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Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Commenti disabilitati su Libero spirito

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]

Credere, ma senza nevrosi

Autore: liberospirito 19 Apr 2017, Comments (0)

Quanto segue è un’intervista al teologo, psicoterapeuta ed ex-sacerdote tedesco Eugen Drewermann, apparsa alcuni anni fa sulla rivista “Mosaico di pace”. La riproponiamo perché gli argomenti restano sempre attuali, semmai li ritroviamo ulteriormente aggravati (dalla questione – urgente – dei migranti, all’assetto generale del sistema-mondo, al ritardo – storico – della Chiesa intesa come istituzione). “Non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio”, dice Drewermann: affermazione interessante e condivisibile, previo chiarimento su ciò che si vuole intendere quando utilizziamo la parola “Dio”. 

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Eugen Drewermann, ultimamente la sua analisi si è incentrata sul tema della salvezza e della guarigione. Un tema arduo, che ha implicazioni psicanalitiche personali, però anche implicazioni con il sistema-mondo in cui viviamo, quasi a far pensare che, se questo mondo potesse essere disteso sul lettino, vedremmo immediatamente una proiezione di nevrosi e ossessioni inimmaginabili. Ma lei, nei suoi saggi e nei suoi libri, allarga il tema della salvezza ai convulsi movimenti di umanità, come le migrazioni di popoli che vengono cacciati e ricacciati da ogni parte. Per lei questo è uno scandalo. 

È un vero e proprio scandalo, che grida vendetta al cielo! Cinquanta milioni di persone oggi vivono sotto la soglia minima di povertà, sei milioni sono bambini; le statistiche dell’Onu ci parlano del flagello dell’Aids in molte parti dei continenti esclusi, in particolar modo in quel continente alla deriva che è l’Africa. Ma vogliamo fare i calcoli nel futuro?

Da qui al 2050? 
Sì, da qui al 2050 ci saranno nel nostro piccolo mondo nove miliardi di persone, di cui due terzi non sapranno come sopravvivere. Un problema che riguarda l’economia, non la psicologia. Viviamo in un mondo rovesciato. Abbattiamo i confini per il trasferimento di capitali e di industrie, però li chiudiamo alle persone. Abbiamo un bisogno urgente di cambiamento dell’ideologia del mercato fine a se stessa, però ciò non avviene. È chiaro che in un mondo così fatto i poveri chiedano di poter partecipare al banchetto dei ricchi. Ma gli stati del ben-essere, come l’Europa e l’Australia, si chiudono ermeticamente nei propri confini perché non vogliono vedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo meccanismo ci porta alla contrapposizione fra primo e terzo mondo, fra le popolazioni che stanno bene e quelle che brancolano nell’indigenza e nella fame. Ma il meccanismo si dilata anche all’interno degli stati nazionali, dove si allarga la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ecco allora che si pone la grande domanda etica: cosa possiamo fare noi davanti a questa situazione di tremenda ingiustizia planetaria e di fronte alle legittime richieste di movimento delle popolazioni che fuggono la fame? Oggi molta gente che fugge dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Turchia deve dimostrare, una volta arrivata nei Paesi ricchi, che scappa per motivi politici e che ha testimoni diretti. Incredibile. Ma quale stato ha l’interesse a riconoscere a queste persone in fuga il diritto di asilo politico?

È un circolo vizioso. Non se ne esce. 
Individualmente ci sono persone che obiettano a questo sistema atroce. Ci sono impiegati statali, piloti di aerei, poliziotti, che davvero vengono in aiuto di queste persone a rischio anche di perdere il proprio posto di lavoro.

E la Chiesa che fa? 
Qui volevo arrivare… La Chiesa dovrebbe essere una sorta di internazionale dell’umanità e rifarsi alle sue vere fondamenta, che sono quelle testimoniate da Gesù, l’uomo nuovo, il figlio di Dio che ascoltava il cuore dell’umanità. Ma sia il Vaticano che le Chiese locali continuano a rifiutare questo ruolo fondamentale, preferendo utilizzare le modalità e i linguaggi della diplomazia.
I credenti oggi si attendono un discorso chiaro, senza fronzoli, preciso, che si fa carico del rischio per la salvezza dell’uomo che viene, che si manifesta, magari col suo bagaglio di sofferenza e di angoscia. Molte persone hanno capito da tempo che la parola di Dio vale davvero solo quando trasforma la paura in speranza. E questo è possibile solo attraverso l’esperienza vissuta, ossia destrutturando tutti i discorsi teologici in forme pratiche di azione nel mondo. L’insegnamento di Gesù, nell’interpretazione di san Paolo e di Martin Lutero, spiega perfettamente che nessuna persona può essere buona solo perché lo vuole, ma la sua bontà gli deriva solo da una manifestazione pratica del bene. E la grazia è la rivelazione di un incontro con l’altro.

È un altro modo di intendere la fede. Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo. 
Il grande problema è che noi abbiamo una fede di derivazione autoritaria, che ci arriva dall’autorità ecclesiale sotto forma di superstizione. E in questo senso Freud aveva ragione a credere all’ateismo come un atteggiamento assolutamente umano, perché se credere a Dio significa conservare paure e angosce infantili, allora è una liberazione chiudere con quella fede-credenza. Ecco, dunque, la grande domanda che deve interpellare la Chiesa e ogni altra tradizione religiosa dell’umanità oggi: è importante difendere e sviluppare l’autorità, oppure vivere la fede nella vita concreta, pratica, nell’esperienza di un mondo sensibile e aperto alla voce e al richiamo degli altri? Essere liberi significa rompere con la nevrosi della costrizione. Un tema importante anche in chiave ecumenica.

Quale futuro hanno quindi i valori simbolici, l’identità, la religiosità?
È importante che vi siano degli spazi in cui le persone vengano considerate come valori in se stesse e non più strumenti per un fine materiale. È questo un obiettivo cui mirano insieme sia la religione che la psicoterapia affinché non si richieda alle persone ciò che esse possono diventare per noi, bensì incontrarle per la loro identità, offrendo loro la possibilità di conoscere e ritrovare se stesse.

La teologia riveste ancora una grande importanza per la visione terapeutica di cura dell’uomo? 
La psicologia e la teologia, pur avendo punti di partenza diversi, cercano di conseguire lo stesso scopo: prendersi cura della psiche umana. Mentre però lo psicoterapeuta, alleandosi con i sogni del paziente, giunge negli strati profondi dell’inconscio, come Orfeo alla ricerca della sua Euridice, il teologo, utilizzando i modelli offerti dalla storia della religione o dalla rivelazione, tenta di scendere dall’alto dell’illuminazione fino al piano della realtà. Entrambi i metodi, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, si condizionano a vicenda. In ultima analisi, non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio.

Sulla pelle delle donne. Su ciò si basa buona parte della cosiddetta obiezione di coscienza da parte dei medici ginecologi circa l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Intorno a tutto questo dibattere condividiamo l’intervento che segue, elaborato dalla Comunità cristiana di base di San Paolo a Roma (http://www.cdbsanpaolo.it). Dice – come è giusto che sia – poche cosa ma chiare.

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La Comunità cristiana di base di San Paolo, già a suo tempo impegnata –  in dissenso dalla posizione ufficiale della gerarchia cattolica – per il mantenimento di una legge, che evitando alle donne di ricorrere all’aborto clandestino, consentisse loro di rivolgersi in sicurezza alle strutture pubbliche, è rimasta favorevolmente colpita dall’iniziativa della Regione circa l’assunzione per concorso di due medici non obiettori di coscienza da destinare al reparto IVG dell’Ospedale San Camillo di Roma. Tale iniziativa ha avuto, oltre ad un positivo risultato concreto, una valenza fortemente simbolica. Si auspica che anche altre Regioni seguano l’esempio del Lazio. Sappiamo però che questa soluzione non può dirsi definitiva in quanto i medici, terminati i sei mesi di prova e in qualsiasi momento lo ritengano opportuno, possono sempre avvalersi dell’obiezione di coscienza.

Ricordiamo che la legge n. 194 del 1978 si basa su due principi contrapposti: il diritto delle donne di interrompere una gravidanza non voluta e il diritto dei medici ginecologi di non effettuare l’intervento abortivo per motivi di coscienza.

Garantiti questi diritti, la legge ha però come fine ultimo quello di sconfiggere la pratica dell’aborto attraverso la diffusione sempre più estesa dei metodi anticoncezionali. In questo, a causa dei tagli alla Sanità pubblica ma non solo, i Consultori familiari sono stati via via depauperati delle figure indispensabili al loro funzionamento e dei fondi per poter effettuare capillari campagne informative, a cominciare dalle scuole.

In questi 39 anni il numero dei medici obiettori è andato sempre crescendo, col risultato di costringere le donne a penose peregrinazioni, anche in città o regioni diverse dalle proprie,  e spesso  anche a dover tornare all’aborto clandestino.

Sulla strada di possibili contrasti all’obiezione da parte dei ginecologi  che in molti casi è dettata da motivi di comodo, è la proposta di Noi siamo Chiesa che, basandosi sullo stesso principio dell’obiezione di coscienza al servizio militare (affermatosi quando tale servizio era obbligatorio), propone che essa sia consentita solo a quei ginecologi che, in cambio del servizio non prestato presso i reparti IVG, accettino “di fornire una prestazione periodica, gratuita e non formale a favore della collettività, preferibilmente in campo socio-assistenziale oppure socio-sanitario” (v. “Adista” n. 10 dell’11.3.2017). Infatti, mentre i  medici non obiettori sono di fatto costretti ad effettuare, tra le varie possibilità offerte dalla loro specializzazione, solo ripetitive funzioni abortive, in una situazione aggravata dalla cronica scarsità di personale, i medici obiettori non risentono di tutto questo, anzi – in molti casi – vengono promossi alla qualifica di primari e/o dirigenti sanitari.

Altra possibilità sarebbe quella di introdurre una norma secondo la quale non potrebbero assurgere a funzioni di primari gli obiettori di coscienza in quanto  sprovvisti delle competenze ed esperienze in materia di IVG, mai praticate. Essi sarebbero infatti inadatti a svolgere il ruolo di indirizzo, coordinamento, studio e ricerca propri della funzione di primario.

Riteniamo inoltre che dovrebbe essere proprio la coscienza ad impedire, a chi adduce ragioni etiche, di accettare la promozione a primario configurandosi, in particolare secondo la morale cattolica, una cooperatio in malum.

Ci chiediamo anche se la mancata conoscenza del funzionamento e delle necessità dei reparti di IVG non sia all’origine della insufficienza di personale, della mancata sostituzione di strumenti e apparecchi tecnici quando diventano obsoleti o non più funzionanti, come è facile verificare in molte realtà ospedaliere in cui le donne, anche per una semplice ecografia, sono costrette ad andare in altri reparti.

Occorrerebbe comunque, sia per questa proposta che per quella di Noi siamo Chiesa, la massima vigilanza al fine di evitare inaspettate e inaccettabili modifiche della legge n. 194.

