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Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Commenti disabilitati su Libero spirito

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

Sulla Chiesa: rileggendo Pasolini corsaro

Autore: liberospirito 11 Apr 2019, Comments (0)

E’ capitato di rileggere, come per caso, alcune pagine di Pasolini sulla Chiesa. Nello specifico si tratta di una sua recensione di un libro pubblicato dalla casa editrice del Vaticano. Il testo proviene dagli Scritti corsari (Milano, Garzanti, 1975), anche se è un breve articolo apparso sul “Tempo” il 1° marzo 1970. Parlare della lungimiranza di Pasolini sembra quasi un luogo comune, ma che dire di queste righe risalenti a cinquant’anni fa?

La Chiesa non può che essere reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente libero; la Chiesa non può che essere contraria a qualsiasi innovazione anti-repressiva (ciò non significa che non possa accettare forme, programmate dall’alto, di tolleranza: praticata, in realtà, da secoli, a-ideologicamente, secondo i dettami di una «Carità» dissociata – ripeto, a-ideologicamente – dalla Fede); la Chiesa non può che agire completamente al di fuori dell’insegnamento del Vangelo; la Chiesa non può che prendere decisioni pratiche riferendosi solo formalmente al nome di Dio, e qualche volta magari dimenticandosi di farlo; la Chiesa non può che imporre verbalmente la Speranza, perché la sua esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire alcuna specie di speranza; la Chiesa non può (per venire a temi di attualità) che considerare eternamente valido e paradigmatico il suo concordato col fascismo. Tutto questo risulta chiaro da una ventina di sentenze «tipiche» della Sacra Rota, antologizzate dai 55 volumi delle Sacrae Romanae Rotae Decisiones, pubblicati presso la Libreria Poliglotta Vaticana dal 1912 al 1972.

Non c’era bisogno certo della lettura di questo florilegio per sapere le cose che ho qui sopra sommariamente elencato. Tuttavia le conferme concrete – in questo caso la «vivacità involontaria dei documenti – ridà forza a vecchie convinzioni tendenti all’inerzia. Per quel che riguarda una lettura letteraria, queste «sentenze» hanno poi notevoli elementi oggettivi di interesse (come osserva il prefatore del volume, Giorgio Zampa). Esse alludono con la violenza dell’oggettività – ossia dei riferimento alla matrice comune a tutta una serie di situazioni romanzesche: Balzac («Emilio Raulier aveva deciso di associarsi a tale Giuseppe Zwingestein, ma non aveva il capitale a ciò necessario…», «Se papà Planchut mi desse la somma…»), Bernanos, o Piovene («Frida… rimase orfana di entrambi i genitori ancora bambina e fu mandata dal nonno, che le faceva da padre, nel collegio delle suore di N. N., ove rimase sin quando ebbe quindici anni…»), Sologub («Essendo molto ricca, non appena ebbe superata la pubertà, venne chiesta in sposa al nonno da molti, alcuni dei quali di vecchia e nobile famiglia…»), Puškin («A bocca aperta i contadini ammirarono da lontano la pompa notturna delle nozze celebrate nella cappella privata della tenuta, tra Maria e il sottotenente Michele verso la mezzanotte dell’8 giugno 19..»), Pirandello, Brancati e Sciascia (“Affascinata dall’avvenenza di Giovanni, giovane di ventotto anni, cattolicamente e piamente allevato, Renata, minore di lui di otto anni e allevata secondo princìpi e abitudini liberali, se ne invaghì…», «Quindi ella contrasse matrimonio per soddisfare la propria libidine, né poteva fare diversamente, giacché lui almeno dal punto di vista formale era cattolico e praticante»).

Confesso che è da romanziere che ho letto questo libro, o forse anche da regista. La casistica è tale, da non potersi considerare cibo di tutti i giorni. Sono rimasto invece scandalizzato (in una lettura cosi professionale) da ciò che la Chiesa appare attraverso questo libro. Per la prima volta, essa si rivela anche formalmente del tutto staccata dall’insegnamento del Vangelo. Non dico una pagina, ma nemmeno una riga, una parola, in tutto il libro, ricorda, sia pure attraverso una citazione retorica o edificante, il Vangelo. Cristo vi è lettera morta. Viene nominato Dio, è vero: ma solo attraverso una formula (“avendo innanzi agli occhi soltanto Dio, invocato il nome di Cristo”), o poco più, ma sempre con inerte solennità liturgica, che non distingue per nulla queste «sentenze» da un testo sacerdotale faraonico o da un rotolo coranico. Il riferimento è semplicemente autoritario, e, appunto, nominale. Dio non entra mai all’interno dei ragionamenti che portano gli «Uditori» a annullare o a confermare un matrimonio, e quindi nel giudizio pronunciato a proposito dell’uomo e della donna che chiedono il «divorzio» e della folla dei testimoni e dei parenti che riempiono la loro vita sociale e familiare. Ciò che i giudici hanno in mano è il codice; e va bene. Questo si può giustificare col fatto che il codice è specifico e specialistico. Ma, intanto, quel codice non è mai letto e applicato cristianamente: ciò che contano in esso sono le sue norme, e si tratta di norme puramente pratiche, che traducono in termini dal senso unico concetti irriducibili come, per esempio, «sacramento». (…)

Pubblichiamo questa lettera aperta, invitando non solo a leggerla ma anche a sottoscrivere e diffondere. Riguarda il triste convegno sulla famiglia “tradizionale” che si deve svolgere a Verona.  Il sito della petizione (su Change.org) è: http://chng.it/jdfnyY8n9P

Siamo un gruppo di insegnanti, di ogni ordine e grado, della scuola pubblica e privata. Viviamo e insegniamo in Italia e quanto vediamo ogni giorno, nel nostro Paese, desta non poche preoccupazioni. Tra le cose che ci indignano profondamente, in questo ultimo periodo, c’è il Congresso delle famiglie che si terrà a Verona nell’ultimo week end di marzo.

La presenza di certi relatori, certe loro dichiarazioni passate – contro la libertà delle donne, contro l’interruzione volontaria di gravidanza, contro le persone Lgbt, contro le famiglie omogenitoriali, ecc – e gli stessi temi trattati ci sembrano violare il nostro Dettato Costituzionale, nell’articolo 3 soprattutto.

Grave, ancora, ci sembra che questo evento venga patrocinato con le insegne delle istituzioni e che veda – tra gli altri – la partecipazione del ministro dell’Istruzione, Bussetti, che dovrebbe invece rappresentare tutta la popolazione scolastica, insegnanti e allievi/e, nel rispetto delle nostre famiglie e delle nostre situazioni affettive e personali. Tutte, indistintamente.

Ribadiamo che noi viviamo la Scuola in quella che è la sua quotidianità. Quella di ragazze e ragazzi per i quali diventiamo un punto di riferimento oltre le loro famiglie. E vediamo tante diversità, di lingua, di religione, di usi e costumi, di identità sessuali, di realizzazioni familiari… l’elenco non si esaurisce qui. Nella tutela di queste persone, dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, noi ci muoviamo.

Riteniamo che il Congresso che si terrà a Verona voglia proporre una visione della donna e della società che ci porta nel passato più oscurantista. Noi, invece, agiamo nel presente e ci proiettiamo nel futuro. Per questo motivo, abbiamo deciso di chiamare questo gruppo “Futuro, semplice!”. Un gruppo apartitico, che crede nell’uguaglianza per tutti e tutte. Un’iniziativa dal basso a cui chiunque può aderire, sottoscrivendo il nostro Manifesto e firmando la petizione su Change.org.

Sito della petizione: http://chng.it/jdfnyY8n9P

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ManifestoFuturoSemplice/

Per un islam laico

Autore: liberospirito 4 Mar 2019, Commenti disabilitati su Per un islam laico

E’ stata presentata domenica 24 febbraio a Berlino l’ “Iniziativa per un Islam laico”, promossa dall’avvocata Seyran Ates, fondatrice della prima moschea liberale tedesca. A seguire pubblichiamo il comunicato con cui l’associazione ha lanciato la sua iniziativa. Rispetto alle paranoie islamofobe che circolano a casa nostra e nel resto dell’Europa ci sembra un’iniziativa che meriti attenzione e ascolto. Non è l’unico segnale che va nella direzione di una costruzione di un islam occidentale. In precedenti post abbiamo dato notizie che seguono questo cammino. A cominciare dall’apertura a Berlino di una moschea paritaria (sempre ad opera di Seyran Ates), in cui il velo non è obbligatorio e dove le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi, proponendo, inoltre, una lettura storico-critica del Corano (vedi qui). Così come abbiamo dato pure notizia della “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay (vedi qui). Infine chi desiderasse approfondire il tema rimandiamo a un’intervista a Seyran Ates in cui articola  con chiarezza il suo pensiero (vedi qui). Ecco il comunicato dell’ “Iniziativa per un Islam laico”:

«L’“Iniziativa per un Islam laico” è stata fondata in Germania in occasione della quarta Conferenza sull’islam per dare visibilità alle musulmane e ai musulmani laici, che finora non sono stati rappresentati nel dibattito pubblico. Laicità significa per noi sottolineare la positiva neutralità dello Stato e la separazione, che deve essere sempre maggiore, fra religione e politica (Stato) e considerare i musulmani pieni cittadini di una società democratica, che condividono con gli altri diritti e doveri. L’Iniziativa sostiene una maggiore partecipazione civile dei musulmani (per esempio attraverso offerte formative) ma è contro qualsiasi diritto speciale per i musulmani. La libertà di confessione religiosa e il diritto all’“indisturbato esercizio del culto” previsti dalla Costituzione tedesca non includono secondo noi il diritto di imporre le norme religiose nello spazio pubblico».

Liberospirito con un sito rinnovato

Autore: liberospirito 19 Feb 2019, Commenti disabilitati su Liberospirito con un sito rinnovato

Dopo una breve pausa è da poco on line il sito www.liberospirito.org completamente rinnovato. Sorto oramai dieci anni orsono, nel 2009, abbiamo avvertito il bisogno di un piccolo rinnovamento. Nuova è buona parte della grafica e delle immagini, nel complesso il sito risulta così più scorrevole, avendolo alleggerito di alcune parti che risultavano ridondanti o poco attuali. Abbiamo invece inserito una nuova sezione (post-teismo) di maggior interesse e pregnanza. Pertanto liberospirito è presente sulla rete e continua a dotarsi di tre strumenti: il sito, il blog e la pagina Facebook. Ora e più che mai. Quanto scritto non è altro che un invito a continuare a seguirci. Buona navigazione e buona lettura!

