone del mondo che permetta di creare un altro modo di stare nel mondo. Come sia fondamentale dare corpo sociale a questa realtà non duale ma sbilenca – queer, si può anche dire, usando un termine che va diffondendosi negli ultimi anni –, dare visibilità alla comprensione del mondo che si sta formando attraverso il lavoro delle teologhe femministe e di tutti quei ricercatori e ricercatrici che scrutano la trasmissione della visione religiosa attraverso il tempo.

L’incontro che si è tenuto a Reggello è stato in fondo un minuscolo tassello che va a comporre il mosaico di coloro che oggi lavorano a questa trasformazione di civiltà, di coloro che stanno creando una rete di contati e collaborazione per non delegare più la nostra salvezza (insieme a quella del pianeta) a un’immagine di Dio salvatore e non demandare più una buona vita felice in un mondo ipotetico dopo la resurrezione che verrà. Se il tempo è oggi, di certo è urgente lavorare sulla trasformazione, assumendosi ciascuno la responsabilità che ci compete, in tutte le cose.

A cominciare da ciò che in buona parte tutti noi, per cattiva abitudine, facciam finta di non vedere: i miliardi di animali ridotti in pezzi ed esposti in vetrina nei nostri ipermercati. Come ci poniamo verso lo sterminio costantemente in atto di chi non avrebbe che noi per essere salvato? Che ci piaccia o no, non possiamo tirarci fuori ed evitare di sentirci parte in causa, fino a quando esisterà anche un solo mattatoio o un solo allevamento intensivo di esseri viventi. Ma il pensiero di Federico è andato molto più a fondo di queste mie parole, ha toccato tasti più intimi, senza mai essere accusatorio nei confronti di nessuno e, quando si parla di questione animale, non è cosa da poco riuscire a toccare l’animo della gente senza far scattare sensi di colpa e conseguenti meccanismi di difesa. Ma è possibile cambiare? Se rispondiamo in maniera affermativa è di certo perché ci sta a cuore tutto il vivente e non solo la nostra specie.

Le proposte introdotte da Herbert Anders e Samuele Grassi sono andate a integrare questo che mi è sembrato il cuore della giornata, o quello che io ho registrato come tale.

Herbert partendo dall’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, ha presentato il tema dell’angoscia come elemento che scatena il bisogno di attaccamento e possesso. La paura di rimanere soli, di non avere valore. Tantissime problematiche odierne nascono in fondo da qui e scatenano quell’angoscia portatrice di disagio e comportamenti inconsulti sulla quale subdolamente si insinua la pseudocultura del denaro e del possesso che va per la maggiore e semina vittime. Creando un collegamento con quanto già detto la fiducia è stata posta come una soluzione possibile; fiducia in se stessi e nella propria capacità/responsabilità, alimentata da una rete di relazioni che possa incominciare a ricucire i brandelli del tessuto sociale strappato da secoli di capitalismo e non solo. Su questo mi sono trovata d’accordo mentre quando la fiducia viene posta, anche e ancora, in un Dio che, secondo me, ha esaurito la sua immagine e il suo potere, la mia comprensione viene meno.

Samuele è arrivato alla fine a – si fa per dire – scompaginare le carte in tavola riproponendo e precisando il concetto di queer che era già stato introdotto. Mi piace questo nuovo termine proprio per la caratteristica che lo contraddistingue di non voler stare in nessuna categoria. Mi par di capire che venga usato inappropriatamente per definire il mondo gay mentre la sua peculiarità di essere storto, trasversale lo porta – e con sé coloro che si collocano al suo interno – a essere sfuggente, inafferrabile da quel neoliberismo che sarebbe senz’altro capace di farne uno dei tanti prodotti-immagine a suo uso e consumo. Non essere afferrati, non essere strumentalizzati, cercare territori marginali e ribaltare il rapporto con il futuro a favore di un tempo presente come l’unico possibile nel quale stare per provare a conoscere la propria diversità e costruire la propria autonomia.

L’anarchismo queer è l’ambito teorico all’interno del quale lavora Samuele Grassi sostenendo che oggi in ambito anarchico è molto viva la ricerca di nuove pratiche (sarebbe bello davvero) dove si sperimentino solidarietà, responsabilità e libertà per inventare nuovi rapporti tra individui e tra individui e società. Pratiche trasversali che ricercano l’autenticità d’espressione al di fuori di quel pensiero binario che la fa da padrone nei nostri modi d’essere mettendo sempre il bene contrapposto al male, l’etero all’omo, il bianco al nero, con modalità gerarchiche, conflittuali e competitive.

Con queste “storte” argomentazioni si è conclusa la giornata, lasciandomi la testa in subbuglio e confermando quella sensazione che ho da tempo che se molto e buono si sta muovendo da tante parti, la cosa più difficile e più importante sia compiere il lavoro certosino di tessere fili di collegamento che uniscano i punti in comune di ogni diversità.