Detto quanto sopra, considerato anche che la realizzazione dei diritti delle donne e di quelli dei medici obiettori possono essere garantiti soltanto in un servizio che funzioni al cento per cento, noi riteniamo tuttavia che si debba puntare sulla contraccezione anche perché in campo clinico-farmacologico sono intervenute importanti innovazioni, tra le quali la pillola “del giorno dopo” e quella “dei cinque giorni dopo” che di fatto impediscono l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero. Purtroppo, sebbene tali pillole debbano essere fornite dalle farmacie alle donne maggiorenni senza necessità di ricetta, a volte i farmacisti ricorrono all’ obiezione di coscienza, non prevista dalla legge, per non fornirle.

In definitiva si tratta di stanziare adeguati fondi per i consultori familiari e per campagne capillari di informazione e sensibilizzazione  nelle scuole e attraverso i social, seguendone poi il processo e controllando  costantemente affinché si raggiunga l’obiettivo sperato.

Comunità cristiana di base di San Paolo

“Spiritualità laica” è un termine che ci è sufficientemente caro, per quanto suoni ambiguo. Infatti viviamo ancora in un tempo in cui frequentiamo termini logori e consunti, superati dai fatti, in attesa che un nuovo linguaggio possa fiorire e imporsi in tutta la sua evidenza. Di spiritualità laica ne ha parlato anche Serge Latouche mettendo in relazione decrescita, ecologia profonda e, appunto, spiritualità laica. Questa breve nota che pubblichiamo proviene dal “Quaderno di Ecofilosofia” (www.filosofiatv.org). 

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Nel sito www.decroissance.org, c’è una pagina dedicata alle faq sulla decrescita, ad un certo punto vien posta la questione dei rapporti tra decrescita e deep ecology: la risposta è totalmente sconfortante, perché invece di prospettare un’integrazione, delinea una totale contrapposizione precisando che la decrescita dovrebbe essere decisamente antropocentrica, al contrario dell’ecologia profonda!(1)

La sottomissione della Décroissance ad uno dei pilastri più importanti del pensiero sviluppista dominante, non può che stupire, perché equivale a disinnescare le potenzialità della decrescita come paradigma alternativo. Fortunatamente, vi sono anche posizioni di segno ben diverso: Serge Latouche, in uno degli ultimi libri pubblicati in Italia (2), conclude le sue interessanti riflessioni con una esplicita rivalutazione di Arne Naess e della Deep Ecology. Serge infatti osserva che il pensiero della decrescita ha bisogno di essere completato sul versante spirituale, tramite l’elaborazione di ciò che lui indica come “spiritualità laica”, per distinguerla dalle varie forme religiose. Latouche si esprime in questi termini: ”Trovo questo aspetto nell’ecologia profonda, anche se il termine in Francia è sospetto. L’ecologia profonda è quella che si oppone all’ambientalismo superficiale […]. Nell’ecosofia di Arne Naess ci sono molte cose in cui ci si può riconoscere” (p. 143)

(1) Riportiamo il testo così come compare nel sito citato. La décroissance est-elle de l’« écologie profonde » ? L’« écologie profonde » (deep ecology) se définit généralement par le « bio- centrisme », c’est-à-dire qu’elle considère l’humanité seulement comme une partie d’un ensemble vivant. La décroissance est au contraire anthropocentrique : elle place l’humain au centre et accorde à la nature une place très importante, mais qui demeure seconde. La décroissance est donc opposée à l’écologie profonde.

(2) Serge Latouche, L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, 2014.

Un papa…

Autore: liberospirito 30 Mar 2017, Comments (0)

Lidia Menapace, classe 1924, già staffetta partigiana, già nel nucleo dei fondatori del movimento Cristiani per il Socialismo, già esponente del movimento femminista, di quello antimilitarista e dell’ANPI, già senatrice della repubblica, è ad oggi una delle poche voci fuori dal coro all’interno del mondo cattolico rispetto il pontificato di Bergoglio. Il suo pensiero in merito lo troviamo sintetizzato in maniera eccellente in queste poche righe. Il testo proviene da www.italialaica.it.

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… re dello stato assoluto,  più assoluto che esiste,  batte circa tutti gli altri capi dei paesi d’Europa, rafforzando l’assolutismo, non mutando in nulla la definizione dei diritti delle donne, nè la condanna dell’aborto e il sostegno ai medici antiabortisti violenti USA, appoggiati durante la campagna elettorale di Trump, e diffondendo il linguaggio, il simbolico, l’alta forma di gusto dei riti che caratterizza il cattolicesimo detto costantiniano, già rifiutato dal dimenticato Concilio Vaticano II. La cultura politica italiana non è mai laica nemmeno nei laici, perchè la cultura di Chiesa è nel nostro paese egemone, così anche sullo Ior il papa re non dice nulla e perciò, essendo un evasore fiscale, non può  condannare la cospicua evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Chiedo scusa, so di  colpire molti innamorati/e della affascinante personalità di  Bergoglio, ma sento di non poter tacere. Ciao Lidia

Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Comments (0)

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

Scriblerus

 

 

Carlo Cassola: l’idea del disarmo unilaterale continua a vivere

Autore: liberospirito 21 Mar 2017, Commenti disabilitati su Carlo Cassola: l’idea del disarmo unilaterale continua a vivere
Alcuni giorni fa cadeva il centenario della nascita di Carlo Cassola, scrittore e intellettuale impegnato nel campo del disarmo unilaterale.  A questo proposito pubblichiamo un intervento di Alfonso Navarra – membro della segreteria della Lega per il disarmo unilaterale – in cui ricorda il lungo e appassionato impegno di Cassola contro la guerra e la corsa  agli armamenti, questioni ancora ben attuali, anche se non viviamo più nell’epoca delle Guerra Fredda; anzi sostenere oggi dinanzi ai vari “signori della guerra” il disarmo unilaterale è davvero una grande eresia. L’articolo è tratto da http://www.ildialogo.org
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Carlo Cassola, lo scrittore partigiano (combatté nelle Brigate Garibaldi) che osò illuminare anche i “lati grigi” della Resistenza (“La ragazza di Bube” va letta anche in questo senso), è celebrato in questi giorni dalle istituzioni, con un comitato ufficiale del Ministero della Cultura, nel centenario della nascita, il 17 marzo 2017 a Roma. Morì poi il 29 gennaio del 1987 a Montecarlo di Lucca, dove si era ritirato a vivere.
Cassola è stato il “padre” del disarmo unilaterale in Italia, come idea e come campagna politica. Ed anche come organizzazione, la Lega per il disarmo unilaterale, che ancora oggi promuove l’obiezione fiscale alle spese militari. E il gesto “culturale” di questa idea di “fare il primo passo nella direzione giusta” fa ancora vivo tra noi Carlo Cassola. Di lui ci resta il suo insegnamento chiaro e forte, che va dritto al punto: ci ammonisce che il militare tutto è nocivo e che la guerra è la faccia violenta di una realtà violenta e che, se non la togliamo di mezzo, non potremo avviarci a cambiare la realtà presente, che è, in gran parte, una realtà militare.
Le idee antimilitariste di Cassola – è la mia convinzione, la convinzione di tanti – sono già sono servite, oggi, a far nascere, in parte, altre idee sulle quali i pacifisti e i nonviolenti stanno attualmente lavorando. Una di queste è, mi pare, l’idea della difesa nonviolenta e dei corpi civili di pace, l’altra è liberarsi come priorità delle priorità  dal rischio atomico. A New York forse già quest’anno in una conferenza ONU (che il governo italiano aveva votato poi rimangiandosi il SI) riusciremo a mettere fuori legge gli ordigni nucleari, allo stesso modo delle armi chimiche e biologiche.
Ed è giusto ricordarlo oggi che, su questi temi, mi sentirei di dire anche su suggerimento di Carlo Cassola, è la società civile che, pur ignorandolo, scende in campo in difesa della vita, messa in pericolo, ovunque sul pianeta, dalla violenza e dal militare. In special modo dal nucleare, che anche se spacciato per civile è essenzialmente in funzione militare.
Credo utile citare queste sue parole, tratte da “La rivoluzione disarmista”, che mi appaiono oggi decisamente attuali:
” Basterebbe che un solo popolo si ribellasse al ricatto della difesa (e della sovranità armata degli Stati nazionali – ndr) per mettere in crisi il militarismo dappertutto. Patriotticamente mi auguro che questo popolo più intelligente degli altri sia il mio. (….) Chi non capisce che è questo il terreno dello scontro decisivo tra progresso e reazione , tra civiltà e barbarie, è di destra, anche se si proclama di sinistra. In altre parole, o la sinistra vince la battaglia per la pace, o non avrà un’occasione di farsi valere, perché il mondo salterà in aria.”
L’antimilitarismo e l’internazionalismo sostenuti da Cassola sono ancora, purtroppo, una lotta attuale e saranno ancora di più la lotta di domani. Per questo, credo che sia giusto che noi, disarmisti “esigenti”, obiettori alle spese militari, amiche ed amici della nonviolenza, si ricordi Carlo Cassola come l’antimilitarista difensore della vita, il cantore dell’esistenza comune, il compagno generoso con il quale siamo orgogliosi di aver fatto un pezzo di strada insieme.
Alfonso Navarra

I conti in tasca: tra Dio e Mammona

Autore: liberospirito 17 Mar 2017, Commenti disabilitati su I conti in tasca: tra Dio e Mammona

IL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI CON BETTINO CRAXI ALLA FIRMA DELL' ACCORDO DI REVISIONE DEL CONCORDATO D' ITALIA (Umberto Roazzi / Giacominofoto, ROMA - 1984-02-18) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

«Non potete servire Dio e Mammona»

(Mt 6,24; Lc 16,13)

Il sistema di sostentamento del clero attualmente in funzione è quello scaturito dagli accordi firmati nel 1984 dall’allora premier Bettino Craxi (poi coinvolto nell’inchiesta “Mani Pulite”) e dal cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano. Ora, i dati attualmente a disposizione mostrano come la Chiesa italiana veda assottigliarsi sempre di più i suoi introiti. Le offerte fiscalmente deducibili finalizzate direttamente al sostentamento del clero sono in netta caduta: oltre un terzo in meno in dieci anni, passando dai 18 milioni del 2005 agli 11 del 2014. Osserva amareggiato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: “Sono diminuite progressivamente sia la somma complessiva raccolta, sia il numero delle offerte sia il valore medio”.

Come è noto, le offerte deducibili  (fino a duemila euro) dall’Irpef vanno ad aggiungersi alla quota dell’otto per mille dello stesso gettito destinata alla Chiesa. Ma sono parimenti negativi anche i dati relativi all’8 per mille il cui andamento, partito nel 1990 con il 76 per cento,  è stato in salita dal 2005, quando superò l’89 per cento delle firme, per poi cominciare a scendere fino all’81 per cento del 2013. Segni dei tempi, anche questi. Detto ciò, seppure in calo, la somma relativa all’otto per mille assegnata alla Chiesa Cattolica per il 2016 non è uno scherzo, risulta pari a un miliardo e diciotto milioni  di euro.