Armi: tradimento di Stato

Autore: liberospirito 16 Gen 2019, Commenti disabilitati su Armi: tradimento di Stato
Riportiamo un intervento di Alex Zanotelli in merito alle recenti decisioni belliciste dell’attuale governo e al pericolo a livello globale per la presenza di vari “dottor Stranamore” in diverse parti del mondo (per dirne soltanto una: siamo davanti a due blocchi armati con 15.000 bombe atomiche a disposizione).
Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde :
– non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
– si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
– ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
– ha deciso di comperare gli F -35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
– continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra( i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);
– ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!
Alex Zanotelli

Amos Oz : in memoriam (1939 – 2018)

Autore: liberospirito 30 Dic 2018, Commenti disabilitati su Amos Oz : in memoriam (1939 – 2018)

Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?” Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio, mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa”.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 16-17

Contro la lettura patriarcale della Bibbia

Autore: liberospirito 10 Dic 2018, Commenti disabilitati su Contro la lettura patriarcale della Bibbia

Pubblichiamo (da askanews) la seguente notizia. Riguarda la nascita di un gruppo di lavoro, in Svizzera, per costruire  “Una Bibbia delle donne”. L’idea che orienta il progetto è la possibilità di affrontare attraverso una lettura critica del testo biblico “questioni esistenziali per le donne, interrogativi che ancora oggi si pongono”.

Stanche di vedere i testi sacri usati per giustificare la sotto- missione, anche l’inferiorità delle donne, un gruppo di teologhe – cattoliche che protestanti – si è unito per scrivere “Una Bibbia per le Donne”. Mentre il movimento #MeToo continua a denunciare abusi e violenze in diversi contesti culturali e diversi settori, alcuni studiosi della cristianità stanno chiedendo a gran voce che si ammetta che certe interpretazioni bi- bliche hanno contribuito a creare una immagine negativa delle donne. Le teologhe ribelli, invece, sostengono che con le giuste interpretazioni, la Bibbia può essere uno strumento di promozione dell’emancipazione femminile.

Così è nata “Une Bible des femmes” (Una Bibbia delle donne) pubblicata il mese scorso dalla casa Labor et Fides. Un’opera collettiva che realizza un progetto lanciato a Ginevra da Elisabeth Parmentier e Lauriane Savoy. Il principio guida usato da quest’ultima è che “i valori femministi e la lettura della Bibbia non sono incompatibili”. Docente alla Facoltà di Teologia di Ginevra che fu fondata sotto l’influenza di Giovanni Calvino nel 1559, Savoy racconta oggi di avere deciso di lanciare il progetto dopo aver notato – assieme alla collega Elisabeth Parmentier – quanto poco la gente sapesse dei testi biblici.

“Tanta gente li riteneva completamente superati e senza rilievo per i valori odierni della parità”, ha spiegato la studiosa 33enne all’agenzia Afp. All’idea si sono associate poi altre 18 teologhe, per un totale di 20 studiose da diversi Paesi e diversi rami della cristianità. Ed è stata creata una collezione di testi che sfidano le tradizionali interpretazioni della Bibbia dove la donna è presentata come debole e subordinata agli uomini che le circondano. Parmentier fa l’esempio di un passaggio del Vangelo di Luca, in cui Gesù visita le due sorelle Marta e Maria. Di Maria si dice che si occupa del “servizio”, espressione interpretata come riferimento al fatto che serviva il cibo, ma “la parola greca diakonia ha altri significati, ad esempio quello di diacono”.

Le due promotrici del progetto ginevrino si sono ispirate a un lavoro del 1898 della suffragetta americana Elizabeth Cady Stanton che, assieme a un comitato di altre 26 donne, rea- lizzò “La Bibbia delle Donne” nel nome dell’apertura a una dimensione paritaria nel rapporto con la donna. Inizialmente Elisabeth Parmentier e Lauriane Savoy pensavano di tradurre semplicemente l’opera, poi hanno concordato che un lavoro vecchio di 120 anni andava necessariamente aggiornato con criteri del 21esimo secolo.

Nell’introduzione alla “Bibbia delle Donne” le autrici affermano che ogni capitolo intende “esaminare le evoluzioni nella tradizione cristiana, cose che sono rimaste nascoste, tradu- zioni tendenziose, interpretazioni parziali”. L’obiettivo è affrontare “la persistenza delle let- ture patriarcali che hanno giustificato numerose limitazioni e divieti per le donne”.

Savoy fa notare ancora che Maria Maddalena, “il personaggio femminile che compare più spesso nei Vangeli”, è un personaggio “fondamentale, ma descritto come una prostituta e, in una nuova ondata di fiction, anche come l’amante di Gesù”. Mettendo in secondo piano il fatto che Maria Maddalena resta con Gesù che sta morendo sulla croce, mentre tutti gli altri hanno paura, discepoli compresi. Ed è lei a recarsi per prima alla tomba di Gesù e a scoprire la sua resurrezione”.

Nella “Bibbia delle Donne”, spiega Parmentier, “ogni capitolo affronta questioni esistenziali per le donne, interrogativi che ancora oggi si pongono”. E in ultima analisi, “mentre c’è chi dice che per essere femminista devi buttare via la Bibbia, noi crediamo il contrario”.

Oltre l’antropocentrismo

Autore: liberospirito 30 Nov 2018, Commenti disabilitati su Oltre l’antropocentrismo

E’ uscito da poco il nuovo numero della rivista Relations. Beyond anthropocentrism, pubblicazione in lingua inglese, ma edita in Italia, sulle tematiche filosofiche riguardante il superamento dell’antropocentrismo nei vari campi del sapere e dell’agire. Nella specifico si tratta di un numero speciale monografico sull’area emergente dell’etica energetica, in cui si prova a sviluppare un dialogo interdisciplinare tra filosofia ambientale ed etica, giustizia ambientale ed energetica, questioni di politica energetica, scienze umane ed ecologiche. Anche le nostre riflessioni hanno trovato ospitalità su questo volume.

A seguire l’indice del volume:

Giovanni Frigo – Energy Ethics: a Literature Review

Damien Delorme – Contesting the Radical Monopoly: a Critical View on the Motorized a Cyclonaut Perspective

Alice Dal Gobbo – Desiring Ethics: Reflections on Veganism from an Observational Study of Transitions in Everyday Energy Use

Bertrand Andre Rossert – Ethical Risk and Energy

M. Joseph Aloi – Coal Feeds My Family: Subsistence, Energy and Industry in Central Appalachia

Roman Meinhold – Human Energy: Philosophical-Anthropological Presuppositions of Anthropogenic Energy, Movement and Activity and their Implications for Well-being

Carl Mitcham, Giovanni Frigo – Energy Ethics Outside the Box

Andrea Natan Feltrin – Energy Equality and the Challenges of Populations Growth

Federico Battistutta – The Energy of Ethics / The Ethics of Energy. A Dialog with Irigaray, Varela and Jullien

Adam Briggle – Cherry Picking Coal 

Arrivederci Saigon

Autore: liberospirito 1 Nov 2018, Commenti disabilitati su Arrivederci Saigon

Quanto segue è la recensione di un film in uscita. Un film che, da parte di chi sta scrivendo queste poche righe di presentazione, non è stato ancora visto. Anzi, a dirla bene non si tratta di una segnalazione di film in programmazione. O meglio: parlare del film è un pretesto, un’occasione per fare una riflessione sui nostri tempi. Come sintetizzare il discorso? Mala tempora currunt! Il testo è di Franco Berardi “Bifo” (proviene dal sito di Effimera), mentre il film di cui si parla è di Wilma Labate.

Cinque ragazze toscane formano un gruppo musicale che si chiama “Le Stars” (proprio così). La più giovane ha sedici anni, la più grande ventuno, Rossella, la cantante, ha una passione per la black music. 

Un impresario musicale, forse un idiota o forse un mascalzone, le ingaggia, le porta in tournée in varie città italiane, in Calabria, in Lombardia. Poi gli fa firmare un contratto che prevede tournée nell’estremo oriente. 

Siamo nell’estate del 1968. Si parte per una tournée in Oriente, anzi per la precisione per il Vietnam del sud. Nessuna di loro sa niente di quel che sta accadendo nel mondo. Hanno studiato a Piombino, a Livorno, non hanno sentito parlare delle manifestazioni che in tutto il mondo sfilano contro la sporca guerra. Oppure, se ne hanno sentito parlare non ci hanno fatto caso, sono ragazzine di famiglie povere della provincia toscana.

Sbarcano all’aeroporto di Saigon e si rendono conto del fatto che non è proprio tutto normale: bombe accatastate in un angolo, crateri tutt’intorno alle piste, uomini armati balzano giù dagli elicotteri. 

Le Stars iniziano i concerti per tenere su il morale delle truppe americane, dapprima intorno a Saigon, poi più a nord, verso il fronte. Più si sale, più la guerra si fa violenta, più numerosi sono gli afro-americani. Incredule, sbigottite, ma anche ipnotizzate da quello spettacolo inimmaginabile, Rossella, Franca, Daniela e le altre di cui non ricordo il nome, fanno tre spettacoli al giorno per quel pubblico di ragazzi che hanno press’a poco la loro stessa età, quei ragazzi che provano la loro stessa angoscia, e sanno che ogni giorno può essere l’ultimo, e sono spinti a uccidere, a devastare, a torturare dalla potenza americana, malattia terminale dell’umanità.

Tre mesi nell’inferno del Vietnam. Poi finalmente il ritorno. E al ritorno quelli del partito comunista, gli amici dei genitori, i vicini di casa non le accolgono certo come si accolgono gli eroi.  Siete andate in Vietnam per tenere su il morale agli assassini. gli dicono. 

Poi basta. Per cinquanta anni di questa storia nessuno ha saputo niente. La band si sciolse, le stars si spensero, ciascuna visse la sua vita, insegnarono musica ai ragazzi. Fin quando Wilma Labate, in maniera del tutto casuale, venne a sapere della loro storia e fece il film più bello che si possa immaginare a proposito del 1968. Arrivederci Saigon.

Dentro c’è tutto, credetemi. Non solo la guerra, e le dimostrazioni pacifiste o guerrigliere. Non solo il Vietnam e le strade del quartiere latino. Ma soprattutto c’è l’innocenza di quelle ragazze e di quei giovanissimi afro-americani mandati a morire e a uccidere per la potenza che ha distrutto ogni possibilità di sperare nel futuro, e ora, cinquant’anni dopo quell’esplosione di innocente speranza che fu il movimento mondiale degli studenti e degli operai, si prepara a cancellare la stessa possibilità di sopravvivenza del genere umano.