Silvia Papi

Radici spirituali della festa di ferragosto

Autore: liberospirito 15 Ago 2016, Comments (0)

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Oggi 15 agosto è la festa del Ferragosto. Le radici religiose di questa festività sono decisamente precristiane, si perdono nella notte dei tempi e sono legate ai cicli della natura, in particolare ai doni raccolti dalla terra. Momento culmine dell’estate, questo periodo porta la consapevolezza di trovarsi nella parte dell’anno in cui si può riposare, ringraziare dei frutti e celebrare la ricchezza elargita dalla terra.  In un clima di gratitudine e gioia ci si dedicava non più al lavoro, ma a giocare, banchettare, celebrare e ringraziare per i beni ricevuti. Dunque è una festività relativa alla connessione tra la vita e il nutrimento che si trae dalla terra, da una parte, e il riposo festoso dopo averla lavorata con saggezza, traendo da lei doni preziosi. Oggi, è inutile dirlo, questa connessione non si vede, innanzitutto per coloro che vivono nei centri urbani e non partecipano ai ritmi naturali della campagna. Non solo: la modalità con cui avviene oggi la produzione agricola è così cambiata rispetto al passato che il ciclo agricolo è ormai snaturato, i ritmi stagionali sono vissuti in maniera superficiale, senza consapevolezza.

Ma le radici sacre di questa festa affondano nel profondo, stanno nella percezione dell’uomo preistorico del legame con la natura di cui si sentiva parte integrante e dell’importanza delle elargizioni della terra per la vita, dell’essere umano e di tutti. Pertanto il riferimento più antico di questa festività, va certamente fatto risalire alle culture della Grande Dea. Pensiamo in particolare a quell’Europa antica, matrifocale, ampiamente studiata dalla mito-archeologa Marija Gimbutas. Si tratta di popolazioni non gerarchiche e egalitarie che ponevano la vita al centro del loro sistema di valori e quindi della loro spiritualità. Le forme divine erano per lo più al femminile e spesso venivano raffigurate nell’atto di partorire la vita. Quest’ultima era concepita come un armonioso ciclo naturale di vita, morte e rigenerazione. Dalle loro tombe emerge l’assenza di gerarchie, di disparità sociali o di genere. Per migliaia di anni questa cultura preistorica della Dea ha praticato l’uguaglianza e una vita armoniosa tra gli esseri umani e tra questi e la natura. Pertanto i nostri avi, tra cui le popolazioni dell’Europa antica, vivendo in simbiosi con la natura, sentivano il bisogno di celebrare questi momenti.

Questa festa antica in onore della prosperità elargita dalla Dea attraverso il raccolto dei frutti della terra, e in seguito rappresentata da varie divinità femminili e maschili pagane, acquisisce in epoca moderna un significato completamente diverso, centrato solo sull’essere umano, slegato da qualsivoglia relazione con la natura, divenuta ormai oggetto da sfruttare e predare. Il 15 di agosto secondo il dogma della Chiesa cattolica è il giorno dell’assunzione in cielo della Vergine Maria. Questo è avvenuto in epoca molto, ma molto recente: nel 1950 l’assunzione in paradiso della Madonna fu riconosciuta come dogma dal papa Pio XII. Si tratta dell’unico dogma proclamato da un Papa nel XX secolo e, a dirla tutta, non se ne sentiva la necessità.

Libero spirito in libera terra. Un report

Autore: liberospirito 12 Ago 2016, Comments (0)

“Libero spirito in libera terra” è il titolo redazionale apparso qualche giorno fa su Confronti.net riguardante il report, scritto da Valerio Pignatta, sul nostro incontro pubblico tenutosi a Casa Cares, presso Firenze. Per necessità redazionali il testo è breve, comunque sintetizza bene quanto emerso in quella giornata. Lo offriamo alla lettura per chi, pur essendo interessato, non ha potuto partecipare all’incontro.

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Nel mese di luglio si è tenuto a Reggello nella splendida cornice della valdese Casa Cares un convegno dal titolo “Ecoteologia per il XXI secolo. Destino di distruzione o possibilità di cambiamento?”.

Il convegno è nato dall’intenzione di portare all’attenzione di tutti, e anche di coloro che sono su un percorso spirituale, la necessità di affrontare con pratiche e riflessioni la drammatica condizione ecologica del pianeta.
Tali pratiche e riflessioni potrebbero prendere spunto dal bisogno di coerenza etica che dovrebbe scaturire direttamente dalla comprensione e applicazione del proprio sentiero religioso e/o delle Sacre Scritture di riferimento quando presenti in esso.

A tal fine, si sono avvicendati al tavolo quattro relatori che hanno sviscerato il problema da altrettante diverse visuali. La pastora valdese Letizia Tomassone ha affrontato il tema del ruolo del patriarcato nella società umana come forte causa di scollamento tra l’essere umano e la sacralità del mondo. Il ricercatore Federico Battistutta ha invece trattato il tema della teologia degli animali, argomento ancora poco dibattuto nel nostro paese, ma di cui si sente sempre più la necessità visto l’andamento della condizione animale ormai insostenibile, sia negli allevamenti industriali sia negli stessi ambienti naturali devastati da ogni tipo di distruzione. Herbert Anders, pastore battista, ha poi portato l’attenzione sulla biodiversità e la proprietà intellettuale e ha inquadrato sulla base della scrittura biblica apocalittica la situazione attuale. Infine lo scrittore e attivista Samuele Grassi ha tracciato un’analisi della crisi ambientale da un punto di vista queer, che inserisce il percorso distruttivo in atto all’interno delle diverse categorie di sfruttamento dell’ultraliberismo dominante: sfruttamento di genere, di classe, di specie, di razza ecc.

L’iniziativa è partita dal gruppo che fa riferimento al sito e blog internet liberospirito.org, attivo da anni nell’ambito di temi come l’anarchismo religioso, l’ecoteologia, il dialogo interreligioso, le eresie e la teologia femminista, temi su cui produce libri, articoli ed eventi culturali come in questo caso.

Valerio Pignatta

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

matthew fox

Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)