Su tutte questi problemi l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa (http://www.icostidellachiesa.it): l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando le fonti e utilizzando metodologie trasparenti. L’UAAR parte dall’assunto che tutte le religioni dovrebbero essere sostenute da chi le professa. Ciò non accade perchè Italia ci sono un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, cioè la Chiesa cattolica. Pertanto l’impresa è improba. Altri negli anni passati ci hanno provato: Piergiorgio Odifreddi (in Perché non possiamo essere cristiani, del 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (ne: La questua, del 2008) in 4,5 miliardi. Secondo l’UAAR la stima aggiornata dei costi annui della Chiesa cattolica è di € 6.448.569.808. Serve forse un commento?

 

Non una di meno e la nostra rivoluzione

Autore: liberospirito 11 Mar 2017, Commenti disabilitati su Non una di meno e la nostra rivoluzione

Sempre a proposito dell’8 marzo. Trascorsa la giornata di sciopero proponiamo un intervento di Lea Melandri, esponente storica del femminismo italiano, in cui vengono individuati alcuni temi portanti che attraversa l’attuale movimento delle donne (autodeterminazione sessuale e riproduttiva; partire da sé come pratica politica; lotta al femminicidio, al sessismo, al razzismo e all’omofobia). Su tutti questi punti pesa il rapporto tra sessualità e politica, tra capitalismo e patriarcato. Sono argomenti centrali anche per questo blog, per gli uomini e le donne che lo animano, in cerca di una prospettiva post-patriarcale in grado di toccare tutti i piani, fra cui anche quello religioso.  

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Nel corso del mio lungo impegno nel movimento delle donne ho visto molte manifestazioni di piazza, le ho attese a lungo, vi ho preso parte con entusiasmo e ho sperato ogni volta che potessero avere continuità. Di quella che sta per invadere le città, da noi come in altri paesi del mondo – Non Una di Meno – dirò che cosa ha di particolare rispetto alle precedenti, e perché la considero una ripresa della rivoluzione culturale, o di quel salto della coscienza storica, che è stato il femminismo degli anni Settanta.

Allora come oggi si è trattato di un movimento internazionale: una generazione giovane che compariva, “soggetto imprevisto” sulla scena pubblica, abbandonando la “questione femminile” – lo svantaggio delle donne, la loro cittadinanza incompiuta, ecc. – per un’analisi del rapporto di potere tra i sessi, le problematiche del corpo, sessualità,maternità, aborto, considerate “non politiche”, per interrogare l’ordine esistente nella sua complessità. Negli slogan “il personale è politico”, “modificazione di sé e del mondo”, c’era la sfida, la protesta estrema di una inedita cultura femminista che – come scrisse Rossana Rossanda – si poneva «come antagonista, negatrice della cultura altra»: «Non la completa, la mette in causa».

Le esigenze radicali, che allora si rivelarono impossibili per ostacoli esterni e interni al femminismo stesso, ricompaiono oggi, come spesso accade, in una situazione mutata e nel protagonismo di una generazione che, a differenza della nostra, non è “contro” le donne che l’hanno preceduta e in qualche modo fatta crescere.

Nei report usciti dalle affollatissime assemblee bolognesi del 4/5 febbraio, il richiamo al femminismo, alle sue pratiche e all’autonomia con cui ha dato vita ad associazioni, consultori, centri antiviolenza, interventi formativi nelle scuole, è ricorrente. Sia per quanto riguarda i media e la necessità di un «osservatorio indipendente», sia in riferimento ai consultori autogestiti nati nella prima metà degli anni Settanta per iniziativa dei gruppi di Medicina della donne e poi istituzionalizzati nel 1975. Con il timore che la stessa sorte possa toccare ai centri antiviolenza: «…i consultori devono tornare a essere aperti e accoglienti, liberi e gratuiti, diffusi nel territorio… Vogliamo vivere i consultori come luoghi di aggregazione e centri culturali (…) capaci di accogliere e riconoscere le molteplici identità di genere che un individuo può sperimentare …».

Data la giovane età, della storia del femminismo le nuove generazioni conoscono poco, ma sanno che da quella radice vengono le loro consapevolezze, la libertà e la forza collettiva che le ha fatte incontrare in tante e così inaspettatamente.

Benché partito sull’onda di una rivoluzione che avrebbe dovuto investire il patriarcato e il capitalismo, liberare dai modelli interiorizzati del maschile e del femminile, sovvertire la divisione sessuale del lavoro, la politica separata, nel momento della sua diffusione il femminismo si è fatto quasi fatalmente, data l’ampiezza dei suoi temi, frammentario. Le manifestazioni che si sono succedute nel tempo hanno sempre avuto un tema specifico – la legge 194, la violenza domestica, ecc.

Lo Sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo 2017 in Italia sembra averne ricomposto tutte le anime, in una visione di insieme che va dall’autodeterminazione sessuale e riproduttiva alla precarietà del lavoro, dal partire da sé come pratica di presa di coscienza ai problemi riguardanti le migrazioni, dal femminicidio alla violenza maschile vista come “fenomeno culturale”, dal sessismo al razzismo, all’omofobia. La ricerca dei nessi tra sessualità e politica, tra patriarcato e capitalismo, che già compariva nei volantini degli anni Settanta, ma che era sembrata a lungo come l’Araba fenice, negli “8 punti” con cui da Bologna è partita la decisione di riscrivere il “Patto straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, ha trovato per la prima volta concretezza e radicalità nel tenere insieme obiettivi e lavoro sulle vite singole.

La violenza maschile nelle sue forme più selvagge e criminali si può dire che ha fatto da catalizzatore nel collegare i molteplici aspetti di un dominio che attraversa le vicende più intime così come i poteri e i linguaggi delle istituzioni pubbliche, e che paradossalmente proprio negli interni delle case, dove si intrecciano perversamente amore e violenza, rivela la sua «normalità».

Se le donne sono state per secoli un corpo a disposizione di altri, l’8 marzo – come si legge nel documento Ni Una Menos delle donne argentine, da cui è partito il Paro Internacional De Mujeres, sarà il primo giorno della loro «nuova vita» e il 2017 «il tempo della nostra rivoluzione».

Lea Melandri

Per un femminismo del 99%

Autore: liberospirito 22 Feb 2017, Commenti disabilitati su Per un femminismo del 99%

“Aspettando l’8 marzo”, così potremmo sottotitolare l’intervento di un gruppo di femministe (fra cui ricordiamo Angela Davis). Il titolo originale del testo allude al «noi siamo il 99 per cento», che è stato uno degli slogan di Occupy Wall Street. Come dire: dell’esperienza dei movimenti ciò che non è morto sa riemergere, al momento opportuno, e farsi sentire. Abbiamo ricavato il testo da http://www.controlacrisi.org.

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Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi avanti” e le altre varianti del femminismo della donna in carriera hanno abbandonato al loro destino la stragrande maggioranza di noi, che non ha accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale e le cui condizioni di vita possono essere migliorate solo attraverso politiche che difendono la riproduzione sociale, la giustizia riproduttiva e la garanzia dei diritti sul lavoro. La nuova ondata di mobilitazione delle donne deve affrontare tutti questi aspetti in maniera frontale. Deve essere un femminismo del 99%.
Il tipo di femminismo che vogliamo sta già emergendo a livello internazionale, nelle lotte di tutto il mondo: dallo sciopero delle donne in Polonia contro l’abolizione dell’aborto allo sciopero e alle marce in America Latina contro la violenza maschile; dalla grande manifestazione di donne dello scorso Novembre in Italia alle proteste in difesa dei diritti riproduttivi in Sud Corea e Irlanda. L’aspetto sorprendente di queste mobilitazioni è che molte di esse hanno unito la lotta contro la violenza all’opposizione alla precarizzazione del lavoro e alla disparità salariale, e allo stesso tempo si oppongono anche all’omofobia, alla transfobia e alle politiche xenofobiche sull’immigrazione. Nel loro insieme annunciano un nuovo movimento femminista internazionale con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista.
Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo nuovo movimento femminista più inclusivo.
Come primo passo, proponiamo di sostenere la costruzione di uno sciopero internazionale contro la violenza maschile e in difesa dei diritti di riproduzione l’8 Marzo. Per questo, vogliamo unirci ai gruppi femministi che hanno convocato questo sciopero da circa 30 paesi in tutto il mondo. L’idea è di mobilitare donne, donne transgender e tutti coloro che le sostengono in un giorno di lotta internazionale – un giorno di sciopero, di manifestazioni, di blocchi di strade, ponti e piazze, di astensione dal lavoro domestico, di cura e sessuale, di boicottaggio, di proteste contro aziende e politici misogini, di scioperi nelle istituzioni educative. Queste azioni hanno lo scopo di rendere visibili i bisogni e le aspirazioni di coloro che sono state ignorate dal femminismo della donna in carriera: le lavoratrici nel mercato del lavoro formale, le donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e della cura, le donne disoccupate e le donne precarie.
Nell’abbracciare un femminismo del 99%, prendiamo ispirazione dalla coalizione Argentina Ni Una Menos. La violenza sulle donne, come loro la definiscono, ha molte facce: è violenza domestica ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici, e dello stato; la violenza delle politiche discriminatorie contro donne lesbiche, trans e queer, la violenza dello Stato nella criminalizzazione dei movimenti migratori, la violenza delle incarcerazioni di massa e la violenza istituzionale contro i corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto e l’assenza di accesso a sanità e aborto gratuiti. La loro prospettiva ispira la nostra determinazione a opporci agli attacchi istituzionali, politici, culturali e economici contro le donne musulmane e migranti, contro le donne di colore e le donne lavoratrici e disoccupate, contro le donne lesbiche, trans e queer.
Le marce delle donne del 21 Gennaio hanno mostrato che anche negli Stati Uniti potremmo assistere alla nascita di nuovo movimento femminista. È importante non perdere questo slancio. Uniamoci insieme l’8 Marzo per scioperare, manifestare e protestare. Usiamo l’occasione di questa giornata internazionale per farla finita con il femminismo della donna in carriera e per costruire al suo posto un femminismo del 99%, un femminismo dal basso e anticapitalista – un femminismo in solidarietà con le donne lavoratrici, le loro famiglie e i loro alleati in tutto il mondo.

Cinzia Arruzza
Tithi Bhattacharya
Angela Davis
Nancy Fraser
Keeanga-Yamahtta Taylor
Linda Martín Alcoff
Rasmea Yousef Odeh

Senza capacità di amare e di ribellarsi

Autore: liberospirito 17 Feb 2017, Commenti disabilitati su Senza capacità di amare e di ribellarsi

Quanto segue è un (lungo) intervento di Andre Vltchek (noi lo abbiamo recuperato da http://comune-info.net) nel quale viene compiuta un’appassionata quanto impietosa analisi dell’anima del mondo occidentale e del dolore che l’attraversa. Il tutto non per piangersi addosso, ma per trovare il filo che ci conduca fuori dal labirinto in cui ci troviamo intrappolati. Andre Vltchek è un giornalista e scrittore naturalizzato statunitense che ha vissuto in Asia, Sud America e Oceania.