Quello di Wilma Labate è un film sull’infinita violenza del nazismo americano e sull’insostenibile innocenza di un’umanità che ora, cinquant’anni dopo, si avvia verso la fine perché non aveva capito, allora, quando eravamo tanti, che non ci può essere pace, che non ci può essere speranza, che non ci può essere futuro, che non ci può essere umanità se non si cancella con tutti i mezzi necessari la razza predatrice. Eravamo innocenti e non abbiamo fatto quel che si doveva fare e ora la storia non può che concludersi come si sta concludendo.

Scritto il 29 ottobre 2018, giorno in cui uno degli innumerevoli imitatori di Hitler che sono al governo del mondo si impadronisce della foresta amazzonica, con il voto della maggioranza dei brasiliani e in particolare degli afro-brasiliani, e si prepara, inarrestabile, a soffocare definitivamente l’umanità

Franco Berardi “Bifo”

Gesù e/è Dio?

Autore: liberospirito 14 Set 2018, Commenti disabilitati su Gesù e/è Dio?

Riprendiamo dal sito di MicroMega un intervento del pastore valdese Alessandro Esposito riguardante la natura divina di Gesù, il rabbi di Nazareth. Tale intervento prende spunto da un precedente articolo già apparso su MicroMega, nonché dalla traduzione italiana di un saggio del biblista e filologo statunitense Bart Ehrman.  

In data 30 agosto 2018 è stato pubblicato sul sito internet di questa rivista un interessante articolo a cura di Michele Martelli, nel quale l’autore commentava in maniera piana e lineare le tesi contenute nel libro di Bart D. Ehrman How Jesus Became God, tradotto l’anno scorso in lingua italiana dalla casa editrice Nessun Dogma. Poiché sia l’articolo che il libro al quale esso fa riferimento trattano di una questione piuttosto ignota ai non addetti ai lavori e decisamente controversa per coloro che si occupano di studi storici e teologici, vorrei provare a mettere in rilievo alcuni aspetti fondamentali, in merito ai quali, ritengo, la riflessione andrebbe approfondita.

La questione nevralgica, in ultima istanza, può essere riassunta mediante l’interrogativo: “Ma Gesù è Dio”? Secondo la maggior parte delle chiese cristiane (inclusa quella valdese) sì. Vi sono, effettivamente, dei passi del Secondo Testamento che possono far propendere per questa risposta. Il problema, però, è un altro. Vi sono infatti altri passi neotestamentari attraverso i quali si comprende chiaramente che Gesù non è presentato né predicato come Dio. È un dato di fatto, non un’ipotesi di lavoro. Procediamo, allora, ad alcuni chiarimenti, che mi paiono quanto mai opportuni.

Le testimonianze del Secondo Testamento non sono affatto concordi circa la nostra questione; e questo per un motivo assai semplice: i testi che vengono a comporre il canone neotestamentario sorgono in luoghi e periodi tra loro assai distinti e distanti. La teologia sottesa dal vangelo secondo Marco, non è la stessa che si può ricavare dalla lettura attenta del vangelo secondo Giovanni o dallo studio dell’epistolario paolino. In estrema sintesi, si può riscontrare che non vi è alcuna testimonianza riconducibile ai cosiddetti “vangeli sinottici” (Marco, Matteo, Luca) attraverso ci si possa asserire in maniera univoca e inequivocabile che Gesù è Dio; tutte le affermazioni che consentono di avallare questa interpretazione sono rinvenibili esclusivamente nell’evangelo giovanneo o nelle epistole paoline e deutero-paoline (ovverosia attribuite a Paolo di Tarso ma, in verità, redatte posteriormente). Questo, lo ripeto, per il semplice fatto che non si può parlare di una “teologia” del Secondo Testamento ma, soltanto, di “teologie”, al plurale, le quali restituiscono riflessioni, sensibilità, percorsi comunitari tra loro diversi.

La cosiddetta “confessione di fede trinitaria”, nella quale si asserisce la duplice natura del nazareno, al contempo umana e divina, non è biblica, ma ecclesiastica: la stabilirono i concili del cristianesimo tardo-antico, in particolare quello di Nicea (nel 325) e, in maniera (per così dire) definitiva, il concilio di Calcedonia (nel 451). Come si può notare, siamo in date assai distanti dalla predicazione di Gesù e dalla nascita del movimento cristiano delle origini. Ma, ancora una volta, il problema è un altro: quello di ordine cronologico, infatti, è secondario rispetto a quello di natura politica. Le decisioni assunte dai primi concili ecumenici, di fatto, beneficiarono dell’appoggio dei poteri costituiti e rivestirono la chiara funzione di strumenti di controllo sociale. Ciò che venne deciso in ambito conciliare, pertanto, non si afferma a motivo della sua verità (argomento sempre discutibile e molto spesso abusato), ma a causa del prevalere in senso squisitamente politico di una delle due tesi nei riguardi di quella opposta: l’eresia, del resto, è sempre definita tale dalla posizione che storicamente si afferma e che si autoproclama, in tal modo, “ortodossa”.

Inoltre, il fatto che si tratti di una vexata quaestio è testimoniato dalla constatazione che le decisioni conciliari non riuscirono in alcun modo a tacitare il dissenso, il quale continuò ad esprimersi in seno a correnti ritenute eterodosse e ad alimentare il dibattito dei secoli successivi: difatti, una decisione dogmatica non può rappresentare se non la conclusione arbitraria di una discussione che, per quel che attiene ai suoi contenuti, rimane inevitabilmente aperta, poiché in ultima istanza impossibile da dirimere mediante il ricorso ad argomentazioni irrefutabili.

Per questo, e concludo, la questione cosiddetta dell’antitrinitarismo (ma meglio sarebbe chiamarla unitariana, in modo tale da evitare di utilizzare il nome affibbiatole dai suoi detrattori) risorge sempre in seno al cristianesimo, ed è destinata a non estinguersi mai del tutto. Le ragioni fondamentali di questo destino ineluttabile, come ho provato ad illustrare, sono basicamente due: in primo luogo, la tesi unitariana ha un fondamento biblico; in secondo luogo le argomentazioni portate a suffragio della tesi cosiddetta “ortodossa”, che sancì il dogma trinitario e la divinità di Gesù, non possono in alcun modo ritenersi conclusive.

Alessandro Esposito 

Diritto di cittadinanza e diritto all’esistenza

Autore: liberospirito 23 Lug 2018, Commenti disabilitati su Diritto di cittadinanza e diritto all’esistenza

La questione dei migranti, sotto il giogo dell’odierno governo, ripropone con urgenza la questione del diritto all’esistenza. Tale diritto è stato declinato recentemente nei termini di “ius soli” – espressione giuridica che sta a indicare l’acquisizione della cittadinanza di un dato stato come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Come è andata a finire la discussione intorno allo “ius soli” in Italia lo sappiamo. Qui riproponiamo la riflessione che fece a suo tempo Giorgio Agamben, secondo il quale, pur consapevole dell’importanza del problema, riteneva che l’attribuzione della cittadinanza non fosse la soluzione migliore all’emergenza migranti: “Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza”. E oggi – aggiungiamo – la lotta per lo “ius soli”, con tutto quello che sta accadendo, rischia paradossalmente di essere una battaglia di retroguardia. Come dire: al peggio non c’è mai limite. A seguire il testo integrale di Agamben.

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito. Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza. Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato. Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi. Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni. Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno. Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli). Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.
Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Commenti disabilitati su La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri

 

Le cose sono relazioni

Autore: liberospirito 29 Mag 2018, Commenti disabilitati su Le cose sono relazioni

Pubblichiamo questo contributo, anche per mettere un po’ fra parentesi tutte le discussioni, più meno sensate, sul destino post-elettorale dell’Italia. E’ un articolo di Carlo Rovelli, fisico teorico e divulgatore in campo scientifico (apparso tempo fa su Corriere.it). Introduce al pensiero di Nagarjuna, autore buddhista indiano, vissuto nei primi secoli dopo Cristo. Brevissimamente: le cose altro non sono che relazioni. Un pensiero: chissà se una riflessione che parte in modo radicale da simili premesse non ci possa aiutare a uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Potrebbe essere una via – come diceva Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche  – per “indicare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia”. E in che razza di bottiglia ci siamo infilati!

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Capita poche volte di incontrare un libro capace di influenzare nettamente il nostro modo di pensare. Ancora più raramente di incontrarne uno di cui non sapevamo nulla. Mi è capitato. Non è un testo sconosciuto: al contrario è famosissimo, commentato da secoli da generazioni di studiosi, addirittura venerato. Io non lo conoscevo, e penso che molti dei miei connazionali italiani, come me, non lo conoscano. L’autore si chiama Nagarjuna.

È un breve e asciutto testo filosofico scritto 18 secoli fa in India e divenuto classico di riferimento della filosofia buddhista. Il titolo è una di quelle interminabili parole indiane, Mulamadhyamakakarika, reso in vari modi, per esempio I versi fondamentali del cammino di mezzo. L’ho letto nella traduzione inglese di un filosofo, Jay Garfield, accompagnata da un ottimo commento che aiuta a penetrarne il linguaggio. Garfield conosce a fondo la tradizione orientale, ma viene dalla filosofia analitica anglosassone, e presenta le idee di Nagarjuna con la chiarezza e la concretezza che caratterizzano questa scuola, mettendole in relazione con il pensiero occidentale.

Non sono capitato su questo libro per caso. Persone disparate mi chiedevano: «Hai letto Nagarjuna?», soprattutto a seguito di discussioni sulla meccanica quantistica, o altri argomenti di fondamenti della fisica. Io non ho mai guardato con simpatia ai tentativi di legare scienza moderna e pensiero orientale antico: mi sono sempre sembrati tirati per i capelli, riduttivi da entrambi i lati. Ma all’ennesimo: «Hai letto Nagarjuna?», ho deciso di farlo, ed è stata una scoperta stupefacente.

Il pensiero di Nagarjuna è centrato sull’idea che nulla abbia esistenza in sé. Tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcosa d’altro. Il termine usato da Nagarjuna per descrivere questa mancanza di essenza propria è «vacuità» (sunyata): le cose sono «vuote» nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono grazie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di, qualcosa d’altro.

Se guardo un cielo nuvoloso — per fare un esempio ingenuo — posso vedervi un castello e un drago. Esistono veramente là nel cielo un drago e un castello? No, ovviamente: nascono dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e sensazioni e pensieri nella mia testa, di per sé sono entità vuote, non ci sono. Fin qui è facile. Ma Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia testa stessa, siano egualmente null’altro che cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.

E io che vedo una stella? Esisto? No, neppure io. Chi vede la stella allora? Nessuno, dice Nagarjuna. Vedere la stella è una componente di quell’insieme che convenzionalmente chiamo il mio essere io. «Quello che esprime il linguaggio non esiste. Il cerchio dei pensieri non esiste» (XVIII, 7). Non c’è nessuna essenza ultima o misteriosa da comprendere, che sia l’essenza vera del nostro essere. «Io» non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro. Secoli di concentrazione occidentale sul soggettosvaniscono nell’aria come brina la mattina.

Nagarjuna distingue due livelli, come fanno tanta filosofia e scienza: la realtà convenzionale, apparente, con i suoi aspetti illusori o prospettici, e la realtà ultima. Ma porta questa distinzione in una direzione sorprendente: la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Ogni metafisica cerca una sostanza prima, un’essenza da cui tutto il resto possa dipendere: il punto di partenza può essere la materia, Dio, lo spirito, le forme platoniche, il soggetto, i momenti elementari di coscienza, energia, esperienza, linguaggio, circoli ermeneutici o quant’altro. Nagarjuna suggerisce che semplicemente la sostanza ultima… non c’è.

Ci sono intuizioni più o meno simili nella filosofia occidentale che vanno da Eraclito alla contemporanea metafisica delle relazioni, toccando Nietzsche, Whitehead, Heidegger, Nancy, Putnam… Ma quella di Nagarjuna è una prospettiva radicalmente relazionale. L’esistenza convenzionale quotidiana non è negata, è affermata in tutta la sua complessità, con i suoi livelli e sfaccettature. Può essere studiata, esplorata, analizzata, ma non ha senso cercarne il sostrato ultimo.

L’illusorietà del mondo, il Samsara, è tema generale del buddhismo; riconoscerla è raggiungere il nirvana, la liberazione e la beatitudine. Ma per Nagarjuna Samsara e Nirvana sono la stessa cosa: entrambi vuoti. Non esistenti.

Allora l’unica realtà è la vacuità? È questa la realtà ultima? No, scrive Nagarjuna, ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima, compresa la prospettiva di Nagarjuna: anche la vacuità è vuota di essenza: è convenzionale. Nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota.

Non prendete alla lettera questo mio impacciato tentativo di sintetizzare Nagarjuna. Ci mancherebbe. Ma da parte mia ho trovato questa prospettiva straordinaria e sorprendentemente efficace, e continuo a ripensarci.

In primo luogo perché aiuta a dare forma ai tentativi di pensare coerentemente la meccanica quantistica, dove gli oggetti sembrano misteriosamente esistere solo influenzando altri oggetti. Nagarjuna non sapeva nulla di quanti, ovviamente, ma nulla vieta che la sua filosofia possa offrire pinze utili per fare ordine in scoperte moderne. La meccanica quantistica non quadra con un realismo ingenuo, materialista o altro; ancora meno con ogni forma di idealismo. Come comprenderla? Nagarjuna offre uno strumento: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome. Anzi l’interdipendenza — questo è il suo argomentare chiave — richiede di dimenticare essenze autonome. La fisica moderna pullula di nozioni relazionali, non solo nei quanti: la velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo rispetto a un altro oggetto; un campo in sé non è elettrico o magnetico, lo è solo rispetto ad altro, e così via. La lunga ricerca della «sostanza ultima» della fisica è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale… Forse un antico pensatore indiano ci offre qualche strumento concettuale in più per districarci… È sempre dagli altri che si impara, dal diverso; e nonostante millenni di dialogo ininterrotto, Oriente e Occidente hanno ancora cose da dirsi. Come nei migliori matrimoni.

Ma il fascino di questo pensiero va al di là dei problemi della fisica moderna. La prospettiva di Nagarjuna ha qualcosa di vertiginoso. Sembra risuonare con il meglio di tanta filosofia occidentale, classica e recente. Con lo scetticismo radicale di Hume, con la dissoluzione delle domande mal poste di Wittgenstein. Nagarjuna non cade nelle trappole in cui si impiglia tanta filosofia postulando punti di partenza che finiscono sempre per rivelarsi a lungo andare insoddisfacenti. Parla della realtà e della sua complessità, schermandoci dalla trappola concettuale di volerne trovare il fondamento. È un linguaggio vicino all’anti-fondazionalismo contemporaneo. La sua non è stravaganza metafisica: è semplicemente sobrietà. E nutre un atteggiamento etico profondamente rasserenante: è comprendere che non esistiamo che ci può liberare dall’attaccamento e dalla sofferenza; è proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, che la vita ha senso.

Questo è il Nagarjuna filtrato da Garfield. Esistono interpretazioni diverse del testo, commentato da secoli. Oggi se ne discutono di kantiane, pragmatiste, neoplatoniche, misticheggianti, zen… La molteplicità di possibili letture non è una debolezza del libro. Al contrario, è la testimonianza della vitalità e della capacità di parlare che può avere uno straordinario testo antico. Quello che davvero ci interessa non è cosa effettivamente pensasse il priore di un monastero nel Sud dell’India di quasi due millenni or sono — quelli sono affari suoi; ciò che ci interessa è la forza di idee che emana oggi dalle righe che lui ha scritto, e quanto queste, intersecandosi con la nostra cultura e il nostro sapere, possano aprirci spazi di pensieri nuovi. Perché questa è la cultura: un dialogo interminabile che ci arricchisce continuando a nutrirsi di esperienze, sapere e soprattutto scambi.

Carlo Rovelli

La Repubblica democratica del Congo abbandonata da tutti. Un appello

Autore: liberospirito 22 Mag 2018, Commenti disabilitati su La Repubblica democratica del Congo abbandonata da tutti. Un appello
Pubblichiamo l’appello lanciato dai missionari comboniani sulla situazione in cui versa la Repubblica Democratica del Congo. Definirla drammatica è poco, ma il fatto è che la stampa (internazionale e italiana) sceglie di non parlarne. Stiamo parlando di uno dei paesi potenzialmente più ricchi di tutta l’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate (coltan, tantalio, litio, cobalto). Come scrivono i comboniani nell’appello: “La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza”.
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Il popolo congolese sta vivendo un’altra pagina insaguinata della sua tragica storia nel silenzio vergognoso dei media sia italiani che internazionali. La ragione di questo silenzio sta nel fatto che nella Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) si concentrano troppi ed enormi interessi internazionali sia degli Stati Uniti come della Unione europea, della Russia come della Cina (la società China Molybdenum lo scorso anno ha comprato la miniera di Tenke che produce il 65% del cobalto del mondo).
L’Rd Congo infatti è uno dei paesi potenzialmente più ricchi d’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate: coltan, tantalio, litio, cobalto. La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza. Per questo, oggi, il Congo è un paese destabilizzato in preda a massacri, uccisioni, violenze, soprusi, malnutrizione e fame.
Particolarmente grave è la situazione nel Nord Kivu (vicino all’Uganda) che ha Goma come capoluogo. Lì operano i “ribelli” delle Forze democratiche alleate (Adf) che hanno contatti con Boko Haram (Nigeria), al-Shabaab (Somalia) e al-Qaida. Sono dei veri e propri tagliagole in stile jihadista (basta vedere le allucinanti riprese di tali atti su internet!) che terrorizzano la popolazione. A farne le spese sono migliaia di congolesi innocenti, tra cui laici cristiani, sacerdoti e missionari. Don Étienne Sengiyuma parroco di Kitchanga (diocesi di Goma), ucciso l’8 aprile scorso, è l’ultima vittima di una lunga serie.
Drammatico l’appello del vescovo di Goma, mons.Théophile Kaboy Ruboneka: «La situazione della diocesi è insostenibile. Qui nel Nord Kivu viviamo nel caos totale. Siamo abbandonati da tutti». Tutto questo avviene nonostante la massiccia presenza di truppe Onu e dell’esercito nazionale. Sempre nel Nord Kivu è altrettanto grave la situazione nella diocesi di Butembo-Beni dove i ribelli dell’Adf massacrano per costringere la gente ad abbandonare le proprie terre. Un rapporto della società civile di Beni afferma che sono più di un migliaio le persone uccise dal 2014 ad oggi e cinque i sacerdoti rapiti. Il 20 marzo del 2016 è stato ucciso il religioso Vincent Machozi, molto impegnato nella difesa dei diritti umani.
Grave è anche la situazione nel Sud Kivu dove gruppi armati controllano le miniere di coltan per non far entrare altri minatori e tenere il prezzo del minerale basso, sfruttando il lavoro dei bambini (secondo l’Unicef si tratta di 40.000 bambini!).
Anche in altre aree del paese la situazione è al limite. Nell’estremo nord, nella zona Bunia-Ituri, sono in atto saccheggi e massacri. E in due regioni del Sud, nel Kasai, ricco di diamanti, e nel Katanga, ricco di cobalto, si parla di massacri con migliaia di morti. I dati dell’Alto commissariato per i rifugiati Onu dicono che questi conflitti hanno prodotto quattro milioni di rifugiati interni, 750mila bambini malnutriti, 400mila a rischio morte per fame.
Tutto questo disastro non sembra disturbare il presidente Joseph Kabila che anzi ne approfitta per continuare a posticipare le elezioni nonostante il suo mandato (il secondo) sia scaduto a fine 2016! Kabila, al potere da 17 anni, anche se la Costituzione lo vieta, dà l’impressione di volersi presentare nuovamente alle elezioni fissate (forse) per il 23 dicembre di quest’anno.
Tale comportamento politico ha portato a gravi disordini anche nella capitale Kinshasa. Il Comitato laico di coordinamento dei cattolici (Clc), sostenuto dal cardinale di Kinshasa, Laurent Monsengwo, ha promosso in tutto il paese il 31 gennaio 2017, il 21 gennaio e il 25 febbraio 2018 “processioni” di fedeli, accompagnate da sacerdoti, perché Kabila non si ricandidi ed esca di scena. La repressione è stata feroce: 134 chiese accerchiate dalle forze armate, chiese invase da poliziotti (compresa la cattedrale di Kinshasa), parecchi preti arrestati e alcune decine persone uccise.
L’Rd Congo, oggi, sta vivendo il suo Venerdì Santo nel silenzio della stampa internazionale e nell’indifferenza del mondo.
Per questo ci appelliamo con forza ai giornalisti italiani perché rompano il silenzio sull’Rd Congo raccontando gli orrori che vi sono perpetrati, ma soprattutto spiegando la ragione di tale silenzio: gli enormi interessi internazionali in quel paese.
E ci appelliamo anche ai vescovi italiani ed europei perché sostengano i vescovi congolesi e le comunità cristiane con la preghiera, ma soprattutto con il sostegno concreto in questo loro impegno per la giustizia e i diritti umani. Perché non pensare a una delegazione di vescovi italiani ed europei che vada a visitare le comunità cristiane più provate? Non possiamo rimanere inermi di fronte a una così immane tragedia.
Direzione generale dei missionari comboniani
Missionarie comboniane – Provincia italiana
Commissione giustizie e pace – Missionari comboniani Italia
p. Efrem Tresoldi – direttore di Nigrizia
p. Alex Zanotelli – direttore di Mosaico di Pace
p. Eliseo Tacchella – già provinciale dei missionari comboniani in Rd Congo