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Malgrado certi  ostacoli economici e sociali, l’Europa occidentale sta andando bene. Cioè, se misuriamo il successo dall’abilità di controllare il mondo, di condizionare il cervello degli esseri umani in tutti i continenti e di schiacciare quasi tutta la discesa sostanziale, in patria e all’estero. Ciò che è quasi interamente scomparso dalla vita, almeno in luoghi come New York, Londra o Parigi, è la semplice gioia umana che è così ovvia ed evidente quando esiste. Paradossalmente. Proprio nei centri di potere, la maggior parte delle persone sembra vivere una vita nervosa, insoddisfatta, quasi spaventata.

Tutto questo in qualche modo non sembra giusto. I cittadini della parte vincente del mondo, del regime vittorioso non dovrebbero almeno fiduciosi e ottimisti?

Naturalmente ci sono molte ragioni per cui  non lo sono, e alcuni dei miei colleghi hanno già delineato in dettaglio e con un linguaggio colorito, almeno le cause principali della depressione e dell’insoddisfazione di vivere, che stanno letteralmente divorando vivi quelle centinaia di milioni di cittadini europei e del Nord America.

La situazione è per lo più analizzata dal punto di vista socioeconomico. Comunque, penso che le cause più importanti dell’attuale stato di cose siano molto più semplici: l’Occidente e le sue colonie hanno quasi interamente distrutto gli istinti umani più essenziali: la capacità delle persone  di sognare, di sentirsi entusiaste delle cose, di ribellarsi e di ‘coinvolgersi’.

Cosa hanno imparato i movimenti occidentali dal Sud del mondo? La risolutezza, l’ottimismo, l’ingenuità se ne sono andate quasi completamente. Queste sono, però, le qualità che di solito facevano progredire la razza umana!

Malgrado quello che ora si percepisce comunemente in Occidente, non era la ‘conoscenza’ e certamente non la scienza che erano dietro i più grossi balzi in avanti realizzati dalla civiltà. È stato sempre un umanesimo profondo e istintivo, accompagnato dalla fede (qui non parlo di una qualche fede religiosa), e da una grande dedizione e lealtà alla causa. Senza ingenuità, senza innocenza, non si sarebbe mai potuto ottenere nulla di grande.

C’è stata sempre la scienza che è stata importante per migliorare molti aspetti pratici della vita umana, ma che non è mai stata il motore principale che ha spinto una nazione verso una società giusta, equilibrata e ‘vivibile’. Quando era impiegata da un sistema illuminato, la scienza aveva svolto un ruolo importante nel costruire un mondo molto migliore, ma non è mai successo il contrario.

Il progresso è stato sempre innescato e alimentato dalle emozioni umane, da sogni apparentemente irraggiungibili, dalla poesia e da una vasta ampia gamma di passioni ardenti. I concetti più belli per il miglioramento della civiltà spesso non erano neanche logici; nascevano semplicemente da istinti umani belli, da intuizioni e desideri (la logica venne applicata più tardi, quando i dettagli pratici si sono dovuti definire con precisione).

Ora, la ‘conoscenza’,  la razionalità e la ‘logica’, almeno in Occidente, stanno spingendo i sentimenti umani in un angolo. La ‘logica’ sta perfino sostituendo le religioni tradizionali. L’ossessione dei ‘fatti’, di capire ogni cosa, sta realmente diventando assurdamente estrema, dogmatica, perfino fondamentalista. Tutta questa fanatica raccolta di fatti spesso sembra irreale, ‘metallica’, fredda e, per coloro che vengono da ‘fuori’ (in senso geografico o intellettuale), sembra estremamente innaturale.

Non dimentichiamo che i ‘fatti’ consumati dalle masse e anche dagli occidentali relativamente istruiti, generalmente provengono da identiche fonti. Viene usato il medesimo tipo di logica e vengono applicati vari strumenti di analisi indistinguibili.

Consumare una quantità eccessiva di notizie, fatti e ‘analisi’, di solito non porta a comprendere nulla in profondità, o a pensieri realmente critici; succede, invece, il proprio contrario: uccide effettivamente la propria capacità di esaminare concetti totalmente nuovi, e specialmente di ribellarsi a cliché e stereotipi intellettuali. Non ci si deve meravigliare che gli europei e i nordamericani della classe media siano tra le persone più conformiste della terra!

Raccogliere montagne di dati e di ‘informazioni’, nella maggior parte dei casi non porta assolutamente da nessuna parte. Per milioni di persone, diventa soltanto un hobby, come qualunque altro, compresi i videogiochi e la Play Station. Tiene la persona ‘con il controllo di tutto’,  in modo che lui o lei possa fare buona impressione sui conoscenti, o semplicemente soddisfare la necessità nevrotica di consumare costantemente delle notizie.

A peggiorare le cose, la maggio parte degli occidentali (e di quasi tutti gli stranieri occidentalizzati), sono costantemente rinchiusi in una rete complessa di ‘informazione’ e di percezioni con i membri delle loro famiglie, e anche con i loro amici e colleghi di lavoro. C’è una costante pressione a conformarsi, e allo stesso tempo uno spazio estremamente piccolo e quasi nessuna ricompensa per il reale coraggio o originalità intellettuale.

I regimi sono già riusciti, in grande misura, a standardizzare la ‘conoscenza’, specialmente usando la cultura popolare e indottrinando le persone, tramite le loro istituzioni ‘educative’. In realtà le persone si stanno rinchiudendo volontariamente per anni nelle scuole e nelle università, sprecando il loro tempo, pagando con il loro denaro, perfino indebitandosi, soltanto per rendere più facile al regime indottrinarli e trasformarli in ubbidienti sudditi dell’Impero!

Già da decenni il sistema ha prodotto con successo intere generazioni di individui emotivamente morti e confusi. Queste persone sono così danneggiate che non possono più lottare per nessuna cosa (tranne, talvolta, per i loro interessi personali ed egoistici); non possono prendere posizione, e non possono neanche riconoscere i loro obiettivi e desideri. Cercano costantemente (e non riescono) a ‘trovare qualcosa di significativo’ e di ‘appagante’ che potrebbero fare nella vita. Si tratta sempre  di loro che cercano qualcosa, non di unirsi a lotte significative o a inventarsi qualcosa di davvero molto nuovo per amore dell’umanità! Continuano a ‘tornare a scuola’, continuano a piangere per le ‘occasioni perdute’ perché non hanno studiato ciò che pensano avrebbero dovuto realmente studiare’ (indipendentemente da ciò che realmente studiano o fanno nella vita, per lo più si sentono, comunque, insoddisfatti).

Hanno continuamente paura di essere rifiutati, sono atterriti all’idea che venga scoperta la loro ignoranza o incapacità di fare qualcosa di realmente significativo (in realtà molti di loro percepiscono quanto è  vuota la loro vita).

Sono infelici, alcuni completamente miserandi, e perfino con tendenze suicide. La loro disperazione, tuttavia, non li spinge all’azione. La maggior parte di loro non si ribella mai; non combattono mai realmente il regime, non contestano mai il loro ambiente vicino. Queste centinaia di persone deboli  e pigre (alcune di loro niente affatto stupide), sono una terribile perdita per il mondo. Invece di erigere barricate, di scrivere romanzi pieni di indignazione o di deridere apertamente tutta questa farsa occidentale, per lo più soffrono in silenzio, e alcuni soggiacciono all’abuso di sostanze tossiche o meditano il suicidio.

Se arriva realmente l’occasione di cambiare completamente la loro vita, non sanno più riconoscerla, non sanno afferrarla perché non sanno combattere; sono stati ‘pacificati’ fin dalla giovane età, fin dai primi anni di scuola. Quello è esattamente il posto dove il regime vuole che stiano i suoi cittadini e dove li tiene. Sorprendentemente, quasi nessuno chiama tutto questo incubo con il suo vero nome: un crimine mostruoso!

Le persone comprano i libri per capire tutto questo, ma a malapena riescono a leggerli fino alla fine. Sono troppo preoccupati, mancano di concentrazione e di determinazione. E la maggior parte dei libri disponibili nelle librerie, non forniscono, comunque alcuna risposta significativa.

Molti, tuttavia, ci stanno provando; analizzano e analizzano, senza uno scopo. ‘Non capiscono e non vogliono sapere’. Non si rendono conto che questa strada di pensare costantemente, allo stesso tempo applicando certi strumenti di analisi prescritti, è un’enorme trappola. In realtà non c’è molto da capire. Le persone sono state davvero derubate della vita, derubate dei loro naturali sentimenti umani, della passione, del calore umano, perfino dell’amore stesso (quello che chiamano ‘amore’ è spesso un surrogato e nulla di più). Di tutto questo non si parla più neanche nei libri di narrativa, almeno che non leggiate il russo o lo spagnolo. Il successo che ha l’Impero di produrre essere obbedienti, spaventati e privi di immaginazione, è ora completo!

Le grosse aziende stanno prosperando; le élite stanno radunando un enorme bottino, mentre la grande maggioranza delle persone in Occidente sta gradualmente perdendo la propria capacità di sognare e di percepire. Senza queste precondizioni, nessuna ribellione è possibile. La mancanza di immaginazione, accompagnata dal torpore emotivo, è la formula più efficace per avere la stagnazione e anche la regressione. Questo è il motivo per cui l’Occidente è finito.

La grottesca ossessione per la scienza, per la prassi medica, e per i ‘fatti’ sta contribuendo a deviare l’attenzione dal reale orribile argomento. I costanti dibattiti, le analisi, e ‘guardare le cose da angoli diversi’, non porta ad altro che alla passività. Agire fa, però, troppa paura e le persone non sono abituate a prendere decisioni  drammatiche e neanche a fare gesti drammatici. Anche questo ci porta al fatto che quasi nessuno in Occidente è ora pronto a riunirsi sotto qualche bandiera ideologica, o di abbracciare con convinzione quelle che vengono definite, in maniera dispregiativa, ‘etichette’.

Per millenni la gente è affluita istintivamente in vari movimenti, partiti politici e gruppi. Non si è mai ottenuto alcun cambiamento significativo da un singolo individuo (anche se un leader forte a capo di un movimento, di un partito o anche del governo, potrebbe sicuramente ottenere molto).

Essere parte di qualcosa di importante e di rivoluzionario spesso simboleggiava un vero significato della vita. Le persone erano (e in molte parti del mondo lo sono ancora) completamente impegnate, dedicate alle lotte importanti ed eroiche. Cercare di costruire un mondo migliore, lottare per un mondo migliore e perfino morire per questo, era spesso considerata la cosa più magnifica che un essere umano potesse ottenere nella sua vita. In Occidente questo approccio è morto, totalmente distrutto. In Occidente regna il cinismo. Si deve contestare ogni cosa, non aver fiducia in nulla e non impegnarsi in nulla.

Ci si aspetta che non abbiate fiducia in nessun governo. Si dovrebbe deridere chiunque creda in qualcosa, specialmente se quel qualcosa è puro e nobile. Ci si deve semplicemente trascinare attraverso la sporcizia per attuare qualsiasi tentativo grandioso di migliorare il mondo, sia che avvenga in Ecuador, nelle Filippine, in Cina, in Russia o in Sudafrica.