Sulla parola “mistero”

Autore: liberospirito 10 Mag 2018, Commenti disabilitati su Sulla parola “mistero”

Quanto segue è un contributo di Edoardo Lombardi-Vallauri (studioso di linguistica) apparso sul sito di MicroMega. Viene presa in esame la parola “mistero”, vera e propria parola-chiave presente nell’universo religioso. Con semplicità e arguzia l’autore ci illustra i vari slittamenti di senso che questo termine subisce all’interno di molti discorsi religiosi fino a divenire dogma indiscutibile. A dimostrazione che se è vero che la ragione ha i suoi limiti, è altrettanto vero che a questi limiti bisogna arrivarci  – o almeno provarci …

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In certi ambienti questa parola è usata in modo truffaldino, mantenendone apparentemente il significato ma in realtà cambiando gli oggetti a cui la si riferisce, fino a farle designare cose che sono quasi il contrario.
L’esperienza di chi vive con attenzione è costellata di inconoscibili. Non sappiamo da che cosa si sia originato tutto ciò che è: può qualcosa, o addirittura un intero universo, prodursi dal nulla? E forse che l’unica alternativa facile da descrivere in parole, cioè che esista “da sempre”, è più realistica o comunque davvero immaginabile dalle nostre menti? Stiamo in mezzo all’incomprensibile, che si estende in tutte le direzioni. Anche senza andare così lontano, è misterioso perfino quello che accade nella nostra stessa testa. Processi (bio)chimici producono, cosa senza alcun parallelo nel resto del reale, entità non fisiche come la coscienza e il pensiero. Che rapporto di causa-effetto vi sia tra l’attività dei neuroni e la consapevolezza di esistere, continua ad essere da noi ignorato a dispetto di ogni progresso nella descrizione sia del cervello che della psicologia. E questi sono solo i fatti. Con i significati va ancora peggio. C’è un senso per come le cose stanno? C’è un profondo fine per il tutto? o almeno per la vita dell’uomo? Naturalmente a questo genere di domande non si può rispondere in modo scientifico, cioè deducendo conclusioni logiche da premesse empiriche.
Insomma, vi è un campo del mistero, del non conoscibile, del non spiegabile. E riguarda questioni così importanti, che noi non riusciamo ad accontentarci dell’inconoscibilità: vogliamo andare avanti, farcene comunque un’idea. Poiché lì la ragione non serve, o per lo meno non basta, in linea di principio non c’è abuso intellettuale nell’abbandonarla. E quando abbandoniamo la ragione per addentrarci in questi campi, attiviamo qualcosa che si può a buon diritto chiamare fede. Ad esempio, immaginiamo che vi debba essere qualche stato di cose misterioso  e incomprensibile alle nostre menti, che – se potessimo comprenderlo – spiegherebbe. Fin qui tutto bene.
Ma spesso ci spingiamo a tentare qualche forma di “sistemazione” del mistero, ad esempio supponendo che quello stato di cose sia un essere soprannaturale fatto proprio nel modo in cui alla nostra mente serve immaginarlo perché fornisca una risposta soddisfacente sull’origine dell’universo e della coscienza (un Dio creatore, e insufflatore di anima). Fin qui quasi benino. Ma poi gli attribuiamo alcune caratteristiche più precise: è uno e trino, si è incarnato in una vergine, è risorto dai morti, non vuole che usiamo preservativi. Ed ecco che mistero resta apparentemente la stessa parola, ma in realtà, sottobanco, cambia il tipo di cose a cui viene riferita. Quando si dice che a un certo punto la ragione ci abbandona e restiamo in balìa del mistero, stiamo ancora parlando di mistero in senso proprio. Quando si dice che la fede arriva dove non arriva la ragione, stiamo ancora parlando di mistero, a patto che con “fede” si intenda la generica ammissione che qualcosa ci sfugge e ci supera, e che questo qualcosa potrebbe anche essere immensamente più grande di noi. Ma quando si comincia a descrivere quel qualcosa in termini dettagliati, dov’è finito il mistero? Più che con una misteriosa immensità davanti a cui la ragione non è pertinente, ci ritroviamo con dei modesti dettagli che contraddicono la ragione.
L’operazione è interessante: prima ci si appella alla vera impotenza della ragione al cospetto dell’inconoscibile, e così si accredita l’idea che vi sia un terreno, il mistero, dove la ragione perde la sua autorità. Si attribuisce il diritto di marcia su quel terreno alla “fede”, inizialmente intesa come slancio della mente arresa al mistero. Ma poi, appena ottenuta la patente di frequentazione del mistero, la fede viene trasformata nella mera invenzione di carabattole per niente misteriose né ulteriori rispetto alla ragione, bensì semplicemente errate e smentite dalla ragione. Tuttavia la parola mistero è ancora lì, e viene usata proprio per proteggere quelle carabattole dalla legittima smentita. Se a qualcuno appare discutibile che esista un dio “persona”, dotato di volontà e di inclinazioni (ad es., sugli umani terrestri, preferenza per i poveri, no fecondazione assistita, matrimonio indissolubile), gli si dice che le sue obbiezioni razionali sono abusive perché quello è il campo del mistero, dove la ragione non può entrare. Se qualcuno sostiene che non si può essere uni e trini, umani e divini, vergini e madri, gli si obbietta che sta cercando di applicare la ragione al mistero. E che il mistero si deve accettare così com’è. Soltanto che quello non è il mistero così com’è: zitti zitti, anche se continuano a chiamarlo “mistero” per rendersi insindacabili, al suo posto hanno messo alcune loro credenze piuttosto provinciali.
Infatti il punto è che – lungi dall’essere il mistero – tutti quegli articoli di fede sono semplicemente delle invenzioni con cui si è riempito lo spazio che era del mistero. Anzi, con cui si è sloggiato il mistero. Invenzioni che di addentrarsi nel mistero non hanno più diritto di quanto ne abbia la ragione. Invenzioni che – a differenza del mistero – sono prodotte dalla mente umana tanto quanto lo è la ragione; ma al confronto della ragione sono molto meno rispettabili, perché sono arbitrarie, e la realtà osservabile le smentisce anziché confermarle. Infatti mentre la ragione scientifica è passabilmente condivisa da tutta l’umanità, le invenzioni di fede che le diverse religioni insinuano nello spazio del “mistero” sono tutte fantasiosamente diverse.
Naturalmente esiste un nome per i casi in cui una fede, anziché adombrare territori che vanno oltre la ragione, contraddice la ragione asserendo – come veri – fatti che la ragione semplicemente smentisce. Questo atteggiamento si chiama superstizione, e infatti nella storia ogni religione ha spesso chiamato così le altre.


Edoardo Lombardi Vallauri

Tutti armati fino ai denti

Autore: liberospirito 4 Mag 2018, Commenti disabilitati su Tutti armati fino ai denti

“Non ci sono soldi”, “Dobbiamo tirare la cinghia”: queste e altre frasi simili costituiscono il mantra che governi, esperti e media continuano a recitare. E poi vai a leggere l’ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sul commercio di armi e scopri che in quel settore non esiste crisi, in tutti gli Stati gli stanziamenti di denaro publico in armi e armamenti sono in sensibile aumento. Lì gli affari vanno a gonfie vele, tanto che verrebbe voglia pure a noi di cantare “Ma così questa crisi?”; se non fosse che il panorama che ci circonda appare tutt’altro che allegro e roseo…

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L’orologio della guerra, la celebre timeline del Doomsday Clock, che segna il cronometro che ci separa dell’apocalisse atomica, bellica o climatica, fissata dagli scienziati dell’Università di Chicago segnala che nel 2016 la lancetta era distante tre minuti dalla «mezzanotte» cioè dalla fine del mondo, nel 2017 si era spostata a due minuti e mezzo e nel 2018 è andata ulteriormente avanti, a due minuti dal disastro.

Più o meno lo stesso andamento della spesa mondiale per gli armamenti e i sistemi d’arma, sempre più tecnologici e sempre più automatizzati, tanto che adesso si sperimentano droni bellici a riconoscimento facciale, micro soldati-robot.

Il rapporto 2018 del Sipri, cioè dello Stockholm international Peace Research Institute, pubblicato ieri, segnala come il Medioriente (+ 6,2% di spesa la regione, + 19 l’Iran e + 22% l’Iraq) sia il vero pozzo di San Patrizio per le industrie armiere anche in questa fase di ribassi dei prezzi petroliferi. «A livello planetario il peso della spesa militare si sta chiaramente spostando dalla regione euro-atlantica», sintetizza Nan Tian, ricercatrice del Sipri.

Le nuove rotte dei commerci di strumentazioni militari si dirigono sempre più verso Cina e Arabia saudita. Il regno guidato da MbS, con l’abbreviazione con cui viene chiamato il giovane e spigliato rampollo della famiglia Saud, il principe ereditario Mohammad bin Salman ha aumentato la spesa militare nel 2017 del 9,2 % e portato Riyad d’un balzo al terzo posto nel mondo per produzione e acquisti di armi. Un valore tra l’altro sottostimato, visto che una parte di questa spesa – quella stimata è pari a 69,4 miliardi di dollari – come quella che serve a finanziare le milizie jihadiste, passa per canali non del tutto tracciabili.

Gli Stati Uniti di Donald Trump – che di recente ha omaggiato il suo principale alleato MbS di una accoglienza principesca a Washington – si attestano per il momento al vertice della top ten. Gli Usa restano leader mondiali almeno della spesa bellica, con investimenti pari a 610 miliardi di dollari. La quota risulta invariata rispetto al 2016 ma «la tendenza al ribasso delle spese militari statunitensi iniziata nel 2010, si è conclusa», certifica Aude Fleurant, direttrice del programma Sipri-Amex.

E nel 2018 le cifre aumenteranno significativamente per sostenere gli aumenti nel personale militare e la modernizzazione delle armi convenzionali e nucleari. In più c’è da considerare che disinvestendo sulla Nato, gli Usa hanno «cartolarizzato» agli alleati europei una parte degli oneri.

La Francia in effetti è già in pieno riarmo, nel 2017 è diventata il sesto paese al mondo in questo campo, come sottolinea Le Monde, anche se è stata superata dall’India, che è quinta. Ma è solo l’inizio per entrambi i Paesi. Parigi con un plafond attuale di 57,8 miliardi di dollari di budget per la difesa, pari al 2,3 per cento del suo Pil, ha intrapreso piani di ammodernamento tecnico per il 2025 che la porteranno a mantenere gli stanziamenti al 2% del Pil, come la Nato vorrebbe facessero tutti gli alleati.

L’Europa, complessivamente, ha una parte imponente della spesa armiera: nei 29 Paesi l’anno scorso hanno impiegato così 900 miliardi di dollari, il 52% della torta mondiale. Il trend è più accentuato nell’ Europa centrale, dove la crescita è pari al 12 %, con l’alibi della minaccia russa in Ucraina e nella zona danubiana. Minaccia che però al momento non c’è. Il Sipri avverte i che Mosca ha diminuito il budget per il suo esercito per la prima volta dal 1998, una decrescita del 20 per cento fino a 66,3 miliardi di dollari a causa – spiega il ricercatore senior Siemon Wezenam – «dei problemi economici che il Paese vive dal 2014».

L’Italia questa volta purtroppo non è fanalino di coda. Vede un rialzo del2,1 per cento, come aveva certificato il rapporto Milex della Rete Disarmo. E la Germania una crescita del 3,5 per cento.

La Cina ha raggiunto la vetta della classifica, è seconda per volumi dopo gli Usa, con 228 miliardi di dollari, e intende investire ancora con “buona pace” dei venti di pace tra le due Coree. Mentre l’India ha piani molto ambiziosi. Il nuovo regime ultra induista di Narendra Modi, come segnala l’Agenzia Nova, intende passare da essere il principale importatore – deriva dall’estero il 65 per cento delle armi in dotazione all’esercito indiano, in gran parte da Usa e Israele – a esportatore di componenti e prodotti finiti attraverso joint venture e una rete di fornitori, subfornitori, micro fornitori della sua industria bellica principale, statale, attraverso il programma governativo Make in India per l’innovazione del suo sistema produttivo. Per il momento secondo l’Institute for Defence Studies and Analysis la spesa bellica va quasi tutta in stipendi e pensioni e tolte quelle dal 2,1 si passa all’1,6 per cento del Pil in spese per la difesa.

Rachele Gonnelli

22 aprile: quale giornata della Terra?

Autore: liberospirito 22 Apr 2018, Commenti disabilitati su 22 aprile: quale giornata della Terra?

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“La Giornata della Terra (Earth Day) è il nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra. Le Nazioni Unite celebrano questa festa ogni anno, un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile”. Fin qui Wikipedia alla voce “Giornata della Terra”. Da una rapida scorsa alle notizie questa celebrazione intende coinvolgere il maggior numero di nazioni,  Italia inclusa. Leggo da un giornale on line: “Oggi è la Giornata della Terra, un’occasione per celebrare il pianeta su cui viviamo e per affrontare questioni che riguardano la protezione dell’ecosistema, la lotta all’inquinamento e il modo per contrastare il progressivo esaurimento delle riserve naturali e la scomparsa di tante specie di animali e vegetali”. Sorge una domanda: ma, accipicchia, riusciamo a fare tutte queste cose in un giorno? E domani poi?

Aggiungiamo una breve considerazione a margine di questa data e delle varie iniziative in sé nobilissime. Ed è la seguente: si celebrano ormai una quantità di ricorrenze che sempre più riempiono i nostri calendari. Dal 1° maggio al 25 aprile, dall’8 marzo (giornata della donna) al 27 gennaio (giornata della memoria), passando per il 4 ottobre (giornata mondiale per gli animali) o il 21 novembre (giornata nazionale degli alberi) e via dicendo.

Ma si avverte sempre più la sensazione che tali iniziative, soprattutto quando vengono per così dire calate dall’alto, divenendo per lo più occasione di sfilata di personaggi istituzionali, servano a pacificare le coscienze di chi governa rispetto a questioni che richiedono decisioni ben più radicali. Forse proprio l’ampio ventaglio che va sempre più arricchendo il calendario di celebrazioni civiche dichiara, suo malgrado, il degrado in cui viviamo. La necessità di ricordare con una data un qualche problema sociale, di fatto certifica una ferita ancora aperta, nella sottaciuta consapevolezza che non verrà certa rimarginata nel corso di una qualche manifestazione pubblica della durata di poche decine di minuti, laddove necessiterebbero scelte da parte del legislatore di turno che son ben lungi da intravedersi all’orizzonte.

Tutto ciò insegna, se ce ne fosse ancora il bisogno, che l’unica possibilità risiede nelle buone pratiche quotidiane e nelle iniziative dirette da parte dei cittadini in merito alle varie questioni (ambientale, sociale, femminile, animale ecc.), liberando spazio e tempo riguardo a ciò. Nel sogno (diurno) che possa venire un giorno in cui questi anniversari risulteranno superflui perché saranno davvero scomparse le cause che li avevano provocati così che l’essere umano avrà trovato il suo posto insieme a tutti gli altri viventi.

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Migranti: sono indignato!

Autore: liberospirito 4 Apr 2018, Commenti disabilitati su Migranti: sono indignato!
Pubblichiamo la denuncia di Alex Zanotelli sull’indegno comportamento che sempre più si sta affermando in tutta Europa rispetto all’arrivo di uomini e donne migranti: “in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti”. C’è poco o nulla da aggiungere…
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Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti,nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano.
E’ bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchia, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. E’ morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!
E’inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.
E’ disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.
E’ criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti-secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU, A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale, a lavori forzati e uccisioni illegali.” E nel Rapporto si condanna anche ”la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare.”
E’ scellerato, in questo contesto, l’accordo fatto dal governo italiano con l’uomo forte di Tripoli, El- Serraj (non c’è nessun governo in Libia!) per bloccare l’arrivo dei migranti in Europa.
E’ illegale l’invio dei soldati italiani in Niger deciso dal Parlamento italiano, senza che il governo del Niger ne sapesse nulla e che ora protesta.
E’ immorale anche l’accordo della UE con la Turchia di Erdogan con la promessa di sei miliardi di euro, per bloccare soprattutto l’arrivo in Europa dei rifugiati siriani, mentre assistiamo a sempre nuovi naufragi anche nell’Egeo: l’ultimo ha visto la morte di sette bambini!
E’ disumanizzante la condizione dei migranti nei campi profughi delle isole della Grecia. “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi – ha detto l’arcivescovo Hyeronymous di Grecia a Lesbos – è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza la “bancarotta dell’umanità.”
E’ vergognoso che una guida alpina sia stata denunciata dalle autorità francesi e rischi cinque anni di carcere per aver aiutato una donna nigeriana in preda alle doglie  insieme al marito e agli altri due figli, trovati a 1.800 m , nella neve.
Ed è incredibile che un’Europa che ha fatto una guerra per abbattere il nazi-fascismo stia ora generando nel suo seno tanti partiti xenofobi, razzisti o fascisti.
“Europa , cosa ti è successo?”, ha chiesto ai leader della UE Papa Francesco. E’ questo anche il mio grido di dolore. Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come “patria dei diritti”.
Ho paura che, in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti. Per questo mi meraviglio del silenzio dei nostri vescovi che mi ferisce come cristiano, ma soprattutto come missionario che ha sentito sulla sua pelle cosa significa vivere dodici anni da baraccato con i baraccati di Korogocho a Nairobi (Kenya). Ma mi ferisce ancora di più il quasi silenzio degli Istituti missionari e delle Curie degli Ordini religiosi che operano in Africa. Per me è in ballo il Vangelo di quel povero Gesù di Nazareth :”Ero affamato, assetato, forestiero…” E’ quel Gesù crocifisso, torturato e sfigurato che noi cristiani veneriamo in questi giorni nelle nostre chiese, ma che ci rifiutiamo di riconoscere nella carne martoriata dei nostri fratelli e sorelle migranti. E’ questa la carne viva di Cristo oggi.
Alex Zanotelli

Dalai Lama: “Il mondo andrebbe meglio senza religioni”

Autore: liberospirito 3 Apr 2018, Commenti disabilitati su Dalai Lama: “Il mondo andrebbe meglio senza religioni”

Pubblichiamo la traduzione di una intervista rilasciata in Francia dal Dalai Lama. Vengono toccati, anche se a volo d’uccello, temi di grande interesse: la pratica religiosa, il rapporto tra politica e spiritualità, i segnali di un futuro post-religioso .

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Intervista esclusiva con il maestro spirituale tibetano durante il suo soggiorno a Strasburgo. Sempre con la medesima ossessione: come evitare di cadere nella violenza?

Per una volta, la pressione del console cinese non ha avuto alcun effetto. A Strasburgo, il Dalai Lama è stato ricevuto a braccia aperte dal comune e dalle autorità europee. Il punto culminante del suo soggiorno nella capitale alsaziana, un fine-settimana da decifrare, davanti a un pubblico di ottomila persone riunite allo Zenith, un’ardua costruzione del nostro secolo. Lì ci ha ricevuti, in una piccola stanza senza finestre, all’interno del vasto edificio. Tra un pranzo veloce e un incontro con un bambino su una sedia a rotelle, ha risposto alle nostre domande, anche le più delicate, prima di salire sul palco e riprendere il filo delle sue spiegazioni metafisiche.

Quando evochiamo la tragedia ancora aperta del Tibet, in particolare la recente ondata di auto-immolazioni, il luccichio malizioso che di solito compare negli occhi del Dalai Lama all’improvviso sparisce. Dal 2009, centoquarantacinque tibetani si sono trasformati in torce viventi per protestare contro Pechino, convinti che il loro sacrificio rispettasse l’ingiunzione alla nonviolenza del loro leader spirituale.

L’impasse delle immolazioni

Questa domanda è estremamente difficile per me“, sospira. “Il suicidio, per i buddisti, è un atto violento. Non posso accettarlo. Ma se esprimessi il mio disaccordo, le famiglie, già ferite dalla perdita di un loro caro, verrebbero profondamente rattristate … Che cosa fare? Non c’è via d’uscita. Posso solo stare zitto”. Anche sul piano puramente politico, vede solo una situazione di stallo: “Qual è il beneficio di questi atti? Oltre al risalto pubblico, modifica ciò che pensano i ‘duri’ al potere? Ne dubito … “.