Mostrare dei sentimenti forti per un certo leader, un certo partito politico o il governo, in un paese che è ancora capace di un po’ di fuoco e di passione, viene accolto con sarcasmo canzonatorio in luoghi come Londra o New York. “Siamo tutti ladri, e tutti gli esseri umani e perciò i governi, sono simili”, suggerisce la ‘saggezza’ letale e tossica. Che bello, davvero! Che bella strada da percorrere.

Sì, naturalmente: se si trascorressero ore ed ore analizzando qualche leader o movimento impetuoso, per esempio in America Latina, per lo meno un po’ di ‘sporco’ verrebbe sempre fuori, dato che nessun luogo e nessun gruppo di persone è perfetto. Questo fornisce agi occidentali un grosso alibi per non impegnarsi in nulla. Questo è il modo in cui è designato. ‘Rinunciate alla speranza di un mondo perfetto, dite che semplicemente non siete più in grado di credere a niente, e andate a far ondeggiare il sedere in qualche club di Londra o di New York’. Poi tornate a scuola o procuratevi qualche lavoro insignificante. Oppure “sballatevi”.

In realtà è molto più facile che lavorare molto duramente per salvare il mondo o il vostro paese! È molto più facile che rischiare la vita e combattere per la giustizia. È più facile che pensare davvero, che cercare di inventare qualcosa di totalmente nuovo, per questo nostro pianeta  amato e pieno di cicatrici!

Una vecchia ballata russa dice: “È così difficile amare…ma è così facile abbandonare…”. E la rivoluzione, i movimenti, le lotte e anche i governi che appoggiamo con tutto il cuore, sono, in grande misura molto simili all’amore.

L’amore non può mai essere pienamente esaminato, pienamente analizzato o non è vero amore. Non c’è e non dovrebbe esserci nulla di logico o di razionale al riguardo. Soltanto quando sta finendo, si comincia ad analizzare, mentre si  cercano scuse per sbattere la porta. Ma fino a quando esiste, vivo, caldo e pulsante, sarebbe brutale e irrispettoso, applicare la ‘oggettività’ riguardo all’altra persona, in un modo che sarebbe un tradimento. Soltanto i “nuovi occidentali” possono impegnarsi in una farsa del genere, analizzando l’amore, scrivendo delle ‘guide’ su come trattare i sentimenti umani, su come massimizzare i profitti dei loro investimenti emotivi!

Un uomo che ama una donna come potrebbe stare semplicemente seduto su un divano e analizzare: “La amo, ma forse dovrei pensarci due volte, perché il suo naso è troppo grosso e il suo sedere troppo grande?” E assolutamente una sciocchezza! Una donna che è amata, veramente amata, è l’essere più bello della terra. E anche la lotta! Altrimenti, senza una vera dedizione e determinazione, nulla cambierà mai, non migliorerà mai.

Non dimentichiamo, però, che l’Impero non vuole che qualcosa cambi. Questo è il motivo per cui sta diffondendo cinismo e nichilismo. Questo è il motivo per cui sta sporcando tutto ciò che è puro e naturale, impiantando allo stesso tempo bizzarri ‘modelli di perfezione’, in modo che le persone facciano sempre paragoni, esprimano sempre giudizi, abbiano sempre dubbi, non si sentano mai soddisfatte, e, come conseguenza, si astengano da tutti i coinvolgimenti seri.

L’impero vuole che la gente pensi, ma che lo faccia nel modo che esso programma per loro. Vuole che le persone analizzino, ma soltanto usando i suoi metodi. Vuole che le persone scartino e perfino rifiutino i loro istinti ed emozioni naturali. I risultati sono chiari: individualismo e centralità di sé, società confuse, spezzate, rapporti rovinati tra le persone, e totale disprezzo per aspirazioni più alte. Non si tratta soltanto dei partiti marxisti o rivoluzionari, sulle ribellioni o le lotte internazionaliste, anti-imperialiste.

Avete notato come sono diventate vacue, instabili la maggior parte delle relazioni inter-umane in Occidente? Nessuno vuole essere realmente ‘coinvolto’. Le persone si ‘testano’ a vicenda. Pensano costantemente, a malapena hanno dei sentimenti. Le forti passioni vengono disprezzate (le ‘esplosioni’ emotive sono considerate ‘indecenti’, perfino vergognose): adesso, improvvisamente ci si interessa di chi ‘si sente bene’, è sempre ‘calmo’, ma, paradossalmente, quasi nessuno in realtà si sente più bene o è calmo, questo “nuovo Occidente”.

Tutto questo, naturalmente, si è trasformato nell’esatto opposto di ciò che di solito era l’amore o una vera opera rivoluzionaria – nel campo della politica o dell’arte -, e proprio per ricordarvelo, di solito era il tumulto più bello, più folle, l’allontanamento più totale dalla tetra normalità. In Occidente, quasi nessuno potrebbe neanche più scrivere grande poesia. In Occidente non si creano più melodie inquietanti né liriche potenti. La vita è diventata improvvisamente vacua, prevedibile e programmata. Senza la capacità di amare appassionatamente, senza la capacità di donare, di sacrificare ogni cosa incondizionatamente, non ci si può aspettare di diventare un grande rivoluzionario.

Naturalmente, nell’Occidente senza passioni, ossessionato dal tipo di conoscenza che in qualche modo non riesce a illuminare, dato che ci sono le scienze applicate e che l’egocentrismo è profondamente radicato, non è rimasto  terreno fertile per le passioni potenti e perciò nessuna possibilità di una vera rivoluzione.

“Mi ribello, quindi esistiamo”, ha correttamente dichiarato Albert Camus. La ribellione collettiva culmina nella rivoluzione. Senza la rivoluzione o senza la costante aspirazione ad essa, non c’è vita. L’Occidente ha perduto la sua capacità di amare e di ribellarsi. Questo è il motivo per cui è finito!

C’è un bel detto: “Non si può mai capire la Russia con il cervello. Si può soltanto credere in essa”. Lo stesso vale per la Cina, il Giappone e per tanti altri paesi. Andare in Asia o in Russia e cominciare il viaggio cercando di ‘comprendere’ quei luoghi è semplicemente follia. Non c’è alcun motivo di farlo, e nessuna possibilità che si possa raggiungere in pochi mesi, o anche anni.

L’approccio nevrotico e davvero molto occidentale di cercare costantemente di capire ogni cosa con i proprio cervello, può realmente rovinare tutto in maniera irreversibile e proprio dall’inizio. Il modo migliore per cominciare a comprendere realmente l’Asia, è quello di assorbire, di essere guidati gentilmente da altri, di vedere, percepire, eliminando tutti i preconcetti e i cliché. La comprensione non arriva necessariamente con la logica. In realtà, quasi mai succede. Comporta sensi ed emozioni, e di solito arriva improvvisamente, inaspettatamente.

Anche la rivoluzione, di fatto le lotte più sacre e giuste – si preparano per lungo tempo e anche loro arrivano inaspettatamente e direttamente dal cuore.

Ogni volta che vado a New York, ma specialmente a Londra o a Parigi, e ogni volta che incontro quei ‘teorici di sinistra’, devo sorridere amaramente quando seguo le loro discussioni inutili ma lunghe, su qualche teoria che è totalmente separata dalla realtà e che riguarda quasi esclusivamente loro: sono trotzkisti e perché? O forse sono anarco-sindacalisti? O maoisti? Qualunque cosa siano, iniziano sempre sul divano o sullo sgabello di un bar, e lì finiscono, fino alla sera tardi.

Nel caso stiate proprio arrivando dal Venezuela o dalla Bolivia, dove le persone combattono le vere battaglie per la sopravvivenza della loro rivoluzione, è un’esperienza molto sconvolgente! La maggior parte di loro, sull’Altopiano, non ha mai sentito neanche parlare di Lev Trotsky o di anarco-sindacalismo. Quello che sanno è che sono in guerra, che combattono per tutti noi, per un mondo molto migliore e che hanno bisogno di appoggio immediato e concreto per la loro lotta: petizioni, dimostrazioni, denaro e strutture. Tutto quello che ottengono sono parole. Non ricevono nulla dall’Occidente, e mai lo riceveranno.

Il motivo è che non valgono abbastanza per i britannici e i francesi. Sono troppo ‘veri’, non ‘sufficientemente puri’. Commettono errori. Sono troppo umani, non sterili, e non ‘bene educati’. ‘Violano alcuni diritti, qui o là’. Sono troppo emotivi. Sono questo e quello, ma, certamente, ‘non potremmo sostenerli completamente’.

‘Scientificamente’, hanno torto. Se si passano dieci ore in un pub o in un salotto, discutendo di loro, si solleverebbero decisamente sufficienti questioni per togliere loro qualsiasi appoggio. La stessa cosa vale per i rivoluzionari e per i cambiamenti rivoluzionari nelle Filippine, e in tanti altri luoghi.

L’Occidente non è in grado di collegarsi a questo modo di pensare. Non vede l’assurdità nel proprio comportamento e nei propri atteggiamenti. Ha perduto il suo spirito; ha perduto il suo cuore, i suoi sentimenti dalla destra e ora perfino dalla sinistra. In cambio di che cosa? Del cervello? Ma non arriva nulla di significativo neanche da quell’area. Questo è il motivo per cui è finito!

Ora le persone non sono disposte a impegnarsi in qualcosa di reale; una qualche vera rivoluzione, movimento, governo, a meno che queste non siano come quelle donne che sembrano plastificate e tossiche che vediamo sulle riviste di moda patinate: perfette per gli uomini che hanno perduto tutta la loro immaginazione e individualità, ma del tutto noiose e prodotte in serie per noialtri.