L’impazienza dei giovani tibetani, che sempre meno sopportano la morsa del giogo cinese, rappresenta un altro dilemma: “Un responsabile venuto da Lhasa mi ha spiegato che i vecchi erano piuttosto contenti della loro condizione attuale, ma che i giovani erano molto insoddisfatti. Mi ha assicurato che finché sono vivo non c’è rischio di violenza. Ma dopo? La mia risposta allora e ora è la stessa: il principio della nonviolenza deve essere rispettato, che io sia vivo o meno. Spero che i tibetani ricorderanno che questo principio è parte della loro cultura“. Il Dalai Lama respinge completamente l’idea che la violenza sia talvolta necessaria o utile. “Nulla di buono può mai venire dalla violenza“, insiste, ricordando la famosa frase del Buddha: “Se l’odio risponde all’odio, l’odio non si fermerà mai“.

Gusto del comico

Che fare quindi di fronte a un potere, come quello di Pechino, disposto a qualsiasi cosa per assicurarsi il suo perpetuarsi? “Innanzitutto dobbiamo ricordare che la Cina appartiene al popolo cinese, non al Partito comunista. Le persone saranno sempre lì. Si può dire lo stesso del Partito, tra dieci, venti o trenta anni? La nostra scelta è di mantenere i legami con i cinesi che sostengono la nostra causa, e fortunatamente ce ne sono sempre di più“.

Anche se è la guida spirituale di milioni di discepoli, il Nobel per la pace non esita a mostrare umorismo e dire buffonate degne di uno scolaro. Ora si copre la testa con un asciugamano bagnato per rinfrescare il suo cranio e, ovviamente, per scatenare l’ilarità generale. Tra il pericolo di prendersi troppo sul serio e quello di essere scambiato per un clown, ha chiaramente fatto la sua scelta.

Ma questo gusto del comico non gli impedisce di affermare con forza le sue convinzioni. Giudica il nostro mondo troppo radicato in valori ‘esterni’ – successo sociale, denaro, potere, comfort, ecc. – e, al contrario, privo di valori ‘interiori’ – senso del dialogo e del perdono, altruismo, ottimismo e soprattutto compassione. È, dice, questa cultura ‘materialistica’ che dà origine a comportamenti egoistici e genera i conflitti del nostro tempo. Per quanto riguarda i valori altruistici, questi non dovrebbero essere presi per desideri pii: “La scienza ha dimostrato che corrispondono alla natura profonda della specie umana“.

 

“Piuttosto marxista”

Un altro errore sarebbe quello di confinare tali valori nel regno della fede. È convinto che questi facciano parte di un’etica universale, che trascende le religioni e le culture. Per evitare di ripetere le tragedie del XX secolo, sostiene che questi valori andrebbero insegnati insieme alla scienza in tutte le scuole del mondo e presi sul serio, a cominciare dagli stati. Il 14° Dalai Lama ha deciso di dare l’esempio. Nel 2011, ha rinunciato a tutte le sue funzioni politiche. Ora vengono eletti dirigenti che presiedono al destino dei tibetani in esilio. “La democrazia è il miglior sistema politico, l’unico che in realtà permette il fiorire di questa etica universale. Anche se, in termini di economia, sono piuttosto marxista“, aggiunge, scoppiando a ridere. “Per quanto riguarda l’istituzione del Dalai Lama, nata secoli fa, l’ho completamente e felicemente abolita“, dice con un tocco di orgoglio. “Questo sistema che mescolava lo spirituale e il temporale era feudalesimo. È finito. Il mio successore, se ce ne sarà uno, non avrà alcun potere politico“.

Scienza della mente

Secondo il noto monaco buddhista francese Mathieu Ricard, il leader tibetano è fondamentalmente una sorta di rivoluzionario che non esita a distruggere le vecchie rovine per rivolgersi solo a concezioni e metodi che possono aiutarci oggi. “Sebbene sia un vero maestro buddhista, la religione e la cultura tibetana non sono, di per sé, ciò che più conta per lui. Se il buddhismo tibetano è prezioso, è soprattutto perché sembra essere l’erede di una vera scienza dello spirito sviluppata nell’antichità da una grande scuola filosofica indiana, la scuola Nalanda (la più importante università buddhista dell’India antica, n.d.t.)”. Questa ‘scienza della mente’ che descrive il nostro funzionamento mentale ed emotivo affascina anche i neurobiologi e gli psicologi, che hanno iniziato un insolito dialogo con gli studiosi tibetani.

A Strasburgo, il Dalai Lama ha partecipato a un convegno presso l’università sulla ricerca che sta studiando l’effetto di diversi metodi di meditazione sulla salute fisica e mentale. Il Dalai Lama riassume: “Il buddismo tibetano appare come un ponte tra scienza e spiritualità e consente di immaginare metodi per migliorare le relazioni tra gli umani“. “Think, think, think” (“pensa, pensa, pensa”), continua a ripetere, un dito sulla tempia, il Dalai Lama. “La preghiera, i rituali, il fervore verso un maestro spirituale sono buoni, ma non è ciò che porterà il cambiamento intimo di cui parla il buddhismo, né aiuta a cambiare il mondo. La fede cieca – inclusi i testi più sacri del buddhismo – è stupidità“. Quindi lasciamole, suggerisce, alle persone che non hanno avuto l’opportunità di sviluppare la propria intelligenza. Coloro che, al contrario, hanno questo ‘splendido strumento’, il cervello umano, devono usarlo per avanzare lungo il sentiero della conoscenza razionale. “Un miliardo di prostrazioni non vale un solo giorno di studio serio“.

Amore e compassione

Volentieri iconoclasta nei confronti del buddhismo, il Dalai Lama non risparmia le sue critiche alla pratica religiosa che si è allontanata dalla ‘essenza’, vale a dire l’amore e la compassione. “Quando vedo come alcuni leader religiosi, inclusi i buddhisti, difendono la loro fede, a volte mi chiedo se il mondo non sarebbe migliore senza religione“, esclama con quella famosa risata che risuona nel piccola stanza. Quanto all’islam, si rifiuta di renderlo un caso speciale: “Le azioni delle canaglie musulmane non provano nulla della natura dell’islam. Altrimenti, bisognerebbe dire che il buddhismo è una religione di odio a causa di alcuni monaci estremisti in Birmania. L’esistenza di versi che autorizzano la violenza nel Corano non dimostra nulla. Lo stesso tipo di fenomeno si trova in tutte le dottrine. Noi buddhisti abbiamo le famose ‘divinità adirate’ che uccidono nel nome del Dharma! Tutto questo, in fondo, non ha nulla a che fare con l’essenza della religione. È una questione di educazione, comprensione intellettuale, dialogo“. In breve, di una mentalità aperta. “Think, think, think!”

(traduzione di Federico Battistutta)

Essere Terrestri e non Moderni. Conversazione con Bruno Latour

Autore: liberospirito 20 Mar 2018, Commenti disabilitati su Essere Terrestri e non Moderni. Conversazione con Bruno Latour

Riportiamo armi stralci di una lunga conversazione  con Bruno Latour, noto sociologo, antropologo e filosofo francese, da molto tempo attento alle questioni ecologiche. E’ apparsa sul numero di gennaio-febbraio della rivista Esprit. La traduzione è a opera di Salvatore Palidda e proviene dal sito effimera.

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Lei ha pubblicato nel 2015 Face à Gaïa. che prolungava una riflessione cominciata con il suo Enquête sur les modes d’existence. Il titolo del suo ultimo libro, Où atterrir? Comment s’orienter en politique  fa pensare a Kant e al suo «Cosa significa orientarsi nel pensiero?» (1786), scritto occasionale che proponeva di orientarsi senza Dio come riferimento. Con la sua opera, si tratta di orientarsi senza la natura come riferimento?

Si torna piuttosto un secolo e mezzo prima di Kant, cioè al momento in cui ci si rende conto che occorre rifare tutta la cosmologia che legava insieme, all’epoca, religione, geografia, scienze e politica a causa della scoperta del Nuovo Mondo. Il parallelo, se si può fare, rinvia a chiedersi cosa sia successo con la rivoluzione scientifica, che ha diviso queste diverse figure cosmologiche, con ciò che ci succede oggi a causa della scoperta di un “nuovo” Nuovo Mondo. Il mio ultimo libro è piuttosto una nona conferenza di Face à Gaïa che prende in conto l’uscita di Donald Trump dall’accordo di Parigi [la COP21 del 2015].

Sinora, nessun capo di stato aveva avuto la faccia tosta di rivelare chiaramente ciò che era evidente: la questione del clima è una questione di guerra e di pace che da trent’anni riorganizza tutta la geopolitica. Prima di tale abbandono [dell’accordo COP21], l’opinione era immersa ancora in una specie d’irenismo generale, tipico dello spirito ONU e delle Conferenze per il clima da Rio in poi. Si pensava di trovare la soluzione a forza di buona volontà. Il presidente Trump ha chiaramente detto che gli Stati Uniti dichiarano guerra agli altri paesi e che questi avevano dei problemi di mutamento ecologico che non riguarda minimamente gli USA. È la prima volta che un paese abbandona il mondo comune. È ammettere infine chiaramente che l’ambiente è la grande questione geopolitica. Prima, alcuni potevano dire : «Noi non abbiamo gli stessi valori, né gli stessi interessi sociali o economici», ma nessuno aveva ancora detto: «Il mondo materiale nel quale voi vivete non è il mio». Il presidente Macron se n’è subito appropriato, mentre non era particolarmente interessato a tali questioni. Ha visto che poteva farne della politica.

 

Il progetto che animava le nazioni nel dopoguerra era la mondializzazione: si trattava di abbandonare il locale, l’attaccamento a una patria, a una nazione. Questo struttura il progetto moderno su una negazione della natura. Péguy diceva che la modernità aveva voluto sopprimere i mondi arretrati, ma essa ha soppresso questo mondo costruendone un altro, modellizzato secondo i parametri d’ordine e di misura. Durante tre secoli, la natura ci ha lasciati tranquilli ma essa ritorna, come un attore politico a parte intera che ci obbliga a orientarci diversamente.