Andre Vltchek

Il pensiero come coraggio della disperazione

Autore: liberospirito 11 Feb 2017, Commenti disabilitati su Il pensiero come coraggio della disperazione
Riportiamo ampi stralci di una conversazione con Giorgio Agamben a cura di Juliette Cerfe di Télérama.fr (qui l’originale); il testo è stata tradotto in italiano da Gianni Mula (qui la traduzione integrale). Si parla di religione, teologia, finanche di liturgia, indagate però in un modo inusuale. L’intervista risale a qualche anno fa, ma resta sempre valida, anzi il tempo trascorso l’ha resa ancor più attuale.
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La teologia svolge un ruolo molto importante nella sue riflessioni filosofiche. Come mai?
Le mie ricerche dimostrano che le società moderne pretendono di essere laiche ma non lo sono, perché sono governate da concetti teologici secolarizzati tanto più potenti quanto meno siamo consapevoli della loro origine. Non capiremo mai che cosa succede oggi se non ci renderemo conto che il capitalismo è, in realtà, una religione. Una religione, come diceva Walter Benjamin, che è la più feroce di tutte perché priva di misericordia e redenzione … Prendiamo la parola ‘fede’, di solito riservata alla sfera religiosa. Il termine greco corrispondente ad essa nei Vangeli è pistis. Un giorno, passeggiando per una via di Atene, uno storico delle religioni che cercava di capire il significato di questa parola, si rese improvvisamente conto di un cartello che diceva «Trapeza tes písteos». Andò fino ad esso, e si rese conto che si trattava di una banca: Trapeza tes písteos significa: ‘banca di credito’. È stata un’illuminazione.
In che senso?
Pistis, la fede, è il credito che abbiamo con Dio e che la parola di Dio ha con noi. Ma credito è anche ciò attorno a cui ruota quella parte importante della nostra società che riguarda il denaro, del quale la Banca è il tempio. Com’è noto, il denaro non è altro che un credito: sulle banconote in dollari e sterline (ma non sull’euro: il che avrebbe dovuto far sollevare qualche sopracciglio …), si può ancora leggere che la banca centrale pagherà al portatore l’equivalente di quel credito. La crisi è stata scatenata da una serie di operazioni con crediti che sono stati rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Attraverso il governo del credito la Banca ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e manipola la fede e la fiducia dell’uomo. Oggi la politica è in ritirata perché il potere finanziario, sostituendosi alla religione, si è appropriato di ogni fede e di ogni speranza. Gli europei non possono sperare di capire il presente senza misurarsi col proprio passato. Ecco il perché delle mie ricerche sulla religione e sul diritto: il metodo archeologico mi sembra essere la strada migliore per arrivare al presente.
Che cosa è questo metodo archeologico?
Si tratta di una ricerca dell’archè, che in greco significa inizio e comandamento. Nella nostra tradizione, l’inizio è sia ciò che dà vita a qualcosa che il principio che ne governa la storia. Ma non si tratta di un inizio che può essere datato o comunque precisato cronologicamente, ma di una forza che continua ad agire nel presente, proprio come l’infanzia, secondo la psicoanalisi, determina l’attività mentale dell’adulto, o come il big bang, che secondo gli astrofisici ha dato vita all’Universo, continua ancora oggi l’espansione. L’esempio tipico di questo metodo sarebbe la trasformazione dell’animale nell’uomo (l’antropogenesi), un evento cioè che immaginiamo necessariamente avvenuto, ma che non ha esaurito la sua azione: l’uomo sta sempre imparando a diventare umano, e quindi anche a restare disumano, animale. La filosofia non è una disciplina accademica, ma una maniera di confrontarsi con questa trasformazione che non finisce mai di accadere e che è decisiva per l’umanità o per la disumanità dell’uomo: sono domande molto importanti, a mio avviso.
Mi pare che dai suoi lavori emerga una visione del divenire umano piuttosto pessimista.
Sono lieto di questa osservazione, perché in effetti sono spesso giudicato pessimista pur senza esserlo, almeno a livello personale. Pessimismo e ottimismo sono concetti che non hanno nulla a che fare col pensiero. Debord citava spesso una lettera di Marx che diceva: le condizioni disperate della società in cui vivo mi riempiono di speranza. Ogni pensiero radicale si mette sempre dal punto di vista della disperazione più estrema. Anche Simone Weil ha detto: Non mi piacciono coloro che scaldano il cuore con speranze vuote. Il pensiero, per me, è proprio questo: il coraggio della disperazione. E non è questo il massimo dell’ottimismo?
Secondo lei, essere contemporanei significa percepire l’oscurità, e non la luce, della propria epoca. Come possiamo capire quest’idea?
Essere contemporanei è rispondere alla domanda che viene posta dall’oscurità del tempo in cui si vive. Nell’universo in espansione lo spazio che ci separa dalle galassie più lontane cresce a una tale velocità che la loro luce non può mai raggiungerci. Percepire nell’oscurità del cielo questa luce che cerca di raggiungerci, ma non può – questo è essere contemporanei. Vivere il presente è per noi la cosa più difficile. Perché un’origine, ripeto, non si limita al passato: nel presente è un turbine, secondo l’immagine molto bella di Benjamin, un abisso. E nell’abisso siamo trascinati. Ecco perché si dice che il presente è il tempo che rimane non vissuto.
Chi è più contemporaneo, il poeta o il filosofo?
Non mi piace contrapporre poesia e filosofia perché entrambe queste esperienze avvengono all’interno del linguaggio. La verità abita nel linguaggio, e diffiderei di qualsiasi filosofo che lasci ad altri – filologi o poeti – il compito di prendersi cura di questa casa. Dobbiamo prenderci cura del linguaggio, e uno dei problemi fondamentali con i media è che non se ne curano. Anche il giornalista è responsabile del linguaggio che usa, e da quello sarà giudicato.
In che modo il suo recente lavoro sulla liturgia ci dà una chiave per capire il presente?
Analizzare la liturgia è toccare con mano un immenso cambiamento nel nostro modo di rappresentare l’esistenza delle cose. Nel mondo antico esistere era essere presente. Nella liturgia cristiana l’uomo è quello che deve essere e deve essere quello che è. Oggi invece giudichiamo la realtà di una cosa dai suoi effetti. Non concepiamo più un’esistenza priva di effetti, di conseguenze. Non è reale che ciò che ha effetti – ed è quindi efficace e governabile -. È compito della filosofia pensare una politica e un’etica libere dai concetti di dovere e di efficacia.
Ad esempio pensando l’in-operosità?
Insistere sul lavoro e sulla produzione è scegliere una strada sbagliata e nefasta. La sinistra si è smarrita quando ha adottato queste categorie che sono al centro del capitalismo. Ma dobbiamo precisare che l’in-operosità, per come io la intendo, non è né inerzia né pigrizia. Dobbiamo liberarci dal lavoro in un senso attivo – mi piace molto la parola francese désoeuvrer, in-operare. È un’attività che rende in-operanti tutte le funzioni sociali dell’economia, del diritto e della religione, liberandole così per altri possibili usi. Perché è proprio della natura umana scegliere di ignorare le funzioni sociali assegnate e ad esempio scrivere poesie ignorando la funzione comunicativa del linguaggio, o parlare o baciare, ignorando che la bocca serve prima di tutto per mangiare. Nell’Etica a Nicomaco Aristotele si chiede se ci sia un compito proprio dell’uomo. Il lavoro del flautista è quello di suonare il flauto, e quello del ciabattino è fare le scarpe, ma c’è un opera dell’uomo in quanto tale? Avanza poi l’ipotesi, ma l’abbandona ben presto, secondo la quale l’uomo è nato senza alcun compito pre-definito. Tuttavia questa ipotesi ci porta al cuore di ciò che significa essere umani. L’uomo è l’animale in-operoso, che non ha un compito biologico assegnato, o una funzione chiaramente prescritta. Solo un essere che può fare può scegliere di non fare. L’uomo può fare di tutto, ma non c’è niente che sia obbligato a fare.

Per riscoprire l’incanto dell’universo

Autore: liberospirito 4 Feb 2017, Commenti disabilitati su Per riscoprire l’incanto dell’universo

Proponiamo la presentazione di Claudia Fanti del numero speciale di “Adista” in uscita (n.6/febbraio 2017) dal titolo Terra. Di ritorno dall’esilio. L’esilio di cui si parla è proprio dalla terra, la nostra casa comune. Per ogni info: http://www.adista.it

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L’alca gigante era un uccello simile al pinguino, incapace di volare, con ali piccole e tozze, piume bianche sul torace e scure sul dorso e due macchie bianche sopra ogni occhio. A raccontarne la vicenda è Elizabeth Kolbert, che, nel suo magnifico libro La sesta estinzione. Una storia innaturale, riferisce come l’alca gigante, prima che cominciasse il suo «sterminio su larga scala», spaziasse, in milioni di esemplari, dalla Norvegia all’isola di Terranova e dall’Italia alla Florida, finché, essendo lenta a muoversi e dunque facilmente catturabile, non divenne la provvista ideale per i pescatori di merluzzo europei, impegnati, agli inizi del XVI secolo, in regolari spedizioni verso Terranova. Quindi, nei decenni successivi, le alche vennero utilizzate come esche per la pesca, come combustibile («Ci si porta dietro un bollitore – riferì un marinaio inglese di nome Aaron Thomas – e ci si mette dentro un pinguino o due, si accende un fuoco alla base e questo fuoco si alimenta completamente dei due disgraziati pinguini») e come imbottitura per i materassi («Se si è venuti fin qui per il loro piumaggio – raccontò ancora Thomas -, (…) basta afferrarne uno e strappare le piume migliori. Poi il povero pinguino viene lasciato libero, con la pelle seminuda e lacerata, a morire delle ferite riportate»). Non sorprende allora come, alla fine del ‘700, il numero degli uccelli fosse in rapido calo: il commercio delle piume era diventato così redditizio che gli uomini delle spedizioni trascorrevano l’intera estate «a far bollire gli animali e a strappare loro le piume». Sopravvissuta, negli anni ’30 del XIX secolo, solo su uno spuntone roccioso dell’isola di Eldey, in Islanda, l’alca gigante – evidenzia Kolbert – si trovò infine «ad affrontare una nuova minaccia: la sua stessa rarità», diventando ambita preda dei collezionisti. Fu proprio per ordine di questi che l’ultima coppia conosciuta venne uccisa, proprio sull’isola di Eldey, nel 1844.

Se l’estinzione dell’alca gigante può apparire drammatica, non è nulla, tuttavia, rispetto alle stragi che la specie autodenominatasi piuttosto arbitrariamente homo sapiens avrebbe realizzato da lì in avanti – il segno distintivo della nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata proprio dall’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre –: oggi, come segnala Kolbert, «si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire».

Risuona pertanto quanto mai opportuno il monito di papa Francesco nella Laudato si’: «Essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». E quanto sia grave, tale perdita, lo si capisce ancora meglio considerando il tempo impiegato dall’universo per generare la vita in tutte le sue meravigliose forme: un cammino iniziato 13,7 miliardi di anni fa, a partire da un minuscolo punto di trilioni di gradi di temperatura, che ha dato vita a un turbinio incessante di particelle, le quali, man mano che il neonato universo ha continuato a espandersi e a raffreddarsi, hanno iniziato a costituire legami stabili, progredendo in comunità sempre più complesse, fino a costituire le stelle e le galassie e i pianeti, tra cui il nostro splendente pianeta bianco-azzurro, grondante di vita e, secondo la teoria di Gaia, vivente esso stesso, come sistema complesso e autoregolato in grado di preservare i presupposti della vita e di produrne sempre nuova. Il tutto, secondo un movimento calibrato in maniera così perfetta che se, per esempio, il ritmo di espansione fosse stato più lento solo di un milionesimo dell’1%, l’universo sarebbe nuovamente collassato e, se fosse stato più veloce, appena – di nuovo – di un milionesimo dell’1%, non si sarebbe formata alcuna struttura in grado di produrre la vita. Una dinamica così sorprendentemente autoregolata, questa, da indurre il fisico Freeman Dyson a dichiarare che, quanto più esaminava i particolari dell’architettura cosmica, tanto più trovava prove «che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati». E se, come ha mostrato il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, l’evoluzione si realizza nello sforzo di creare ordine nel disordine – il caos, cioè, si rivela altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di ordine – è legittimo sperare che, malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo vada auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità, bellezza, profondità.