Abbiamo capito a che punto, stranamente, i Moderni erano poco materialisti e avevano una visione molto idealista della materia, un intasamento di clichés molto vaghi su un mondo comune molto mal definito. Uno dei pilastri di tale ordine comune era la condivisione di un vettore che andava dal locale e dall’arcaico verso il globale e il futuro. Tale cliché permetteva di distinguere ciò che è reazionario da ciò che è progressista. Il disorientamento attuale rende questa distinzione più difficile nella misura in cui si ritorna, in tutti i paesi del mondo, a una definizione regressiva dello Stato-nazione nel migliore dei casi, alle radici etniche nel peggiore: l’orizzonte comune é stato esplicitamente abbandonato. Questa non era certo la principale preoccupazione dei governi da dopo la guerra, ma nessuno l’aveva esplicitamente abbandonata, in particolare gli Stati Uniti, che avevano preso la responsabilità di proteggerci, dando agli Europei la sensazione di essere coperti sotto il loro ombrello, atomico quanto morale. Chi scriverà ancora, come Jacques Maritain poteva farlo nell’Encyclopædia universalis, che «l’America dà un’immagine dell’uomo generico»? Più nessuno dirà questo. Tale abbandono dell’universalità da parte degli Stati Uniti per mantenere una vita offshore è una novità storica.

Di fronte alla nuova sfida che ci attende, la nostra maniera di strutturare la vita politica non è adeguata: tutti i problemi che ci attendono – la crisi migratoria, il populismo, le diseguaglianze – sono legati e lei ritiene che sia questo stesso legame, cioè il cambiamento climatico, che è negato.

Sinora, la questione dell’appartenenza al suolo e al territorio non è stata sistematicamente capita/elaborata dalla sinistra. È per questo che la sinistra ha sempre avuto un problema con l’ecologia: vi ha trovato un lato reazionario che l’obbligava a parlare di questioni materiali e quindi di suolo, di animali, di piante, di vita, di clima – dalle quali essa pensava di essersi infine distaccata diventando moderna. L’orizzonte dell’emancipazione che proponeva non era mai nella direzione dell’appartenenza al suolo. Lo stesso uso delle parole suolo e appartenenza, sino a tempi recenti, era considerato come tipicamente reazionario. Bruscamente, ci si rende conto che la questione dell’appartenenza a un suolo deve essere presa in conto e che diventa quella di una Terra da curare. Evidentemente, non è lo stesso territorio nazionale o etnico verso il quale si sta regredendo da quando l’orizzonte della modernizzazione è diventato impossibile.

La congiuntura forma un triangolo: per prima cosa, l’orizzonte della mondializzazione continua, sotto la forma barocca di una super-modernizzazione futurista e post-umana, che immagina di non dover trattare i problemi di miliardi di persone diventate semplicemente sovrannumero; in secondo luogo, una regressione massiccia, in tutti i paesi, verso delle appartenenze etniche o nazionali; e infine, la questione di un altro modo di stare al mondo, un ancoraggio al suolo mondiale, che non è il suolo di Barrès (politico nazionalista francese del primo Novecento, ndr) fatto di sangue, morti, cimiteri e chiese. È là che bisogna tracciare una nuova opposizione tra l’orizzonte utopico del ritorno al suolo natale e la nuova questione del terrestre. Non si tratta più di sapere se si è di sinistra o di destra, ma se si è terrestri o no: Avete pensato alla materialità di un suolo sul quale noi ci ritroveremo in nove o dieci miliardi? È a questo livello che la questione delle migrazioni diventa centrale e si confonde con la questione climatica. Le persone che non pensano che la questione climatica sia importante, o che la negano, vedono molto bene la questione delle migrazioni; è questa che trascina tutti i paesi, elezioni dopo elezioni, e spinge a tornare alle frontiere nazionali quando sono le meno adatte alla questione climatica come a quella dei rifugiati.

Finché non sarà presa in conto la questione del terrestre, si resta nell’alternativa tra la fuga in avanti super moderna e il ripiegamento identitario. La sua via politica potrebbe essere quella del centro?

Piuttosto quella di un decentramento. La politica si definisce in base a un’opposizione, ma anche attraverso un luogo, un territorio. La destra e la sinistra oggi non funzionano più perché non hanno precisato il quadro materiale nel quale esse andavano a differenziarsi. Il mutamento ecologico obbliga a riproporre delle questioni politiche materiali: quanti siamo? A quale temperatura? Che cosa mangiamo? Dove abitiamo? Come ci sfruttiamo gli uni con gli altri? Come limitare lo sfruttamento? Tali interrogativi rilevano rispetto a ciò che si chiamava la questione sociale, ma con una definizione talmente ristretta del sociale che si dimenticava tutti gli altri elementi che compongono necessariamente il collettivo. È stata mal definita anche dagli stessi ecologisti, che non sono arrivati a tracciare il legame tra la questione sociale nel senso ristretto e la nuova questione sociale in senso esteso.

Come interpreta il fallimento dell’ecologia politica?

La nozione di natura ha fuorviato gli ecologisti, che non hanno voluto analizzare le sue proprietà politiche. C’è una specie di divisione assai tragica, a partire dalla fine della guerra del 1940, tra la questione sociale, nella sua definizione socialista, e una natura esterna. Ci si è interessati al sociale e non alla natura. Si è caduti nella trappola che sta nella Costituzione moderna, tratteggiata nel XVIII secolo, quella che distingueva la politica degli umani da quella della natura. I sociologi condividevano questa distinzione e da trent’anni cerco di convincerli che gli esseri non umani non formano una natura esterna alla società, ma fanno parte anch’essi del collettivo. L’ecologia ha accettato tale esteriorità della natura. Ora, il partito ecologista è scomparso, non è poi un male perché i partiti, in ogni caso, non sembrano più capaci di fare il loro lavoro di composizione delle denunce e rivendicazioni politiche. Ma la questione ecologica ritorna attraverso quella del territorio e delle migrazioni: come e dove andremo a vivere? Su quale Terra?

Lei critica anche la negazione della politica da parte dell’ecologia, che si è basata su una certa ideologia e ha fatto ricorso direttamente alla scienza e ai suoi risultati incontestabili per affermare l’esistenza del riscaldamento climatico.

Nel novembre 2017, Le Monde titolava: «Domani, sarà troppo tardi» a caratteri 60, cioè i titoli che si usavano se si doveva annunciare: «La Corea del Nord bombarda Washington». Eppure, tale genere di titoli non hanno alcun effetto: il giorno seguente si parlava di altre cose. È una situazione da pazzi: da un lato, la minaccia gravissima annunciata a gran voce da quindicimila ricercatori, dall’altro lato, un’inazione paralizzante. Mi interessa sempre più l’aspetto psicosociale di tale indifferenza: siamo bombardati d’informazioni, ma non abbiamo la dote affettiva, estetica e mentale per trattarle. Questa è la ragione principale del ritorno verso una definizione mitica dell’appartenenza alla nazione. Da un lato si apprende che è la fine del mondo e, dall’altro lato, che bisogna ritornare in modo rabbioso e brutale allo Stato nazionale, vedi etnico. Al fondo, tale attitudine si capisce: se si deve vivere una catastrofe, almeno restiamo alla gated community che conosciamo proteggendoci dietro un muro. D’altronde, il grosso come i piccoli fanno la stessa cosa: i ricchi fuggono nell’offshore, i piccoli nello Stato-nazione di una volta.

Come atterrare, trovare un suolo, orientarsi verso il polo terrestre, sapendo che se ne respinge più di uno?

In fondo, tutti i movimenti ecologisti puntano in tale direzione da centocinquant’anni. Le forze che chiamiamo progressiste già hanno cambiato la propria logica. Ci troviamo nella situazione tragica di perdita dei poli creati dalla mondializzazione e dalla nazione, ma la questione climatica è diventata centrale. Dalla geopolitica alle esperienze multiple delle femministe, passando per il ritorno dell’antropologia come forma contemporanea di resistenza, la moltiplicazione di opere sulla nuova materialità dei suoli, lo sviluppo assolutamente sorprendente delle arti del suolo e le esperienze agricole alternative, il paesaggio è già cambiato. Ma non c’è rappresentazione politica unificata, per mancanza di un orizzonte condiviso.

Lei propone una nuova opposizione: essere moderni o essere terreni.

Direi piuttosto terrestri; “terreni” fa un po’ contadini del Danubio. Il problema è che la definizione del mondo della modernità è molto astratta. Quando si elaborò il progetto moderno, non si conosceva la temperatura che avrebbe avuto il mondo moderno, né che si poteva arrivare a essere 9 o 12 miliardi di persone. Tali questioni fondamentali d’organizzazione della vita comune erano lasciate nella nebbia più completa, come nelle utopie classiche però derise. Bruscamente ci siamo accorti che la modernità è un’utopia e che i Moderni sono inadatti al futuro. Non siamo capaci di cambiare rapidamente nel momento stesso in cui le minacce si moltiplicano. Perché il mondo moderno ha una cattiva concezione del materialismo, richiede lungo tempo giungere ad una situazione d’allerta. Cosa divertente: si hanno esattamente le caratteristiche di ciò che si chiamavano «le società chiuse arcaiche», che si supponeva fossero incapaci d’adattarsi rapidamente alla modernità. Ora è questa, sembra, che è la più incapace di muoversi.

Lei propone che delle lamentele e denunce siano rivolte all’Europa per passare in rassegna i problemi attorno ai quali un popolo potrebbe costituirsi.

La procedura pratica che propongo consiste in effetti in dei cahiers de doléances [quaderni delle lamentele e denunce, ndr] nel senso del 1789, che facciano una descrizione precisa, rapida e condivisa dei territori in lotta gli uni con gli altri, cioè delle classi geo-sociali installate e definite su un territorio. Ciò che delle persone senza molta istruzione erano capaci di fare due secoli fa dovrebbe essere fattibile oggi. Ognuno può definire dove atterrare. Non si può fare politica senza popolo e non si può avere popolo se non si ha territorio.

Evoco quindi l’Europa, a titolo personale, perché non si può chiedere dove atterrare, se non si dice dove si vuole atterrare. La questione europea mostra l’ambiguità delle appartenenze: l’Europa è allo stesso tempo nazionale, post-nazionale e regionale. Questa patria europea ha una buona scala: né troppo piccola, né troppo grande. Se alcune persone sono state sorprese da quella parte sull’Europa del mio libro, è perché ritengono che non si abbia il diritto di parlare dell’Europa come patria vissuta. Ora, anche se non la si valorizza positivamente, va riconosciuto che essa si trova definita negativamente per effetto dell’abbandono simultaneo degli Stati Uniti e del Regno Unito, senza dimenticare la Turchia, l’ostilità sempre pressante della Russia e la concorrenza della Cina. Non è forse questo che disegna l’Europa come zona da difendere?