È a tale viaggio appassionante che abbiamo allora voluto dedicare questo numero speciale, il primo di una serie di 5 numeri dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Un cammino che percorriamo, in queste pagine, in compagnia di Leonardo Boff, Ilia Delio, José Arregi, Elizabeth Green e Federico Battistutta. Buona lettura e buon viaggio.

Claudia Fanti

Ogni tempo vuole la sua memoria

Autore: liberospirito 27 Gen 2017, Commenti disabilitati su Ogni tempo vuole la sua memoria

Oggi, 27 di gennaio, ricorre il Giorno della Memoria. La data è questa perché in quella giornata del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Come per tutte le ricorrenze quello che conta è rendere vivo e attuale quel momento. Per questi motivi riportiamo questa breve frase ma incisiva di Primo Levi.

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«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

Primo Levi, Un passato che credevamo non dovesse tornare più, in: “Corriere della sera”, 8 maggio 1974.

Spiritualità liquida

Autore: liberospirito 19 Gen 2017, Commenti disabilitati su Spiritualità liquida

Il 9 gennaio scorso è morto Zygmut Bauman, lo studioso della società liquida. Proprio alle sue riflessioni è dedicato l’intervento (apparso sulla pagina dei blog di Micromega) del pastore valdese Alessandro Esposito. Qui si parla di “spiritualità liquida”, mettendo a confronto le religioni istituzionali che coltivano “l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche” e la spiritualità da cui può sgorgare “ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento”. Sono temi che il nostro blog ha molto a cuore. Un articolo da leggere.

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Della scomparsa del grande sociologo e filosofo ebreo polacco Zygmunt Bauman hanno scritto in questi giorni firme ben più competenti della mia, alle quali rimando anche per ciò che attiene alla ricostruzione del complesso ed articolato pensiero dell’Autore. Quel che vorrei approfondire con le lettrici ed i lettori di MicroMega è un aspetto specifico della riflessione del Nostro, concernente l’aspetto che più lo ha reso celebre, quello della liquidità, posto in relazione con ciò che, sia pure in termini approssimativi e per ciò stesso insoddisfacenti, vorrei denominare spiritualità. Nel fare ricorso a tale termine, mi preme distinguerlo da un altro, con cui sovente esso viene confuso e al quale viene non di rado indebitamente sovrapposto: quello di religiosità. Insisto nel sottolineare la differenza, poiché i due concetti menzionati non sono sinonimi: sono difatti persuaso del fatto che sia possibile (e per certi versi persino auspicabile) coltivare una spiritualità che non possegga venature o implicazioni religiose e che non per questo cessa di essere profondamente rivelativa.

Per altri versi, la spiritualità costituisce quell’aspetto che, assai più che assecondarla, mette in questione la religiosità tradizionale, la quale, per lo meno in seno alla cultura ed alla società dell’Occidente europeo, è ormai tramontata, sebbene qualcuno si affanni (a mio avviso invano) a volerla resuscitare. Mi spingerei persino oltre, affermando che spiritualità e religiosità sono per certi versi più antagoniste che sorelle, poiché la seconda cerca (anche in questo caso invano) di imbrigliare ed irreggimentare la prima, la quale, dal canto suo, è intrinsecamente vocata allo sconfinamento.

La re-ligio in termini istituzionali si prefigge lo scopo di re-legare l’eccedenza (che nella vita e nell’uomo è tutto quanto vi è di nevralgico ed irrinunciabile) entro l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche e sociali, guardando con sospetto e stroncando sul nascere ogni accenno evolutivo, ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento. Al contrario, la spiritualità germoglia al di là degli argini, là dove le acque tracimano e rendono feconde le sponde e non l’alveo.

La liquidità che Bauman ha individuato quale cifra della post-modernità a cui l’Occidente ha improntato il proprio modus vivendi mostra senza alcun dubbio limiti ed induce perplessità: ma in alcun modo è possibile ignorarla e men che meno eluderla. Se l’evoluzione spirituale dell’uomo non assumerà questa plasticità, che richiede di abbandonare le forme della religiosità tradizionale per abbracciare l’itineranza che invita allo sconfinamento verso l’ignoto, si ridurrà ad un alveo vuoto, privo di quella vitalità che la liquidità, al di là dello sconcerto a cui essa espone, possiede e stimola.

Alessandro Esposito

Quale religione in quale scuola

Autore: liberospirito 17 Gen 2017, Commenti disabilitati su Quale religione in quale scuola

Sembra un tema fuori stagione ma in realtà non è così. Sull’argomento di questo post – scuola e religioni – questo blog se ne è già occupato altre volte. Proponiamo un’ulteriore riflessione con  l’intervento di Marcello Vigli apparso su www.italialaica.it.

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Può sembrare fuori tempo tornare a parlare e scrivere di religione  a scuola, un tema che, in anni passati, ha avuto molto spazio nel dibattito sui problemi della pubblica istruzione in Italia. A riproporlo contribuisce l’urgenza della scelta che, studenti e genitori si troveranno a fare al momento dell’iscrizione al nuovo anno scolastico, se avvalersi o non dell’ insegnamento della religione cattolica (Irc). Sarà la prima volta per i nuovi iscritti o per quelli che passano dal corso inferiore a quello superiore, ma sono interessati anche quelli che intendono cambiare la scelta dell’anno precedente.

Ha colto l’occasione l’arcivescovo di Genova, cardinale Bagnasco, per inviare una lettera ai genitori della sua diocesi in procinto di scegliere per i loro figli. Si parla spesso di una certa “fragilità” che rende difficile resistere nelle difficoltà della vita, alle quali nessuno può sottrarsi. ….. La ricchezza e la complessità dell’esistenza, se non è armonica, diventa dispersione, disorientamento. Non si può vivere spaesati! Anche il ricco mondo della scuola – con le conoscenze e competenze che offre – chiede un punto di sintesi, perché il giovane non diventi un’ “enciclopedia”, ma una persona matura. L’insegnamento della religione cattolica, anche per la sua valenza culturale, può essere per tutti un momento di chiarificazione e di equilibrio: i suoi contenuti, la sua lunga storia, il continuo confronto con le civiltà, sono un riferimento necessario per comprendere il tempo e la società che abitiamo, uno strumento per il dialogo con tutti. Per questo vi invito a scegliere l’ora di religione con convinzione e fiducia, affinché i valori universali, che essa illustra nei loro contenuti e nelle loro ragioni, possano diventare stimolo del pensare e del vivere.

È certo difficile pensare come tutto questo possa ottenersi attraverso  un insegnamento che il cardinale dimentica essere rigorosamente “confessionale”, per di più impartito da insegnanti selezionati dall’autorità ecclesiastica.

La stessa finalità attribuisce all’Irc  il messaggio della Presidenza della Cei inviato a tutte le famiglie, come è tradizione, in occasione della Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’Ora di Religione promossa dalla stessa Cei. Nel riconoscere che la società italiana è sempre più plurale e multiforme, i vescovi italiani affermano:  Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo. 

Completa il quadro don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della Cei, affermando: Questa disciplina scolastica è una disciplina che si rivolge a tutti i ragazzi, a tutti gli alunni, a tutti gli adolescenti, perché loro possano conoscere le esperienze, la storia, la cultura, la vita del nostro Paese che è caratterizzata – volente o nolente – da una forte presenza del messaggio dell’azione della vita della Chiesa cattolica.

Questa convergenza nel giustificare ed esaltare il valore dell’Irc non è solo l’espressione della volontà di conservare questo privilegio; rivela, invece, l’intento di accreditarlo come fondamento della cultura che la scuola è chiamata  a trasmettere.

Per questo appare grave l’orientamento di quanti sottovalutano il problema o che, nell’intento di risolverlo, avanzano proposte per integrarlo o sostituirlo con una disciplina obbligatoria.

Fra questi si collocano di tempo in tempo intellettuali e gruppi cattolici d’ispirazione democratica e non integralisti favorevoli  ad aggiungere all’attuale Irc un insegnamento curriculare non confessionale. Di recente, per rafforzare le argomentazioni di sempre, adducono la necessità di adeguare il sistema scolastico alla sempre più ampia frequenza di alunni e studenti che professano altre religioni.

Nella stessa direzione si muovono quei settori della sinistra non impegnata ad affermare il principio di laicità,  ben rappresentati da Massimo Cacciari che, in un’intervista curata da Francesco Dalmas, sull’ “Avvenire” del 13 agosto 2009,  era stato perentorio nel proporre: La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia…. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare. Né accetta di sostituire l’Irc con l’insegnamento di storia delle religioni Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo; non vuole ovviamente insegnanti controllati dalla gerarchia ecclesiastica che, a suo avviso, non avrebbe nulla da temere da questa rinuncia.  In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque. Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie.

Le proposte sostenute con queste o analoghe argomentazioni, che ovviamente non hanno udienza presso la gerarchia cattolica, in verità presuppongono il riconoscimento di una specificità qualitativa alla religione.

Certo le religioni hanno proprie forme organizzative e caratteristiche manifestazioni del culto, che sono, però, riconducibili, anche perché ben diverse fra loro, al complesso delle forme e delle manifestazioni in cui, nel tempo e nello spazio, si sono organizzati e si esprimono donne e uomini nelle diverse società nel promuovere le relazioni fra loro.

Analogamente le costruzioni teologiche, anche quelle che chi ha fede considera elaborazioni di una rivelazione divina, si inseriscono legittimamente nei “sistemi” che la filosofia e le scienze nel tempo hanno elaborato per interpretare la realtà.

Ben venga quindi lo studio della religione nelle scuole superando pregiudiziali anticlericali, che sono da rifiutare perché inducono ad ignorarla o non riconoscerla autentica espressione della dimensione umana.  Come tale va studiata non come materia autonoma ma all’interno delle discipline  storiche e filosofiche che danno conto del divenire degli immaginari collettivi che gli umani si sono costruiti nel costituirsi in aggregazioni sociali nel corso dei secoli.

Marcello Vigli 

Con i Mapuche

Autore: liberospirito 15 Gen 2017, Commenti disabilitati su Con i Mapuche

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Ci sono situazioni in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo va di pari passo con lo sfruttamento dell’ambiente e degli animali non umani. Sta circolando il tam-tam che alcuni giorni addietro nella Patagonia argentina la gendarmeria ha represso, aprendo il fuoco, esponenti del popolo mapuche che si erano ripresi le proprie terre da Benetton. Questo è l’ultimo episodio di un lungo conflitto tra i Mapuche e la famiglia Benetton. Tutto ha inizio nel 1991 quando l’impresa italiana acquisisce la compagnia Tierras de Sur Argentino, principale proprietaria di terre nella Patagonia argentina. La Benetton diviene in questo modo proprietaria di 900 mila ettari di terre. La maggior parte di queste costituiscono il luogo ancestrale degli indigeni mapuche argentini, i quali vengono sfollati dall’habitat su cui hanno da sempre vissuto. Sin dall’inizio le comunità indigene si sono mobilitate contro la multinazionale italiana, opponendo resistenza e iniziando una lotta per recuperare i loro territori. Alla ricerca di una giustizia ambientale e sociale alternativa i Mapuche si sono inoltre uniti alla lotta contro le multinazionali avviata da numerosi popoli indigeni nel Tribunale Permanente dei Popoli (TPP). I Benetton sono diventati la più grande proprietaria terriera del paese sudamericano: nelle terre di Benetton vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa un milione e 300 mila chili di lana all’anno, i quali sono interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno vengono anche allevati sedicimila bovini destinati al macello. E’ bene ricordare che I Benetton ricevono sussidi da parte del governo argentino per l’attuazione del loro piano d’investimento. Inoltre l’impresa attua una politica sfavorevole che incentiva il fenomeno della discriminazione lavorativa contro i Mapuche. In breve i rapporti tra l’azienda e la popolazione locali sono andati sempre più peggiorando a seguito della crescita del numero degli sfratti e della trasformazione delle terre ancestrali in fonte di lucro per l’impresa.

Contro tutto ciò – e altro ancora (vedi la condizione dei lavoratori in Bangla Desh che confezionano abbigliamento Benetton) – è in corso una campagna internazionale per boicottare i prodotti a marchio Benetton (v. http://www.girodivite.it/United-dolors-of-Benetton.html).

La lezione della foresta comunitaria

Autore: liberospirito 6 Gen 2017, Commenti disabilitati su La lezione della foresta comunitaria

Apriamo i post del 2017 con una notizia che viene dall’Africa – Nigeria, per la precisione. Parliamo sempre di ambiente, di cura dell’ambiente e di esperienze che è bene conoscere. Qui una foresta sta rischiando di scomparire per fare posto a una superstrada a sei corsie lunga 260 chilometri. Le comunità locali, a cominciare dalle donne, si sono ribellate e hanno cominciato l’autogestione della foresta, costruendo da sole alcune piccole strade, materiali di sussistenza e cibo senza abbattere un solo albero. E’ un insegnamento anche per noi. Quanto segue è un articolo sull’argomento a cura di Maria G. Di Renzo – giornalista (cura il blog lunanuvola, dove è apparso il testo qui sotto), formatrice e regista teatrale. 

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La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra trecentotrentasei chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni Ottanta, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa.

Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory che spiega: “Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta. La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama ‘Iniziativa Epuri’. La nuova proposta della superstrada ha portato ben centottantasette comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: ‘No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo’. Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.”

Maria G. Di Renzo

Fare posto all’altro

Autore: liberospirito 21 Dic 2016, Commenti disabilitati su Fare posto all’altro

Oggi 21 dicembre cade il solstizio d’inverno in cui, pressoché da sempre, si celebra il passaggio dalle tenebre alla luce. Aggiungiamo anche che il giorno di Natale – il 25 di dicembre – si innesta proprio dentro questo genere di festività ed è bene non scordare questo legame profondo con feste ancestrali. Vogliamo qui ricordare l’approssimarsi di questa giornata con le parole attualissime di don Alessandro Santoro, delle Comunità delle Piagge a Firenze. 

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Nel Vangelo ci viene raccontato il viaggio che Maria e Giuseppe, con la loro famiglia povera e irregolare, fanno da Nazareth nella Galilea fino alla Giudea per essere censiti dall’impero, e arrivati là scoprono che “non c’è posto per loro”. Ho sempre sentito questa frase come un invito a riflettere sull’incapacità, nelle nostre città, nelle nostre relazioni, nelle nostre azioni a fare posto, a fare spazio a ciò che sorprende e “sovverte” la nostra vita. Tutti i giorni ci affanniamo per riempirci di cose, per riempire le nostre case, il nostro tempo; spendiamo energie per accumulare, per crescere, per accaparrare fino a non avere più posto… ciò che rimane poi di tutto questo è quasi sempre vuoto, malessere, solitudine. Ci scordiamo l’arte sapiente, semplice e vitale di fare posto, di fare spazio; ci dimentichiamo di dare la precedenza allo spostare, all’eliminare, al togliere ciò che copre e nasconde, per liberare l’inedito, il Mistero, le attese dense di speranza, il camminare lento ma tenace verso la liberazione e la pace,  verso gli incontri senza infingimenti con la vita e la storia dell’altro. In questa notte, giorno e tempo di Natale, l’invito che mi faccio e che vi faccio è quello di lasciarsi “disturbare” da questo richiamo a fare posto e a fare spazio, a farlo davvero… forse solo così potrà nascere qualcosa di nuovo nella nostra vita, forse solo così potremo riconoscere davvero quel piccolo bambino palestinese di nome Gesù come il sogno di liberazione di Dio che si fa carne, si fa possibile dentro la storia di  ognuno di noi e del nostro sogno comune di umanità nuova e di “terra e cieli nuovi”. Allora buon “fare posto” perché tu viva e sia felice.  Buon Natale

don Alessandro Santoro – Comunità delle Piagge, Firenze

Per una mistica ribelle

Autore: liberospirito 10 Dic 2016, Commenti disabilitati su Per una mistica ribelle

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Che cos’è la mistica ribelle? Come riconoscerla? Quali forme espressive adopera? Queste e altre domande sorgono nel prendere in mano l’ultimo libro di Matthew Fox, La spiritualità del creato (edito da Gabrielli e curato da Gianluigi Gugliermetto), che reca appunto tale sottotitolo: manuale di mistica ribelle. Inoltrandoci nella lettura di questo agile testo incontriamo tutta una serie di suggestioni che consentono, pagina dopo pagina, di delineare gli elementi costitutivi di un abbecedario spirituale per il nostro tempo.

Uno scienziato come Einstein aveva definito la mistica come “l’essere rapiti nel mistero”. E’ infatti proprio tale movimento a introdurre nel mistero. Il termine deriva dal greco myein, “chiudere, serrare”. Il mistico è colui che chiude gli occhi e serra la bocca per varcare la soglia del mistero.

Ma la mistica ribelle di cui parla Fox non cerca ripari nell’intimo del proprio foro interiore, nasce innanzitutto da un’indignazione etica, dall’incapacità a sopportare lo scempio in atto versa la terra che abitiamo e calpestiamo. Tale indignazione sa assumere anche i connotati di uno sfogo creativo che, cogliendo come necessaria ma insufficiente la semplice indignazione, prova a “rispondere alla sofferenza non soltanto con la rabbia, ma anche con un’opera creativa ed efficace che guarisce davvero”. Perché è di ciò che abbiamo bisogno. A questo punto possono rivelarsi le condizioni per divenire davvero “co-creatori di una nuova visione storica” che colloca le vicende e i drammi umani nel più ampio contesto della storia cosmica a cui siamo invitati a partecipare. Mistica ribelle significa così costruire percorsi e pratiche di liberazione che andranno a toccare non solo la realtà intra-umana (la giustizia sociale), ma anche le più diverse relazioni fra l’essere umano e il resto del cosmo (geo-giustizia). E ancora: molteplici sono le direzioni da cui possono provenire i contributi creativi per costruire questa rinnovata visione, al punto da ragionare e discutere sull’opportunità di un reincantamento grazie all’incontro tra scienza, arte e, appunto, mistica.

Fox sviluppa questo discorso riferendosi, quando necessario, a quegli autori del passato che conosce e frequenta con perizia da anni, come Meister Eckhart, Ildegarda di Bingen e Francesco d’Assisi. Ma proprio la passione e il rispetto verso questi mistici spingono Fox, seguendo i segni del tempo in cui viviamo, verso strade poco battute; in lui intensa e preponderante è la necessità di osare il mistero e inoltrarsi verso nuove strade, da sondare ed esplorare con passione e con intelligenza; anche questa è mistica ribelle. D’altro canto la cornice entro la quale si sviluppa tutto il discorso sottintende l’esaurimento della funzione epocale svolta fino ad ora dalle grandi istituzioni religiose. E’ la questione, attualissima, della fede in un’età post-religiosa di cui parlava Paul Ricoeur o quello, più recente, di José Maria Vigil circa un nuovo paradigma post-religionale.

In conclusione una considerazione circa la forma espressiva di Fox e il bisogno di un rinnovamento linguistico all’altezza dei mutamenti in corso. E’ nota un’espressione di Wittgenstein secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Ora si ha la sensazione di trovarsi proprio in un frangente simile. Non a caso lo stesso Fox avverte la necessità, parlando di “spiritualità del creato”, di risemantizzare il patrimonio linguistico esistente (come del resto hanno sempre fatto i mistici) spiegando cosa intenda per “spirito” e cosa per “creato”. Analogo lavoro, senza cedimenti, va fatto oggi su diversi altri termini, quali “Dio” o “religione”, ad esempio. Non possiamo sottrarci: c’è tutto un lavoro da fare sul linguaggio che, in ultima analisi, è un lavoro da fare su sé stessi: se davvero i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, devo, a partire dalla mia esperienza del mondo, sondare questi limiti, calpestarne i confini e comprendere la possibilità di oltrepassamento. E, in fondo, pure questa è mistica ribelle.

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Quando il sentire religioso e l’azione politica s’incontrano, come nel Dakota

Autore: liberospirito 5 Dic 2016, Commenti disabilitati su Quando il sentire religioso e l’azione politica s’incontrano, come nel Dakota

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Ogni tanto circola qualche buona notizia: ce l’hanno fatta! Non ci riferiamo alla vittoria del no al referendum costituzionale che, comunque sia, è un buon risultato anche se non esaltante. Pensiamo invece alla decisione degli engineers dell’esercito Usa (praticamento il genio militare) di non autorizzare la costruzione del tratto della Dakota Access Pipeline – un oleodotto sotterraneo progettato per congiungere i siti di estrazione petrolifera del North Dakota allo stato dell’Illinois – da mesi contestata dai nativi americani. Riguarda in particolare quella parte dell’oleodotto che profana la terra sacra nella quale il popolo sioux ha seppellito per secoli i suoi morti. Qui il sentire religioso e l’azione politica si sono incontrati con successo.

Nell’estate scorsa l’accampamento della protesta degli indiani è cresciuto fino a diventare una cittadella di settemila attivisti provenienti da centinaia di tribù indiane, innanzitutto Sioux, ma anche Apache, Cheyenne, Arapaho, e da molte organizzazioni ecologiste e radicali.

La rivolta era stata condannata non solo dai politici locali del North Dakota che avevano autorizzato l’opera (dal 2007 lo stato del Midwest statunitense è la nuova frontiera dell’estrazione del petrolio americano, grazie alla tecnologia del cosiddetto “fracking”), ma anche da diversi agricoltori, favorevoli alla costruzione dell’impianto, nonostante i rischi, soprattuto per via dei grandi indennizzi che hanno ricevuto in cambio del permesso di far attraversare le loro proprietà dall’oleodotto. Ma la ribellione sioux è andata avanti, diventando ben presto il catalizzatore delle proteste di tutte le tribù che vivono in riserve poverissime, flagellate da un tasso di disoccupazione spesso superiore al cinquanta per cento e dalla piaga dell’alcolismo. E alla fine le svariate forme di protesta – cortei, sit-in, scontri con le forze dell’ordine, concerti, ecc. – hanno dato un risultato soddisfacente. Che anche per noi possa essere davvero di buon auspicio!

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